A proposito di Verticalità – (diario di New York)

(tempo di lettura 13 minuti)

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dal film The Walk – Joseph Gordon-Levitt

Mastico più forte il chewing-gum  quando avverto il primo segno di un abbassamento di quota. I voli low coast possono rivelarsi un vero e proprio tormento per i miei timpani geneticamente sul punto di rompersi. Rumino un sassolino di gomma ormai quando il bimbo della fila dietro inizia il gioco del dare calci al mio schienale. Ma non mi difendo. Lascio che continui.

Sto leggendo un bel libro, Questo bacio vada al mondo intero di Colum Mc Cann. Sono a pagina 217, interrompo la lettura esattamente sulla frase nessuno cade a metà, esattamente quando il bimbo dietro di me emette il grido Cadiamoooo!

Questo è troppo.

Io ho molta paura di volare. Cosa diceva il training? Fare un bel respiro e attivare le dita dei piedi. I miei sono ormai origami rosa nelle Nike. Come devo codificare questa coincidenza? Ogni volta che prendo un volo faccio un breve testamento che invio via whatsapp a mia madre. Comunque vada festeggiate! – conclude il messaggio.

Poi invio, metto in modalità aereo infine spengo. Prima di volare mi batte il cuore in modo diverso. Sento il suo capovolgimento e lo seguo con attenzione sino alla resa. Si chiudono i portelloni. A quel punto sono in trappola. Le alternative sono due:

  1. Urlare aiuto!
  2. Arrendermi.

Scelgo la seconda e torno a leggere.

Il protagonista del romanzo è il funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto 1974 compì la straordinaria impresa di attraversare le torri gemelle utilizzando una fune. Ho incontrato questo libro per caso, come quando incontri un amico in una città immensa e sconosciuta  a entrambi. È successo mentre curiosavo i blog sulla città di New York. Ho pensato che potesse sostituire la cartina. Così è stato. Come una bussola un po’ arrugginita il libro mi ha guidato per i quartieri dell’East Village e della periferia newyorkese degli anni 70. È stato come visitare l’Europa con uno stradario del 1981 e imbattermi nella parola Iugoslavia o Berlino est. Tra un crumble muffin e un veggie bagel, ho lasciato fosse l’errore, questa involontaria smagliatura del tempo a guidarmi. Ho sbagliato più volte strada. È stato allora che ho capito che stavo cominciando a viaggiare.

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Agosto 1974 – Philippe Petit fotografato da un passante

Andremo a New York! – Aveva esultato Elisa lo scorso Novembre.

Berlino? – Rispondo.

No, New York! – Fa lei.

Lione? Vienna? – Rilancio.

New York! – Risponde con tono sempre più sicuro.

Matera? Hai mai visto i sassi? Vi prego non fatemi volare! – Imploro io, invano.

Andremo a New York! Andremo ad Agosto! – Con questa sentenza Elisa, prima di Natale, distribuì i seguenti compiti: Tu cercherai dove dormire, tu cosa fare, tu ti occuperai dei visti, io mi assicurerò che i timing vengano rispettati!

Ed è per questo motivo che, malgrado la mia resistenza, il mio stop ai voli durato 3 anni per la paura di perforare i timpani, ora sono a migliaia di metri dal suolo.

Non sono per nulla triste che sia finita la vacanza. Torno a casa con la voglia di tornare, sazio di stupore. Appena toccherò terra, quando sarò davvero sicuro di essere vivo mi sforzerò di fare due cose:

  1. Apprezzare incondizionatamente l’Italia.
  2. Praticare la gentilezza senza pormi limiti.

Il libro racconta il 7 agosto del ‘74 attraverso lo sguardo di personaggi che quel giorno si trovavano a New York. Più vado avanti con la lettura e più ho l’impressione che chi rischia davvero la vita non sia il funambolo! Sono esseri umani in bilico tra la rabbia e l’impotenza, tra il desiderio e la disperazione. Tutti precipitati nel loro inferno tranne uno: il funambolo. Colui che passo dopo passo attraversò il World Trade Center da una torre all’altra senza protezioni.  Questo a dimostrazione del fatto che l’equilibrio non ha nulla a che vedere con la distanza da terra, la fortuna, la posizione di rilievo che occupi nel mondo, il numero di followers, l’indice di fighezza che hai. L’equilibrio è nulla di tutto ciò.

Mi giro verso il bimbo che tira calci e con un’occhiata ci capiamo. Ammutolisce. Il comandante annuncia l’inizio della fase di atterraggio. Tra 15 minuti circa toccherò terra.

