Tutti a fanculo.


“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!” – disse mia sorella alzando il calice di vino.

Aveva quattro anni e mezzo. Gridò con tutto il fiato che aveva facendo esplodere la P sulle labbra e le T in mezzo ai minuscoli dentini. Brindò sulle ginocchia di mamma. La sua rivoluzione. Era il pranzo di Natale del 1988. Tutti a fanculo.

Una tavola imbandita. Mai viste tutte quelle posate e addirittura il cucchiaino messo di traverso sopra il piatto di porcellana. “Mamma a che serve il cucchiaino messo così?” – chiesi non camprendendo tutto quel lusso per noi che a stenti apparecchiavamo la tavola e che mangiavamo sui tappeti o sul divano. “È il servizio buono, amore! È del mio corredo, si mette giù così!”

Un via vai iniziato nelle prime ore del mattino quando nonna sfondò la porta della nostra casa di via Tagliamento con il suo proverbiale tatto. – “Luigí! – disse battendo sul portoncino di casa – apri che devo impastare le pittule!”

Nonna aveva il potere di trasformare ogni ricorrenza in tanti piccoli stress distribuiti equamente a tutti i membri della famiglia. Poco importava se si trattasse di un pranzo, o dell’imbottigliamento della salsa di pomodoro, o della preparazione delle conserve sott’olio (per parenti, amici, vicine di casa, dottori e commercialisti), o che si trattasse dei preparativi dei posti letto per l’arrivo dei cugini esotici. Se venivi sorpreso dal suo radar era finita: dovevi lavorare! E se ti sottraevi allo stress come faceva mia cugina o mia mamma allora erano guai… perché se c’era una cosa che a nonna non potevi fare era dirle di no. In caso contrario tutte le anziane matrone del rione delle case popolari del paese ti avrebbe riconosciuto come il lavativo.

Il terrore dello stigma lavativo di nonna mi ha perseguitato per anni.

A Natale la tradizione leccese (come in ogni parte d’Italia) vuole che si mangi tutto ciò che è commestibile. Ma la festa non era festa senza le pittule. Il tipico impasto fritto.

Nonna faceva diversi impasti differenziando la proposta: le pittule al baccalà per lei, quelle al cavolfiore per la mamma, quelle nere alle olive nere per i gusti sofisticati, quelle al peperoncino per i palati coraggiosi e infine le mie preferite, quelle al nulla, solo pasta bianca e sale! Le pittule erano un sorriso dorato. Il buonumore in pastella.

La consuetudine familiare prevedeva che il Natale si passasse dagli zii materni. Era la tradizione. Una celebrazione impeccabile. Un protocollo messo a punto negli anni che aveva portato ad un formula perfetta, come il Sanremo di Pippo Baudo. Menù dalla scaletta parossistica che partiva dagli antipasti in cui la regina indiscussa era la maionese e culminava sei ore dopo con la frutta secca lanciata sul tavolo direttamente dal sacco di iuta e i mandarini coi noccioli del giardino di zia le cui scorze erano poi usate per giocare a tombola.

Tradizione, innovazione e interattività: mancava solo la giuria demoscopica e il maestro Peppe Vessicchio. Era il pranzo di Natale perfetto. C’erano anche gli ospiti stranieri, gli zii esotici della Svizzera. Tutta questa nazional-popolarità mi dava sicurezza, protezione e calore. Era come se sapessi cosa desiderare. E che ogni desiderio fosse chiaro.

Ma quell’anno le cose andarono diversamente. Gli zii esotici portarono con loro parenti esotici dalla Martinica. Inoltre 4 dei miei cugini appena maggiorenni presentarono le loro fidanzate, e infine si palesarono i parenti di mio padre: nonna e i tre fratelli minori di mio padre ancora scapoli. Eravamo in troppi. Fu così che i miei zii chiesero a mia madre di usare il nostro gigantesco salone della casa di via Tagliamento come nuova location. Come nuovo temporary store del colesterolo. Mia madre accettó a patto di non cucinare.

