A proposito di Verticalità – (diario di New York)

(tempo di lettura 13 minuti)

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dal film The Walk – Joseph Gordon-Levitt

Mastico più forte il chewing-gum  quando avverto il primo segno di un abbassamento di quota. I voli low coast possono rivelarsi un vero e proprio tormento per i miei timpani geneticamente sul punto di rompersi. Rumino un sassolino di gomma ormai quando il bimbo della fila dietro inizia il gioco del dare calci al mio schienale. Ma non mi difendo. Lascio che continui.

Sto leggendo un bel libro, Questo bacio vada al mondo intero di Colum Mc Cann. Sono a pagina 217, interrompo la lettura esattamente sulla frase nessuno cade a metà, esattamente quando il bimbo dietro di me emette il grido Cadiamoooo!

Questo è troppo.

Io ho molta paura di volare. Cosa diceva il training? Fare un bel respiro e attivare le dita dei piedi. I miei sono ormai origami rosa nelle Nike. Come devo codificare questa coincidenza? Ogni volta che prendo un volo faccio un breve testamento che invio via whatsapp a mia madre. Comunque vada festeggiate! – conclude il messaggio.

Poi invio, metto in modalità aereo infine spengo. Prima di volare mi batte il cuore in modo diverso. Sento il suo capovolgimento e lo seguo con attenzione sino alla resa. Si chiudono i portelloni. A quel punto sono in trappola. Le alternative sono due:

  1. Urlare aiuto!
  2. Arrendermi.

Scelgo la seconda e torno a leggere.

Il protagonista del romanzo è il funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto 1974 compì la straordinaria impresa di attraversare le torri gemelle utilizzando una fune. Ho incontrato questo libro per caso, come quando incontri un amico in una città immensa e sconosciuta  a entrambi. È successo mentre curiosavo i blog sulla città di New York. Ho pensato che potesse sostituire la cartina. Così è stato. Come una bussola un po’ arrugginita il libro mi ha guidato per i quartieri dell’East Village e della periferia newyorkese degli anni 70. È stato come visitare l’Europa con uno stradario del 1981 e imbattermi nella parola Iugoslavia o Berlino est. Tra un crumble muffin e un veggie bagel, ho lasciato fosse l’errore, questa involontaria smagliatura del tempo a guidarmi. Ho sbagliato più volte strada. È stato allora che ho capito che stavo cominciando a viaggiare.

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Agosto 1974 – Philippe Petit fotografato da un passante

Andremo a New York! – Aveva esultato Elisa lo scorso Novembre.

Berlino? – Rispondo.

No, New York! – Fa lei.

Lione? Vienna? – Rilancio.

New York! – Risponde con tono sempre più sicuro.

Matera? Hai mai visto i sassi? Vi prego non fatemi volare! – Imploro io, invano.

Andremo a New York! Andremo ad Agosto! – Con questa sentenza Elisa, prima di Natale, distribuì i seguenti compiti: Tu cercherai dove dormire, tu cosa fare, tu ti occuperai dei visti, io mi assicurerò che i timing vengano rispettati!

Ed è per questo motivo che, malgrado la mia resistenza, il mio stop ai voli durato 3 anni per la paura di perforare i timpani, ora sono a migliaia di metri dal suolo.

Non sono per nulla triste che sia finita la vacanza. Torno a casa con la voglia di tornare, sazio di stupore. Appena toccherò terra, quando sarò davvero sicuro di essere vivo mi sforzerò di fare due cose:

  1. Apprezzare incondizionatamente l’Italia.
  2. Praticare la gentilezza senza pormi limiti.

Il libro racconta il 7 agosto del ‘74 attraverso lo sguardo di personaggi che quel giorno si trovavano a New York. Più vado avanti con la lettura e più ho l’impressione che chi rischia davvero la vita non sia il funambolo! Sono esseri umani in bilico tra la rabbia e l’impotenza, tra il desiderio e la disperazione. Tutti precipitati nel loro inferno tranne uno: il funambolo. Colui che passo dopo passo attraversò il World Trade Center da una torre all’altra senza protezioni.  Questo a dimostrazione del fatto che l’equilibrio non ha nulla a che vedere con la distanza da terra, la fortuna, la posizione di rilievo che occupi nel mondo, il numero di followers, l’indice di fighezza che hai. L’equilibrio è nulla di tutto ciò.

