La repubblica delle fanfaluche

“Mi contraddico? Benissimo, allora mi contraddico, (sono immenso, contengo moltitudini).” – W. Whitman

Mi riabilito all’armonia soprattutto nei giorni di attesa. Quando si è seminato già da tempo ma non appare del germoglio neanche l’ombra. E ti giri più volte verso la stessa direzione per vedere se qualcosa è cambiato, se il bus ha svoltato da dietro la via, se i fiori sono stati restituiti dalla risacca porosa del tempo. Non c’è risposta alcuna. E anche il corpo ti chiede l’immobilita, nonostante la danza sia il tuo mestiere. Ho sorriso per i movimenti dell’avambraccio, per l’ombra che trascino, per lo scrocchiare delle ossa in un concerto di percussioni. Sfugge il sorriso come un colpo di tosse su un cumulo di piume bianche. Si disperde in mille punti di domanda, bianchi, leggerissimi. Vorrei sentirmi più vicino all’idea che mi ero fatto di me. Invece sorrido del fatto di allontanarmi diligentemente dal mio progetto. Scegliendo di fottermene totalmente. Scegliendo la mia unità di misura nella lista delle priorità:

⁃ umanità;

⁃ vita;

⁃ la ragione sugli altri.

Sono mesi che lascio parlare il mio sorriso, anche quando vorrei scegliere a caso tra la folla qualcuno a cui dare la colpa di tutti i mali del mondo. Armato di fossette. A fare spalluccia se qualcuno si è scordato di dirmi ciao. Sbattendomene il cazzo. Leggendo poesie di Walt Whitman. Sillabando la parola amore. Che tutto spiega, tutto permea, risolve e riabilita appunto. Mi prendo tutto il tempo di cui ho bisogno per creare una nuova costituzione: la repubblica dei ripensamenti, gli stati generali delle fanfaluche, la contea dei disordinati. Digitando la località “ a ramengo” sul navigatore. L’armonia è una sorta di reflusso gastrico. Ti sale da dentro quando vuole lei è ti cambia la giornata. E mentre pensi di averla spiegata come fosse un’espressione matematica, lei ha già trovato una prova reale per smentirti. E dimostrarti il contrario.

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i draghi da combattere

joel robison
 ridimensionare tutto \ ph. Joel Robison

Chi sono i mostri e i draghi che ho combattuto?

Giuseppe, 6 anni, un bambino bello che porta il mio stesso cognome. Magrolino, occhi intelligenti con macchie di color verde moquette. Il mio primo mostro da combattere.

Mio padre tornava dall’Africa 3 volte l’anno. La sua presenza si sentiva davvero solo quando era lontano. Il giorno dell’arrivo poi, tolti i primi 10 minuti di saluti, del ciao! del come va a scuola? dell’hai imparato le tabelline? tolti altri 10 minuti dello scarto regali (spesso lo scartare era già un momento di isteria in cui io e mia sorella guardavamo l’uno i regali dell’altra come se l’azione violenta dello spacchettare ci potesse rivelare altro oltre l’oggetto … un perché … una promessa … un resterò lo giuro) … ecco tolti questi attimi ci ritrovavamo soli più di prima ad aspettare il ritorno di un padre che stavolta però c’era, che era lì con noi: disabituato al linguaggio dei bambini, infastidito dalle loro urla, dai loro tornei per attirare l’attenzione.

Nei 20 giorni a seguire, i soli 20 giorni prima della nuova partenza io avevo un nemico da distruggere. Mio cugino Giuseppe. Il male personificato in un bambino con le ginocchia nodose, bello ed essenziale e a sua volta solo e randagio. Giuseppe era il figlio del fratello problematico di mio padre. Figlio dello zio perdente, il disgraziato, il pazzo, il poeta, l’incompreso. Giuseppe era per mio padre il bambino da proteggere dal padre screanzato, che si giocava tutto, che non riusciva a tenersi mezzo lavoro, che massacrava di botte la zia invecchiata di colpo a 25 anni, la zia che scoloriva lentamente come quando muoiono le rose in un vaso pieno d’acqua. Giuseppe era per mio padre il figlio da adottare, il cucciolo da salvare, l’Oliver Twist che gli ricordava se stesso alla sua età. Lui (mio padre), il grande di casa a 7 anni, primo di 5 figli uno più denutrito dell’altro cresciuti nel reparto tubercolotici dove ormai viveva la nonna.