Sul taxi che dal JFK porta al Lower East Side, attraverso il Williamsburg Bridge, a sinistra c’è un immenso cimitero, scarno e con le lapidi interrate a perdita d’occhio. Sulla destra, improvvisamente scorgi Manhattan. Aveva ragione Céline, penso. Nel suo Voyage au bout de la nuit, quando vide per la prima volta New York scrisse di una città verticale, affetta da una rara forma di priapismo architettonico, sempre in erezione. È proprio un senso di vertigine quello che ho provato alla vista di quell’eccesso di verticalità e di cemento armato. Un sussulto per la violenza di troppo grigio all’orizzonte.

Arrivati nel nostro appartamento in Eldridge St. ho subito capito che non sarei riuscito a dare una definizione al quartiere. Il Lower East Side è una spugna di mare sfuggita all’East River. Sul più bello che ti sembra di averne disegnato i contorni, lui ha già cambiato forma. È meraviglioso. Sembra parlare di me, delle mie inesattezze. Case basse, scale anti incendio, sinagoghe, puzza di piscio, botteghe di rigattieri, caffè, campi di basket condominiali, eroinomani immobili a fissare una panchina, turisti in Birkenstock, coworking, gallerie d’arte, polizia, fashion victim e addirittura una ragazza accaldata in topless, folate di cannabis, vintage shop e graffiti, graffiti ovunque. Dai minuscoli tag ai muri di cinta colorati dei parchi passando dalle monumentali pareti divenute storia dell’arte. La Sistina dei newyorkesi, ecco cos’è. Imponenti, verticali fotografie a colori della realtà mediata dalle bombolette spray. Regali di sconosciuti all’unanimità. Capolavori di una notte, risultato di un gioco di squadra che sfida i più sofisticati sistemi manageriali, oltre ogni fottuto organigramma aziendale, oltre la legge, la dove inizia l’arte, appunto.

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Eldridge St.

Una delle impressioni più chiare provate a New York è quella che tutto può accadere nel trascorrere di una notte. La velocità della creazione speculare alla velocità della distruzione. Non a caso, in questa città, una mattina ti svegli e appare una bambina spocchiosa e minuscola, una faccia di bronzo oltre che di culo, che guarda dritto negli occhi il toro di Wall Street quasi a dire: noi donne siamo più forti del vostro capitalismo di merda! Una mattina ti svegli e non hai più il tuo visto. Fuori!! Tornatene al tuo paese! Una mattina ti svegli e le due torri sono venute giù, e con loro, milioni di sogni. Per questo motivo piango. Contro ogni mio volere, bypassando ogni mio cinico sforzo. Piango appena scorgo le cascate d’acqua del memorial. Lo stomaco mi chiede di piangere. Non la testa. La testa mi dice che gli americani sono furbi. Sanno speculare sulla morte, sanno trasformare un cimitero in un parco dei divertimenti. La testa mi dice che in Europa ci sono state molte più vittime o in Giappone o in Siria o in Vietnam. Eppure lo stomaco mi dice piangi! Fallo ora! Così è. Piango il crollo dei sogni in un ora. Piango perché non vedo il fondo delle vasche. Piango per il silenzio di quella sera, piango per chi restò attaccato all’altro capo del telefono, per l’albero sopravvissuto al disastro, per le rose bianche, per i nomi incisi, per la perfezione del cielo a Settembre, per la cieca sofferenza dell’uomo disposto a morire per far morire. Ogni crosta di cinismo va a farsi benedire. In fondo a quale tombino sono finiti quei sogni? Dove ci porta l’acqua quando cade nel buco?

Il funambolo è un fuorilegge. Elude i controlli, si posiziona sul tetto della torre e aspetta l’alba su Manhattan. Sono le 5:40 circa del mattino. A oltre 400 metri dal suolo. Dalla torre Sud alla Nord e viceversa per 8 volte. Fluttuando nella profondità delle nuvole. Yes you can!

Tra pochi minuti atterrerò all’aeroporto di Malpensa. Sento il mio orecchio destro contrarsi da dentro come un elastico. Ho paura che di colpo il gancio che tende questo elastico molli la presa improvvisamente così da far saltare ciò che la testa contiene, sino al midollo, pensieri compresi.

Sul ponte Marco mi da un colpetto sulla spalla e mi dice baciami adesso. Il ponte di Brooklyn è la risposta americana al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, è la Tour Eiffel senza la spocchia francese, la Piramide di Cheope a stelle e strisce, forse la più riuscita dichiarazione di modernità oltreoceano. Secondo me, il vero simbolo della città è lui, il ponte, non la statua della libertà. Siamo sullo sfondo di migliaia di selfie di sconosciuti da tutto il mondo. Il ponte è oggettivamente bello. È il frutto della fatica umana. Della sua tensione. Del suo ottimismo. Questo ottimismo ci contagia al punto di decidere di attraversarlo a piedi sotto il sole di agosto alle 14:00 nella direzione contraria alla massa, ovvero puntando a Brooklyn.

