luglio 1988 (parte 2)

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Qualche Saltello sulla ghiaia, poi il fruscio delle zolle dure, poi la pedalata pesante sulle zolle morbide, quelle rosse arate e sollevate. E allora frenai e mollai la presa del manubrio così come si perde un fazzoletto di carta dalle tasche. Senza cura. Mi staccai dalla bicicletta come se non fosse mia, abbandonandola nel campo tra cicorie nate sui formicai.

Generazioni e generazioni di contadini avevano calpestato questi cunicoli sotterranei popolati da insetti. Distese di terra rossa arida posata sul vuoto. Un radiografia sotterranea in cui le parti bianche erano sporadici sassi.

Ripresi a correre come se non fossi mai sceso dalla bicicletta.

Correre contro un vento di scirocco caldo e immobile, che faceva sembrare tutto improvvisamente ancora più silenzioso, ancora più irraggiungibile, ancora più chiuso e svanito. Chiuso come un negozio di pomeriggio in paese.

Correvo e sentivo solo il mio respiro, sempre più affannoso. Abbassai la testa e il busto per passare sotto i filari di un vigneto poi, superato l’ennesimo muretto a secco la cui ombra non proteggeva che spennacchiati cespugli di cappero, lasciai fermare il mio corpo in un punto a caso dello spazio. Le braccia esaurirono il loro ciondolìo e arrivai.

Forse mi fermai dieci passi oltre il necessario come spesso mi sarebbe capitato in futuro. Ma ero oramai dentro in quella che noi bambini del quartiere chiamavamo casa segreta.

Poggiai le mani sulle ginocchia ricurvo con la schiena in avanti, sfinito.

Più che una casa era la planimetria di una casa fatta con una fila bassa di parallelepipedi di tufo biancolatte infilati uno di fianco all’altro a formare un perimetro e dei vani interni.

Una casa senza tetto e con i muri alti sino ai miei polpacci.

C’era una casa molto carina senza soffitto senza cucina…

Mi ero fermato in un punto a caso di questa casa senza muri. Senza bussare e, senza chiedere permesso, mi sedetti in un angolo a smaltire l’affanno.

Ero niente di più di un bambino con intorno il disegno di una casa fatto sulla terra vicino ad un albero di gelsi caduti al suolo al punto da rendere l’aria satura di zucchero e silenzio fermentati.

… ma era bella bella davvero…

I pezzi di tufo erano resti di case in costruzione. Pezzi rotti o tagliati male o semplicemente dimenticati da qualche muratore della zona. Non esisteva il servizio di smaltimento rifiuti speciali.

Ciò che non serviva si portava in campagna, si abbandonava sul ciglio delle provinciali, nella terra di nessuno.

E così capitava che i bambini potessero disporre di un vero e proprio arsenale radioattivo fatto di tettoie di Eternit, lavatrici, frigoriferi, sedie sfondate, battiscopa, piastrelle di ogni sorta e a volte anche carcasse di automobili. E da quel mucchio di tutto qualche bambino aveva estratto pezzi di tufo per farne spazio domestico, un rifugio per se’ e per altri bambini.

Avevo ormai assorbito l’affanno in un respiro meno evidente quando, scosso da una paura sfuggita al mio controllo come un riflesso involontario, mi raddrizzai di scatto guardando nella direzione da cui ero arrivato. Solo allora mi resi conto di essermi allontanato oltre misura, e di essere straordinariamente solo in mezzo ad una campagna disordinata ed incerta.

Portai la mano al labbro inferiore. Il sangue si era raggrumato sotto il sottile strato di pelle formando una pallina violacea…

C’era un oggettivo male fisico dovuto alla rottura del labbro, un dolore concentrato in un punto talmente preciso da poterne stimare la superficie in millimetri. Un lembo di male così minuscolo eppure così irradiato da sembrare una centrale di scariche elettriche. Un dolore come un eco che, invece di diminuire, cresceva allontanandosi come i cerchi sempre più grandi prodotti da una goccia caduta sulla superficie di una pozzanghera.

Poi c’era un dolore peggiore. Un dolore riconducibile ad una delle mille forme dell’auto compassione. Quel meccanismo mentale che ti fa vedere per un attimo il vero te come dal di fuori. E ciò che vidi fuori mi fece terribilmente pena. Una profonda, chiarissima e dolorosa pena.

“Cosa ti hanno fatto?” – continuavo a ripetermi.

E mentre mi dicevo tutto questo immaginando le parole con un suono simile a quello che potrebbe avere un genitore dolce mista alla voce di un dio michelangiolesco che tende la mano a suo figlio ma dall’accento un pò americano di Heather Parisi, iniziai a deformare i muscoli del viso mimando la contrazione di un grido totalmente muto.

Silenzio totale. Apnea e pugni stretti, a denti stretti.

Poi, d’un tratto, sentii la risacca del respiro trattenuto troppo tempo, tornare nei polmoni, risalire il condotto della trachea e liberarsi oltre la gola uscendo dal corpo nel direzione del pomeriggio d’estate sotto forma di un semplice, banale, fisiologico pianto di bambino.

 

(Continua…)

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luglio 1988 (parte 1)

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Luglio 1988

Ogni bambino nasce con una dote naturale di dignità, un sorta di libretto di risparmio intestato a un neonato con dentro tanta tanta dignità. E’ una virtù che, se non violata, potrebbe addirittura bastargli per la vita intera. Ma è certo che la perderà. C’è chi la perderà lentamente assorbendo, come una spugna, l’inchiostro indelebile di mille compromessi. C’è chi la perderà dopo troppi si detti alle persone sbagliate o dopo troppi bocconi amari mandati giù pensando di non poter sperare di meglio dalla vita. C’è chi la perderà da grande, per amore o magari per arrivare ad un obiettivo professionale. C’è chi invece perderà la sua dignità molto molto tardi, solo per la fottuta paura di invecchiare o per l’ostinata nostalgia di un tempo ormai andato.

Io, la mia l’ho persa subito.

Abbandonai per un attimo i pedali della bici per lanciarmi in discesa libera e, libero dalla forza di gravità, mi voltai di scatto. Alle mie spalle c’era solo l’asfalto e il suo confondersi con il gel trasparente e ondulato dell’orizzonte.

Ore 15:00.

Chiuso il gommista, chiuso il corniciaio, chiuso l’alimentari dove la Pina incartava le caramelle all’anice e gli affettati con la stessa carta paglia grigio chiaro con cui le massaie incartavano sale, zucchero o caffè da regalare a chi aveva appena subito un lutto. Condoglianze! – dicevano scaricando il cartoccio tra le braccia di qualche parente o vicina di casa, il giorno dopo un qualsiasi funerale. Ed io, ogni volta che vedevo questa scena, pensavo a quanto sarebbe stato più bello trovare caramelle, Girelle Motta e altre prelibatezze da emporio di paese. Ma nei pomeriggi d’estate, nel mio paese, tutto diveniva stranamente immobile. Metafisico.

I negozi più che chiusi sembravano riassorbiti dalle case dei loro gestori. Alla chiusura pomeridiana dei negozi non restava più traccia ed era come se una volta abbassata la saracinesca, tornassero al loro status di semplici case.

Grandi case con i muri bianchi, un villino adiacente con rose rampicanti, un tocco esotico dato da un ibisco rosso, vasi di gerani, menta, rosmarino e una lunga pompa di gomma aggrovigliata per poterli annaffiare di notte, quando tornava il fresco. Ogni casa col suo garage sporco di grasso di motore dal quale si accedeva direttamente in salotto.

E poi tetti alti e squadrati inguainati di calce viva, e di tanto in tanto una nicchia scavata nel muro con una vergine Maria Santissima in un girotondo di santini e lumini psicadelici, chiusa da un vetro reso opaco dalle preghiere inascoltate, dalle promesse mai mantenute e dallo scirocco. Come un peep-show. Cambiavano i look ma erano pur sempre donne in teche di vetro segnalate solo dal gesto di un bacio svogliato lanciato da un passante devoto.

Dei negozi invece, nessuna traccia: nessuna insegna, nessun cartello, nessuna dichiarazione al fisco.

I negozi sparivano come sparivano i mariti nei bar della piazza, come sparivano le cucciolate dei gattini perché c’è n’erano troppi in giro, come spariva la benzina delle auto parcheggiate. Il pubblico tornava privato e l’alimentari una stanza  in più della grande casa, il locale del gommista un garage dove parcheggiare la FIAT 127, il corniciaio un capanno degli attrezzi.

Mi guardai indietro come un ladro si volta per accertarsi di aver seminato il suo sbirro. Ancora due, quattro, otto pedalate e poi spinsi con forza su entrambi i pedali per alzarmi in piedi.

Vento sulle guance, avevo 9 anni e mi sembrava di essere alla guida di una moto mentre andavo alla velocità di una Graziella riverniciata di un verde oliva e con la dinamo rotta, sulla strada che porta verso la campagna.

(Continua…)

Il mio migliore abbraccio

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Lo vidi varcare la soglia della casa della nonna. Non esitai, fui colto da un moto di entusiasmo inspiegabile e totale, l’entusiasmo che solo un cinquenne può avere. La luce della porta di ingresso aveva schiarito i suoi contorni disegnando intorno a lui una sagoma color limone.

Fu una corsa verso la luce, come quelle corse in slow motion nei sogni, mentre venivo accecato dalla penombra del corridoio. Gli saltai alle ginocchia, tesi le braccia verso di lui e mentre pronunciavo la parola ‘papà’ ecco, solo allora fui turbato da un dubbio … ” amore non è papà, e’ lo zio!” – Lo zio. Lo zio? Come lo zio?


Infatti era lo zio.
Il fratello minore, il timido, il goffo, il pasticcione, quello che tutti i fratelli di mio padre chiamavano “il coglione”, l’unico di loro davvero capace di un gesto umano. Un tipo che poi a vederlo bene neanche somigliava a mio padre, e comunque non al punto da confonderli. Eppure ci avrei giurato. Fu la sua timidezza a bloccarmi, la sua incapacità a gestire l’irruenza di un amore assurdo. La sua educazione. Il suo senso del rispetto lo rendeva l’alieno della famiglia, non a caso. E comunque che importava? Io la faccia di mio padre non me la ricordavo nemmeno. Ricordavo a malapena il suo odore, gli occhi carichi di grigio, forse il timbro della voce… quindi aver sbagliato persona non era poi così grave. Se solo lo zio mi avesse detto a dispetto di tutti e tutto che si, era lui mio padre, bhe io gli avrei creduto. Lo avrei rispettato e amato come un figlio. Invece lui divenne rosso. Perché era timido.