Fu così che quello del 1988 fu l’unico Natale passato a casa nostra. Fu anche l’ultimo. E fu un Natale che tutti ma proprio tutti ricordano ancora oggi per tre motivi.

1. La pantera delle Antille.

Una cugina francese dello zio esotico fu puntata indistintamente da 3 generazioni di maschi per i suoi occhi da panterona delle Antille. Era di una bellezza imbarazzante. Tutti le offrivano da bere e le parlavano in dialetto pugliese. Lei rispondeva ridendo: “uì, bhuff, giolííí” – talvolta cambiando l’ordine.

2. La barzelletta.

Per farsi accettare dai maschi alfa, il fratello minore di mio padre (che era anche il mio zio preferito) decise di raccontare una barzelletta. Ma mentre la raccontava tutti fecero improvvisamente silenzio e, siccome lui era timidissimo, perse il filo del discorso e si dimenticò il finale. Provo’ invano a inventarsi una chiusa tirandola per le lunghe (con la speranza forse di ricordarsi magicamente il finale) ma niente. I tempi canonici della barzelletta avevano ormai ceduto il posto a un’esegesi epica oltremisura. Era ormai troppo tardi: il branco riconobbe la preda facile. L’implacabile uditorio da lì in poi lo prese atrocemente in giro e lui stesso divenne la barzelletta non finita. In realtà mi piace pensare che quello dello zio fosse un monologo di teatro dell’assurdo. Un premio Ubu mai consegnato. Il finale è ancora oggi un mistero.

3. La cinepresa.

Una camera registrò su un nastro VHS 180 minuti di quel giorno. Registrò tutto. E siccome fu lasciata su un cavalletto in un angolo del salone, quasi tutti gli invitati, per tre ore, se ne dimenticarono. Il risultato fu straordinario. L’occhio e l’orecchio di un grande fratello ante litteram fissò ineluttabilmente tutto. Ogni dinamica. Ogni sguardo. Ogni gioco di potere, ogni tensione, ogni disattenzione, ogni silenzio. Ho riguardato più volte quella videocassetta. L’ultima volta ho riconosciuto una voce. A dire il vero ho riconosciuto un tono di voce captato dal microfono della videocamera. La voce di mio padre. Un saggio del suo vasto repertorio fraseologico per allontanarmi. La camera riprende: una nuvola di fumo nel salone, il passaggio fulmineo di nonna con il Pandoro Melegatti, il mio gelo, poi il brindisi di mia sorella.

“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!”

Da lì in poi andammo tutti veramente a fanculo. Pochi mesi dopo un brutto litigio divise la famiglia in due fazioni: noi tre (io, mia sorella e mamma) dagli altri. Nonna ebbe una serie di infarti che le tolsero la creatività ma non le forze per tiranneggiare. Gli zii esotici passarono i loro Natali in Svizzera a fondere formaggi e la pantera delle Antille si laureò a Parigi poi fu rapita dagli alieni. Lo zio della barzelletta subì un trapianto di fegato dopo aver contratto l’epatite in Nigeria dove si trovava per lavoro. Noi lasciammo la bellissima casa di via Tagliamento per trasferirci nella nuova casa di Viale Trieste, una casa meno ospitale ma terribilmente poetica. Di lì a poco i miei si separarono definitivamente e per chi non lo avesse capito gli anni 90 furono uno schifo. Carestie, pioggia di fuoco e cavallette. Ma non è questo il punto. Andò a fanculo il calore, il nido, la sicurezza. La chiarezza sui desideri fu sostituita da un languore indistinto, generico. Un indifferente voglio tutto o forse niente bho non so. Andò a fanculo l’attesa del Natale, i suoi colori, il suo incanto. Andò praticamente a fanculo l’infanzia.