Mi giro verso il bimbo che tira calci e con un’occhiata ci capiamo. Ammutolisce. Il comandante annuncia l’inizio della fase di atterraggio. Tra 15 minuti circa toccherò terra.

Sul taxi che dal JFK porta al Lower East Side, attraverso il Williamsburg Bridge, a sinistra c’è un immenso cimitero, scarno e con le lapidi interrate a perdita d’occhio. Sulla destra, improvvisamente scorgi Manhattan. Aveva ragione Céline, penso. Nel suo Voyage au bout de la nuit, quando vide per la prima volta New York scrisse di una città verticale, affetta da una rara forma di priapismo architettonico, sempre in erezione. È proprio un senso di vertigine quello che ho provato alla vista di quell’eccesso di verticalità e di cemento armato. Un sussulto per la violenza di troppo grigio all’orizzonte.

Arrivati nel nostro appartamento in Eldridge St. ho subito capito che non sarei riuscito a dare una definizione al quartiere. Il Lower East Side è una spugna di mare sfuggita all’East River. Sul più bello che ti sembra di averne disegnato i contorni, lui ha già cambiato forma. È meraviglioso. Sembra parlare di me, delle mie inesattezze. Case basse, scale anti incendio, sinagoghe, puzza di piscio, botteghe di rigattieri, caffè, campi di basket condominiali, eroinomani immobili a fissare una panchina, turisti in Birkenstock, coworking, gallerie d’arte, polizia, fashion victim e addirittura una ragazza accaldata in topless, folate di cannabis, vintage shop e graffiti, graffiti ovunque. Dai minuscoli tag ai muri di cinta colorati dei parchi passando dalle monumentali pareti divenute storia dell’arte. La Sistina dei newyorkesi, ecco cos’è. Imponenti, verticali fotografie a colori della realtà mediata dalle bombolette spray. Regali di sconosciuti all’unanimità. Capolavori di una notte, risultato di un gioco di squadra che sfida i più sofisticati sistemi manageriali, oltre ogni fottuto organigramma aziendale, oltre la legge, la dove inizia l’arte, appunto.

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Eldridge St.

Una delle impressioni più chiare provate a New York è quella che tutto può accadere nel trascorrere di una notte. La velocità della creazione speculare alla velocità della distruzione. Non a caso, in questa città, una mattina ti svegli e appare una bambina spocchiosa e minuscola, una faccia di bronzo oltre che di culo, che guarda dritto negli occhi il toro di Wall Street quasi a dire: noi donne siamo più forti del vostro capitalismo di merda! Una mattina ti svegli e non hai più il tuo visto. Fuori!! Tornatene al tuo paese! Una mattina ti svegli e le due torri sono venute giù, e con loro, milioni di sogni. Per questo motivo piango. Contro ogni mio volere, bypassando ogni mio cinico sforzo. Piango appena scorgo le cascate d’acqua del memorial. Lo stomaco mi chiede di piangere. Non la testa. La testa mi dice che gli americani sono furbi. Sanno speculare sulla morte, sanno trasformare un cimitero in un parco dei divertimenti. La testa mi dice che in Europa ci sono state molte più vittime o in Giappone o in Siria o in Vietnam. Eppure lo stomaco mi dice piangi! Fallo ora! Così è. Piango il crollo dei sogni in un ora. Piango perché non vedo il fondo delle vasche. Piango per il silenzio di quella sera, piango per chi restò attaccato all’altro capo del telefono, per l’albero sopravvissuto al disastro, per le rose bianche, per i nomi incisi, per la perfezione del cielo a Settembre, per la cieca sofferenza dell’uomo disposto a morire per far morire. Ogni crosta di cinismo va a farsi benedire. In fondo a quale tombino sono finiti quei sogni? Dove ci porta l’acqua quando cade nel buco?

Il funambolo è un fuorilegge. Elude i controlli, si posiziona sul tetto della torre e aspetta l’alba su Manhattan. Sono le 5:40 circa del mattino. A oltre 400 metri dal suolo. Dalla torre Sud alla Nord e viceversa per 8 volte. Fluttuando nella profondità delle nuvole. Yes you can!

Tra pochi minuti atterrerò all’aeroporto di Malpensa. Sento il mio orecchio destro contrarsi da dentro come un elastico. Ho paura che di colpo il gancio che tende questo elastico molli la presa improvvisamente così da far saltare ciò che la testa contiene, sino al midollo, pensieri compresi.