Ed io da allora, non ho più abbracciato nessuno in quel modo.


Oggi ripensando a quel bambino di cinque anni già un po’ miope, al suo padre arrogante e assente e al suo zio un pó goffo a cui tutti ma proprio tutti davano del coglione solo perché timido, mi sento quasi fortunato ad aver dato a quello zio il migliore dei miei abbracci.

Per sbaglio ok ma il mio migliore abbraccio.

Risvegliarmi

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Mi alzo dal letto in preda a un dubbio … Faccio la pipì poi al ritorno devio in direzione salotto, sposto le garze IKEA che un tempo erano tende e faccio due passi sul balcone, gli unici due possibili considerate le sue dimensioni.
Milano mi regala lo spettacolo elegante della sua aurora, veloce, perfetta, noncurante. Questione di 5 minuti di sospensione ultraterrena prima che si scateni l’inferno chiamato città.
Mi sembra di vedere tutto come guardandolo da una gelatina trasparente blu cobalto che degrada di minuto in minuto verso un grigio-rosa.
E mi sembra di percepire suoni mai sentiti.
Lo spegnersi dei led dei lampioni.
Lo stridere delle snikers sul pavimento dei box.
Un gled soffi che fa PUFFF.
L’ondeggiare di una tenda molestata dall’insistenza di un ventilatore.
I like sullo smartphone della signora a passeggio col cane.
La gru sospesa sembra un nuovo monumento, chissà da quanti mesi e’ li di fronte al mio balcone resa invisibile dal rumore della città.
Mi è sembrato di percepire lo schiudersi delle ortensie del giardino di fronte.
Il suono del mio corpo che si stacca dal fondale come colto da un piccolissimo riflettore con la luce a taglio, grigioperla. Una luce dall’intensità bassissima che delinea appena il mio profilo ma quella che basta a rendermi presente. E per un attimo mi ritraggo dalla balaustra per paura di essere totalmente riconoscibile, umanamente esposto, come un cervo in una prateria che pensa di essere solo ma che è già sulla traiettoria di un fucile.
Poi mi sembra di percepire il suono del sopraggiungere delle zone d’ombra, impossibile e magnifico.
Poi la lenta manifestazione dei volumi disegnati dalla luce desaturata dell’alba.
Mi è sembrato di percepire il respiro sincronizzato di mille persone nelle loro ultime ore di sonno.
Il sali-scendi dei loro stomachi.


Ho avuto il dubbio che non fosse la mia città, di essermi svegliato altrove.
Un’auto ha svoltato sulla via, il tempo di girarmi il cielo ha già un inequivocabile est e un suo antagonista grigio scuro.
Sale una tapparella, poi un’altra e un’altra ancora. E come se dalle case della gente fuoriuscissero fasci luminosi di realtà che si posano sulle cose per restituire loro l’esatto colore, l’esatta funzione e l’esatto errore.
Rientro in casa con un dubbio mutato in due dubbi, anzi tre o quattro, cosa importa.
Tra pochi minuti la luce coprirà il colore e i contorni della città ed io potrò tornare suo arredo indistinto, senza paura di essere percepito per quello che sono, senza paura di fucili puntati.
A breve tornerò a confondermi, come una creatura in un quadro di Bosch, come nel giochino “trova Wally” … Ci sono. Il mio non trovarmi non mette in discussione la mia esistenza.

Ci sono comunque.

Trovarmi è solo questione di tempo.

Italia-Germania

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Per uno come me che non sa distinguere non dico i mondiali dagli europei, ma nemmeno la mia nazionale dalla squadra avversaria. Per uno come me che se vedo un calciatore con quel calzettone alto, penso solo a quanto ne godrebbe la gamba se fosse 10 cm più corto. Per uno come me che tifa a prescindere per i più deboli, le partite ITALIA-GERMANIA sono la cosa più noiosa e inutile che esista.
1990
Arrivo’ a Basilea il papà che ci avrebbe riportati sani e salvi in Italia. Nel pomeriggio il cielo si era rannuvolato, ed io ero nella mansarda di legno a costruire case con i libri dai misteriosi titoli in tedesco della zia, case per le Barbie fatte di libri. Cultura ariana come mattoni per donne di plastica bionde. Solo muri perimetrali e tetto. Tra uno spostamento dal salotto di libri di storia e la cucina di libri di cucina qualcosa andava sempre storto. E spesso Barbie Gran Gala’ rimaneva sepolta da qualche tomo enciclopedico. Tulle rosa e glitter sotto le macerie.
Io in ginocchio sul letto. A costruire case a schiera. Sentii il rumore del Bmw sulla ghiaia del cortile. 


Lo sentii salire piano sulla scala di legno dipinta di fiori di campo dalla zia. Il barocco dell’arte contadina Svizzera. Grumi di colore rosso tra spighe di grano e rami di erbe officinali. Un catalogo di Erbolario tatuato su ogni singolo gradino di legno. Una copertina di un quaderno Najoleari. Incantevole, come la cappella Sistina ma da guardare con la testa giù, dipinta per amore dello zio, nella casetta di Reinach, un altare di fiori e solitudine.
Senti cigolare la scala di fiori.
Un cigolio sempre più vicino sino all’arrivo alla porta della mansarda. Lui aprii la porta e io mi finsi sorpreso.


Terminava lì la mia estate di giochi, tra le Alpi, di cascate, ruscelli, acqua gelida, di passeggiate, di crème caramel, di lezioni di origami, di torte al burro salato, di scoperta, di stupore, di calore, di bellezza. Tra poche ore avrei lasciato la casa dello “zio dal cuore di biscotto” ( il cuore gli si sbriciolò poco tempo dopo e morì come visse, sorridendo sempre), per iniziare la mia estate italiana. Quella delle notti magiche inseguendo un goal, in una casa di ringhiera a Ciriė, vicino Torino.

Fu allora che iniziai ad odiare il Piemonte tutto, le case di ringhiera, la loro assurda disposizione, la condivisione degli spazi, il calcio nella sua interezza ma soprattutto le partite ITALIA-GERMANIA e il loro prepotente potere mediatico sul popolo italiano.

L’unica cosa bella del mio arrivo a Ciriė fu che mi regalarono un portachiavi con l’omino con la testa di pallone, la mascotte. Tempo zero e fu solo un portachiavi con un omino senza testa. La testa rotolò via dopo il primo litigio dei miei. Guardai dalla finestra che dava sulla strada. i tifosi italiani rientravano a casa dai bar del paese.

Aveva perso l’Italia. Io avevo perso l’illusione di poter essere felice per sempre. In ogni caso, tutti avevamo perso qualcosa.

Maturità

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1996
Fui uno degli ultimi, nella mia classe, a fare l’orale per la maturità.
Era luglio inoltrato. Indossavo una t-shirt rossa e dei jeans anni 90. Nella luce di quel pomeriggio, i corridoi del Liceo Artistico sembravano meno squallidi. La commissione sembrava imbalsamata, 5 persone lessate dal caldo afoso, con lo stesso colorito degli organi in vitro nei musei della scienza. Ricordo il prof di Storia dell’arte che faceva il tifo per me e mentre io parlavo alla commissione delle cattedrali di Rouen, lui fuori dall’aula ci provava con mia mamma.


Ricordo il senso di libertà alla fine di tutto.
Un senso di onnipotenza, di pura grazia.
Una sensazione che non ho provato per la laurea, né per gli anni in accademia. Un grido di liberazione. Seguito da una insensata voglia di danzare, baciare, correre a piedi nudi, pronunciare come un mantra la frase “fanculo, fanculo a tutti”.

Non ci sono più i body di una volta…

 

e nemmeno la lycra di una volta…

Mi sono iscritto in palestra da un anno circa.

C’era un offerta e mi sono presentato presso la sede più vicina di quella che un tempo era la palestra “figa” con gente “figa” con prezzi “fighi” rivolti al ceto medio di quelli che, come me, rientrano nel tag: ” volevo fare il figo ma non potevo”.

Milano, la Tonic. Il luogo che, dai racconti di chi c’era alla sua inaugurazione, dev’essere stato un posto davvero carino prima di diventare un sudatoio pieno di muffa ricoperta da bisazza dai colori sgargianti!
Da meno di un mese Luca, il mio splendido personal trainer calciatore dagli occhi verdi, mi aveva chiamato annunciandomi che avrebbe abbandonato il centro pilates che frequentavo e che lo avrebbe abbandonato subito e che la mia prenotazione del lunedì successivo era annullata.

Ti seguirò ovunque Luca! – lo implorai come Ingrid Bergman in una stazione piena di nebbia e fischi di treni in partenza – dimmi solo dove!

A Monza! – mi fa lui  –

… A Monza? …oh … – dissi, ripetendo inutilmente la destinazione un po’ fuori mano, mentre il cuore e gli addominali mi si spezzavano irreparabilmente!
Chi si affeziona facilmente ad un maestro sa cosa vuol dire rimanere soli tutto ad un tratto. Ci si sente orfani. È crudele. Allora prima che anche il terzo di quello che un tempo era un accenno di tartaruga addominale mi sparisse come gli altri due nei giorni subito dopo l’abbandono; prima che la lunghezza dei tendini tornasse ad accorciarsi con la stessa velocità della frangetta di Ana Laura Ribas; prima che la mancanza dello splendido Luca mi deprimesse fino a farmi diventare come Loretta Goggi dopo la scomparsa di suo marito, mi decisi!
Mi fanno accomodare in un gabbiotto di plexiglas e un tipo comincia ad illustrarmi l’offerta. Lo interrompo e taglio corto con un – non voglio farti perdere tempo so già tutto dove devo firmare? –  Ma l’impiegato non fa un minimo cenno. Come se non esistessi, mi ignora. Si muove e pronuncia frasi come un attore amatoriale alla settima replica della recita in vernacolo nelle rassegne teatrali di provincia. Anestetizzato, programmato per finire tutta la sua tiritera sino all’ultima parola del suo copione perché poi deve correre a cena dalla suocera, declama postille correggendosi anche quando, preso da chissà quale impeto creativo, ne cambiava l’ordine (solo l’ordine di quell’infinita lista di cose che qualcuno gli aveva ordinato di imparare a memoria, giusto l’ordine …) . Con la verve di un commercialista del CAF di zona, di un robot, il Super Viky mi parla del diritto di cessione del contratto, dell’opzione con o senza parcheggio ignorando il mio inutile – Ma io non ho la macchina! – Non si interrompe sino alla fine del capitolo parcheggio, quando dice: – metta la croce nella casella NO se non vuole il parcheggio. –

Poi conclude con un inaspettato coupe de theatre! Prende un cronometro digitale, lo imposta e mi fa con lo stesso tono di voce della clausola a,b,c del contratto: – Ora le do 10 minuti di tempo per pensare e agire! Io me ne vado, la lascio solo nel box, e se lei al mio ritorno è riuscito a convincere altre 3 persone della sua rubrica telefonica a fare una settimana di prova qui da noi, io le ragalo un anno in più di corsi Open! – Stavo per dirgli che non avevo credito sul mio telefono perchè mi era scaduta l’offerta della Tim che lui aveva già azionato il conto alla rovescia è sbattuto la porta del gabbiotto trasparente dietro di sè dileguandosi in chissà quale sala squash a mangiare merendine dell’esselunga!

