A proposito di Verticalità – (diario di New York)

(tempo di lettura 13 minuti)

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dal film The Walk – Joseph Gordon-Levitt

Mastico più forte il chewing-gum  quando avverto il primo segno di un abbassamento di quota. I voli low coast possono rivelarsi un vero e proprio tormento per i miei timpani geneticamente sul punto di rompersi. Rumino un sassolino di gomma ormai quando il bimbo della fila dietro inizia il gioco del dare calci al mio schienale. Ma non mi difendo. Lascio che continui.

Sto leggendo un bel libro, Questo bacio vada al mondo intero di Colum Mc Cann. Sono a pagina 217, interrompo la lettura esattamente sulla frase nessuno cade a metà, esattamente quando il bimbo dietro di me emette il grido Cadiamoooo!

Questo è troppo.

Io ho molta paura di volare. Cosa diceva il training? Fare un bel respiro e attivare le dita dei piedi. I miei sono ormai origami rosa nelle Nike. Come devo codificare questa coincidenza? Ogni volta che prendo un volo faccio un breve testamento che invio via whatsapp a mia madre. Comunque vada festeggiate! – conclude il messaggio.

Poi invio, metto in modalità aereo infine spengo. Prima di volare mi batte il cuore in modo diverso. Sento il suo capovolgimento e lo seguo con attenzione sino alla resa. Si chiudono i portelloni. A quel punto sono in trappola. Le alternative sono due:

  1. Urlare aiuto!
  2. Arrendermi.

Scelgo la seconda e torno a leggere.

Il protagonista del romanzo è il funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto 1974 compì la straordinaria impresa di attraversare le torri gemelle utilizzando una fune. Ho incontrato questo libro per caso, come quando incontri un amico in una città immensa e sconosciuta  a entrambi. È successo mentre curiosavo i blog sulla città di New York. Ho pensato che potesse sostituire la cartina. Così è stato. Come una bussola un po’ arrugginita il libro mi ha guidato per i quartieri dell’East Village e della periferia newyorkese degli anni 70. È stato come visitare l’Europa con uno stradario del 1981 e imbattermi nella parola Iugoslavia o Berlino est. Tra un crumble muffin e un veggie bagel, ho lasciato fosse l’errore, questa involontaria smagliatura del tempo a guidarmi. Ho sbagliato più volte strada. È stato allora che ho capito che stavo cominciando a viaggiare.

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Agosto 1974 – Philippe Petit fotografato da un passante

Andremo a New York! – Aveva esultato Elisa lo scorso Novembre.

Berlino? – Rispondo.

No, New York! – Fa lei.

Lione? Vienna? – Rilancio.

New York! – Risponde con tono sempre più sicuro.

Matera? Hai mai visto i sassi? Vi prego non fatemi volare! – Imploro io, invano.

Andremo a New York! Andremo ad Agosto! – Con questa sentenza Elisa, prima di Natale, distribuì i seguenti compiti: Tu cercherai dove dormire, tu cosa fare, tu ti occuperai dei visti, io mi assicurerò che i timing vengano rispettati!

Ed è per questo motivo che, malgrado la mia resistenza, il mio stop ai voli durato 3 anni per la paura di perforare i timpani, ora sono a migliaia di metri dal suolo.

Non sono per nulla triste che sia finita la vacanza. Torno a casa con la voglia di tornare, sazio di stupore. Appena toccherò terra, quando sarò davvero sicuro di essere vivo mi sforzerò di fare due cose:

  1. Apprezzare incondizionatamente l’Italia.
  2. Praticare la gentilezza senza pormi limiti.

Il libro racconta il 7 agosto del ‘74 attraverso lo sguardo di personaggi che quel giorno si trovavano a New York. Più vado avanti con la lettura e più ho l’impressione che chi rischia davvero la vita non sia il funambolo! Sono esseri umani in bilico tra la rabbia e l’impotenza, tra il desiderio e la disperazione. Tutti precipitati nel loro inferno tranne uno: il funambolo. Colui che passo dopo passo attraversò il World Trade Center da una torre all’altra senza protezioni.  Questo a dimostrazione del fatto che l’equilibrio non ha nulla a che vedere con la distanza da terra, la fortuna, la posizione di rilievo che occupi nel mondo, il numero di followers, l’indice di fighezza che hai. L’equilibrio è nulla di tutto ciò.

Mi giro verso il bimbo che tira calci e con un’occhiata ci capiamo. Ammutolisce. Il comandante annuncia l’inizio della fase di atterraggio. Tra 15 minuti circa toccherò terra.

Sul taxi che dal JFK porta al Lower East Side, attraverso il Williamsburg Bridge, a sinistra c’è un immenso cimitero, scarno e con le lapidi interrate a perdita d’occhio. Sulla destra, improvvisamente scorgi Manhattan. Aveva ragione Céline, penso. Nel suo Voyage au bout de la nuit, quando vide per la prima volta New York scrisse di una città verticale, affetta da una rara forma di priapismo architettonico, sempre in erezione. È proprio un senso di vertigine quello che ho provato alla vista di quell’eccesso di verticalità e di cemento armato. Un sussulto per la violenza di troppo grigio all’orizzonte.

Arrivati nel nostro appartamento in Eldridge St. ho subito capito che non sarei riuscito a dare una definizione al quartiere. Il Lower East Side è una spugna di mare sfuggita all’East River. Sul più bello che ti sembra di averne disegnato i contorni, lui ha già cambiato forma. È meraviglioso. Sembra parlare di me, delle mie inesattezze. Case basse, scale anti incendio, sinagoghe, puzza di piscio, botteghe di rigattieri, caffè, campi di basket condominiali, eroinomani immobili a fissare una panchina, turisti in Birkenstock, coworking, gallerie d’arte, polizia, fashion victim e addirittura una ragazza accaldata in topless, folate di cannabis, vintage shop e graffiti, graffiti ovunque. Dai minuscoli tag ai muri di cinta colorati dei parchi passando dalle monumentali pareti divenute storia dell’arte. La Sistina dei newyorkesi, ecco cos’è. Imponenti, verticali fotografie a colori della realtà mediata dalle bombolette spray. Regali di sconosciuti all’unanimità. Capolavori di una notte, risultato di un gioco di squadra che sfida i più sofisticati sistemi manageriali, oltre ogni fottuto organigramma aziendale, oltre la legge, la dove inizia l’arte, appunto.