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Antonio, Elisa, Marco ed io.

Siamo quattro pazzi! – Ci ripetiamo.

Decidiamo di voltarci solo alla fine del terzo pilone. Come quattro mogli di Lot versione hipster o come quattro cloni di Orfeo risaliti dagli inferi della Downtown, cerchiamo di resistere alla tentazione di voltarci, quasi fosse la condizione necessaria alla buona riuscita di un incantesimo chiamato Skyline! Ed è così.

Siamo stati proprio bravi ragazzi! Ci meritiamo un bagel a Brooklyn!

Altra coincidenza: una notifica sull’I-phone mi avvisa che è appena crollato un ponte a Genova. Non ci faccio caso. Sai che novità? In Italia crolla tutto! Dopo qualche minuto, mi rendo conto della gravità. Verticale come un crollo, come una doccia fredda. Con il ponte crolla molto altro. Mi sento schiacciare il petto per un attimo. Come può essere possibile? Non era un ponte di funi e legno, era cemento. Era un ponte di cemento. Chi ha permesso tutto questo?

Con i miei compagni di viaggio ci accertiamo che nessuno dei nostri amici in Italia sia coinvolto nella tragedia, come se questo rendesse meno tragedia la tragedia. Poi, diamo un ultimo sguardo al ponte di Brooklyn mentre all’orizzonte il cielo si gonfia di nero, quasi a pretendere un tramonto alle 3 del pomeriggio. Giusto il tempo di contattare un Driver dall’app VIA e salire a bordo. Poi si scatena un temporale estivo, violento, oceanico.

Quando decido di partire con qualcuno, il mio terrore più grande è quello di disintegrare i rapporti. Del resto non c’è detonatore emotivo più pericoloso della vacanza. Penso sia un timore diffuso. La convivenza forzata può rivelarsi una prigione! Ogni scelta, ogni timing, ogni alternativa va cooperata. I miei tre compagni di viaggio si sono confermati Best Friends in un crescendo di empatia. Ecco una breve lista di cose che li riguardano che ha aumentato il livello del mio affetto per loro:

  • Elisa mi stringe la mano solo nei decolli, durante gli atterraggi si dimentica che ho paura e si addormenta: adoro.
  • Antonio ride come un matto quando dico la frase siamo dei duri: adoro.
  • Marco mi ha più volte detto ti amo per la felicità: adoro.
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Williamsburg e il cielo.

Un passo dopo l’altro abbiamo camminato lungo traiettorie dettate da fili invisibili, corde tese che vedevamo solo noi quattro. Come funamboli tra le nuvole. C’è qualcosa di misterioso sui marciapiedi di Brooklyn, un dubbio di non essere a New York osservando i pali della luce in legno a Williamsburg, c’è insolita bellezza nei locali Jazz del West Side. Sarà che siamo in agosto, eppure ho trovato la High Line a Meatpacking un luogo dove fermarsi e scrivere favole per bambini e che dire di Chelsie?

Questo è il posto in cui vorrei vivere, anche solo per qualche mese! – sbotto io.

È la quarta volta in due giorni che lo dici! – Mi ricorda Elisa.

In effetti ho detto la stessa cosa per altri tre quartieri. Eppure Chelsie mi ha dato davvero qualcosa in più.

Giochiamo ad immaginare di vivere qui? – Le faccio.

E giù a fantasticare sulle nostre giornate tipo, sul budget, su cosa vorrebbe dire la routine nella grande mela e cazzate di questo tipo. Cazzate che comunque mettono di buonumore. A noi quattro si aggiunge la piccola Giò: 21 anni, italiana, diplomata all’AMDA, il suo sogno è Broadway ovviamente. Alle 9 del mattino è già in Time Square a cantare le canzoni del musical del quale sta sbigliettando le riduzioni.

Mi pagano bene ed è divertente! – ci dice mentre si sistema gli accessori del costume da cameriera! Le chiedo di cantare per me, canta molto bene. Le luccica lo sguardo dietro gli occhiali. Non è sicuramente il tipo di ragazza che in Italia può sperare di avere successo. In America il corpo perfetto è sicuramente importante ma non essenziale. Questo spiraglio mi fa trasalire. Esiste davvero il sogno americano? Vado a vedere il musical Waitress al Brooks Atkinson Theatre di Broadway e penso che si, esiste. Attori e danzatori non convenzionali di rara bravura tecnica ed espressività. Visito le grandi scuole di Performing Arts di New York e penso si. C’è spazio per la diversità se c’è talento. Faccio due chiacchiere con la commessa della Public Library e penso si, gli studi umanistici e artistici hanno pari valore degli studi economici, medici o ingegneristici. Si esiste il sogno americano. Lo penso. Si tratta della capacità di darsi una seconda possibilità, di inventarsi da zero, di non buttarsi merda addosso. Noi Italiani siamo maestri in questo. Ci lamentiamo di Salvini, che è oggettivamente un ignorante e intanto gli americani stanno sopravvivendo a Trump, il dio del pressappochismo.