Silenzio improvviso. Conto alla rovescia.
10 minuti. – Sei uno Sfigato di merda… – dico solo come un’iguana nel rettilario in casa del boss di provincia, solo e seduto come uno spettatore ad un festival dedicato al teatro danza. 10 interminabili minuti.
Pensai a come era semplice iscriversi in palestra quando ero piccolo. Mamma ci caricava di peso, me e sorella, nella Fiat 126 bianca e andava da Tony (chissà perché i gestori delle palestre si chiamano tutti Tony) in Piazzetta a Monteroni. Il Tony del paese (ma poi anche tutti i Tony di Milano) era un fantastico gagà! Abbronzatissimo, tute fluorescenti in acetato (credo fuori commercio da anni per tossicità del materiale), muscoli guizzanti, mascella squadrata e denti bianchissimi, insomma uno Schwarzenegger di 1 metro e cinquanta di testosterone pugliese conservato in monodose come il Cuore di brodo Star! Mentre mamma gli dava 20 mila lire del mensile lui spediva in sala corsi me e mia sorella con ancora i vestiti da casa: io con le polacchine di suede beige e mia sorella con le LellyKelly lo stivaletto peloso oh Yea, senza tuta, prima iniziamo meglio è, a fare il corso di ginnastica aerobica che stava per iniziare! Un secondo dopo io e mia sorella eravamo a sculettare a tempo di please don’t go in jeans e maglia Liabel lana fuori cotone dentro leggermente ingiallite dai lavaggi frequenti.

Quelli sì che erano bei tempi… Andavi in palestra e avevi due scelte, solo due.

O ti spaccavi con i bilancieri (insieme ai maschioni con il cinturone allacciato in vita per proteggere la schiena e il marsupio della Converse allacciato sotto l’ombelico con dentro il Motorola senza filo e le chiavi dell’armadietto) oppure facevi aerobica. Non mille corsi, uno. Si chiamava aerobica. Lo step era già una cosa esotica. Aerobica perchè dopo un po’ che saltavi ti mancava l’aria. Almeno così  pensavo da piccolo.
Gli istruttori erano davvero motivanti! La scuola di James Fonda workouts divulgata in VHS in tutto il mondo, aveva forgiato migliaia di “mini lei” in body di lycra e scaldamuscoli. Un esercito di frangette laccate con tergi sudore alla fronte pronti a dichiarare guerra alla ciccia. Gli istruttori erano bombe di energia, flebo di red bull, erano belli, sorridenti e pronti a caricarti come una scheggia! Non c’era un passo senza un battito di mani, non c’era step touch senza il gridolino Yea! Si sudava come in metropolitana ad agosto, senza pietà. Era tutto più semplice e colorato, e per noi della provincia del sud era addirittura un filino gipsy! Gli abituè della lezione delle 17 erano donne con i bigodini, studentesse universitarie che facevano squat con i pantaloni con la riga e poi bambini. Come mia sorella e me. Una troppo paffuta per fare danza classica con le sue amiche, l’altro troppo strano per essere ammesso nella squadra di calcetto. Insomma la lezione d’aerobica era il luogo dove c’era posto per tutti, per i refusés, il GLEE club del paese.
Dove sono finiti quei body? Chi ha fatto estinguere l’ultimo esemplare di istruttore d’aerobica? Chi ha reso le tute così comode? O i materiali così traspiranti? Chi è quel pazzo che inventa i nomi dei corsi? Perché i trainer di oggi sono così mosci, così sciatti…così anonimi?
Torna l’impiegato Super Viky e mi chiede se ho trovato le tre persone.

Io intanto sono sprofondato sulla sedia, rassegnato, lì a cancellare dalla rubrica una ventina di nomi di persone ormai sparite dalla mia vita. Amo ottimizzare i tempi. Mi stringe la mano comunque, sapendo che non mi vedrà mai più.

Sono ormai iscritto.

Raramente frequento, anche se, al di là di ogni mia aspettativa, ho trovato addirittura qualche bravo insegnante, una con un fiore fuxia fissato sul lato destro della testa credo con la colla a caldo, non si muove … Dei miei addominali di una volta nemmeno l’ombra… Solo un flebile ricordo, l’eco di un cinque sei sette otto sgretolato dal tempo.

È proprio vero: non ci sono più i body di una volta!

a Francesca, la terza non va giù!

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regali per il mare

Prendo in mano l’I-Phone e cerco il numero di Francesca. Provo un bisogno elementare di sentirmi chiamare nel modo che solo lei sa. La chiamo… Hey! – le faccio, anzi le rispondo. Lei ha già riconosciuto il mio numero sul display e dopo il secondo squillo ha già farcito di suono la cornetta con il suo rosa, gommoso e paffuto:

Amore mioooooooooooooooooo – con le sue finali lunghe inconfondibili come un ritornello di Modugno, come la campanella della ricreazione. Francesca è l’amica scomoda e molesta, quella che ti dice la verità, quella che vorresti picchiare ogni volta che ti mette davanti il piatto della realtà servendotela senza condimenti, senza salse, senza glutammato. Francesca c’è perché ha deciso di installarsi nella mia vita. C’è perché non ha chiesto il permesso, ha messo 4 puntelli e ha montato la sua tenda della Quechua. C’è e basta.

Ti ho chiamata perché ho pensato ad una cosa… – le dico – … che se mai mi trovassi sul ciglio di una strada morente con una sola chiamata da fare prima di morire, chiamerei te… – le dico tutto d’un fiato, velocemente perché se parlo lento mi pento delle cose che dico. Cerco di capire cosa vuol dire quel suo lunghissimo “2 secondi” di silenzio.

– Tesoro cosa hai detto? – capisco che non ha sentito – che c’è sto cazzo di segnale che mo’ va mo’ viene- fa lei.  Al che, io mi trovo davanti ad un bivio :

1. Ripeto la frase?

2. Cambio discorso chiedendole se da quelle parti piove? ( che poi sono anche le mie parti quindi la domanda sarebbe imbarazzante di base)

Scelgo la uno.

***

Avevo giurato di non parlarle mai più. Mi ero ripromesso di non farmi mai più condizionare dai sui giudizi superficiali, dalle sue sensazioni, dal suo ottavo senso, dal suo intercalare “…a pelle…”, dalle sue inutili gelosie e dalle dinamiche, del tutto femminili, scontate quanto lontane dal mio modo di fare. Quella cena di tre anni prima mi aveva dato la conferma che davanti all’egocentrismo di certe persone che si professano tue amiche, non potevo far altro che edificare un bel muro. Ed io, dopo quella cena, il muro tra me e Francesca lo avevo anche insonorizzato; come il gabbiotto delle biglietterie Trenord (che io chiedo un’informazione e loro ti sentono ma poi non sento una mazza quando loro ti rispondono, al punto da dubitare che stiano davvero parlando dietro al vetro e non stiano invece muovendo il labiale come la principessa del quiz anni 90, Il Castello con Pippo Baudo su rai uno).

Vaffanculo Francesca! – mi ero ripetuto tornando a casa da quella cena di merda in cui Francesca non fece altro che mettere a disagio due mie amiche milanesi venute in Salento a conoscere le bellezze della mia terra e tra queste bellezze quella che credevo fosse la mia carissima amica!

Vaffanculo Francesca! – perché non capivo il motivo di tanta acidità, tanta stronzaggine tutta concentrata in 155 cm di femmina.

Vaffanculo Francesca! – perché avevo appena finito di dire alle mie due amiche milanesi che Francesca, la mia ” Cara” amica, era la più sensibile, empatica, solare delle persone che conoscevo. Invece un attimo dopo Francesca era lì, nel ristorantino di Porto Cesario che non da sul mare (che se no spendiamo troppo … – mi ero detto – … e non voglio mettere nessuno in difficoltà) a sforchettare la sua insalata di polipo sganciando merdoni con la velocità di Federica Sciarelli durante Chi l’ha visto! Uno dietro l’altro, caustica, torva, a mitragliare sentenze.

Con te ho chiuso! – mi ripetevo ossessivamente perché deluso dalla sua infantilità inspiegabile.

***

Tesoro mi fai piangereeeeeeeeeeeee – dice lei – che sai che sono in menopausa e piango per niente e togli e metti sto cazzo di cardigan che prima ho caldo poi ho freddo ma tuuuuuuuuuuuuu?? – sento che sta per dirlo infatti: – tu? Cosa ti è successoooooooooo? Che quando mi chiami tu, qualcosa è successo, sicurooooooooo – mi chiede.

Cosa faccio?

1.Le dico la verità ? e che sto di merda? e che allo specchio vedo un quasi quarantenne irrisolto? e che metto il mascara waterproof sulle sopracciglia bianche? e che non ho un euro? e che mio padre mi ha chiamato proprio ora che sta male? e che Milano è una gabbia di lupi maledetti che ti fanno il culo appena ti giri?

2. oppure le dico semplicemente che mi manca lei?

– Dai Francy… mica c’è bisogno di star male, per dire queste cose alla tua amica! – le rispondo optando per una terza risposta last minute… Quindi scelgo la 3: un pò di Verità e un pò di Minchiata.