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Eldridge St.

Una delle impressioni più chiare provate a New York è quella che tutto può accadere nel trascorrere di una notte. La velocità della creazione speculare alla velocità della distruzione. Non a caso, in questa città, una mattina ti svegli e appare una bambina spocchiosa e minuscola, una faccia di bronzo oltre che di culo, che guarda dritto negli occhi il toro di Wall Street quasi a dire: noi donne siamo più forti del vostro capitalismo di merda! Una mattina ti svegli e non hai più il tuo visto. Fuori!! Tornatene al tuo paese! Una mattina ti svegli e le due torri sono venute giù, e con loro, milioni di sogni. Per questo motivo piango. Contro ogni mio volere, bypassando ogni mio cinico sforzo. Piango appena scorgo le cascate d’acqua del memorial. Lo stomaco mi chiede di piangere. Non la testa. La testa mi dice che gli americani sono furbi. Sanno speculare sulla morte, sanno trasformare un cimitero in un parco dei divertimenti. La testa mi dice che in Europa ci sono state molte più vittime o in Giappone o in Siria o in Vietnam. Eppure lo stomaco mi dice piangi! Fallo ora! Così è. Piango il crollo dei sogni in un ora. Piango perché non vedo il fondo delle vasche. Piango per il silenzio di quella sera, piango per chi restò attaccato all’altro capo del telefono, per l’albero sopravvissuto al disastro, per le rose bianche, per i nomi incisi, per la perfezione del cielo a Settembre, per la cieca sofferenza dell’uomo disposto a morire per far morire. Ogni crosta di cinismo va a farsi benedire. In fondo a quale tombino sono finiti quei sogni? Dove ci porta l’acqua quando cade nel buco?

Il funambolo è un fuorilegge. Elude i controlli, si posiziona sul tetto della torre e aspetta l’alba su Manhattan. Sono le 5:40 circa del mattino. A oltre 400 metri dal suolo. Dalla torre Sud alla Nord e viceversa per 8 volte. Fluttuando nella profondità delle nuvole. Yes you can!

Tra pochi minuti atterrerò all’aeroporto di Malpensa. Sento il mio orecchio destro contrarsi da dentro come un elastico. Ho paura che di colpo il gancio che tende questo elastico molli la presa improvvisamente così da far saltare ciò che la testa contiene, sino al midollo, pensieri compresi.

Sul ponte Marco mi da un colpetto sulla spalla e mi dice baciami adesso. Il ponte di Brooklyn è la risposta americana al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, è la Tour Eiffel senza la spocchia francese, la Piramide di Cheope a stelle e strisce, forse la più riuscita dichiarazione di modernità oltreoceano. Secondo me, il vero simbolo della città è lui, il ponte, non la statua della libertà. Siamo sullo sfondo di migliaia di selfie di sconosciuti da tutto il mondo. Il ponte è oggettivamente bello. È il frutto della fatica umana. Della sua tensione. Del suo ottimismo. Questo ottimismo ci contagia al punto di decidere di attraversarlo a piedi sotto il sole di agosto alle 14:00 nella direzione contraria alla massa, ovvero puntando a Brooklyn.

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Antonio, Elisa, Marco ed io.

Siamo quattro pazzi! – Ci ripetiamo.

Decidiamo di voltarci solo alla fine del terzo pilone. Come quattro mogli di Lot versione hipster o come quattro cloni di Orfeo risaliti dagli inferi della Downtown, cerchiamo di resistere alla tentazione di voltarci, quasi fosse la condizione necessaria alla buona riuscita di un incantesimo chiamato Skyline! Ed è così.

Siamo stati proprio bravi ragazzi! Ci meritiamo un bagel a Brooklyn!

Altra coincidenza: una notifica sull’I-phone mi avvisa che è appena crollato un ponte a Genova. Non ci faccio caso. Sai che novità? In Italia crolla tutto! Dopo qualche minuto, mi rendo conto della gravità. Verticale come un crollo, come una doccia fredda. Con il ponte crolla molto altro. Mi sento schiacciare il petto per un attimo. Come può essere possibile? Non era un ponte di funi e legno, era cemento. Era un ponte di cemento. Chi ha permesso tutto questo?

Con i miei compagni di viaggio ci accertiamo che nessuno dei nostri amici in Italia sia coinvolto nella tragedia, come se questo rendesse meno tragedia la tragedia. Poi, diamo un ultimo sguardo al ponte di Brooklyn mentre all’orizzonte il cielo si gonfia di nero, quasi a pretendere un tramonto alle 3 del pomeriggio. Giusto il tempo di contattare un Driver dall’app VIA e salire a bordo. Poi si scatena un temporale estivo, violento, oceanico.

Quando decido di partire con qualcuno, il mio terrore più grande è quello di disintegrare i rapporti. Del resto non c’è detonatore emotivo più pericoloso della vacanza. Penso sia un timore diffuso. La convivenza forzata può rivelarsi una prigione! Ogni scelta, ogni timing, ogni alternativa va cooperata. I miei tre compagni di viaggio si sono confermati Best Friends in un crescendo di empatia. Ecco una breve lista di cose che li riguardano che ha aumentato il livello del mio affetto per loro:

  • Elisa mi stringe la mano solo nei decolli, durante gli atterraggi si dimentica che ho paura e si addormenta: adoro.
  • Antonio ride come un matto quando dico la frase siamo dei duri: adoro.
  • Marco mi ha più volte detto ti amo per la felicità: adoro.
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Williamsburg e il cielo.