Sul ponte Marco mi da un colpetto sulla spalla e mi dice baciami adesso. Il ponte di Brooklyn è la risposta americana al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, è la Tour Eiffel senza la spocchia francese, la Piramide di Cheope a stelle e strisce, forse la più riuscita dichiarazione di modernità oltreoceano. Secondo me, il vero simbolo della città è lui, il ponte, non la statua della libertà. Siamo sullo sfondo di migliaia di selfie di sconosciuti da tutto il mondo. Il ponte è oggettivamente bello. È il frutto della fatica umana. Della sua tensione. Del suo ottimismo. Questo ottimismo ci contagia al punto di decidere di attraversarlo a piedi sotto il sole di agosto alle 14:00 nella direzione contraria alla massa, ovvero puntando a Brooklyn.

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Antonio, Elisa, Marco ed io.

Siamo quattro pazzi! – Ci ripetiamo.

Decidiamo di voltarci solo alla fine del terzo pilone. Come quattro mogli di Lot versione hipster o come quattro cloni di Orfeo risaliti dagli inferi della Downtown, cerchiamo di resistere alla tentazione di voltarci, quasi fosse la condizione necessaria alla buona riuscita di un incantesimo chiamato Skyline! Ed è così.

Siamo stati proprio bravi ragazzi! Ci meritiamo un bagel a Brooklyn!

Altra coincidenza: una notifica sull’I-phone mi avvisa che è appena crollato un ponte a Genova. Non ci faccio caso. Sai che novità? In Italia crolla tutto! Dopo qualche minuto, mi rendo conto della gravità. Verticale come un crollo, come una doccia fredda. Con il ponte crolla molto altro. Mi sento schiacciare il petto per un attimo. Come può essere possibile? Non era un ponte di funi e legno, era cemento. Era un ponte di cemento. Chi ha permesso tutto questo?

Con i miei compagni di viaggio ci accertiamo che nessuno dei nostri amici in Italia sia coinvolto nella tragedia, come se questo rendesse meno tragedia la tragedia. Poi, diamo un ultimo sguardo al ponte di Brooklyn mentre all’orizzonte il cielo si gonfia di nero, quasi a pretendere un tramonto alle 3 del pomeriggio. Giusto il tempo di contattare un Driver dall’app VIA e salire a bordo. Poi si scatena un temporale estivo, violento, oceanico.

Quando decido di partire con qualcuno, il mio terrore più grande è quello di disintegrare i rapporti. Del resto non c’è detonatore emotivo più pericoloso della vacanza. Penso sia un timore diffuso. La convivenza forzata può rivelarsi una prigione! Ogni scelta, ogni timing, ogni alternativa va cooperata. I miei tre compagni di viaggio si sono confermati Best Friends in un crescendo di empatia. Ecco una breve lista di cose che li riguardano che ha aumentato il livello del mio affetto per loro:

  • Elisa mi stringe la mano solo nei decolli, durante gli atterraggi si dimentica che ho paura e si addormenta: adoro.
  • Antonio ride come un matto quando dico la frase siamo dei duri: adoro.
  • Marco mi ha più volte detto ti amo per la felicità: adoro.
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Williamsburg e il cielo.

Un passo dopo l’altro abbiamo camminato lungo traiettorie dettate da fili invisibili, corde tese che vedevamo solo noi quattro. Come funamboli tra le nuvole. C’è qualcosa di misterioso sui marciapiedi di Brooklyn, un dubbio di non essere a New York osservando i pali della luce in legno a Williamsburg, c’è insolita bellezza nei locali Jazz del West Side. Sarà che siamo in agosto, eppure ho trovato la High Line a Meatpacking un luogo dove fermarsi e scrivere favole per bambini e che dire di Chelsie?

Questo è il posto in cui vorrei vivere, anche solo per qualche mese! – sbotto io.

È la quarta volta in due giorni che lo dici! – Mi ricorda Elisa.

In effetti ho detto la stessa cosa per altri tre quartieri. Eppure Chelsie mi ha dato davvero qualcosa in più.

Giochiamo ad immaginare di vivere qui? – Le faccio.

E giù a fantasticare sulle nostre giornate tipo, sul budget, su cosa vorrebbe dire la routine nella grande mela e cazzate di questo tipo. Cazzate che comunque mettono di buonumore. A noi quattro si aggiunge la piccola Giò: 21 anni, italiana, diplomata all’AMDA, il suo sogno è Broadway ovviamente. Alle 9 del mattino è già in Time Square a cantare le canzoni del musical del quale sta sbigliettando le riduzioni.