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New York Public Library

Atterraggio perfetto: non ci sento da un orecchio.

Un giorno intero ad Harlem è stato la svolta, la linea di demarcazione tra ciò che ci si aspetta dalla grande mela e un nuovo capitolo scritto da noi. Da quel giorno abbiamo cominciato a vedere New York in modo diverso. Entrati nella Caanan Baptist Church of Christ, una congregazione battista sulla 132 West, abbiamo perso il controllo della nostra emotività. Ci sediamo sulle panche in legno del vecchio cinema che dal 1932 è divenuto un centro di culto… dalla fiction a dio è un attimo. Ho avuto la stessa confusione quando ho visto il cimitero dietro la Trinity Church. Prima di tutto perché non mi aspettavo di vedere un cimitero nel traffico di New York e poi perché tra i defunti veri c’erano anche personaggi di fantasia, morti in quel luogo si, ma attraverso le pagine di un romanzo. Come vedere in un cimitero europeo, tra le lapidi di marmo, anche quella di Biancaneve.  Questo a sostegno dell’idea che l’arte determina la realtà e non viceversa. Stessa vertigine. Ad Harlem, durante la funzione, un’anziana donna di colore piccola piccola sta cantando con il cuore nelle mani e il rossetto rosso pomodoro. Smetto di piangere dopo un ora. non sto esagerando. Il reverendo Travis sembra uscito da un convegno alla Bocconi. E’ così aitante che sembra photoshoppato. Sono nel colore. Sono nelle forme che amo. L’ambra, il turchese, il colore viola, i fiocchi, i piegoni delle gonne, i cappelli eccentrici, i calzini, i colletti con le iniziali, il glamour afroamericano, il bianco del sorriso, la musica, il coro che danza o la danza che canta, l’organista, il pianoforte a coda, il matto della congregazione, la zitella, le parrucche, i colori complementari. Giuro di aver visto gli stessi colori sulla tavolozza di legno della mia mamma quando dipingeva nel sottoscala della nostra casa in Via Tagliamento: sepolta dalle tele, tra i ritagli di giornale, l’olio di lino, l’acquaragia… mi sembra di sentire il suo fischiettio. Forse è l’unico ricordo che ho di mia mamma veramente felice. Felice in una prigione di colore dove era impossibile perdere l’orientamento. Al sicuro tra i colori a olio, tra gli ulivi blu sulla tela.

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due signore ad Harlem

Sono vivo! – mi dico. Segue quel margine di non tempo e non spazio in cui si è seduti in attesa dell’ok da parte del comandante, prima di poter slacciare le cinture e scorgere la luce che filtra all’apertura dei portelloni. Si aspetta. Il bimbo esulta. anche io a l’idea di non rivederlo mai più.

See you never! – è il tormentone della vacanza! Ci divertiamo a dirlo un pò a tutti, sfatando la recondita possibilità di non tornare più. Io invece son sicuro che tornerò. Ho voglia di sentire il respiro della città di notte dall’ottantesimo piano dell’Empire. Ritornerò in cima a quel suono indistinto: il nero di Central Park, la folla, l’oceano, il traffico, aspettando di guardare King Kong dritto negli occhi.

See you never guys! – e scoppiamo a ridere scendendo dall’aereo. Funambolici.

Sputo il chewing-gum in un fazzoletto di carta, nelle tasche trovo uno scontrino di Starbucks.

Ragazzi colazione?

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Che farò grandi cose

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zennissimo \ ph. Kyle Thompson

Che la vita mi abbia negli anni suggerito uno o più modi per auto incitarmi alla sopravvivenza questo è quantomai evidente. Sono il miglior coach di me stesso. Sono colui che crede maggiormente (forse l’unico) nelle mie potenzialità. Non chiedetemi su quale base. Sono in assoluto il maggior supporter della squadra composta da me, i miei braccialetti di legno, i miei fantasmini, le mie mutande tezenis in promozione e i miei biscottini Doemi integrali…

Questa è la mia squadra! Il team Manico.