Un passo dopo l’altro abbiamo camminato lungo traiettorie dettate da fili invisibili, corde tese che vedevamo solo noi quattro. Come funamboli tra le nuvole. C’è qualcosa di misterioso sui marciapiedi di Brooklyn, un dubbio di non essere a New York osservando i pali della luce in legno a Williamsburg, c’è insolita bellezza nei locali Jazz del West Side. Sarà che siamo in agosto, eppure ho trovato la High Line a Meatpacking un luogo dove fermarsi e scrivere favole per bambini e che dire di Chelsie?

Questo è il posto in cui vorrei vivere, anche solo per qualche mese! – sbotto io.

È la quarta volta in due giorni che lo dici! – Mi ricorda Elisa.

In effetti ho detto la stessa cosa per altri tre quartieri. Eppure Chelsie mi ha dato davvero qualcosa in più.

Giochiamo ad immaginare di vivere qui? – Le faccio.

E giù a fantasticare sulle nostre giornate tipo, sul budget, su cosa vorrebbe dire la routine nella grande mela e cazzate di questo tipo. Cazzate che comunque mettono di buonumore. A noi quattro si aggiunge la piccola Giò: 21 anni, italiana, diplomata all’AMDA, il suo sogno è Broadway ovviamente. Alle 9 del mattino è già in Time Square a cantare le canzoni del musical del quale sta sbigliettando le riduzioni.

Mi pagano bene ed è divertente! – ci dice mentre si sistema gli accessori del costume da cameriera! Le chiedo di cantare per me, canta molto bene. Le luccica lo sguardo dietro gli occhiali. Non è sicuramente il tipo di ragazza che in Italia può sperare di avere successo. In America il corpo perfetto è sicuramente importante ma non essenziale. Questo spiraglio mi fa trasalire. Esiste davvero il sogno americano? Vado a vedere il musical Waitress al Brooks Atkinson Theatre di Broadway e penso che si, esiste. Attori e danzatori non convenzionali di rara bravura tecnica ed espressività. Visito le grandi scuole di Performing Arts di New York e penso si. C’è spazio per la diversità se c’è talento. Faccio due chiacchiere con la commessa della Public Library e penso si, gli studi umanistici e artistici hanno pari valore degli studi economici, medici o ingegneristici. Si esiste il sogno americano. Lo penso. Si tratta della capacità di darsi una seconda possibilità, di inventarsi da zero, di non buttarsi merda addosso. Noi Italiani siamo maestri in questo. Ci lamentiamo di Salvini, che è oggettivamente un ignorante e intanto gli americani stanno sopravvivendo a Trump, il dio del pressappochismo.

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New York Public Library

Atterraggio perfetto: non ci sento da un orecchio.

Un giorno intero ad Harlem è stato la svolta, la linea di demarcazione tra ciò che ci si aspetta dalla grande mela e un nuovo capitolo scritto da noi. Da quel giorno abbiamo cominciato a vedere New York in modo diverso. Entrati nella Caanan Baptist Church of Christ, una congregazione battista sulla 132 West, abbiamo perso il controllo della nostra emotività. Ci sediamo sulle panche in legno del vecchio cinema che dal 1932 è divenuto un centro di culto… dalla fiction a dio è un attimo. Ho avuto la stessa confusione quando ho visto il cimitero dietro la Trinity Church. Prima di tutto perché non mi aspettavo di vedere un cimitero nel traffico di New York e poi perché tra i defunti veri c’erano anche personaggi di fantasia, morti in quel luogo si, ma attraverso le pagine di un romanzo. Come vedere in un cimitero europeo, tra le lapidi di marmo, anche quella di Biancaneve.  Questo a sostegno dell’idea che l’arte determina la realtà e non viceversa. Stessa vertigine. Ad Harlem, durante la funzione, un’anziana donna di colore piccola piccola sta cantando con il cuore nelle mani e il rossetto rosso pomodoro. Smetto di piangere dopo un ora. non sto esagerando. Il reverendo Travis sembra uscito da un convegno alla Bocconi. E’ così aitante che sembra photoshoppato. Sono nel colore. Sono nelle forme che amo. L’ambra, il turchese, il colore viola, i fiocchi, i piegoni delle gonne, i cappelli eccentrici, i calzini, i colletti con le iniziali, il glamour afroamericano, il bianco del sorriso, la musica, il coro che danza o la danza che canta, l’organista, il pianoforte a coda, il matto della congregazione, la zitella, le parrucche, i colori complementari. Giuro di aver visto gli stessi colori sulla tavolozza di legno della mia mamma quando dipingeva nel sottoscala della nostra casa in Via Tagliamento: sepolta dalle tele, tra i ritagli di giornale, l’olio di lino, l’acquaragia… mi sembra di sentire il suo fischiettio. Forse è l’unico ricordo che ho di mia mamma veramente felice. Felice in una prigione di colore dove era impossibile perdere l’orientamento. Al sicuro tra i colori a olio, tra gli ulivi blu sulla tela.

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due signore ad Harlem

Sono vivo! – mi dico. Segue quel margine di non tempo e non spazio in cui si è seduti in attesa dell’ok da parte del comandante, prima di poter slacciare le cinture e scorgere la luce che filtra all’apertura dei portelloni. Si aspetta. Il bimbo esulta. anche io a l’idea di non rivederlo mai più.

See you never! – è il tormentone della vacanza! Ci divertiamo a dirlo un pò a tutti, sfatando la recondita possibilità di non tornare più. Io invece son sicuro che tornerò. Ho voglia di sentire il respiro della città di notte dall’ottantesimo piano dell’Empire. Ritornerò in cima a quel suono indistinto: il nero di Central Park, la folla, l’oceano, il traffico, aspettando di guardare King Kong dritto negli occhi.

See you never guys! – e scoppiamo a ridere scendendo dall’aereo. Funambolici.

Sputo il chewing-gum in un fazzoletto di carta, nelle tasche trovo uno scontrino di Starbucks.

Ragazzi colazione?