***

Da quella cena passarono 3 anni. Tre anni in cui se tornavo in paese e mi trovavo a passare dalla via di casa sua, mi abbassavo slittando il culo verso il basso sul sedile della Fiat Punto stando attento a tenere le mani attaccate al volante, giusto per non farmi vedere. Quasi a vergognarmi. Come se fossi io quello a dovermi vergognare! Fatto sta che mi nascondevo perchè forse, dico forse, quella parte di me che le aveva voluto bene si sentiva in colpa del fatto di essere lì, nel paesino del sud, a pochi passi da lei, per i giorni di Natale o per l’estate , e non averla avvisata o chiamata…

***

Mi racconta che è sola. Suo marito è in missione in Libia sulla nave militare sulla quale si perde il contatto con lo spazio e con il tempo. In missione per lo Stato. Là dove migliaia di disperati sono disposti a vendere un rene per raggiungere Lampedusa. Là dove sui gommoni non ci sono più esseri riconoscibili come uomini, donne o bambini ma conchiglie. Conchiglie ormai senza mollusco dentro. Come le telline sputate fuori dell’Adriatico il giorno dopo il libeccio. Dei molluschi solo l’involucro, la parte dura, la conchiglia senza anima anch’essa naufragata come i naufraghi: senza vita anche se vivi.

Lei invece è sola a Gerenzano. Quest’anno le hanno dato una prima elementare tutta sua, col suo grappolo di adorati bambini dislessici, un autistico, un iperattivo, 12 stranieri di cui 8 musulmani, il resto italiani il cui unico problema è avere genitori ossessionati dalle attività extra scolastiche da inserire nel loro baby planning. Dice che è tutta un’altra vita da quando è di ruolo – … che le insegnanti di sostegno le trattano come bidelleeeeeeee, con le stronze di certe maestre di ruolo che fanno pure le arroganti, capisci? che non ti chiamano manco per nomeeeeeeee…. “Ehi ! “ti dicono per rivolgersi a teeeeeee … mannaggiachilastramorteeeeeeeeeee ( imprecazione salentina) – conclude e sospira.

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Al rientro a Milano, dopo la terza estate da quella cena, mi squilla il telefono ed è lei. Non ho un attimo di esitazione. Le rispondo come si starnutisce, con lo stesso livello di razionalità. Sono a Gerenzano! – mi dice – da quasi tre anni, vicino Saronno, una tristezza di paese che non puoi capireeeee – mi fa – con le strade perfette, manco una buca, ma ti pare possibileeeeeeee? – ed io penso che come uno stupido ho rischiato di schiantarmi un sacco di volte davanti casa sua quando guidavo nascondendomi, che idiota che sono stato! Non glielo dico perché mi faccio troppa pena. Parliamo come se fossero passate tre settimane e ci diamo l’appuntamento il giorno dopo perché mi deve dire una cosa importante, ma me la deve dire a voce!

***

Sono in tuta, telefono incastrato tra orecchio e spalla, con i piedi nudi sul letto mentre gioco a stendere le punte sino a farmi venire i crampi. Lei intanto mi chiede cosa farò per Natale. Poi il solito: – ma dai cazzo vediamociiiii… – e infine la notizia più bella: – A gennaio, farò una festa assurda, voglio invitare tutti, ubriacarmi fare casino e divertirmi, me lo merito no? – chiedendo retoricamente la mia approvazione – non ho mai festeggiato nulla ma giuro stavolta devo farlo! E poi sono dimagrita 17 chili! 17 chili, ti rendi conto??? perchè la dottoressa mi aveva detto che perdendo peso c’è più probabilità, e poi cominciamo a vedere se arriva… –

– … e se non arriva? – la interrompo – ti sentirai una donna a metà? mutilata? inappagata?  ti rimetterai ad ingrassare? hai messo in conto… –

– Si! L’ho messo in conto, e ci penserò quando sarà il tempo, non ora.- mi risponde assertiva.

– Ok – le dico – a gennaio festeggeremo la fine della menopausa!

***

Il giorno dopo il sole rendeva Milano una cartolina in sedici noni ad alta definizione! Mi ero fatto diversi film su quello che Francesca mi avrebbe detto. Perchè vuole vedermi? Perchè deve dirmelo a voce? Forse è incinta? Forse ha deciso di sposarsi? Forse ha scelto me come testimone alle nozze? Forse è dimagrita?

– Ho un cancro al seno. – mi dice, mentre sfrecciava il 24 davanti la fermata del tram, con tutto il suo stridore ferroso e il riflesso del sole sui vetri.

***

Dopo un cancro, terminato l’ultimo ciclo di chemioterapia, deve passare un arco temporale di circa 4 anni prima che i dottori blocchino la menopausa e diano ad una donna l’ok per ricominciare l’ovulazione. La menopausa serve in poche parole ad impedire agli ormoni femminili di dare informazioni sbagliate alle cellule diminuendo il rischio di moltiplicazione delle cellule ribelli. Finito questo periodo di rischio, se i parametri sono tutti giusti, le donne possono ritornare ad essere fertili. A volte succede che si resti incinta subito, a volte no. Sono cose complesse. Ci sono mille variabili. Francesca mi sembra motivatissima. Si è sposata l’estate scorsa. Le tette nuove hanno retto 12 ore di viaggio di nozze in aereo! Ha trovato una certa stabilità professionale come maestra elementare, è dimagrita. Sa che non potrà mai allattare da quelle due meravigliose tette nuove, le super-tette  – Ma chissenefregaaaaaaaaa! – mi fa – gli darò da bere qualcos’altro a sto bambinooooo!

Ascolto la sua voce e immagino una bottiglia piena di speranze inconfessabili da regalare al mare. Una bottiglia piena di biglietti arrotolati. Una conchiglia abitata dalla vita. Una casa di vetro arredata d’aria, carta e di progetti. Non mi voglio illudere ma ok, io lo so. So che ci si può ammalare. Che certe notizie arrivano sulla tua faccia come randellate proprio nei giorni di sole. Che puoi sconfiggere un cancro avvelenando Random il tuo corpo, cellule buone e cellule cattive senza poterle smistare. Che comunque vivrai una vita con la paura che il mostro torni. Lo so.

Però so anche che non c’è suono più bello della parola Progettare! E dopo il figlio, Francesca sta già progettando di tornare chirurgicamente alla sua quarta coppa C, perchè questa terza scarsa che le hanno fatto proprio non le va giù.

PS: … e comunque le due amiche milanesi dopo quell’estate sono sparite, inghiottite da chissà quale happy hour, scivolate nell’oblio. A stenti ricordo il loro nome. Cazzo, Francesca lo aveva capito ” …a pelle”!

mia mamma è nel latte parzialmente scremato

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dove la destra e la sinistra, il sopra e il sotto non fanno la differenza

Mamma è arrivata sabato con un frecciabianca che, a 20 km da Milano, si è fermato nel silenzio di una stazione di provincia il cui unico binario sembrava essere lì solo a ricordare il significato della parola desolazione. Due parallele tracciate da un bimbo con un pennarello grigio, capitati li come qualcosa di improvviso, un pentagramma non finito. I motori del treno si sono spenti e il paesaggio dal finestrino per 40 minuti ha smesso di sfrecciare. Mi chiama e dalla voce capisco che sta succedendo qualcosa. Lei cerca di ostentare una tranquillità troppo dichiarata per essere reale. È in panico. Lo capisco. Mia mamma non sa dove si trova. Chiusa nel vagone di un treno pieno di gente, ad accumulare un banalissimo ritardo di 40 minuti. 40 minuti in cui il suo cervello come sempre in casi del genere va in corto circuito.

La prima volta in cui si è persa ricorda di essere stata così piccola che suo padre, il nonno era ancora vivo. E calcolando che il nonno è morto quando lei aveva 5 anni , ciò vuol dire che lei ha un vivido ricordo di un fatto avvenuto nel 1952 circa. Per raggiungere piazza Confalonieri dove la domenica mattina un mercato animava di bancarelle le vie intorno alla Chiesa Madre, era necessario partire di casa col cavallo. Arrivati al mercato, nella confusione, mia madre quattrenne non si accorge di aver lasciato gradualmente la mano del suo papà così come si lascia la presa con la vita un attimo prima del sonno, abbandonando i muscoli uno ad uno e cedendo inconsapevolmente verso l’abbandono, verso il basso. Segue da quel momento un ricordo confuso e mal riemerso che termina con lei che chiede a qualcuno dove si trovi la casa dei Gala, la famiglia di signori per i quali i suoi genitori facevano i fattori. Giusto il tempo di chiederlo per poi urtare contro le ginocchia di suo padre che si piega a prenderla in braccio. Salvata dal risveglio come Alice alla fine di quel “meriggio tutto d’oro”. Nessuno saprà mai se sono stati attimi, minuti oppure ore quelle che trascorsero da quando si rese conto di essere rimasta sola in un mercato affollato e il momento in cui fu ritrovata da suo padre. Lei ricorda lo sgomento, o meglio non ricorda che nebbia, la sensazione che noi proveremmo nel cercare senza navigatore lo svincolo giusto su una tangenziale in una mattina in cui la nebbia è tanto fitta da sentirci in una tazza di latte parzialmente scremato.

Ci tiene a farmi sapere che ha messo in ricarica il suo cellulare Samsung con sportellino richiudibile con i cristalli liquidi verdi, l’antenato dei touch screen! E capisco che qualcosa non va. Perché il suo cellulare è già carico. In treno non lo usa nel caso dovesse aver bisogno, per non sprecare batteria. Lo ha messo in ricarica ma il treno fermandosi per 40 minuti ha staccato l’alimentazione elettrica e quindi lei mi chiama per dirmi che il treno è fermo. Capisco che è entrata nella tazza di latte parzialmente scremato. La sindrome del disorientamento tra pochi istanti proietterà nella sua testa un film.

Ecco il plot: in una stazione di campagna della pianura padana un treno in panne si spegne. Capotreno e macchinisti abbandonano le vetture e scappano. I passeggeri decidono di farsi coraggio e rompere i vetri. Uomini donne e bambini dovranno saltare da un finestrino rotto giù da un treno. Dovranno Abbandonare i bagagli, oppure portarseli dietro e cominciare un esodo. No anzi, una deportazione di massa in cui ognuno di loro, migliaia di persone camminerà per altrettante differenti direzioni. E lei non saprà dove andare, chi seguire, come fare. Perché non saprà come tornare a casa. E allora deciderà di seguire una anziana signora. Seguirà la più anziana delle donne sul suo vagone. Quella che ha da badare ad un marito invalido sulla carrozzina. Con lei troverà una strada. Si affiderà alla sconosciuta. Si abbandonerà a lei. Si lascerà cadere nel vuoto delle decisioni di altri per poi sperare, perché no, di ritrovarsi come di incanto ad urtare contro le ginocchia di suo figlio che, povero, è in stazione centrale da 40 minuti ad attenderla. e in qualche modo mollerà la presa con la vita, come un attimo prima del sonno e si darà in affido a sconosciuti andando incontro al suo destino. Mangerà manna, o radici per 40 giorni. Il resto va da se, moriranno tutti. Un film horror insomma, che finisce coi titoli di coda e la frase finale: dedicato ai martiri del frecciabianca con i 40 minuti di ritardo bloccati vicino Lodi.