Dopo aver scoperto il nuovo shop delle Equilibra in Piazza Argentina la new entry in casa sono stati gli integratori. Dopo una cura di vitamina C ora sono passato al complesso vitaminico B. Che oltre a essere un toccasana per il corpo dovrebbe (inspiegabilmente) favorire le mie funzioni celebrali. Pensate un po’! Con soli 3.50€ miglioreranno le mie funzioni mentantali. Le sinapsi saranno più solerti a fare il loro lavoro, i neuro trasmettitori come dhl scorrazzeranno da una parte all’altra della mia calotta cranica e il budino grigio, il dentro della noce nella mia testa non potrà che elaborare idee, stress e input con maggiore efficenza. Se funziona con un investimento di 3.50 € pro capite i governanti di tutte le nazioni del mondo potrebbero far tornare intelligenti i miliardi di idioti che popolano il pianeta. Dai macellai del sedicente stato islamico, ai pedofili del Vaticano, dai bulli ai prepotenti, dai radical chic ai complottasti, dai creativi del teatro di ricerca ai grafici hipster …. Tutti guariti dalla vitamina B… Rinsaviti, svegliati dal torpore, riapriranno gli occhi come la Bella Addormentata dopo l’abiocco, si alzeranno dal loro giaciglio con velocità sino a perdere l’equilibrio per uno svarione e Torneranno a pensare prima di parlare, ad ascoltare, a immedesimarsi, a cambiare punto di vista…faranno grandi cose.

E anch’io sento che farò grandi cose.

Innanzitutto inizierò ad amarmi, a credere nel mio domani, guarderò le persone sforzandomi di percepire l’immensa fatica che hanno fatto per essere arrivati fin li, salvi. Porterò avanti i miei progetti. Sarò Fedele alle mie inclinazioni naturali: l’arte, l’amore e la curiosità. Voglio saperne di più, imparare, stupirmi con ancora meno effetti speciali. Superare la paura dell’aereo e vedere panorami che non ho mai visto. L’India, l’America, l’Oriente. Farò grandi sogni e progetti nonostante la mia situazione economica, nonostante le correnti sfavorevoli. Ho bisogno di dirmelo. Ho bisogno di ricordarmi che sono solo vittima di un errore. Che non è tutto finito. Tornerò a creare, tornerò a scrivere, tornerò a fare il mio lavoro. Ho bisogno di rassicurare me stesso. Che non ho fallito, ho solo scelto di prendere le distanze da un certo me per fare il carico di energia. Per ritornare un giorno e tornare più lucido e più forte.

Farò grandi cose perché grandi cose penso, perché non temo la fatica, perché sono un’ inesauribile entusiasta. Perché soffro troppo, perché merito il giusto, perché mi infervoro, mi appassiono, mi fido.

riflessioni sotto una nuvola fantozziana

sola sola lei
sola sola lei

Aveva ragione il caro vecchio Oscar ( Wilde non Lady) sul fatto che sia più facile essere amici nel dolore che nella felicità! Con questo non intendo dire che non ci si debba aiutare nei momenti di crisi. Intendo dire che è più complesso, richiede più maturità, maggiore centramento emotivo il fatto di dimostrare empatia quando si sta semplicemente bene o, quando si sta particolarmente bene. Quando ti ritrovi a provare un immotivato senso di colpa per il fatto di essere felice vuol dire che qualcuno intorno a te sta interpretando male il suo ruolo. Perché io penso sia mio dovere alimentare la felicità di chi mi sta vicino anche e soprattutto quando per me non c’è tanto da gioire. Ritengo sia questa una delle più alte manifestazioni dell’evoluzione umana. Ma è anche una questione di rispetto nei confronti di chi è felice. E se in un primo momento ti stai sforzando ( di sorridere, di provare gioia), se resisti, l’eco di quella felicità messa in circolo prima o poi ti ritorna indietro come una medicina.


Il problema e’ sempre uno: il GIGA-EGO. La depressione e’ una delle peggiori forme di egocentrismo!
A quanto “IO ” siamo disposti a rinunciare per ascoltare qualcuno e per provare piacere per le sue vittorie?
Ribaltando il punto di vista il concetto non cambia. Sono davvero in grado di condividere la mia felicità con gli altri?

Mi rivolgo ai miei “amici” soprattutto quando sto male? ( o quando sono single triste o sono stato mollato con un sms?) In che misura temo la pubblica espressione della mia felicità ? Quanta impopolarità rischio dichiarandomi felice?


Alla domanda “come stai?” … faccio un bel respiro, deglutisco e comincio a raschiare il fondo del mio barile alla ricerca di bellezza anche nei momenti peggiori. Rispondo “Bene” ovviamente con lo stesso incomprensibile trasporto di Beth ( di Piccole donne) un momento prima di schiattare di tubercolosi!

Il capodanno più bello

buoni e cattivi propositi

Sono al cinema.

L’Apollo, Milano, in galleria. Sfruttiamo questo abbonamento da 19 euro. Passerò qui il mio capodanno. Nella bolla, sott’acqua, dove mi sento protetto.

Con me Marco. E una sconosciuta venuta in bicicletta. Viene anche lei dal sud. E’ sola, e’ sola al cinema il 31 dicembre ed è la persona più dolce e solare che abbia conosciuto nell’ultimo periodo.  Si chiama Luciana. Ci ha reso felici attaccar bottone. Mangiare il panettone offerto dal cinema e brindare davanti a un bel film spagnolo! Un film sul potere della rivincita!