Per me Giuseppe era il cattivo dei cartoni animati. Mio padre gli faceva gli stessi regali, usava per lui la stessa misura per qualsiasi cosa. Io non avevo alcun trattamento speciale per essere il figlio, zero. Mio padre come un giudice divideva esattamente a metà il suo già discutibile affetto e la sua attenzione non rendendosi conto che quell’equità di cui si vantava nel trattare i due cugini, era in realtà la peggiore delle ingiustizie dal mio punto di vista. Mi sentivo trattato allo stesso modo. Anzi, meno. Io per lui ero quello cicciotto, goffo e pauroso che non saltava i fossi, che non impennava con la BMX, che viveva nell’amore e nel calore dei parenti materni. Io ero quello che doveva capire. Quello fortunato, quello iper-protetto. Io dovevo essere buono e compassionevole nei confronti dei cuginetti bisognosi.

Ero qualche mese più piccolo di mio cugino. Ma ero sicuramente più pesante da tutti i punti di vista. Facevo taglia incolla con i discorsi degli adulti come se il mondo dei grandi fosse già mio, totalmente compreso, afferrato. Giuseppe era un bambino molto più fine è intelligente di me. Di quelli che poi da grandi non dicono una parola e tutti gli cadono ai piedi. Un potenziale capo di una setta. Disegnava benissimo, io ricalcavo benissimo. Possedeva in miniatura tutte quelle caratteristiche che rendono tronfi di soddisfazione i padri: sapeva giocare a calcio, sapeva difendersi, era affettuoso. Il mio esatto contrario.

Il mio primo lupo feroce da abbattere era lui. Ci pensavo continuamente. congetture su congetture. Film, strategie di distruzione, complicati piani per l’eliminazione erano la mia merenda. Non mi davo pace. Mosso da invidia, ho covato risentimento dando un nome e un volto a risentimenti più profondi di cui ancora oggi non sono pienamente cosciente.

Ma la cosa che mi strazia ancora oggi a 36 anni, è un’altra.

Come ho fatto a covare così tanto odio per una bambino? O forse ciò che non mi spiego è il come tutto quel l’odio sia penetrato nelle mie ossa, nei miei sguardi, nei miei sospiri là dove prima non c’era e si è calcificato negli anni … come ha fatto tutto quel l’odio a trovare così tanto spazio nel corpo di un me seienne.

E mentre passavano gli anni, ed entrambi crescevamo in due famiglie sfortunate allo stesso modo e diventavamo ragazzini, poi giovanotti, poi studenti e poi uomini fino al totale distacco, mi rendo conto che parte di questo distacco, di questo perdersi nel mondo, è stato per colpa del mio atteggiamento di diffidenza, di rifiuto, di ostilità. Eravamo due persone diverse già da piccoli, incompatibili sicuramente da tanti punti di vista ma infondo accomunati dallo stesso male: quei nostri padri fratelli, quei due incapaci, quei due degenerati.

Per anni mi sono nutrito di quel risentimento e me ne sono servito per trovare un alibi a mio padre. Forse per distrarre me stesso dal reale pericolo, che ovviamente non era mio cugino.

Sono passati decenni. Il mostro da combattere ha cambiato nome e faccia. Giuseppe è diventato Daniele, poi Antonio, poi Luca, poi Valentina, poi Giada, poi Alessandra, poi Nicola poi Pinco Pallo.

Persone che, a mio avviso, mi hanno fatto del male. E forse lo hanno fatto davvero ma quello che mi chiedo è: quanto di quel male reale ha rigenerato e riportato a galla altro male? Quanto di quel dolore reale si è mischiato e confuso con altro dolore?

E mi viene a volte il dubbio di aver combattuto una crociata costruendo una difesa sulla base di mie proiezioni, di mie fiction che hanno rimpolpato una realtà infondo scarna. So che non è sempre così ma il dubbio inizia a venirmi. Questo spiega anche il mio atteggiamento nell’ultimo periodo. La scelta di non fermarmi a ragionare sui torti subiti. Di non nutrire il male con altro male. Di non dare importanza a quella tensione verso il buio. Di ridimensionare tutto. Di distrarmi dal seienne sempre presente in me che vuole, che ha bisogno di fermarsi a covare il male.

Quindi chi è il mio nemico? Chi sono i nemici per colpa dei quali ho sofferto o contro i quali ho pensato di combattere? Sono reali o sono solo il risultato del mio bisogno di combattere qualcuno?