Mia mamma non è stata più trovata da quella domenica mattina. Ne sono sicuro. Mia mamma è li che si guarda intorno e non riconosce nessuno, non riconosce il volto, la voce  e il profumo di chi le dovrebbe essere famigliare. E’ nel latte parzialmente scremato. Non ha punti di riferimento, non ha il tempo di memorizzare un colore, una scritta, una forma famigliare che la possa orientare nello sfondo bidimensionale della desolazione. Mia mamma non si è più mossa da li. Non trova una via d’uscita.

Quello che per noi è un banalissimo entrare ed uscire da un negozio, andare al supermercato, andare a fare una visita in ospedale o una passeggiata in centro, per lei è un continuo stare in allerta per paura di perdersi e perdere noi figli come bigliettini dalle tasche di un cappotto. Non distingue la destra dalla sinistra, il dietro dal davanti, il sopra dal sotto.

Pare che nel corso di primo soccorso alpino venga insegnato agli sciatori ad orientarsi qualora si rimanesse vittime di una valanga. Dicono di fare la pipì. Di farsi la pipì addosso per capire da quale lato scende, per la forza di gravità, il liquido e per cominciare a scavare dalla parte opposta.

Io non ricordo quando è stato il momento preciso in cui ho iniziato a orientarmi. Per me è stato come imparare ad allacciarmi le scarpe o dire ahi! se sento dolore. L’orientamento è un senso talmente naturale che nessuno si domanda da quando, perchè o come… Ci orientiamo e basta. Ci guardiamo intorno. Fissiamo dei particolari sino a farli diventare a noi famigliari. Seminiamo sassolini e troviamo sempre una via d’uscita o una via d’entrata. Abbiamo una bussola ereditata dal regno animale e ci basta.

Per mia madre non è così.

Da piccolo ero io a guidarla, ero io a portarla dalla mia pediatra, ero io a indicarle l’uscita dell’ufficio postale. Dovevo farlo senza farglielo pesare, come se fosse normale perdersi, senza farla sentire sbagliata.

Scende dal frecciabianca e mi abbraccia come si abbraccia un figlio che torna dalla guerra. Dice che non prenderà mai più un treno da sola. Che non ha più l’età. Che soffre troppo. Le dico che non prenderà più un treno da sola. Che ci saremo noi figli ad accompagnarla. Noi ci saremo a ostentare sicurezza, a risolvere le cose strada facendo (come tutti senza porci il perchè), a vedere dove cade la pipì quando, sepolti sotto la luce accecante della neve, cominceremo a scavare dalla parte opposta.

i draghi da combattere

joel robison
 ridimensionare tutto \ ph. Joel Robison

Chi sono i mostri e i draghi che ho combattuto?

Giuseppe, 6 anni, un bambino bello che porta il mio stesso cognome. Magrolino, occhi intelligenti con macchie di color verde moquette. Il mio primo mostro da combattere.

Mio padre tornava dall’Africa 3 volte l’anno. La sua presenza si sentiva davvero solo quando era lontano. Il giorno dell’arrivo poi, tolti i primi 10 minuti di saluti, del ciao! del come va a scuola? dell’hai imparato le tabelline? tolti altri 10 minuti dello scarto regali (spesso lo scartare era già un momento di isteria in cui io e mia sorella guardavamo l’uno i regali dell’altra come se l’azione violenta dello spacchettare ci potesse rivelare altro oltre l’oggetto … un perché … una promessa … un resterò lo giuro) … ecco tolti questi attimi ci ritrovavamo soli più di prima ad aspettare il ritorno di un padre che stavolta però c’era, che era lì con noi: disabituato al linguaggio dei bambini, infastidito dalle loro urla, dai loro tornei per attirare l’attenzione.

Nei 20 giorni a seguire, i soli 20 giorni prima della nuova partenza io avevo un nemico da distruggere. Mio cugino Giuseppe. Il male personificato in un bambino con le ginocchia nodose, bello ed essenziale e a sua volta solo e randagio. Giuseppe era il figlio del fratello problematico di mio padre. Figlio dello zio perdente, il disgraziato, il pazzo, il poeta, l’incompreso. Giuseppe era per mio padre il bambino da proteggere dal padre screanzato, che si giocava tutto, che non riusciva a tenersi mezzo lavoro, che massacrava di botte la zia invecchiata di colpo a 25 anni, la zia che scoloriva lentamente come quando muoiono le rose in un vaso pieno d’acqua. Giuseppe era per mio padre il figlio da adottare, il cucciolo da salvare, l’Oliver Twist che gli ricordava se stesso alla sua età. Lui (mio padre), il grande di casa a 7 anni, primo di 5 figli uno più denutrito dell’altro cresciuti nel reparto tubercolotici dove ormai viveva la nonna.

Per me Giuseppe era il cattivo dei cartoni animati. Mio padre gli faceva gli stessi regali, usava per lui la stessa misura per qualsiasi cosa. Io non avevo alcun trattamento speciale per essere il figlio, zero. Mio padre come un giudice divideva esattamente a metà il suo già discutibile affetto e la sua attenzione non rendendosi conto che quell’equità di cui si vantava nel trattare i due cugini, era in realtà la peggiore delle ingiustizie dal mio punto di vista. Mi sentivo trattato allo stesso modo. Anzi, meno. Io per lui ero quello cicciotto, goffo e pauroso che non saltava i fossi, che non impennava con la BMX, che viveva nell’amore e nel calore dei parenti materni. Io ero quello che doveva capire. Quello fortunato, quello iper-protetto. Io dovevo essere buono e compassionevole nei confronti dei cuginetti bisognosi.

Ero qualche mese più piccolo di mio cugino. Ma ero sicuramente più pesante da tutti i punti di vista. Facevo taglia incolla con i discorsi degli adulti come se il mondo dei grandi fosse già mio, totalmente compreso, afferrato. Giuseppe era un bambino molto più fine è intelligente di me. Di quelli che poi da grandi non dicono una parola e tutti gli cadono ai piedi. Un potenziale capo di una setta. Disegnava benissimo, io ricalcavo benissimo. Possedeva in miniatura tutte quelle caratteristiche che rendono tronfi di soddisfazione i padri: sapeva giocare a calcio, sapeva difendersi, era affettuoso. Il mio esatto contrario.

Il mio primo lupo feroce da abbattere era lui. Ci pensavo continuamente. congetture su congetture. Film, strategie di distruzione, complicati piani per l’eliminazione erano la mia merenda. Non mi davo pace. Mosso da invidia, ho covato risentimento dando un nome e un volto a risentimenti più profondi di cui ancora oggi non sono pienamente cosciente.

Ma la cosa che mi strazia ancora oggi a 36 anni, è un’altra.

Come ho fatto a covare così tanto odio per una bambino? O forse ciò che non mi spiego è il come tutto quel l’odio sia penetrato nelle mie ossa, nei miei sguardi, nei miei sospiri là dove prima non c’era e si è calcificato negli anni … come ha fatto tutto quel l’odio a trovare così tanto spazio nel corpo di un me seienne.

E mentre passavano gli anni, ed entrambi crescevamo in due famiglie sfortunate allo stesso modo e diventavamo ragazzini, poi giovanotti, poi studenti e poi uomini fino al totale distacco, mi rendo conto che parte di questo distacco, di questo perdersi nel mondo, è stato per colpa del mio atteggiamento di diffidenza, di rifiuto, di ostilità. Eravamo due persone diverse già da piccoli, incompatibili sicuramente da tanti punti di vista ma infondo accomunati dallo stesso male: quei nostri padri fratelli, quei due incapaci, quei due degenerati.

Per anni mi sono nutrito di quel risentimento e me ne sono servito per trovare un alibi a mio padre. Forse per distrarre me stesso dal reale pericolo, che ovviamente non era mio cugino.

Sono passati decenni. Il mostro da combattere ha cambiato nome e faccia. Giuseppe è diventato Daniele, poi Antonio, poi Luca, poi Valentina, poi Giada, poi Alessandra, poi Nicola poi Pinco Pallo.

Persone che, a mio avviso, mi hanno fatto del male. E forse lo hanno fatto davvero ma quello che mi chiedo è: quanto di quel male reale ha rigenerato e riportato a galla altro male? Quanto di quel dolore reale si è mischiato e confuso con altro dolore?

E mi viene a volte il dubbio di aver combattuto una crociata costruendo una difesa sulla base di mie proiezioni, di mie fiction che hanno rimpolpato una realtà infondo scarna. So che non è sempre così ma il dubbio inizia a venirmi. Questo spiega anche il mio atteggiamento nell’ultimo periodo. La scelta di non fermarmi a ragionare sui torti subiti. Di non nutrire il male con altro male. Di non dare importanza a quella tensione verso il buio. Di ridimensionare tutto. Di distrarmi dal seienne sempre presente in me che vuole, che ha bisogno di fermarsi a covare il male.

Quindi chi è il mio nemico? Chi sono i nemici per colpa dei quali ho sofferto o contro i quali ho pensato di combattere? Sono reali o sono solo il risultato del mio bisogno di combattere qualcuno?

Che farò grandi cose

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zennissimo \ ph. Kyle Thompson

Che la vita mi abbia negli anni suggerito uno o più modi per auto incitarmi alla sopravvivenza questo è quantomai evidente. Sono il miglior coach di me stesso. Sono colui che crede maggiormente (forse l’unico) nelle mie potenzialità. Non chiedetemi su quale base. Sono in assoluto il maggior supporter della squadra composta da me, i miei braccialetti di legno, i miei fantasmini, le mie mutande tezenis in promozione e i miei biscottini Doemi integrali…

Questa è la mia squadra! Il team Manico.