Tutto ciò che desidero e’ anche ciò che da me è più lontano: non avere più paura. Trasformare la mia paura in pupazzi di neve pronti diventare una pozzanghera d’acqua fresca all’arrivo del primo calore. Avere forza e distanza tali da riuscire a verbalizzarne la natura con me stesso e con gli altri e diventare così la soluzione personificata ed essere d’aiuto a chi si trova impantanato così come me me ora. Guardarmi allo specchio e riconoscermi disperato , felice, perdente, vincente, amato odiato non importa … purché non spaventato, purché non terrorizzato o impietrito o paralizzato!

Penso sia il mio capodanno più bello!

Buon 2015 ragazzo!

Il Natale è come la pioggia

chiavi di lettura

Nell’istante in cui sei maturo al punto da emanciparti dall’equazione natale=felicità succede che qualcosa di molto simile alla felicità tuo malgrado ti pervade.
Per anni ho sperato che “Babbo Natale ” mi portasse un “Babbo e basta”! Per anni ho proiettato su questo buco Nero chiamato babbo tutti i torti che ho ricevuto o le possibilità che mi sono state negate.
Dicembre con la sua pantomima rossa e oro, la bontà programmata su google calendar con notifica ogni 2-3 ore, ha fatto da contenitore e da detonatore a questo dolce baratro chiamato FESTA.
E come spesso accade quando certi conti non tornano, a volte la cosa più giusta da fare e anche la più ovvia, la più fisiologica: è Mollare. Mollare, dichiarare sconfitta, ammettere di non poter comprendere, staccare la spina , allontanarsi dai fogli pieni di cifre e distogliere lo sguardo. Svagarsi, riposare gli occhi guardando altro. O addirittura osare la lenta meticolosa epurazione dei canditi dal panettone. Ci metti un po’, è vero, ma una volta tolti tutti miracolosamente lo puoi addentare anche se si è sfaldato. Il gusto resta anche se la fetta non è perfetta.

La magia del Natale è una cosa che ti devi conquistare con fatica e intelligenza. E una volta conquistata, non ci sono buoni propositi, non aspettarti attenzioni particolari, baci sotto foreste di vischio, intossicazioni da zenzero. Non aspettarti nulla. La felicità e’ qualcosa di molto simile alla pioggia. Arriva quando arriva e le previsioni quasi sempre non ci azzeccano.

Istantanee dal mio piano a

accadde l’impossibile

 Ognuno di noi aveva un suo piano A: la vita che avrebbe dovuto vivere se le cose non fossero andate così come sono andate. Non è una questione di rimpianti o patetici se fosse…Tutti abbiamo rinunciato ad un piano A per mille motivi.

Il mio piano A era vivere nella mia città (Lecce) lavorare nel più bel teatro della città (Koreja) con le persone che amo (Marco e mia sorella) vicino alle persone che amo (mamma).

Per uno strano caso di allineamento sinergico di tutto i pianeti, la vita mi ha regalato per 3 giorni la preview di come sarebbe stato il mio piano A. Mi sento fortunato. Mi sento preso in giro perchè tutto questo è crudele.

Ora, tornato al mio piano N penso che l’istinto all’adattamento ci appartiene malgrado noi. Ogni programma ben stilato non regge il peso degli inevitabili piano B, piano C, D,E,F…

Ecco cosa ho vissuto in questi pochi giorni a casa. Mi basta.

il giorno in cui capì di essere un bambino con lo stile innato

ricchezza
ricchezza

C’era un tempo in cui eravamo poveri ma così poveri che il budget giornaliero di mia mamma era 1000 lire così gestiti: 500 lire per 1/2 lt di latte parzialmente scremato e il resto per un pacco di pasta. Con 1/2kg mangiavamo in tre anzi in 4, compresa Laika il cane.

Il gioco preferito di mia mamma si chiamava: “la divina provvidenza.” Ogni giorno infatti, ci diceva che qualcosa di straordinario e inaspettato ci sarebbe arrivato senza dover chiedere niente a nessuno ne’ facendo alcun debito. E, ve lo giuro, non passava giorno in cui non succedeva che qualcuno, un parente, un’amico, una vicina di casa , qualcuno non venisse a trovarci portandoci qualcosa di buono e necessario: pomodori, basilico, cipolla, pane fatto in casa, orecchiette , maccheroni, torte pasticciotto, melanzane peperoni, fichi tanti fichi…”ecco! la divina provvidenza !” Diceva la mamma- ” non moriremo mai di fame!”