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mia mamma è nel latte parzialmente scremato

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dove la destra e la sinistra, il sopra e il sotto non fanno la differenza

Mamma è arrivata sabato con un frecciabianca che, a 20 km da Milano, si è fermato nel silenzio di una stazione di provincia il cui unico binario sembrava essere lì solo a ricordare il significato della parola desolazione. Due parallele tracciate da un bimbo con un pennarello grigio, capitati li come qualcosa di improvviso, un pentagramma non finito. I motori del treno si sono spenti e il paesaggio dal finestrino per 40 minuti ha smesso di sfrecciare. Mi chiama e dalla voce capisco che sta succedendo qualcosa. Lei cerca di ostentare una tranquillità troppo dichiarata per essere reale. È in panico. Lo capisco. Mia mamma non sa dove si trova. Chiusa nel vagone di un treno pieno di gente, ad accumulare un banalissimo ritardo di 40 minuti. 40 minuti in cui il suo cervello come sempre in casi del genere va in corto circuito.

La prima volta in cui si è persa ricorda di essere stata così piccola che suo padre, il nonno era ancora vivo. E calcolando che il nonno è morto quando lei aveva 5 anni , ciò vuol dire che lei ha un vivido ricordo di un fatto avvenuto nel 1952 circa. Per raggiungere piazza Confalonieri dove la domenica mattina un mercato animava di bancarelle le vie intorno alla Chiesa Madre, era necessario partire di casa col cavallo. Arrivati al mercato, nella confusione, mia madre quattrenne non si accorge di aver lasciato gradualmente la mano del suo papà così come si lascia la presa con la vita un attimo prima del sonno, abbandonando i muscoli uno ad uno e cedendo inconsapevolmente verso l’abbandono, verso il basso. Segue da quel momento un ricordo confuso e mal riemerso che termina con lei che chiede a qualcuno dove si trovi la casa dei Gala, la famiglia di signori per i quali i suoi genitori facevano i fattori. Giusto il tempo di chiederlo per poi urtare contro le ginocchia di suo padre che si piega a prenderla in braccio. Salvata dal risveglio come Alice alla fine di quel “meriggio tutto d’oro”. Nessuno saprà mai se sono stati attimi, minuti oppure ore quelle che trascorsero da quando si rese conto di essere rimasta sola in un mercato affollato e il momento in cui fu ritrovata da suo padre. Lei ricorda lo sgomento, o meglio non ricorda che nebbia, la sensazione che noi proveremmo nel cercare senza navigatore lo svincolo giusto su una tangenziale in una mattina in cui la nebbia è tanto fitta da sentirci in una tazza di latte parzialmente scremato.

Ci tiene a farmi sapere che ha messo in ricarica il suo cellulare Samsung con sportellino richiudibile con i cristalli liquidi verdi, l’antenato dei touch screen! E capisco che qualcosa non va. Perché il suo cellulare è già carico. In treno non lo usa nel caso dovesse aver bisogno, per non sprecare batteria. Lo ha messo in ricarica ma il treno fermandosi per 40 minuti ha staccato l’alimentazione elettrica e quindi lei mi chiama per dirmi che il treno è fermo. Capisco che è entrata nella tazza di latte parzialmente scremato. La sindrome del disorientamento tra pochi istanti proietterà nella sua testa un film.

Ecco il plot: in una stazione di campagna della pianura padana un treno in panne si spegne. Capotreno e macchinisti abbandonano le vetture e scappano. I passeggeri decidono di farsi coraggio e rompere i vetri. Uomini donne e bambini dovranno saltare da un finestrino rotto giù da un treno. Dovranno Abbandonare i bagagli, oppure portarseli dietro e cominciare un esodo. No anzi, una deportazione di massa in cui ognuno di loro, migliaia di persone camminerà per altrettante differenti direzioni. E lei non saprà dove andare, chi seguire, come fare. Perché non saprà come tornare a casa. E allora deciderà di seguire una anziana signora. Seguirà la più anziana delle donne sul suo vagone. Quella che ha da badare ad un marito invalido sulla carrozzina. Con lei troverà una strada. Si affiderà alla sconosciuta. Si abbandonerà a lei. Si lascerà cadere nel vuoto delle decisioni di altri per poi sperare, perché no, di ritrovarsi come di incanto ad urtare contro le ginocchia di suo figlio che, povero, è in stazione centrale da 40 minuti ad attenderla. e in qualche modo mollerà la presa con la vita, come un attimo prima del sonno e si darà in affido a sconosciuti andando incontro al suo destino. Mangerà manna, o radici per 40 giorni. Il resto va da se, moriranno tutti. Un film horror insomma, che finisce coi titoli di coda e la frase finale: dedicato ai martiri del frecciabianca con i 40 minuti di ritardo bloccati vicino Lodi.

Mia mamma non è stata più trovata da quella domenica mattina. Ne sono sicuro. Mia mamma è li che si guarda intorno e non riconosce nessuno, non riconosce il volto, la voce  e il profumo di chi le dovrebbe essere famigliare. E’ nel latte parzialmente scremato. Non ha punti di riferimento, non ha il tempo di memorizzare un colore, una scritta, una forma famigliare che la possa orientare nello sfondo bidimensionale della desolazione. Mia mamma non si è più mossa da li. Non trova una via d’uscita.

Quello che per noi è un banalissimo entrare ed uscire da un negozio, andare al supermercato, andare a fare una visita in ospedale o una passeggiata in centro, per lei è un continuo stare in allerta per paura di perdersi e perdere noi figli come bigliettini dalle tasche di un cappotto. Non distingue la destra dalla sinistra, il dietro dal davanti, il sopra dal sotto.

Pare che nel corso di primo soccorso alpino venga insegnato agli sciatori ad orientarsi qualora si rimanesse vittime di una valanga. Dicono di fare la pipì. Di farsi la pipì addosso per capire da quale lato scende, per la forza di gravità, il liquido e per cominciare a scavare dalla parte opposta.

Io non ricordo quando è stato il momento preciso in cui ho iniziato a orientarmi. Per me è stato come imparare ad allacciarmi le scarpe o dire ahi! se sento dolore. L’orientamento è un senso talmente naturale che nessuno si domanda da quando, perchè o come… Ci orientiamo e basta. Ci guardiamo intorno. Fissiamo dei particolari sino a farli diventare a noi famigliari. Seminiamo sassolini e troviamo sempre una via d’uscita o una via d’entrata. Abbiamo una bussola ereditata dal regno animale e ci basta.