Il Natale è un detonatore di emozioni, è chiaro a tutti. Chiederci cosa sarebbe stato di noi se le cose fossero andate diversamente è sciocco. Non è sciocco però prendersi il tempo di costruire l’incanto. Di progettarne i dettagli e le forme e farlo in nome di quell’ inno allo stupore che è l’infanzia. Il mondo ha bisogno di racconti, di immaginazione e di variazioni sul tema della magia. Questo è l’antidoto al gelo. Se avessi un figlio forse partirei da una storia qualunque e arriverei al Natale scivolando sull’importanza di credere nelle favole. Parlerei di quanto è folle il viaggio verso la terra, di una stella che indica la strada, della carta roccia per fare il presepe, del paesaggio elfico del nord, della corteccia umida, del muschio, del mistero del camino, della bellezza dello scrivere e rendere inchiostro i desideri. Dei desideri. Dell’importanza di desiderare le cose giuste. Perché poi in un modo o nell’altro si avverano. Questo dev’essere. Questo è il Natale che racconterei a mio figlio. Un giorno di scrittura.

A quattro mani.

Il resto è feccia. Il resto a fanculo.

Annunci

066 – giallo di Napoli rossastro


«Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore.» (P. Klee)

Nella grande casa di via Tagliamento c’era un’entrata di servizio dalla quale si accedeva in una stanza stretta e lunga che chiamavamo il sottoscala. Era infatti l’accesso al terrazzo. I vecchi inquilini ne avevamo ricavato un grande ripostiglio. Un tempio di cose rotte, addobbi di Natale, vecchi giochi, attrezzi da giardinaggio e polvere. Mamma lo trasformò nel suo laboratorio di pittura. Era infatti l’unica zona della casa in cui si poteva stare in santa pace ma anche l’unica stanza davvero isolata in cui far asciugare le tele, e pulire i pennelli nell’acqua ragia.

L’odore nel sottoscala era pungente. Una pozione segreta ottenuta dai solventi, colori a olio, olio di lino, vecchi giornali, immaginazione e silenzio. E questo silenzio ogni tanto era rotto dal fischiettare inconsapevole di mamma. Fischiettava motivetti irriconoscibili mentre dava lo sfondo o correggeva la luce. Fischiettava felice come per un giorno di festa. Il sottoscala era il giorno di festa della Mamma. La sua rivincita nei confronti della vita.

Iniziò a dipingere mentre crescevo nella sua pancia. In quel periodo lo zio si appassionò alla pittura per hobby e mia madre lo sfidò. Gli chiese: “cosa mi serve per iniziare?” . Conoscendo lo zio, deduco che il giorno dopo si presentò da mia madre con uno scatolone di colori e diluenti, e una tela bianca. E così mia madre iniziò a dipingere mentre io le davo la nausea.

Chi dipinge a olio sa quanto sia invasivo e nauseante l’odore di questa tecnica. Mia madre non fece una piega. Smise di fumare per nove mesi e cominciò a dipingere. Non si fermò più. Fu il suo aspettarmi. Un sedativo per l’impazienza di diventare madre per la prima volta. Aveva 29 anni e non aveva mai preso una matita in mano. Del resto ad oggi, non l’ha mai presa in mano. Non ha mai disegnato sulla tela prima di dipingere. Non ha mai fatto un corso di pittura. Non ha mai studiato i pigmenti, le proporzioni, la prospettiva, la sezione aurea. Non ha mai disegnato dal vero. I suoi pensieri diventavano magicamente contatto con la tela. Direttamente. Come fosse guidata da un navigatore emotivo che le fa affluire i ricordi sotto forma di fiori, radici, terra, nuvole e mare.

I miei primi ricordi sono legati all’odore dei colori che mamma catalogava e conservava in vecchie scatole di scarpe. C’era la scatola dei gialli: i preferiti dalla mamma, la scatola di stivali conteneva un’impressionante varietà di gialli. Nel suo vocabolario giallo vuol dire urlare! C’era la scatola dei blu con dentro il mare di Frigole e il cielo della Svizzera. C’era la scatola dei verdi: i colori ribelli, pigmenti cattivi che odiano la tavolozza. Ma soprattutto c’era la scatola dei bianchi. “Mamma perché nella scatola dei bianchi c’è solo il bianco?” Capì molto presto la relatività del bianco. Mamma racconta che quando, ancora in gravidanza, terminò il suo primo quadro chiamò lo zio e gli chiese cosa ne pensasse. “Firmalo!” Disse lo zio incredulo. E fu allora che mamma decise di chiamarsi Anigiul. Inzuppò un pennello numero 7 a punta con un blu oltremare mischiato con una goccia di nero e in basso a destra comparve ANIGIUL 1978. La mamma nacque così, per la seconda volta. “Se il quadro piace dirò che l’ho fatto io e mi sono firmata al contrario, se il quadro non piace dirò che lo ha fatto un pittore persiano.”