Ricordo un giorno come se fosse ieri. Era fine estate, caldo torrido, da un bel po’ io e mia sorella chiedevamo nelle nostre preghiere alla “divina provvidenza ” di poter assaggiare almeno una fetta di cocomero prima che l’estate finisse… Ma niente… Era l’anno in cui (Sara’ per via della grandinata o chissà ) i cocomeri erano carissimi anche per la divina provvidenza al punto che avevamo ormai perso ogni speranza! Ma un giorno un nostro vicino di casa si presentò con metà cocomero, rosso compatto zuccheroso, stupendo! Eravamo felicissimi e decidemmo di metterlo in frigo per mangiarlo fresco a cena ( nel senso che era la cena)… Ma quella sera ci fecero visita dei nostri parenti, parenti che venivano da lontano, che non sapevano del nostro periodo “povertà ” (o almeno spero) e con i quali ci tenevamo a far bella figura… Beh ! Va da se’ che senza indugio ci privammo della nostra cena per offrire loro un fresco dessert alla frutta ( vedi teoria della relatività ). Eravamo davvero piccoli! Non avevamo ancora visto ne “Via col vento” ne’ “Piccole donne” e comunque nei film che ci facevamo nella testa eravamo sempre e comunque Star dello spettacolo o alla peggio principesse! I ruoli drammatici da neorealismo li abbiamo capiti più in là nel tempo…. per cui diciamo che queste scene da patetici miserabili non potevamo averle copiate da nessun film…eppure ricordo perfettamente la mia espressione e quella di mia sorella quella sera: folgorati entrambi da un moto di orgoglio, di dignità , di fierezza che credo di non aver mai più provato da allora.

In quel preciso istante capì che avevamo Stile.

se mi viene bene la crostata sono sopravvissuto a questo mondo di merda

taci taci taci
taci taci taci

Calpesto geometrie di foglie stickers quando i temporali rendono glitterati i viali di Milano con un croissant ai frutti di bosco infilato in bocca – “me lo metta in cortoccio! è da portar via!” – vai a capire perchè, perchè farlo incartare se poi appena esco dal bar lo divoro. Tappare i buchi perchè è sempre meglio che mordersi la lingua. -” ti trovo bene!” – hanno il coraggio di dirmi ed io:- “Sti gran cazzi!”- penso, mentre mi si crepa il sottile strato di IALURON-PLUS che ho spalmato sul viso la mattina davanti allo specchio mentre facevo il playback di Reach Out I ‘ll be There di Gloria Gaynor.

…Now if you feel that you can’t go on
Because all of your hope is gone
And your life is filled with much confusion (much confusion)
Until happiness is just an illusion
And your world around is crumbling down, darlin
reach out come on …

Che poi è la sigla di quando mi sento un pelino “F.C.” cioè FUORIFOCUS. Beh in ogni caso, una volta avrei cominciato a scatenare l’inferno contro le ingiustizie del mondo…oggi no! Sono un fuori focus stremato e neanche i saldi di Zara mi potrebbero guarire. Perchè quando sono FC molte cose mi si epifanizzano improvvisamente in tutta la loro volgarità e siccome io, da vero principesso sul pisello, mi sento ineludibilmente superiore al resto del mondo (non so in quale foglietto illustrativo l’ho letto) mi sale una voglia irrefrenabile di incendiare la gente o scrivere su tutti i blog della rete :”MANUELA ARCURI SEI UNA CAGNA!” oppure “RADICAL CHIC DOVETE MORIE!” oppure ” VI ODIO TUTTI!”

…così a cazzo… ma oggi no, oggi io, col potere conferitomi da me stesso ho deciso che userò il mio stato di vero FC per imparare a fare una crostata aprendo a caso il libro di Benedetta Parodi. Se mi viene bene tengo duro e provo ad aspettare che qualcosa si muova anche per me. Se mi viene male mando il mio CV da LUSH e vado a vendere saponette con dignità! 

2 ore dopo: non avevo le uova per la pasta frolla.

le cose che piacciono a me

bellezza
bellezza

a davide non piace la volgarità, la prepotenza, la frustrazione che porta all’invidia, l’incapacità di condividere la felicità, i giochi fatti di nascosto, i sorrisi di circostanza, la gente che svilisce la progettualità, le pacche sulla spalla, i 40\50 enni irrisolti, chi ha dimenticato l’italiano per due settimane di vacanza all’estero vendute come lavoro, chi non è capace di ascoltare, chi non rischia, chi vuole andare d’accordo con tutti, chi non prende una posizione.