Dopo aver scoperto il nuovo shop delle Equilibra in Piazza Argentina la new entry in casa sono stati gli integratori. Dopo una cura di vitamina C ora sono passato al complesso vitaminico B. Che oltre a essere un toccasana per il corpo dovrebbe (inspiegabilmente) favorire le mie funzioni celebrali. Pensate un po’! Con soli 3.50€ miglioreranno le mie funzioni mentantali. Le sinapsi saranno più solerti a fare il loro lavoro, i neuro trasmettitori come dhl scorrazzeranno da una parte all’altra della mia calotta cranica e il budino grigio, il dentro della noce nella mia testa non potrà che elaborare idee, stress e input con maggiore efficenza. Se funziona con un investimento di 3.50 € pro capite i governanti di tutte le nazioni del mondo potrebbero far tornare intelligenti i miliardi di idioti che popolano il pianeta. Dai macellai del sedicente stato islamico, ai pedofili del Vaticano, dai bulli ai prepotenti, dai radical chic ai complottasti, dai creativi del teatro di ricerca ai grafici hipster …. Tutti guariti dalla vitamina B… Rinsaviti, svegliati dal torpore, riapriranno gli occhi come la Bella Addormentata dopo l’abiocco, si alzeranno dal loro giaciglio con velocità sino a perdere l’equilibrio per uno svarione e Torneranno a pensare prima di parlare, ad ascoltare, a immedesimarsi, a cambiare punto di vista…faranno grandi cose.

E anch’io sento che farò grandi cose.

Innanzitutto inizierò ad amarmi, a credere nel mio domani, guarderò le persone sforzandomi di percepire l’immensa fatica che hanno fatto per essere arrivati fin li, salvi. Porterò avanti i miei progetti. Sarò Fedele alle mie inclinazioni naturali: l’arte, l’amore e la curiosità. Voglio saperne di più, imparare, stupirmi con ancora meno effetti speciali. Superare la paura dell’aereo e vedere panorami che non ho mai visto. L’India, l’America, l’Oriente. Farò grandi sogni e progetti nonostante la mia situazione economica, nonostante le correnti sfavorevoli. Ho bisogno di dirmelo. Ho bisogno di ricordarmi che sono solo vittima di un errore. Che non è tutto finito. Tornerò a creare, tornerò a scrivere, tornerò a fare il mio lavoro. Ho bisogno di rassicurare me stesso. Che non ho fallito, ho solo scelto di prendere le distanze da un certo me per fare il carico di energia. Per ritornare un giorno e tornare più lucido e più forte.

Farò grandi cose perché grandi cose penso, perché non temo la fatica, perché sono un’ inesauribile entusiasta. Perché soffro troppo, perché merito il giusto, perché mi infervoro, mi appassiono, mi fido.

Che non vivo a risparmio

ogni cosa ha il suo peso \ ph.  Joel Robison
ogni cosa ha il suo peso \ ph. Joel Robison

Risparmiare vuol dire mettere da parte, accumulare.

Si risparmia tempo, minuti, una giornata. Si risparmia denaro, cibo, qualcosa per averne un beneficio in futuro. Si fa economia per i tempi di magra.

Io non sono mai riuscito a fare una polizza sulla vita, infortunio, malattia, morte violenta. Neanche quegli stalkers degli impiegati di poste italiane sono riusciti, con le loro raffinate tecniche da imbonitori, a farmi firmare un libretto di risparmio.
Eppure a volte risparmio anche io, soprattutto con l’obiettivo di farmi un regalo! Faccio dei tagli sui ristoranti, sui divertimenti (se il teatro o il cinema italiano possono essere definiti divertimenti). Aspetto i saldi come Bernadette l’epifania della madonna: col 70 % di sconto risparmio sul cappotto di Zara e lo compro anche se non è della mia taglia…

Lesino la mia crema al collagene che costa un fottìo di soldi. Per non sembrare tirchio dico che i dermatologi consigliano di non esagerare con il prodotto.
Si accantona la spazzatura per fare la differenziata per risparmiare energia, per risparmiare inquinamento, per risparmiare l’apocalisse. Economizziamo su una cena mettendola sul conto dell’azienda o fatturando l’impossibile. Ci si modera, ci si frena per non dilapidare il patrimonio (che parolone!), per non sforare con i debiti, per arrivare alla fine del mese.

Ti risparmio i dettagli! Dico quando mi capita di vedere a teatro uno spettacolo di Sciarroni.
Sono esente ticket! Esente tasse. Esente sconto. Esente comprensione. Sono stato risparmiato da un cecchino! o da un boia: graziato, per questa volta.
Mia mamma dice sempre di non stancarmi troppo, di riguardarmi, di badare a me come avrebbe fatto lei se non fosse stato tagliato il cordone ombelicale. Complesso materno nella sua complessità.

Un giorno, senza rendercene conto, abbiamo cominciato a ragionare da risparmiatori. E così passano gli anni, e ci siamo preservati al punto da aver interiorizzato totalmente la conservazione. Siamo uomini sotto sale. Sott’aceto, in salamoia. Ci teniamo quello che abbiamo con mania di accumulazione conservante compulsiva. Ci siamo imballati nel cellophane del mi raccomando! Abbiamo fatto economia addirittura con i sentimenti. Abbiamo cominciato a ragionare come aridi tutor di noi stessi. Niente abbracci, niente amore, niente carezze. Il cuore infagottato nel pluriball. Il timbro con la scritta fragile, anche se fragili non lo siamo mai stati. Non ci fidiamo, non ci lasciamo andare, non ci diamo più.

Non ci diamo alle persone, alla nostra famiglia, non ci diamo più. Non ci mettiamo più nulla di nostro. Per non rimetterci! Rimetterci cosa? E soprattutto se non perdiamo qualcosa, se non rischiamo qualcosa, se non ci lanciamo nelle braccia di qualcuno, se non doniamo qualcosa alla persona sbagliata, cosa ci resta da fare? Se non usiamo i mobili di casa per non rovinarli allora cosa o chi stiamo abitando. Se non mettiamo l’anima nelle cose che facciamo, cosa le facciamo a fare? Se un artista passa più tempo a raccogliere scontrini, giustificativi e fatture risparmiando sulla sua opera, e togliendo tempo alla sua ricerca, che artista è? Se si continua a togliere, togliere, togliere e togliere, perché less is more!, perchè il minimalismo fa comodo, cosa resterà del nostro passaggio? Se non corro per paura di cadere, scorderò cosa vuol dire sentirmi libero.

C’è chi dice che mi butto a capofitto nelle cose. E che poi rimango scottato. C’è chi mi dice di stare attento. Di non prendere a cuore tutto, di mettere distanza. Le Distanze. C’è chi mi consiglia di non essere così focoso nei giudizi, così radicale nelle posizioni, così fragile se qualcuno mi fa una osservazione. Per risparmiare inutili sofferenze, per non rimanere nuovamente deluso. Di mettere un diaframma tra me e gli altri, una quarta parete tra me e la prepotenza delle sensibilità grattate a scaglie grosse di chi mi circonda.

Ma che cazzo di vita sarebbe questa? Che vita è una vita in cui ogni rapporto è basato sulla logica della distanza. Senza sperpero di emozioni. Senza dilapidare lacrime, senza sprecare energie. Che cazzo di vita sarebbe?

Risparmiare vuol dire mettere da parte. Io non so mettere da parte nulla. Non metto da parte l’orgoglio, la fatica, i ricordi, la famiglia, le offese, le umiliazioni, le parole sperperate e le frasi non dette. Non metto da parte nulla, col rischio di dare importanza a molte, troppe cose. Col rischio di dare importanza a persone grette, a gente invidiosa della mia luce, del mio entusiasmo. Col rischio di dare importanza addirittura al gesto scortese di uno sconosciuto sul treno. E ferirmi.

Se ho deciso di non buttarmi sotto il convoglio della linea 1 nell’ora di punta, se ho deciso di non dare in pasto la mia vita a droghe sintetiche e alcool, se ho semplicemente deciso di vivere senza che qualcuno lo abbia deciso per me, non ho altra scelta. Non posso vivere a risparmio, non posso amare, creare, soffrire, immaginare e sognare a risparmio. Non posso.

E per chi vive a risparmio: fatemi almeno la cortesia di smetterla di farci sentire sbagliati.

100% puro zombie italiano

zombie italiano doc \ ph. Kyle Thompson
zombie italiano doc \ ph. Kyle Thompson

Amo le tradizioni, soprattutto quando non sono le mie. Quando sono radicate nel tempo, quando hanno un valore estetico ed estatico, quando sono sedimentate nel reale tessuto umano. Quando sono legate alla partenza, al distacco, al timore del futuro.

Non amo le tradizioni studiate a tavolino per fini commerciali di bassa lega. Dunque odio Halloween quanto odio la Notte della Taranta. Odio la festa del papà quanto Ferragosto.

Tuttavia questo sempre crescente entusiasmo italiano per Halloween ha una spiegazione antropologica esatta. Gli italiani sono dei perfetti zombie. Deambulano per le strade, fanno shopping, bevono mojto, vanno al Frida o al Mono, ti consigliano diete e SerieTv cool, emettono i loro versi sollevando pesi alla GetFit, si lamentano della crisi e dei profughi, hanno un incarnato sinistro, oltrepassano altri zombie in cerca di carcasse ancora calde.

Lo zombie italiano educa i suoi figli maschi al virilità calcistica e le figlie femmine alla ricostruzione unghiale. Gli zombie genitori dicono ai figli di avergli dato tutto, e i figli sono zombini infelici come gli zombie del terzo mondo. Gli zombie italiani sanno che solo un vero zombie maschio e femmina possono formare una solida famiglia zombie italiana cristiana costituzionale. Perchè i bambini, a scanso d’equivoci, hanno bisogno della figura bi-zombiale del padre e della madre.

Due zombie dello stesso sesso in italia non possono fare famiglia. Perchè sono zombie di serie B. E gli zombie di serie B non si lamentano, non fanno la rivoluzione, ignorano chi sia Martin Luther King, pensano che Stonewall sia un locale di incontri con darkroom al piano -1.

Poi ci sono gli zombie politici che hanno infettato tutti. Hanno contagiato prima i loro amici e portaborse e poi il popolo con la loro disumana noncuranza. Il popolo italiano contagiato dalla zombiezza coltiva il suo orticello di zucche e reclama con forza il suo orgoglio di cittadino zombie ma se, mettiamo il caso,  qualche zombie tedesco viene a pisciare nelle fontane del Bernini, nessun zombie italiano si sente autorizzato a intervenire. Tutti hanno fiducia in una italiana giustizia zombie. Lo zombie italiano fa volontariato tramite donazione di marshmallows ma non conosce il nome del suo vicino di pianerottolo.