Che farò grandi cose

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zennissimo \ ph. Kyle Thompson

Che la vita mi abbia negli anni suggerito uno o più modi per auto incitarmi alla sopravvivenza questo è quantomai evidente. Sono il miglior coach di me stesso. Sono colui che crede maggiormente (forse l’unico) nelle mie potenzialità. Non chiedetemi su quale base. Sono in assoluto il maggior supporter della squadra composta da me, i miei braccialetti di legno, i miei fantasmini, le mie mutande tezenis in promozione e i miei biscottini Doemi integrali…

Questa è la mia squadra! Il team Manico.

Dopo aver scoperto il nuovo shop delle Equilibra in Piazza Argentina la new entry in casa sono stati gli integratori. Dopo una cura di vitamina C ora sono passato al complesso vitaminico B. Che oltre a essere un toccasana per il corpo dovrebbe (inspiegabilmente) favorire le mie funzioni celebrali. Pensate un po’! Con soli 3.50€ miglioreranno le mie funzioni mentantali. Le sinapsi saranno più solerti a fare il loro lavoro, i neuro trasmettitori come dhl scorrazzeranno da una parte all’altra della mia calotta cranica e il budino grigio, il dentro della noce nella mia testa non potrà che elaborare idee, stress e input con maggiore efficenza. Se funziona con un investimento di 3.50 € pro capite i governanti di tutte le nazioni del mondo potrebbero far tornare intelligenti i miliardi di idioti che popolano il pianeta. Dai macellai del sedicente stato islamico, ai pedofili del Vaticano, dai bulli ai prepotenti, dai radical chic ai complottasti, dai creativi del teatro di ricerca ai grafici hipster …. Tutti guariti dalla vitamina B… Rinsaviti, svegliati dal torpore, riapriranno gli occhi come la Bella Addormentata dopo l’abiocco, si alzeranno dal loro giaciglio con velocità sino a perdere l’equilibrio per uno svarione e Torneranno a pensare prima di parlare, ad ascoltare, a immedesimarsi, a cambiare punto di vista…faranno grandi cose.

E anch’io sento che farò grandi cose.

Innanzitutto inizierò ad amarmi, a credere nel mio domani, guarderò le persone sforzandomi di percepire l’immensa fatica che hanno fatto per essere arrivati fin li, salvi. Porterò avanti i miei progetti. Sarò Fedele alle mie inclinazioni naturali: l’arte, l’amore e la curiosità. Voglio saperne di più, imparare, stupirmi con ancora meno effetti speciali. Superare la paura dell’aereo e vedere panorami che non ho mai visto. L’India, l’America, l’Oriente. Farò grandi sogni e progetti nonostante la mia situazione economica, nonostante le correnti sfavorevoli. Ho bisogno di dirmelo. Ho bisogno di ricordarmi che sono solo vittima di un errore. Che non è tutto finito. Tornerò a creare, tornerò a scrivere, tornerò a fare il mio lavoro. Ho bisogno di rassicurare me stesso. Che non ho fallito, ho solo scelto di prendere le distanze da un certo me per fare il carico di energia. Per ritornare un giorno e tornare più lucido e più forte.

Farò grandi cose perché grandi cose penso, perché non temo la fatica, perché sono un’ inesauribile entusiasta. Perché soffro troppo, perché merito il giusto, perché mi infervoro, mi appassiono, mi fido.

nero come i pensieri a settembre

nero e basta
nero e basta

Penso a me come ad un pennello: setole larghe, morbido, sano, flessibile. Un pelo di bue, piatto e folto per i grandi sfondi, per i cieli, per la cromia instabile delle nuvole, per le campiture larghe dei prati.

In questo momento della mia vita mi vedo immerso nel colore nero. E’ una tempera, si lava via con l’acqua . Nulla di permanente. Solo nero. Potrei fare un disegno nero sul fondo nero. Non ho chiaroscuri.

Dicono che a furia di interpretare il ruolo di un ragazzo felice, sereno e “pieghevole”, uno poi alla fine ci diventa anche! Vedremo.

E’ un momento e passerà. Presto mi puliró dal nero e sarò pronto a nuovi paesaggi nuove tele . Ora sono nero. Indistinguibile. Radicale. Assoluto. Sgocciolo nero sulla mia strada. Poi penserò a pulire. Non ora.