a davide piace svegliarsi presto per fare colazione col suo amore, toccare i polpastrelli dei gatti, schiacciare le palline del pluriball, addormentarsi col suono del phon, mangiare la parte centrale dell’anguria, addormentarsi in treno, ricevere regali, l’accredito dello stipendio, fotografare le cose belle, conservare post-it, prendere un accento in musica mentre danza, ascoltare, fidarsi, fare l’amore di pomeriggio, mangiare con amici, preparare le polpette, curare il basilico, compare occhiali da sole, andare al cinema di pomeriggio, l’odore del palcoscenico, la Nutella e i baiocchi, la Cocacola con il limone, l’abbraccio di Anigiul, andare sott’acqua, guardare il mare…

maggio e fuori piove

to do
to do

Trovare la forza, l’energia, l’entusiasmo, preparare un piano B, poi un piano C, forse anche uno D, non lasciar intravedere quel senso di paura, sorridere quando si ingoia un rospo, smussare gli angoli, giustificarsi, dire a se stessi che gli errori e le sconfitte sono solo aree di miglioramento, stringere i denti, essere produttivi, creativi, efficienti, non osare chiedere, non aspettarsi mai nulla, sorridere delle piccole cose anche se alle piccole cose vorresti dare fuoco, correre, curare la pelle mentre tutto il di dentro no: tanto non si vede! non dimenticare mai quei cazzo di occhiali da sole, anche se è maggio e fuori piove.

quanto è bello piangere!

una valle di lacrime
una valle di lacrime

Dovrebbero istituire dei corsi di felicità….

La regione lombardia organizza una miriade di corsi inutili eppure di felicità niente! Sono sempre impreparato davanti alla felicità. Ma la cosa più assurda è, devo ammetterlo, che di occasioni per essere felice ne ho avute tante che quasi me ne vergogno…. Qualcuno però, attraverso un diabolico maleficio, mi ha instillato il senso di colpa da una parte e l’’ideale di perfezione dall’’altra…. E credo che questi siano due requisiti fondamentali per l’infelicità. Ogni volta che gli eventi della mia vita hanno fatto si che dovessi esultare di gioia, io inevitabilmente ho reagito con un pianto disperato.

Che figlio difficile!! Da piccolo a natale mandavo in crisi tutta la famiglia perché l’atmosfera di pace e amore mi turbava al punto da creare conflitti e disastri. “Davide, cosa desideri? Cosa vuoi che ti porti babbo natale?” Tutto!!!volevo tutto!!! E chi vuole tutto in realtà non vuole niente…… ma perché non potevo essere felice della nuova BMX super accessoriata? Perché non ero felice della macchina da corsa, del treno con tutta la ferrovia (4 metri quadri di pista con case macchine, parcheggi, alberi, passaggi a livello … che …neanche le ferrovie nord sono così attrezzate)…

Perché non ero felice? E poi passano gli anni e i giochi diventano armi pericolosissime come lo scooter: il sogno di tutti gli adolescenti. Lo scooter è il rito d’’iniziazione, …la prova delle prove. E’ il mezzo necessario per testare la normalità di un figlio. Se il figlio fa salti di gioia è detto normale. Se il figlio resta impassibile e lo lascia marcire in un box, il soggetto in questione verrà considerato inguaribile.

E poi il primo amore.
Mi sentivo così fortunato d’aver incontrato quel ragazzo! Così fortunato che dovevo rovinare subito tutto. Iio fossi stato al suo posto mi sarei mollato molto prima di quei tre meravigliosi mesi passati assieme.
Che ragazzo difficile!! E la distanza si? la distanza no? la gelosia si? la gelosia no? la gelosia di che poi?? Era un cesso!! Di che dovevo essere geloso? di un cesso? E il sesso? subito oppure dopo? l’’opzione dopo mi sembrava la più corretta… però in quel caso l’’istinto d’’infelicità mi ha salvato perché, secondo i miei piani, avrei fatto sesso al quinto mese di rapporto …grazie al cielo il cesso mi ha mollato al terzo mese ed io oggi posso vantarmi di non aver provato l’’indescrivibile esperienza di aver fatto sesso con un cesso.

E poi la prima audizione andata a buon fine: …quanto piangere! Non potevo semplicemente brindare … …che ne so…… stappare una bottiglia di spumante…! E poi il mio primo esame in università! Che tragedia prendere subito trenta!!! E poi il primo anello, simbolo del coronamento di un meraviglioso e finora duraturo rapporto……Una notte di primavera, il cielo stellato, Parigi, scalinata laterale di Montmatre … ecco che da un cofanetto meraviglioso vedo spuntare due fedine fatte disegnare apposta per me…. Tutto perfetto, doveva essere un momento felice. Neanche Ridge hai mai fatto una sorpresa così bella a Brook… però non mi piaceva il modello… delle fedi! Cioè avrei preferito qualcosa di più…, come dire,…semplice, essenziale, minimal! Non l’’ho mai indossata e per scaramanzia non la metterò mai…
Possibile che ogni epifania di felicità sia per me un presagio di pianto? Che pesantezza!