Per mia madre non è così.

Da piccolo ero io a guidarla, ero io a portarla dalla mia pediatra, ero io a indicarle l’uscita dell’ufficio postale. Dovevo farlo senza farglielo pesare, come se fosse normale perdersi, senza farla sentire sbagliata.

Scende dal frecciabianca e mi abbraccia come si abbraccia un figlio che torna dalla guerra. Dice che non prenderà mai più un treno da sola. Che non ha più l’età. Che soffre troppo. Le dico che non prenderà più un treno da sola. Che ci saremo noi figli ad accompagnarla. Noi ci saremo a ostentare sicurezza, a risolvere le cose strada facendo (come tutti senza porci il perchè), a vedere dove cade la pipì quando, sepolti sotto la luce accecante della neve, cominceremo a scavare dalla parte opposta.

i draghi da combattere

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 ridimensionare tutto \ ph. Joel Robison

Chi sono i mostri e i draghi che ho combattuto?

Giuseppe, 6 anni, un bambino bello che porta il mio stesso cognome. Magrolino, occhi intelligenti con macchie di color verde moquette. Il mio primo mostro da combattere.

Mio padre tornava dall’Africa 3 volte l’anno. La sua presenza si sentiva davvero solo quando era lontano. Il giorno dell’arrivo poi, tolti i primi 10 minuti di saluti, del ciao! del come va a scuola? dell’hai imparato le tabelline? tolti altri 10 minuti dello scarto regali (spesso lo scartare era già un momento di isteria in cui io e mia sorella guardavamo l’uno i regali dell’altra come se l’azione violenta dello spacchettare ci potesse rivelare altro oltre l’oggetto … un perché … una promessa … un resterò lo giuro) … ecco tolti questi attimi ci ritrovavamo soli più di prima ad aspettare il ritorno di un padre che stavolta però c’era, che era lì con noi: disabituato al linguaggio dei bambini, infastidito dalle loro urla, dai loro tornei per attirare l’attenzione.

Nei 20 giorni a seguire, i soli 20 giorni prima della nuova partenza io avevo un nemico da distruggere. Mio cugino Giuseppe. Il male personificato in un bambino con le ginocchia nodose, bello ed essenziale e a sua volta solo e randagio. Giuseppe era il figlio del fratello problematico di mio padre. Figlio dello zio perdente, il disgraziato, il pazzo, il poeta, l’incompreso. Giuseppe era per mio padre il bambino da proteggere dal padre screanzato, che si giocava tutto, che non riusciva a tenersi mezzo lavoro, che massacrava di botte la zia invecchiata di colpo a 25 anni, la zia che scoloriva lentamente come quando muoiono le rose in un vaso pieno d’acqua. Giuseppe era per mio padre il figlio da adottare, il cucciolo da salvare, l’Oliver Twist che gli ricordava se stesso alla sua età. Lui (mio padre), il grande di casa a 7 anni, primo di 5 figli uno più denutrito dell’altro cresciuti nel reparto tubercolotici dove ormai viveva la nonna.

Per me Giuseppe era il cattivo dei cartoni animati. Mio padre gli faceva gli stessi regali, usava per lui la stessa misura per qualsiasi cosa. Io non avevo alcun trattamento speciale per essere il figlio, zero. Mio padre come un giudice divideva esattamente a metà il suo già discutibile affetto e la sua attenzione non rendendosi conto che quell’equità di cui si vantava nel trattare i due cugini, era in realtà la peggiore delle ingiustizie dal mio punto di vista. Mi sentivo trattato allo stesso modo. Anzi, meno. Io per lui ero quello cicciotto, goffo e pauroso che non saltava i fossi, che non impennava con la BMX, che viveva nell’amore e nel calore dei parenti materni. Io ero quello che doveva capire. Quello fortunato, quello iper-protetto. Io dovevo essere buono e compassionevole nei confronti dei cuginetti bisognosi.

Ero qualche mese più piccolo di mio cugino. Ma ero sicuramente più pesante da tutti i punti di vista. Facevo taglia incolla con i discorsi degli adulti come se il mondo dei grandi fosse già mio, totalmente compreso, afferrato. Giuseppe era un bambino molto più fine è intelligente di me. Di quelli che poi da grandi non dicono una parola e tutti gli cadono ai piedi. Un potenziale capo di una setta. Disegnava benissimo, io ricalcavo benissimo. Possedeva in miniatura tutte quelle caratteristiche che rendono tronfi di soddisfazione i padri: sapeva giocare a calcio, sapeva difendersi, era affettuoso. Il mio esatto contrario.

Il mio primo lupo feroce da abbattere era lui. Ci pensavo continuamente. congetture su congetture. Film, strategie di distruzione, complicati piani per l’eliminazione erano la mia merenda. Non mi davo pace. Mosso da invidia, ho covato risentimento dando un nome e un volto a risentimenti più profondi di cui ancora oggi non sono pienamente cosciente.

Ma la cosa che mi strazia ancora oggi a 36 anni, è un’altra.

Come ho fatto a covare così tanto odio per una bambino? O forse ciò che non mi spiego è il come tutto quel l’odio sia penetrato nelle mie ossa, nei miei sguardi, nei miei sospiri là dove prima non c’era e si è calcificato negli anni … come ha fatto tutto quel l’odio a trovare così tanto spazio nel corpo di un me seienne.

E mentre passavano gli anni, ed entrambi crescevamo in due famiglie sfortunate allo stesso modo e diventavamo ragazzini, poi giovanotti, poi studenti e poi uomini fino al totale distacco, mi rendo conto che parte di questo distacco, di questo perdersi nel mondo, è stato per colpa del mio atteggiamento di diffidenza, di rifiuto, di ostilità. Eravamo due persone diverse già da piccoli, incompatibili sicuramente da tanti punti di vista ma infondo accomunati dallo stesso male: quei nostri padri fratelli, quei due incapaci, quei due degenerati.