Mi pagano bene ed è divertente! – ci dice mentre si sistema gli accessori del costume da cameriera! Le chiedo di cantare per me, canta molto bene. Le luccica lo sguardo dietro gli occhiali. Non è sicuramente il tipo di ragazza che in Italia può sperare di avere successo. In America il corpo perfetto è sicuramente importante ma non essenziale. Questo spiraglio mi fa trasalire. Esiste davvero il sogno americano? Vado a vedere il musical Waitress al Brooks Atkinson Theatre di Broadway e penso che si, esiste. Attori e danzatori non convenzionali di rara bravura tecnica ed espressività. Visito le grandi scuole di Performing Arts di New York e penso si. C’è spazio per la diversità se c’è talento. Faccio due chiacchiere con la commessa della Public Library e penso si, gli studi umanistici e artistici hanno pari valore degli studi economici, medici o ingegneristici. Si esiste il sogno americano. Lo penso. Si tratta della capacità di darsi una seconda possibilità, di inventarsi da zero, di non buttarsi merda addosso. Noi Italiani siamo maestri in questo. Ci lamentiamo di Salvini, che è oggettivamente un ignorante e intanto gli americani stanno sopravvivendo a Trump, il dio del pressappochismo.

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New York Public Library

Atterraggio perfetto: non ci sento da un orecchio.

Un giorno intero ad Harlem è stato la svolta, la linea di demarcazione tra ciò che ci si aspetta dalla grande mela e un nuovo capitolo scritto da noi. Da quel giorno abbiamo cominciato a vedere New York in modo diverso. Entrati nella Caanan Baptist Church of Christ, una congregazione battista sulla 132 West, abbiamo perso il controllo della nostra emotività. Ci sediamo sulle panche in legno del vecchio cinema che dal 1932 è divenuto un centro di culto… dalla fiction a dio è un attimo. Ho avuto la stessa confusione quando ho visto il cimitero dietro la Trinity Church. Prima di tutto perché non mi aspettavo di vedere un cimitero nel traffico di New York e poi perché tra i defunti veri c’erano anche personaggi di fantasia, morti in quel luogo si, ma attraverso le pagine di un romanzo. Come vedere in un cimitero europeo, tra le lapidi di marmo, anche quella di Biancaneve.  Questo a sostegno dell’idea che l’arte determina la realtà e non viceversa. Stessa vertigine. Ad Harlem, durante la funzione, un’anziana donna di colore piccola piccola sta cantando con il cuore nelle mani e il rossetto rosso pomodoro. Smetto di piangere dopo un ora. non sto esagerando. Il reverendo Travis sembra uscito da un convegno alla Bocconi. E’ così aitante che sembra photoshoppato. Sono nel colore. Sono nelle forme che amo. L’ambra, il turchese, il colore viola, i fiocchi, i piegoni delle gonne, i cappelli eccentrici, i calzini, i colletti con le iniziali, il glamour afroamericano, il bianco del sorriso, la musica, il coro che danza o la danza che canta, l’organista, il pianoforte a coda, il matto della congregazione, la zitella, le parrucche, i colori complementari. Giuro di aver visto gli stessi colori sulla tavolozza di legno della mia mamma quando dipingeva nel sottoscala della nostra casa in Via Tagliamento: sepolta dalle tele, tra i ritagli di giornale, l’olio di lino, l’acquaragia… mi sembra di sentire il suo fischiettio. Forse è l’unico ricordo che ho di mia mamma veramente felice. Felice in una prigione di colore dove era impossibile perdere l’orientamento. Al sicuro tra i colori a olio, tra gli ulivi blu sulla tela.

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due signore ad Harlem

Sono vivo! – mi dico. Segue quel margine di non tempo e non spazio in cui si è seduti in attesa dell’ok da parte del comandante, prima di poter slacciare le cinture e scorgere la luce che filtra all’apertura dei portelloni. Si aspetta. Il bimbo esulta. anche io a l’idea di non rivederlo mai più.

See you never! – è il tormentone della vacanza! Ci divertiamo a dirlo un pò a tutti, sfatando la recondita possibilità di non tornare più. Io invece son sicuro che tornerò. Ho voglia di sentire il respiro della città di notte dall’ottantesimo piano dell’Empire. Ritornerò in cima a quel suono indistinto: il nero di Central Park, la folla, l’oceano, il traffico, aspettando di guardare King Kong dritto negli occhi.

