Non ci sono più i body di una volta…

 

e nemmeno la lycra di una volta…

Mi sono iscritto in palestra da un anno circa.

C’era un offerta e mi sono presentato presso la sede più vicina di quella che un tempo era la palestra “figa” con gente “figa” con prezzi “fighi” rivolti al ceto medio di quelli che, come me, rientrano nel tag: ” volevo fare il figo ma non potevo”.

Milano, la Tonic. Il luogo che, dai racconti di chi c’era alla sua inaugurazione, dev’essere stato un posto davvero carino prima di diventare un sudatoio pieno di muffa ricoperta da bisazza dai colori sgargianti!
Da meno di un mese Luca, il mio splendido personal trainer calciatore dagli occhi verdi, mi aveva chiamato annunciandomi che avrebbe abbandonato il centro pilates che frequentavo e che lo avrebbe abbandonato subito e che la mia prenotazione del lunedì successivo era annullata.

Ti seguirò ovunque Luca! – lo implorai come Ingrid Bergman in una stazione piena di nebbia e fischi di treni in partenza – dimmi solo dove!

A Monza! – mi fa lui  –

… A Monza? …oh … – dissi, ripetendo inutilmente la destinazione un po’ fuori mano, mentre il cuore e gli addominali mi si spezzavano irreparabilmente!
Chi si affeziona facilmente ad un maestro sa cosa vuol dire rimanere soli tutto ad un tratto. Ci si sente orfani. È crudele. Allora prima che anche il terzo di quello che un tempo era un accenno di tartaruga addominale mi sparisse come gli altri due nei giorni subito dopo l’abbandono; prima che la lunghezza dei tendini tornasse ad accorciarsi con la stessa velocità della frangetta di Ana Laura Ribas; prima che la mancanza dello splendido Luca mi deprimesse fino a farmi diventare come Loretta Goggi dopo la scomparsa di suo marito, mi decisi!
Mi fanno accomodare in un gabbiotto di plexiglas e un tipo comincia ad illustrarmi l’offerta. Lo interrompo e taglio corto con un – non voglio farti perdere tempo so già tutto dove devo firmare? –  Ma l’impiegato non fa un minimo cenno. Come se non esistessi, mi ignora. Si muove e pronuncia frasi come un attore amatoriale alla settima replica della recita in vernacolo nelle rassegne teatrali di provincia. Anestetizzato, programmato per finire tutta la sua tiritera sino all’ultima parola del suo copione perché poi deve correre a cena dalla suocera, declama postille correggendosi anche quando, preso da chissà quale impeto creativo, ne cambiava l’ordine (solo l’ordine di quell’infinita lista di cose che qualcuno gli aveva ordinato di imparare a memoria, giusto l’ordine …) . Con la verve di un commercialista del CAF di zona, di un robot, il Super Viky mi parla del diritto di cessione del contratto, dell’opzione con o senza parcheggio ignorando il mio inutile – Ma io non ho la macchina! – Non si interrompe sino alla fine del capitolo parcheggio, quando dice: – metta la croce nella casella NO se non vuole il parcheggio. –

Poi conclude con un inaspettato coupe de theatre! Prende un cronometro digitale, lo imposta e mi fa con lo stesso tono di voce della clausola a,b,c del contratto: – Ora le do 10 minuti di tempo per pensare e agire! Io me ne vado, la lascio solo nel box, e se lei al mio ritorno è riuscito a convincere altre 3 persone della sua rubrica telefonica a fare una settimana di prova qui da noi, io le ragalo un anno in più di corsi Open! – Stavo per dirgli che non avevo credito sul mio telefono perchè mi era scaduta l’offerta della Tim che lui aveva già azionato il conto alla rovescia è sbattuto la porta del gabbiotto trasparente dietro di sè dileguandosi in chissà quale sala squash a mangiare merendine dell’esselunga!