Per anni mi sono nutrito di quel risentimento e me ne sono servito per trovare un alibi a mio padre. Forse per distrarre me stesso dal reale pericolo, che ovviamente non era mio cugino.

Sono passati decenni. Il mostro da combattere ha cambiato nome e faccia. Giuseppe è diventato Daniele, poi Antonio, poi Luca, poi Valentina, poi Giada, poi Alessandra, poi Nicola poi Pinco Pallo.

Persone che, a mio avviso, mi hanno fatto del male. E forse lo hanno fatto davvero ma quello che mi chiedo è: quanto di quel male reale ha rigenerato e riportato a galla altro male? Quanto di quel dolore reale si è mischiato e confuso con altro dolore?

E mi viene a volte il dubbio di aver combattuto una crociata costruendo una difesa sulla base di mie proiezioni, di mie fiction che hanno rimpolpato una realtà infondo scarna. So che non è sempre così ma il dubbio inizia a venirmi. Questo spiega anche il mio atteggiamento nell’ultimo periodo. La scelta di non fermarmi a ragionare sui torti subiti. Di non nutrire il male con altro male. Di non dare importanza a quella tensione verso il buio. Di ridimensionare tutto. Di distrarmi dal seienne sempre presente in me che vuole, che ha bisogno di fermarsi a covare il male.

Quindi chi è il mio nemico? Chi sono i nemici per colpa dei quali ho sofferto o contro i quali ho pensato di combattere? Sono reali o sono solo il risultato del mio bisogno di combattere qualcuno?

Il Natale è come la pioggia

chiavi di lettura

Nell’istante in cui sei maturo al punto da emanciparti dall’equazione natale=felicità succede che qualcosa di molto simile alla felicità tuo malgrado ti pervade.
Per anni ho sperato che “Babbo Natale ” mi portasse un “Babbo e basta”! Per anni ho proiettato su questo buco Nero chiamato babbo tutti i torti che ho ricevuto o le possibilità che mi sono state negate.
Dicembre con la sua pantomima rossa e oro, la bontà programmata su google calendar con notifica ogni 2-3 ore, ha fatto da contenitore e da detonatore a questo dolce baratro chiamato FESTA.
E come spesso accade quando certi conti non tornano, a volte la cosa più giusta da fare e anche la più ovvia, la più fisiologica: è Mollare. Mollare, dichiarare sconfitta, ammettere di non poter comprendere, staccare la spina , allontanarsi dai fogli pieni di cifre e distogliere lo sguardo. Svagarsi, riposare gli occhi guardando altro. O addirittura osare la lenta meticolosa epurazione dei canditi dal panettone. Ci metti un po’, è vero, ma una volta tolti tutti miracolosamente lo puoi addentare anche se si è sfaldato. Il gusto resta anche se la fetta non è perfetta.

La magia del Natale è una cosa che ti devi conquistare con fatica e intelligenza. E una volta conquistata, non ci sono buoni propositi, non aspettarti attenzioni particolari, baci sotto foreste di vischio, intossicazioni da zenzero. Non aspettarti nulla. La felicità e’ qualcosa di molto simile alla pioggia. Arriva quando arriva e le previsioni quasi sempre non ci azzeccano.

il giorno in cui capì di essere un bambino con lo stile innato

ricchezza
ricchezza

C’era un tempo in cui eravamo poveri ma così poveri che il budget giornaliero di mia mamma era 1000 lire così gestiti: 500 lire per 1/2 lt di latte parzialmente scremato e il resto per un pacco di pasta. Con 1/2kg mangiavamo in tre anzi in 4, compresa Laika il cane.

Il gioco preferito di mia mamma si chiamava: “la divina provvidenza.” Ogni giorno infatti, ci diceva che qualcosa di straordinario e inaspettato ci sarebbe arrivato senza dover chiedere niente a nessuno ne’ facendo alcun debito. E, ve lo giuro, non passava giorno in cui non succedeva che qualcuno, un parente, un’amico, una vicina di casa , qualcuno non venisse a trovarci portandoci qualcosa di buono e necessario: pomodori, basilico, cipolla, pane fatto in casa, orecchiette , maccheroni, torte pasticciotto, melanzane peperoni, fichi tanti fichi…”ecco! la divina provvidenza !” Diceva la mamma- ” non moriremo mai di fame!”

Ricordo un giorno come se fosse ieri. Era fine estate, caldo torrido, da un bel po’ io e mia sorella chiedevamo nelle nostre preghiere alla “divina provvidenza ” di poter assaggiare almeno una fetta di cocomero prima che l’estate finisse… Ma niente… Era l’anno in cui (Sara’ per via della grandinata o chissà ) i cocomeri erano carissimi anche per la divina provvidenza al punto che avevamo ormai perso ogni speranza! Ma un giorno un nostro vicino di casa si presentò con metà cocomero, rosso compatto zuccheroso, stupendo! Eravamo felicissimi e decidemmo di metterlo in frigo per mangiarlo fresco a cena ( nel senso che era la cena)… Ma quella sera ci fecero visita dei nostri parenti, parenti che venivano da lontano, che non sapevano del nostro periodo “povertà ” (o almeno spero) e con i quali ci tenevamo a far bella figura… Beh ! Va da se’ che senza indugio ci privammo della nostra cena per offrire loro un fresco dessert alla frutta ( vedi teoria della relatività ). Eravamo davvero piccoli! Non avevamo ancora visto ne “Via col vento” ne’ “Piccole donne” e comunque nei film che ci facevamo nella testa eravamo sempre e comunque Star dello spettacolo o alla peggio principesse! I ruoli drammatici da neorealismo li abbiamo capiti più in là nel tempo…. per cui diciamo che queste scene da patetici miserabili non potevamo averle copiate da nessun film…eppure ricordo perfettamente la mia espressione e quella di mia sorella quella sera: folgorati entrambi da un moto di orgoglio, di dignità , di fierezza che credo di non aver mai più provato da allora.