See you never guys! – e scoppiamo a ridere scendendo dall’aereo. Funambolici.

Sputo il chewing-gum in un fazzoletto di carta, nelle tasche trovo uno scontrino di Starbucks.

Ragazzi colazione?

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a Francesca, la terza non va giù!

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regali per il mare

Prendo in mano l’I-Phone e cerco il numero di Francesca. Provo un bisogno elementare di sentirmi chiamare nel modo che solo lei sa. La chiamo… Hey! – le faccio, anzi le rispondo. Lei ha già riconosciuto il mio numero sul display e dopo il secondo squillo ha già farcito di suono la cornetta con il suo rosa, gommoso e paffuto:

Amore mioooooooooooooooooo – con le sue finali lunghe inconfondibili come un ritornello di Modugno, come la campanella della ricreazione. Francesca è l’amica scomoda e molesta, quella che ti dice la verità, quella che vorresti picchiare ogni volta che ti mette davanti il piatto della realtà servendotela senza condimenti, senza salse, senza glutammato. Francesca c’è perché ha deciso di installarsi nella mia vita. C’è perché non ha chiesto il permesso, ha messo 4 puntelli e ha montato la sua tenda della Quechua. C’è e basta.

Ti ho chiamata perché ho pensato ad una cosa… – le dico – … che se mai mi trovassi sul ciglio di una strada morente con una sola chiamata da fare prima di morire, chiamerei te… – le dico tutto d’un fiato, velocemente perché se parlo lento mi pento delle cose che dico. Cerco di capire cosa vuol dire quel suo lunghissimo “2 secondi” di silenzio.

– Tesoro cosa hai detto? – capisco che non ha sentito – che c’è sto cazzo di segnale che mo’ va mo’ viene- fa lei.  Al che, io mi trovo davanti ad un bivio :

1. Ripeto la frase?

2. Cambio discorso chiedendole se da quelle parti piove? ( che poi sono anche le mie parti quindi la domanda sarebbe imbarazzante di base)

Scelgo la uno.

***

Avevo giurato di non parlarle mai più. Mi ero ripromesso di non farmi mai più condizionare dai sui giudizi superficiali, dalle sue sensazioni, dal suo ottavo senso, dal suo intercalare “…a pelle…”, dalle sue inutili gelosie e dalle dinamiche, del tutto femminili, scontate quanto lontane dal mio modo di fare. Quella cena di tre anni prima mi aveva dato la conferma che davanti all’egocentrismo di certe persone che si professano tue amiche, non potevo far altro che edificare un bel muro. Ed io, dopo quella cena, il muro tra me e Francesca lo avevo anche insonorizzato; come il gabbiotto delle biglietterie Trenord (che io chiedo un’informazione e loro ti sentono ma poi non sento una mazza quando loro ti rispondono, al punto da dubitare che stiano davvero parlando dietro al vetro e non stiano invece muovendo il labiale come la principessa del quiz anni 90, Il Castello con Pippo Baudo su rai uno).

Vaffanculo Francesca! – mi ero ripetuto tornando a casa da quella cena di merda in cui Francesca non fece altro che mettere a disagio due mie amiche milanesi venute in Salento a conoscere le bellezze della mia terra e tra queste bellezze quella che credevo fosse la mia carissima amica!

Vaffanculo Francesca! – perché non capivo il motivo di tanta acidità, tanta stronzaggine tutta concentrata in 155 cm di femmina.

Vaffanculo Francesca! – perché avevo appena finito di dire alle mie due amiche milanesi che Francesca, la mia ” Cara” amica, era la più sensibile, empatica, solare delle persone che conoscevo. Invece un attimo dopo Francesca era lì, nel ristorantino di Porto Cesario che non da sul mare (che se no spendiamo troppo … – mi ero detto – … e non voglio mettere nessuno in difficoltà) a sforchettare la sua insalata di polipo sganciando merdoni con la velocità di Federica Sciarelli durante Chi l’ha visto! Uno dietro l’altro, caustica, torva, a mitragliare sentenze.

Con te ho chiuso! – mi ripetevo ossessivamente perché deluso dalla sua infantilità inspiegabile.