Silenzio improvviso. Conto alla rovescia.
10 minuti. – Sei uno Sfigato di merda… – dico solo come un’iguana nel rettilario in casa del boss di provincia, solo e seduto come uno spettatore ad un festival dedicato al teatro danza. 10 interminabili minuti.
Pensai a come era semplice iscriversi in palestra quando ero piccolo. Mamma ci caricava di peso, me e sorella, nella Fiat 126 bianca e andava da Tony (chissà perché i gestori delle palestre si chiamano tutti Tony) in Piazzetta a Monteroni. Il Tony del paese (ma poi anche tutti i Tony di Milano) era un fantastico gagà! Abbronzatissimo, tute fluorescenti in acetato (credo fuori commercio da anni per tossicità del materiale), muscoli guizzanti, mascella squadrata e denti bianchissimi, insomma uno Schwarzenegger di 1 metro e cinquanta di testosterone pugliese conservato in monodose come il Cuore di brodo Star! Mentre mamma gli dava 20 mila lire del mensile lui spediva in sala corsi me e mia sorella con ancora i vestiti da casa: io con le polacchine di suede beige e mia sorella con le LellyKelly lo stivaletto peloso oh Yea, senza tuta, prima iniziamo meglio è, a fare il corso di ginnastica aerobica che stava per iniziare! Un secondo dopo io e mia sorella eravamo a sculettare a tempo di please don’t go in jeans e maglia Liabel lana fuori cotone dentro leggermente ingiallite dai lavaggi frequenti.

Quelli sì che erano bei tempi… Andavi in palestra e avevi due scelte, solo due.

O ti spaccavi con i bilancieri (insieme ai maschioni con il cinturone allacciato in vita per proteggere la schiena e il marsupio della Converse allacciato sotto l’ombelico con dentro il Motorola senza filo e le chiavi dell’armadietto) oppure facevi aerobica. Non mille corsi, uno. Si chiamava aerobica. Lo step era già una cosa esotica. Aerobica perchè dopo un po’ che saltavi ti mancava l’aria. Almeno così  pensavo da piccolo.
Gli istruttori erano davvero motivanti! La scuola di James Fonda workouts divulgata in VHS in tutto il mondo, aveva forgiato migliaia di “mini lei” in body di lycra e scaldamuscoli. Un esercito di frangette laccate con tergi sudore alla fronte pronti a dichiarare guerra alla ciccia. Gli istruttori erano bombe di energia, flebo di red bull, erano belli, sorridenti e pronti a caricarti come una scheggia! Non c’era un passo senza un battito di mani, non c’era step touch senza il gridolino Yea! Si sudava come in metropolitana ad agosto, senza pietà. Era tutto più semplice e colorato, e per noi della provincia del sud era addirittura un filino gipsy! Gli abituè della lezione delle 17 erano donne con i bigodini, studentesse universitarie che facevano squat con i pantaloni con la riga e poi bambini. Come mia sorella e me. Una troppo paffuta per fare danza classica con le sue amiche, l’altro troppo strano per essere ammesso nella squadra di calcetto. Insomma la lezione d’aerobica era il luogo dove c’era posto per tutti, per i refusés, il GLEE club del paese.
Dove sono finiti quei body? Chi ha fatto estinguere l’ultimo esemplare di istruttore d’aerobica? Chi ha reso le tute così comode? O i materiali così traspiranti? Chi è quel pazzo che inventa i nomi dei corsi? Perché i trainer di oggi sono così mosci, così sciatti…così anonimi?
Torna l’impiegato Super Viky e mi chiede se ho trovato le tre persone.

Io intanto sono sprofondato sulla sedia, rassegnato, lì a cancellare dalla rubrica una ventina di nomi di persone ormai sparite dalla mia vita. Amo ottimizzare i tempi. Mi stringe la mano comunque, sapendo che non mi vedrà mai più.

Sono ormai iscritto.

Raramente frequento, anche se, al di là di ogni mia aspettativa, ho trovato addirittura qualche bravo insegnante, una con un fiore fuxia fissato sul lato destro della testa credo con la colla a caldo, non si muove … Dei miei addominali di una volta nemmeno l’ombra… Solo un flebile ricordo, l’eco di un cinque sei sette otto sgretolato dal tempo.

È proprio vero: non ci sono più i body di una volta!

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