In quel preciso istante capì che avevamo Stile.

ciao nonna!

orecchiette
orecchiette

Ho provato a cercare in uno dei miei vecchi scatoloni il mio tema…il primo tema delle scuole elementari dal titolo “parla della tua Nonna” …son sicuro di averlo conservato…ma non lo trovo…porca miseria…volevo salutarti così Nonna…e invece no…ricordo solo che ti arrabbiasti come al solito perchè scrissi una cosa del tipo ” la mia nonna è molto strana perchè ha i capelli viola ma non è un’extraterrestre!”…verrà fuori quando non lo cercherò più…e sorriderò…

la password di un vaglia veloce

il mio nome è una Pw
il mio nome è una Pw

Il pulcino del pinguino di Adelia è ricoperto da un piumaggio grigio fuligginoso, in alcune specie macchiato di bianco e di grigio.

Sono diventato la parola chiave di un vaglia postale veloce, il mittente sei tu, padre, il destinatario mia sorella. Non mi rivolgi la parola da otto mesi. Credo sia difficile pronunciare un nome troppo spesso taciuto. Tacere per troppo tempo secca la gola. Emettere un suono dopo un lungo silenzio vuol dire per un attimo non riconoscere la propria voce. La voce trattenuta diviene rauca, irriconoscibile, estranea ……il primo suono necessita di un successivo colpetto di tosse, …il neonato credo pianga per questo… dopo un silenzio durato otto-nove mesi il primo suono dovrà sembrargli orribile. Nasciamo e piangiamo spaventati dalla nostra stessa voce e dal violento rumore che d’’un tratto ci scuote sino nelle viscere.

In genere, le uova e i piccoli vengono accuditi da entrambi i genitori.

E allora costa meno, forse scriverla, la parola …lo faccio anch’’io spesso… mentre parlo al telefono con qualcuno. Non faccio strani ghirigori con la biro blu, ma scrivo le parole o la parola che non ho potuto pronunciare per troppo tempo, padre. Tu ad esempio scrivi il mio nome su un vaglia postale, sono diventato la tua password, la chiave d’’accesso, per accedere dove?

Il maschio del pinguino di Adelia digiuna durante tutto il periodo della nidificazione, del corteggiamento, della deposizione delle uova e per le prime due settimane di cova, mentre la femmina fa riserve di cibo nel mare. Quando questa ritorna dall’acqua per dargli il cambio alla cova, il maschio si immerge per nutrirsi e ripristinare le proprie riserve di grasso; poi torna alla colonia, portando cibo ai piccoli che nel frattempo sono usciti dall’uovo.

Esiste l’istinto paterno? Mia madre dice di no. Rivendica. Le lascio l’illusione di questo primato. Non lo so, la chiesa puttana in Italia non mi permette di adottare. Esiste però l’’istinto figliale. Questo lo posso dire con certezza. Il figlio sente il bisogno della mamma quanto quello del papà, soprattutto quando si è molto piccoli, prima che subentri il massacro dell’’antipatia verso uno dei due, antipatia su cui ci sarebbero da aprire un centinaio di parentesi. Io ero attratto da entrambi. Cataste di musicassette registrate in presa diretta lo testimoniano. Qualcuno ha avuto addirittura il cattivo gusto di farmele ascoltare. Play. Il rumore indefinito delle mani (di mia madre) sul tasto rec/pause, fruscio, rumori domestici, stoviglie, poi la voce bianca di un bambino che gioca con i lego, chiede quando torna papà. Chiede e richiede. Poi sospirar…e quel cazzo di sospiro sarà un luogo da lui molto frequentato in futuro, ma lui questo non lo può ancora sapere. Le registrazioni sono tutte monotematiche. Pause.

Entrambi i genitori si dividono la responsabilità di nutrire gli immaturi. Non tutte le specie vanno incontro, durante la stagione della riproduzione, a periodi di digiuno così lunghi come il pinguino di Adelia.

Digiuno d’’affetto, spesso correvo incontro a tuo fratello, convinto fossi tu e lo chiamavo col tuo nome. Dio quanto ti odio. Tutto il mio odio è concentrato semplicemente e unicamente sulla tua persona, sul tuo non essere.

Al momento della schiusa, la maggior parte dei pulcini restano nella tana o nel nido per tutto il periodo in cui vengono nutriti dai genitori.

A cinque anni ti ho rigato la macchina con le chiavi, a sette ti ho tagliuzzato la carta di credito, a dieci anni ho fatto un falò con i tuoi libri su Berlinguer, a 16 ho vuotato nel cesso le bottiglie di vino appartenute a tuo padre a 30 anni vivo aspettando il giorno in cui mi chiederai di farti da badante, giorno in cui ti dirò di fotterti.

I genitori sono in grado di riconoscere i propri pulcini fra migliaia.

Qui i vicini di casa e i parenti mi chiamano con il tuo nome. Ci confondono perché siamo fisicamente identici, io 20 centimetri più alto. Ma ci confondono comunque e io li detesto. Parlo al telefono e prendo la biro blu, la parola chiave guida la mia mano…il mio nome al posto di un altro. Un nome vale l’’altro, sei lettere. Mittente. Vorrei che un bambino (quello giusto) mi corresse incontro in quel modo. Destinatario. Il vaglia è di 600 euro.

ciao ciao faust

amen
amen

Muovo le labbra come in un play-back svogliato, occhi fissi in un punto: l’angolo tagliente di un legno sbiadito. Tra i bisbigli e i segnali di fumo qualcosa mi riporta in luogo lontano nel tempo. Circa venti minuti fa il braccio della zia Platy aveva chiesto in prestito il mio avambraccio per una passerella lungo la quale non potevo distogliere lo sguardo dalle sue scarpe. Scarpe che farebbero invidia ad una qualsiasi quarantenne di periferia. Nere, vellutate, delicatamente a punta, tacco alto e fiocco di vernice. Zia Platy mi sussurra qualcosa in longobardo, qualcosa che io non comprendo, un suono misterioso al quale io rispondo “Non lo so” tanto per usare una risposta che sarebbe infondo andata bene per qualsiasi domanda: Poi camminando continua a parlare e questa volta in italiano…capisco dall’imprecazione che si sta riferendo a mio padre e, con stupore e orgoglio le dico che non lo vedo da mesi … ma non è vero …lo dico per dissociarmi da quel qualcosa detto in longobardo che non ho capito ma che deve essere qualcosa di non buono.