***

Tesoro mi fai piangereeeeeeeeeeeee – dice lei – che sai che sono in menopausa e piango per niente e togli e metti sto cazzo di cardigan che prima ho caldo poi ho freddo ma tuuuuuuuuuuuuu?? – sento che sta per dirlo infatti: – tu? Cosa ti è successoooooooooo? Che quando mi chiami tu, qualcosa è successo, sicurooooooooo – mi chiede.

Cosa faccio?

1.Le dico la verità ? e che sto di merda? e che allo specchio vedo un quasi quarantenne irrisolto? e che metto il mascara waterproof sulle sopracciglia bianche? e che non ho un euro? e che mio padre mi ha chiamato proprio ora che sta male? e che Milano è una gabbia di lupi maledetti che ti fanno il culo appena ti giri?

2. oppure le dico semplicemente che mi manca lei?

– Dai Francy… mica c’è bisogno di star male, per dire queste cose alla tua amica! – le rispondo optando per una terza risposta last minute… Quindi scelgo la 3: un pò di Verità e un pò di Minchiata.

***

Da quella cena passarono 3 anni. Tre anni in cui se tornavo in paese e mi trovavo a passare dalla via di casa sua, mi abbassavo slittando il culo verso il basso sul sedile della Fiat Punto stando attento a tenere le mani attaccate al volante, giusto per non farmi vedere. Quasi a vergognarmi. Come se fossi io quello a dovermi vergognare! Fatto sta che mi nascondevo perchè forse, dico forse, quella parte di me che le aveva voluto bene si sentiva in colpa del fatto di essere lì, nel paesino del sud, a pochi passi da lei, per i giorni di Natale o per l’estate , e non averla avvisata o chiamata…

***

Mi racconta che è sola. Suo marito è in missione in Libia sulla nave militare sulla quale si perde il contatto con lo spazio e con il tempo. In missione per lo Stato. Là dove migliaia di disperati sono disposti a vendere un rene per raggiungere Lampedusa. Là dove sui gommoni non ci sono più esseri riconoscibili come uomini, donne o bambini ma conchiglie. Conchiglie ormai senza mollusco dentro. Come le telline sputate fuori dell’Adriatico il giorno dopo il libeccio. Dei molluschi solo l’involucro, la parte dura, la conchiglia senza anima anch’essa naufragata come i naufraghi: senza vita anche se vivi.

Lei invece è sola a Gerenzano. Quest’anno le hanno dato una prima elementare tutta sua, col suo grappolo di adorati bambini dislessici, un autistico, un iperattivo, 12 stranieri di cui 8 musulmani, il resto italiani il cui unico problema è avere genitori ossessionati dalle attività extra scolastiche da inserire nel loro baby planning. Dice che è tutta un’altra vita da quando è di ruolo – … che le insegnanti di sostegno le trattano come bidelleeeeeeee, con le stronze di certe maestre di ruolo che fanno pure le arroganti, capisci? che non ti chiamano manco per nomeeeeeeee…. “Ehi ! “ti dicono per rivolgersi a teeeeeee … mannaggiachilastramorteeeeeeeeeee ( imprecazione salentina) – conclude e sospira.

***

Al rientro a Milano, dopo la terza estate da quella cena, mi squilla il telefono ed è lei. Non ho un attimo di esitazione. Le rispondo come si starnutisce, con lo stesso livello di razionalità. Sono a Gerenzano! – mi dice – da quasi tre anni, vicino Saronno, una tristezza di paese che non puoi capireeeee – mi fa – con le strade perfette, manco una buca, ma ti pare possibileeeeeeee? – ed io penso che come uno stupido ho rischiato di schiantarmi un sacco di volte davanti casa sua quando guidavo nascondendomi, che idiota che sono stato! Non glielo dico perché mi faccio troppa pena. Parliamo come se fossero passate tre settimane e ci diamo l’appuntamento il giorno dopo perché mi deve dire una cosa importante, ma me la deve dire a voce!

***

Sono in tuta, telefono incastrato tra orecchio e spalla, con i piedi nudi sul letto mentre gioco a stendere le punte sino a farmi venire i crampi. Lei intanto mi chiede cosa farò per Natale. Poi il solito: – ma dai cazzo vediamociiiii… – e infine la notizia più bella: – A gennaio, farò una festa assurda, voglio invitare tutti, ubriacarmi fare casino e divertirmi, me lo merito no? – chiedendo retoricamente la mia approvazione – non ho mai festeggiato nulla ma giuro stavolta devo farlo! E poi sono dimagrita 17 chili! 17 chili, ti rendi conto??? perchè la dottoressa mi aveva detto che perdendo peso c’è più probabilità, e poi cominciamo a vedere se arriva… –

– … e se non arriva? – la interrompo – ti sentirai una donna a metà? mutilata? inappagata?  ti rimetterai ad ingrassare? hai messo in conto… –

– Si! L’ho messo in conto, e ci penserò quando sarà il tempo, non ora.- mi risponde assertiva.