Halloween è la festa degli italiani. Buona notte lume della ragione!

l’halloween dentro di me

dolcetto o scherzetto \ ph. E. Brisson
dolcetto o scherzetto \ ph. E. Brisson

Se provo tutta questa paura è perchè ho ancora qualcosa da perdere? Sono giorni ormai che mi ripeto con il ritmo cadenzato di una preghiera antica che posso farcela! che cadrò in piedi! che troverò la mia strada! Sono giorni che questo vuoto rosario mi calma come se fosse un sedativo, come una camomilla, come (paradossale!) una puntata di Grey’s Anatomy.

L’anatomia del mio livido è sempre più chiara: ho il dubbio di non essere pronto ad un’altro fallimento. Eppure, nonostante io veda all’orizzonte un nuovo uragano, non dimostro grossi segni di cedimento. Due sono le cose: o sto maturando un mio modo di affrontare le emergenze o sto insabbiando. Mi altero, questo si. Sono focoso, sanguigno. Ho un’energia pazzesca che mi galoppa dentro. Non sono apatico o sconfitto. Sono arrabbiato ma non al punto da logorarmi. Penso che non ne valga la pena. Penso che non c’è nulla che valga quanto un mio battito del cuore, una mia lacrima, un mio sospiro. Nulla.

Ho ripreso a mangiare cioccolata. Fondente. Il ginocchio sinistro mi fa male, pare voglia dirmi: qui liquidiamo tutto per rinnovo locali! Il mio orecchio destro è tappato dal 15 di agosto nonostante gli antibiotici, l’areosol, il cortisone e la carbocisteina. Sono state asportate le corde vocali a mio padre per un tumore, ora finalmente potrà risparmiarsi di dire stronzate! La vita gli ha dato una seconda possibilità. Penso che gliela darò anche io una possibilità. L’ho data a cani e porci e colleghi coreografi (l’isis dell’arte), posso darla anche a lui. Ho saputo del suo tumore tre settimane fa mentre un cameriere nordafricano mi serviva al tavolo una pizza margherita da 4.50 euro. Ho ringraziato il cameriere, ho tagliato la pizza, ho aspettato che l’elastico della mozzarella calda si staccasse dalla parte tagliata e ho mandato giù il boccone senza masticare. Non ho avuto pena, non ho versato una lacrima, non ho fatto una piega. Ho pensato ad una sola cosa. Sono anni che una parte di me, nascosta e segreta teme di ammalarsi alla gola. E’ la parte del mio corpo che mi spaventa di più. Quando qualcosa o qualcuno mi fa del male, io provo un dolore secco e soffocante alla gola. Ho sempre pensato che se un giorno morirò, morirò di mal di gola.

Dalla sera della pizza margherita non faccio altro che pensare alla predisposizione genetica a certi mali incurabili. Penso al mio rischio di ammalarmi. penso al mio livello di predisposizione alla morte. Penso al mio potenziale annientamento e so che dovrei pensare ad altro. E non ho rimorsi. Anzi, sono preoccupato per me ma allo stesso tempo sollevato dall’idea di poter dare a mio padre una possibilità. La vita lo ha punito abbastanza. Io posso trovare la forza di dimostrare umanità. Avrò bisogno di tempo, questo si, ma sono fortissimo.

Ho paura perchè ho tanto da perdere. Il tempo, l’entusiasmo, la fiducia e soprattutto l’umanità. Alla mia parte nera rispondo sorridendo, abbracciando l’uomo che amo, dicendo ti amo. Non è una cazzata. Questo fa bene. Crea un vento di leggerezza, una danza, un canto libero, un contagio positivo. Tutto questo non guarisce ma salva a suo modo. Mi salva per un’ora, un minuto, anche mezza giornata! Ma non è poco!

Per la cronaca: non ho avuto ancora nessun attacco di panico dopo il n°46, nemmeno un sintomo! Ho una paura cosciente e tutt’altro che cieca.

torno a studiare danza classica, wow!

si danzi chi può
si danzi chi può! ph. Travis Magee

Ho deciso di riprendere a studiare danza classica. Sono 3 anni che non la studio più. Quest’anno sono motivato a tornare a studiare. Per il mio piacere! Sembrerà una scelta banale ma non lo è! E’ a suo modo una mia piccola conquista. Scegliere di mettermi alla sbarra e godermi una lezione è una conquista dopo anni di rifiuto, di paura del giudizio, di stupide paranoie ma non solo…

Una delle sensazioni che ricordo maggiormente del periodo dell’accademia è la Disperazione. Un senso totale di fallimento, frustrazione, annientamento dovuto alla totale assenza di apporto umano, di calore affettivo e consolatorio da parte dei docenti di danza. Chissà perchè molti docenti sono così freddi, così distruttivi, così accaniti, così refrattari al rinforzo positivo…

Da alcuni giorni mi sveglio di soprassalto durante la notte. Ho mal di collo. Sto bevendo troppo caffè, forse. Quando mi sveglio durante la notte la prima cosa a cui penso è ricordare cosa stavo sognando. Ieri per ben tre volte ho sognato di insegnare. Spiegavo le cose più disparate con pazienza e semplicità per farmi capire. In due dei sogni spiegavo cose alla mia mamma. Come si accende un I-phone, come si raggiunge piazzale Loreto, come si cucina la quinoa.

Non ho voluto fare la carriera del danzatore. Se penso a cosa sarebbe stata la mia vita se a quel famoso bivio avessi detto si, provo un senso di desolazione. Ho sempre avuto ben chiari i miei limiti. E se da una parte penso che aver iniziato a danzare a 14 anni sia stata, tutto sommato, la mia fortuna, dall’altra il fatto di avere un corpo non adatto ai virtuosismi della danza, avere altezza e viso non adatti a certi ruoli e a certi stili credo sia stato causa di dolore fisico e non solo fisico. In più, la mia estrema propensione all’autocritica mi ha dato il colpo di grazia.

Oggi io so di saper danzare. Non ho dubbi. So danzare ma non ho scelto di danzare. Lo so perchè l’ho dimostrato a me stesso. Perchè a 36 anni so che danzare è un dono innato che non è strettamente correlato alle doti fisiche e ai virtuosismi della danza classica. Perchè danzare è una luce che hai e che si deve vedere, è una vibrazione che ti muove e ti rende Bello e Comunicativo al punto da creare altra luce intorno a te. Questo ora mi è chiaro, ed è quello che cerco di comunicare ai miei allievi.

Eppure in quegli anni di formazione, negli anni in cui molta gente aveva la responsabilità di formare giovanissimi talenti, tutto questo non era chiaro. Il dolore che ho provato ogni mattina alla sbarra, quando il maestro non mi salutava, non mi correggeva, spegneva la musica quando arrivava il mio turno nella diagonale e ti diceva che è sbagliato chiedere, fare domande perchè i veri ballerini agiscono senza chiedere…bhè tutto quel dolore poteva portare a due cose. A una rabbia costruttiva o ad una rabbia distruttiva.

Nel mio caso ha vinto la rabbia costruttiva supportata dalla mia presunzione. Diciamo la verità. Ero circondato da ignoranti e coglioni. Da gente che non aveva un bagaglio culturale (e non parlo di lauree) parlo di curiosità per l’arte o di senso del bello. Gente che non aveva mai letto un libro o che veniva da regimi comunisti repressivi e fondati sull’ordine apparente. Gente che ha avuto la sfortuna di essere della stessa generazione di Nureyev. Che ha vissuto troppi anni nell’ombra della sua sua totale, globale, esagerata armonia tra intelligenza e bravura. Gente che ha stappato le bottiglie di Tavernello quando quel “pervertito” di Rudy morì di Aids a soli 54 anni (dopo aver fatto la storia). Ecco. Siccome ne ho conosciuti tanti di coglioni e ignoranti ho sviluppato gli anticorpi. La mia rabbiosa vivacità cerebrale mi ha salvato. Quando ho dato ad ognuno il suo valore (nella scala dei coglioni e ignoranti) ho cominciato a studiare con la giusta modalità.

Là dove il corpo non mi aiutava ho usato la testa. Spesso infrangendo le regole. Perchè se la regola mi metteva nelle condizioni di non danzare, di non sentire il flusso vitale, l’energia musicale, il ritmo dei miei sentimenti voleva dire che sul mio corpo quella regola andava infranta e sfanculata. Se ad esempio, una quinta posizione serrata attraverso un inutile dispendio di energia muscolare stava diventando un ostacolo rispetto alla percezione del mio centro, l’unica cosa da fare era stare comodo. Mettere il mio corpo in condizioni di essere uno strumento vivo, percettivo, pronto all’azione e felice.

Perchè, un’altra grande cagata che ti dicono i maestri di danza (soprattutto di danza classica) è che la danza è sacrificio, dolore e resistenza. Questo è una ennesima prova del disturbo mentale che affligge molta gente che fa questo mestiere. Un disturbo correlato alla freddezza, al masochismo e alla psicorigidità. Vi do una notizia in anteprima: chi danza è felice! Chi danza sta bene! Chi danza davvero tromba da dio! Prova piacere, è avviluppato dal piacere e vuole averne sempre di più. L’esatto contrario di quello che ci vogliono far credere i dinosauri della danza e i loro adepti. La danza è piacere! Chi non lo prova (questo piacere) ha un problema: forse si sta facendo del male fisico, non sta ascoltando il suo corpo o ha modelli di riferimento sbagliati.

Per me è stato importante capire quanto la danza fosse correlata alla dimensione del piacere. Stare nel piacere senza rinunciare alle nuove sfide e dare un senso al mio studiare. In questo caso scegliere ancora una volta mi ha aiutato. Sono uno che ama scegliere e, al contrario, non amo attendere di essere scelto. Le audizioni sono una perdita di tempo per uno come me. Sono io che scelgo nella mia vita. Ho scelto di non fare il mestiere del danzatore. Anche questa scelta mi ha chiarito le idee. Proprio per il fatto di non voler fare il danzatore ho cominciato a studiare meglio e di più e, soprattutto, a farlo con una nuova progettualità. Studiare per capire le possibili strade da percorrere, per potere scegliere la più umana e fisiologica, per immedesimarmi nei bisogni di altri danzatori, per sviluppare una sensibilità creativa e una metodologia didattica basata sui rinforzo positivo e non sulla mortificazione.