Mio padre non lo vedo da 20 giorni ma mi ha appena mandato un sms: \come stai?io sempre un po’ di tosse ma nulla di grave, sono a Lissone per un lavoro, se hai bisogno di qualcosa dimmelo. Ho saputo del papà di Marco ma non ho il suo numero di telefono, porgi le mie condoglianze, ti voglio bene, papà.\

La domenica mattina il vapore velava lo specchio del bagno. Una nebbia dal profumo di Felce Azzurra faceva lacrimare le mattonelle e nella vasca mia sorella rideva a crepapelle mentre il mio naso da clown fatto di schiuma rivelava un futuro da saltimbanco! La mamma col maglione a righe disperatamente ripiegato fin sui gomiti tentava invano di sedare la nostra adrenalina strofinando un po’ l’una un po’ l’altra schiena, minacciando ritorsioni se avremmo perseverato nel non collaborare alla delicata operazione detergente.

Maggie mi guarda sconvolta, ha negli occhi qualcosa che la terrorizza e che vuole esorcizzare preoccupandosi per l’equilibrio di Marco. Ho come la sensazione che non è solo Marco a preoccuparla ma anche la velocità con la quale all’essere umano viene posto il problema della perdita.

“Lana fuori, cotone dentro!” ripeteva la mamma mentre ci infilava la famosa maglia della salute. I polpastrelli lessati dal brodo profumato e i piedini che lasciavano le orme sul tappeto di spugna rosa…

La cognata di Marco mi vuole accanto a sé per tutto il tempo, me lo dice appena mi vede arrivare. Io non la conosco, so che le voglio bene da quando l’ho vista la prima volta, mi guarda con complicità, mi fa sentire a casa. Mi chiede di starle vicino legittimando un patto non verbale. Standomi vicino sarai vicino a Marco. Da questo momento sono parte della famiglia. Mi sento sposo per un’ora. Davanti all’altare penso a quanto sarebbe stato bello credere in un dio capace di accettare un matrimonio imperfetto. Un matrimonio sterile.  Un albero senza frutti eppure ombroso e possente…

Calzini di spugna e pantaloni da uomo adulto accorciati, giubbino beige e 500 lire per l’offerta dovrebbero bastare ad accompagnarmi sino alla terza fila di sedute della chiesa del sacro cuore di Gesù. Don Edmondo era un dislessico beota Trimalcione che puzzava di incenzo e bubusettete e che per obbligarci ad andare alla messa della domenica si era ingegnato in questo modo. La domenica mattina dopo la funzione dovevamo ritirare un tagliandino col timbro della parrocchia. Questo tagliandino lo avremmo poi riconsegnato il martedì pomeriggio al catechismo come prova dell’avvenuta partecipazione alla messa. Diabolico don Edmondo che tutti chiamavano dondondondonedemondondon per via delle campane e per il sua predica totalmente cantata!

Il rito del sedersi e rialzarsi mi rianima ma l’inutilità e la vuotezza delle parole del sacerdote, l’arroganza dell’incenso, l’odore  di troppi fiori in un metro quadro mi provoca una sorta di smarrimento da eroinomane…penso allo zoo di berlino durante la lettura interrotta di Giovanni 11. Penso a quanto sarebbe stato più bello proiettare un montaggio con tutte le foto più belle della famiglia di Marco!!! Allora fissando quell’angolo tagliente di legno sbiadito della bara immagino il giorno in cui Faust vinse la gara di mazurca, il giorno in cui vide arrivare i tedeschi ed ebbe paura di morire, il giorno in cui conobbe sua moglie, il giorno in cui si sposò indossando un cappotto di pelle marrone con il quale suo figlio anni dopo avrebbe fatto strage di cuori…e ancora immagino Faust con la vespa e sua moglie seduta dietro con le gambe accavallate, lo immagino in una foto ingiallita mentre riempie le bottiglie di vino per far star buoni i tedeschi, lo vedo stupito di essere padre per la seconda volta non più giovanissimo, lo rivedo seguire devoto tutti i passaggi del discorso di laurea in economia in cui suo figlio parla un linguaggio sconosciuto a tratti esotico.

Il rito di sedersi e rialzarsi mi dava l’impressione che un altro movimento avrebbe fatto saltare il bottone dei miei pantaloni da uomo adulto accorciati. Sentivo un freddo terrore di essere solo e incompreso. Circondato da vecchie perpetue e vogliose casalinghe le quali zittivano noi bambini, mi sentivo in gabbia ed ero certo che se ci fosse stata mia mamma il tempo sarebbe volato. E invece proprio come quando zia Oriana mi costrinse a vedere un film di Bud Spencer, il tempo non passava mai! Ed io ebbi per la prima volta la percezione dell’immobilità delle ore.

Marco posa ancora il suo sguardo su di me, delicato come solo lui può. Il sacerdote si avvicina per stringere le mani dei parenti in prima fila ma…come in quei giochi della settimana enigmistica dal titolo: “INDOVINA L’INTRUSO!” si accorge della mia presenza. Con uno scatto della testa che solo la Parisi in DISCOBAMBINA avrebbe potuto così bene interpretare, chiede al fratello di Maiko: “E lui, chi è?”…ma non si fanno domande caro pretino! mai mai fare domande personali caro pretino! Cosa le viene in mente caro pretino?… …“Sono il promesso sposo padre!”…penso…poi penso che Faust si sentisse orgoglioso di avere 2 figli come i suoi!

Andate in pace…e tutti si correva per le strade come i pazzi…liberi e leggeri come Lazzaro in quel Giovanni 11:44 che è l’unico versetto che oggi avrei voluto sentire e invece…