– Ok – le dico – a gennaio festeggeremo la fine della menopausa!

***

Il giorno dopo il sole rendeva Milano una cartolina in sedici noni ad alta definizione! Mi ero fatto diversi film su quello che Francesca mi avrebbe detto. Perchè vuole vedermi? Perchè deve dirmelo a voce? Forse è incinta? Forse ha deciso di sposarsi? Forse ha scelto me come testimone alle nozze? Forse è dimagrita?

– Ho un cancro al seno. – mi dice, mentre sfrecciava il 24 davanti la fermata del tram, con tutto il suo stridore ferroso e il riflesso del sole sui vetri.

***

Dopo un cancro, terminato l’ultimo ciclo di chemioterapia, deve passare un arco temporale di circa 4 anni prima che i dottori blocchino la menopausa e diano ad una donna l’ok per ricominciare l’ovulazione. La menopausa serve in poche parole ad impedire agli ormoni femminili di dare informazioni sbagliate alle cellule diminuendo il rischio di moltiplicazione delle cellule ribelli. Finito questo periodo di rischio, se i parametri sono tutti giusti, le donne possono ritornare ad essere fertili. A volte succede che si resti incinta subito, a volte no. Sono cose complesse. Ci sono mille variabili. Francesca mi sembra motivatissima. Si è sposata l’estate scorsa. Le tette nuove hanno retto 12 ore di viaggio di nozze in aereo! Ha trovato una certa stabilità professionale come maestra elementare, è dimagrita. Sa che non potrà mai allattare da quelle due meravigliose tette nuove, le super-tette  – Ma chissenefregaaaaaaaaa! – mi fa – gli darò da bere qualcos’altro a sto bambinooooo!

Ascolto la sua voce e immagino una bottiglia piena di speranze inconfessabili da regalare al mare. Una bottiglia piena di biglietti arrotolati. Una conchiglia abitata dalla vita. Una casa di vetro arredata d’aria, carta e di progetti. Non mi voglio illudere ma ok, io lo so. So che ci si può ammalare. Che certe notizie arrivano sulla tua faccia come randellate proprio nei giorni di sole. Che puoi sconfiggere un cancro avvelenando Random il tuo corpo, cellule buone e cellule cattive senza poterle smistare. Che comunque vivrai una vita con la paura che il mostro torni. Lo so.

Però so anche che non c’è suono più bello della parola Progettare! E dopo il figlio, Francesca sta già progettando di tornare chirurgicamente alla sua quarta coppa C, perchè questa terza scarsa che le hanno fatto proprio non le va giù.

PS: … e comunque le due amiche milanesi dopo quell’estate sono sparite, inghiottite da chissà quale happy hour, scivolate nell’oblio. A stenti ricordo il loro nome. Cazzo, Francesca lo aveva capito ” …a pelle”!

Che non vivo a risparmio

ogni cosa ha il suo peso \ ph.  Joel Robison
ogni cosa ha il suo peso \ ph. Joel Robison

Risparmiare vuol dire mettere da parte, accumulare.

Si risparmia tempo, minuti, una giornata. Si risparmia denaro, cibo, qualcosa per averne un beneficio in futuro. Si fa economia per i tempi di magra.

Io non sono mai riuscito a fare una polizza sulla vita, infortunio, malattia, morte violenta. Neanche quegli stalkers degli impiegati di poste italiane sono riusciti, con le loro raffinate tecniche da imbonitori, a farmi firmare un libretto di risparmio.
Eppure a volte risparmio anche io, soprattutto con l’obiettivo di farmi un regalo! Faccio dei tagli sui ristoranti, sui divertimenti (se il teatro o il cinema italiano possono essere definiti divertimenti). Aspetto i saldi come Bernadette l’epifania della madonna: col 70 % di sconto risparmio sul cappotto di Zara e lo compro anche se non è della mia taglia…

Lesino la mia crema al collagene che costa un fottìo di soldi. Per non sembrare tirchio dico che i dermatologi consigliano di non esagerare con il prodotto.
Si accantona la spazzatura per fare la differenziata per risparmiare energia, per risparmiare inquinamento, per risparmiare l’apocalisse. Economizziamo su una cena mettendola sul conto dell’azienda o fatturando l’impossibile. Ci si modera, ci si frena per non dilapidare il patrimonio (che parolone!), per non sforare con i debiti, per arrivare alla fine del mese.