Insomma ho deciso di darmi un’altra possibilità. Io e la danza classica avevamo un conto in sospeso! … quindi mi riavvicinerò con calma, con un pensiero nuovo, con un pensiero non giudicante ma accogliente, con un entusiasmo direzionato alla fiducia e al piacere.

Forse sto crescendo.

Sull’inutilità e le sue forme complesse

di inutili necessari

La mia giornata di lavoro comincia con un tizio (sulla trentina beigiolino, occhiale stiloso, ai piedi le camper e i pantaloni col risvoltino, una maglia da Bocconiano piazzato male sul mercato del lavoro per chissà quale errore), che mentre parla auricolarizzato con qualcuno che non si sa chi sia, mi si avvicina e mi chiede senza nemmeno presentarsi:” ma tu sei Pinco Pallo?” Ed io :” no non sono Pinco Pallo perché Pinco Pallo non poteva essere qui, mentre io sono io!” E lui, voltandomi le spalle ma non al punto da non farsi sentire, continuando a parlare con qualcuno al di là dei suoi auricolari fa :”guarda che non abbiamo quello utile!”

Dunque la mia giornata inizia con un perfetto sconosciuto, uno che quando è nato, io avevo già finito le medie, che mi dà dell’inutile alle 9 del mattino con la stessa docile noncuranza con cui chiudi un cassetto con i piedi, o con cui butti giù la tavoletta del wc dopo aver pisciato, o con cui prepari le chiavi sei sette passi prima di arrivare al portone di casa. Così. Come se lo avesse letto su un gobbo. Su un copione, su un bigino del Geffer effervescente, su un cartello stradale con su scritto: davanti a te c’è l’ inutile.

La cosa peggiore in questi casi è la mia reazione. Anzi, la mia non reazione. Sì perché quando qualcuno mi appoggia addosso, o mi vaporizza con un ciuff ciuff, quasi mi videoproietta la sua generosa vagonata di merda e lo fa con tale fulminea spontaneità e senza la benché minima preparazione, io non reagisco. Io in questi casi sto. Sto. Nel senso di stare come sta una gondola sul televisore a casa della zia, un tappo sulla bottiglia, un sandalo birkenstock su una radical chic vegana che posta su Facebook i suoi 10 motivi per i quali ha deciso di non vaccinare suo figlio. Sto e basta. Come un oggetto nel suo luogo. D’un tratto divento un temperino, anzi no il temperino è utile. Divento un regolo. Una bomboniera di acciaio inossidabile. Divento un soprammobile della Thun, un centrino, uno sbucciamela a manovella, un politico di centrosinistra. Insomma inutile. Non dico nulla, taccio, subisco in uno stato di vaghezza sorridente in cui passo i primi minuti ad accertarmi di non essere vittima di uno scherzo. Ed è esattamente questo che mi fa imbestialire di me. Perché la rabbia, il senso di frustrazione e di umiliazione miste ad un desiderio di violenza sopraggiungono dopo, non subito, ma dopo accidenti! Perché, diciamolo, infondo la risposta perfetta a quello sgradevole incontro doveva essere una sola: una sonora sberla in faccia…sbammmm! Con aggiunta un appellativo come cretino! O maleducato superficiale finto nerd di merda! Un’ insulto ci voleva, altro che! Come nota a piè di pagina o a piè di sberla. Perché le cose apparentemente inutili sono spesso inaspettatamente necessarie! Sarò pure inutile caro il mio 50 sfumature di ecrù della pianura padana, ma sappi che alla mia inutilità soggiace la stessa ermetica incomprensibile complessità del tuo maglione coi rombi.

Perfettamente fuori posto

sentirmi a tuo agio

Quella di stasera sembra una notte perfetta. Un ottobre mite, le foglie degli alberi che cominciano a cadere. Sembrano rosse anche quando è la luce dei lampioni ad illuminarle. Sembrano essere loro stesse tante ghirlande di luce giallo cromo che si stagliano nel buio dei viali intorno all’Arco della Pace. Milano stasera pare dire in una lingua tutta sua che la bellezza e’ qua. In notti come questa non mi basta migrare nelle pagine di Michael Cunningam. Sono le notti in cui vai a letto e il tuo libro lo lasci chiuso. E guardi la parete.

Quando intorno tutto pare montato ad arte da un regista, e ogni filtro sembra perfetto, e pare vi sia addirittura musica tra i passi che separano me dalla vita degli altri…mi rendo conto di quanto io sia perfettamente fuori posto.

Sempre e solo seduto su un cuscino zuppo d’acqua. Su un cactus di disagio. Come un sovraddosaggio di profumo nell’abitacolo di un’utilitaria. Come un regalo sbagliato. Così: un collant smagliato nel bel mezzo di un colloquio. Una vampata di calore sulla metropolitana affollata. Esattamente sbagliato. Nel punto esatto in cui non dovrei stare.

C’è dell’arte anche in questo. Non ne faccio più una tragedia. Da piccolo ci soffrivo. Ora no. Durante le mie giornate mi ritaglio sempre del tempo per l’assoluzione. Infondo non faccio del male a nessuno. Sono solo dissonante.

l’errore di non amarmi.

amatissimo e dispotico

Trovo inconcepibile non amarmi.
Qualche paradossale moto interiore imbottito di autostima mi porta a pensare che amare una persona come me sia scontato come i riflessi involontari del ginocchio quando lo picchi su uno spigolo. Perché trovo doveroso amarmi e farlo con impeto. È fisica. Scienza.

Eppure quando capita che, a dispetto delle mie convinzioni, qualcuno non prova la benché minima empatia verso di me provo un senso di cieco sconforto misto ad eccitazione. L’eccitazione dei cagnolini quando scodinzolano al loro padrone completamente distratto da altro ( ammetto che con i miei cani lo facevo di proposito per vedere la loro reazione ).
Lo trovo impossibile. Come si fa a non amarmi?
Ad esempio, una settimana fa per lavoro, ho avuto a che fare con una persona molto importante del mondo della moda milanese. Ho passato ore a suo stretto contatto per coordinare delle performers che lavoravano con me. In due giorni di contatto forzato, in cui la mia presenza era si, di importanza relativa ma non così relativa da rendermi invisibile, questa donna ( stimata, importante, artistoide di quelle che se fanno un “pirito” tutti pensano sia una performance per il Peggy Guggenheim ) non mi ha rivolto, non dico la parola, ma neanche lo sguardo. Nemmeno per errore. Mi ha ignorato così bene che per poco non pensavo che lo stesse facendo appositamente. Inizialmente ho pensato che fosse troppo imbarazzata dalla mia presenza al punto da non osare parlarmi. E invece la millimetrica esattezza con cui mi ha oltrepassato alla maniera del film Ghost, mi ha fatto capire, senza se e senza ma, che non si è nemmeno accorta che c’ero, che ero lì, che ero nato, che ero cresciuto, che avevo fatto la prima comunione, che avevo mosso i miei primi passi di danza da piccolo, che avevo perso il mio primo dentino, poi messo l’apparecchio, che alle medie ero cicciobombo e alle superiori disadattato e così via….niente. Mi ha ignorato come l’ONU ignora la Siria. Come un bolzanese ignora l’esistenza del Molise. Mi ha bypassato talmente bene che ho addirittura avuto il dubbio di averle fatto un torto in passato. Di averla tradita, offesa, umiliata e abbandonata. Ho fatto uno sforzo di concentrazione per ricordare eventuali mie malefatte ma, niente. E mentre le tentavo tutte facendo in ordine…

Il simpatico cabarettista.

Il tenebroso delle riviste.

Il brillante della Bocconi.

Il preparato “tutto io so”.

Il finto maldestro con caduta su buccia di banana.

Ho alla fine pensato di indossare qualcosa di sbagliato, di avere qualcosa tra i denti o una manica della camicia zuppa di sudore. Nemmeno questo. Che fare quando qualcuno si ostina a non amarti? In questi così vale la pena accettare la momentanea sconfitta. Tanto la vita è sorprendente! Prima o poi i ruoli si invertiranno.

Un giorno magari la troverò alla Esselunga e mi chiederà dove trovare lo zafferano, o il lievito di birra, o il bicarbonato ( solitamente per trovarli scatta la caccia al tesoro ), e allora io la oltrepasserò con il mio carrello della spesa. Oppure mi implorerà di aiutarla a cambiare la ruota della sua macchina sul ciglio della desertica nuova autostrada Brebemi (Milano- Bergamo- Brescia) ed io non mi fermerò e dallo specchietto retrovisore mi godrò l’incombere su di lei degli avvoltoi e dei condor famelici che popolano quella zona della pianura padana. Basta aspettare.

Capirà da sola che non amarmi è stato un grave errore.

vertigini

funambolico senza fune

Provo una forte sensazione di vertigine.

Sarebbe più semplice definirla nausea ma non è solo nausea. C’è il senso di mancamento, la percezione del vuoto sotto i piedi, l’assenza di corrimano a cui tenersi forte.

Più passano i giorni e più l’opinione che ho di me muta di stato come fanno i disegni del caffè nel latte. Ho stondato ogni mia angolatura sino a diventare un cerchio innocuo ma chiuso. Nel vedermi sopportare, sorridere, intrattenere, assistere, lavorare, essere quasi perfetto (se non fosse per la caduta dei capelli) provo un senso di sospensione nella bocca dello stomaco. Nel punto esatto in cui i bambini provano piacere nello spingersi oltre la linea dell’orizzonte seduti sulle altalene. Il vuoto prima della ricaduta. Quello che dovrebbe durare un istante ma che nel mio caso sta durando troppo.

Sette forse otto persone a cui ho rivolto la parola negli ultimi giorni hanno detto qualcosa di sbagliato. Parole che, al posto di precipitare nel cuscino di gomma dell’indifferenza, sono rimbalzate sul mio stomaco per ostruire, soffocare e generare nausea. Non si dicono certe cose. La gente deve stare attenta. Certe parole sono come quando apri il forno mentre una torta sta lievitando: smontano. Io penso che nel dubbio, prima di fare del male a qualcuno, forse vale la pena tacere. Discorsi pericolosi come l’avanzare dei funamboli.

Nel tragitto di sole 5 fermate di metropolitana ho pensato 3 volte al suicidio ma ho avuto pena dei pendolari ed ero troppo stanco per attirare così tanto l’attenzione su di me. Non sono così egocentrico. Per questo non mi ammazzerei mai. Per questo provo così forte le vertigini.

E’ comunque la mia forma di mancamento.