Ti risparmio i dettagli! Dico quando mi capita di vedere a teatro uno spettacolo di Sciarroni.
Sono esente ticket! Esente tasse. Esente sconto. Esente comprensione. Sono stato risparmiato da un cecchino! o da un boia: graziato, per questa volta.
Mia mamma dice sempre di non stancarmi troppo, di riguardarmi, di badare a me come avrebbe fatto lei se non fosse stato tagliato il cordone ombelicale. Complesso materno nella sua complessità.

Un giorno, senza rendercene conto, abbiamo cominciato a ragionare da risparmiatori. E così passano gli anni, e ci siamo preservati al punto da aver interiorizzato totalmente la conservazione. Siamo uomini sotto sale. Sott’aceto, in salamoia. Ci teniamo quello che abbiamo con mania di accumulazione conservante compulsiva. Ci siamo imballati nel cellophane del mi raccomando! Abbiamo fatto economia addirittura con i sentimenti. Abbiamo cominciato a ragionare come aridi tutor di noi stessi. Niente abbracci, niente amore, niente carezze. Il cuore infagottato nel pluriball. Il timbro con la scritta fragile, anche se fragili non lo siamo mai stati. Non ci fidiamo, non ci lasciamo andare, non ci diamo più.

Non ci diamo alle persone, alla nostra famiglia, non ci diamo più. Non ci mettiamo più nulla di nostro. Per non rimetterci! Rimetterci cosa? E soprattutto se non perdiamo qualcosa, se non rischiamo qualcosa, se non ci lanciamo nelle braccia di qualcuno, se non doniamo qualcosa alla persona sbagliata, cosa ci resta da fare? Se non usiamo i mobili di casa per non rovinarli allora cosa o chi stiamo abitando. Se non mettiamo l’anima nelle cose che facciamo, cosa le facciamo a fare? Se un artista passa più tempo a raccogliere scontrini, giustificativi e fatture risparmiando sulla sua opera, e togliendo tempo alla sua ricerca, che artista è? Se si continua a togliere, togliere, togliere e togliere, perché less is more!, perchè il minimalismo fa comodo, cosa resterà del nostro passaggio? Se non corro per paura di cadere, scorderò cosa vuol dire sentirmi libero.

C’è chi dice che mi butto a capofitto nelle cose. E che poi rimango scottato. C’è chi mi dice di stare attento. Di non prendere a cuore tutto, di mettere distanza. Le Distanze. C’è chi mi consiglia di non essere così focoso nei giudizi, così radicale nelle posizioni, così fragile se qualcuno mi fa una osservazione. Per risparmiare inutili sofferenze, per non rimanere nuovamente deluso. Di mettere un diaframma tra me e gli altri, una quarta parete tra me e la prepotenza delle sensibilità grattate a scaglie grosse di chi mi circonda.

Ma che cazzo di vita sarebbe questa? Che vita è una vita in cui ogni rapporto è basato sulla logica della distanza. Senza sperpero di emozioni. Senza dilapidare lacrime, senza sprecare energie. Che cazzo di vita sarebbe?

Risparmiare vuol dire mettere da parte. Io non so mettere da parte nulla. Non metto da parte l’orgoglio, la fatica, i ricordi, la famiglia, le offese, le umiliazioni, le parole sperperate e le frasi non dette. Non metto da parte nulla, col rischio di dare importanza a molte, troppe cose. Col rischio di dare importanza a persone grette, a gente invidiosa della mia luce, del mio entusiasmo. Col rischio di dare importanza addirittura al gesto scortese di uno sconosciuto sul treno. E ferirmi.

Se ho deciso di non buttarmi sotto il convoglio della linea 1 nell’ora di punta, se ho deciso di non dare in pasto la mia vita a droghe sintetiche e alcool, se ho semplicemente deciso di vivere senza che qualcuno lo abbia deciso per me, non ho altra scelta. Non posso vivere a risparmio, non posso amare, creare, soffrire, immaginare e sognare a risparmio. Non posso.

E per chi vive a risparmio: fatemi almeno la cortesia di smetterla di farci sentire sbagliati.