Nessuno ha mai osato dire che i quadri di mia madre sono brutti. Sono sgangherati, monotematici, sproporzionati ma mai brutti. La dismisura si fa colore e forma. E produce qualcosa di innegabile, qualcosa di molto ma molto vicino alla parola bellezza. Nel sottoscala di via Tagliamento ho respirato acqua ragia per anni.

Sono cresciuto così. La voglia di giocare con i colori si sovrapponeva al bisogno di stare a contatto con una mamma inspiegabilmente felice. Mi posizionavo affianco a lei, con una piccola tavolozza di compensato e una tela più piccola. Seduto su uno sgabello altissimo per arrivare al livello del piano di lavoro. Ore e ore. Io e lei. Io che copiavo lei. Lei che copiava male Segantini. Per poi coprire tutto e dire: “Qui ci vuole il mare!”. Se penso ad un albero non penso ad una albero vero. Ma a quelli che dipingeva mamma nel sottoscala di via Tagliamento. Quelli con i tronchi blu. “Mamma ma i tronchi non dovrebbero essere marroni?” era la mia domanda ricorrente. “No amore, gli ulivi hanno i tronchi blu, guardali bene!”.

Solo da grande ho capito che l’arte non è riproduzione. L’arte è visione. Più questa visione è filtrata dalla personalità di un artista e più questa si avvicina al reale. Il realismo vero non ha nulla a che fare con la fotografia. “Di che colore faresti il cielo di Porto Cesareo alle 16:45 a Ottobre?” Mi interrogò mamma. “Blu?” risposi. “No amore è lo 066 giallo di Napoli rossastro! Fidati di me!”

Effettivamente il cielo è color carne in certe ore del giorno. Il cielo è carne. La natura è una figura umana più evoluta.

Mamma si è sempre vergognata del fatto di dipingere. “Non ho mai studiato, non merito di essere chiamata pittrice, e poi non so disegnare il corpo umano…” Per questo mi convinse a fare il Liceo Artistico. Mentre un genitore normale rabbrividisce alla sola idea di mandare il proprio figlio nella scuola più pericolosa che c’è, mia madre mi iscrisse con un senso di orgoglio e rivalsa che anche io facevo fatica a spiegarmi. Ma nelle interminabili ore di tecnica dal vero, nelle fredde aule del Liceo Artistico statale di Lecce mi domandavo perché tutto ad un tratto stava morendo in me la voglia di dipingere. Cosa mi mancava?

Ci sono voluti quattro anni e l’impegno di un corpo docenti dal livore senza misura (professori che volevano fare gli artisti e invece avevano vinto un concorso ministeriale in grado di uccidere e dare degna sepoltura alle loro aspirazioni) per capire che non era arte ciò che si faceva al liceo. Era merda. I professori erano merda. Bitume. Terra di Siena: la cacca malata dei barboncini. Ho scoperto il marrone. Mi fecero dipingere con le tempere, ad acqua. Con una color palette di 5 colori. Ripeto: ad acqua. Da mille a cinque. Un l’oltraggio alla parola arte. Gli anni più tristi della mia vita. Apparve il nero. Sui muri. Inchiostro di China. Nei miei vestiti. Nelle pieghe dei tagli che mi facevo sugli avambracci. Negli occhi. Ci sono voluti quattro anni e la professionalità di un corpo docenti che mi insegnò a ricalcare, a riprodurre in scala, ad azzerare il cervello e usare il giallo limone.

Cosa mi mancava? La visione forse. Quello che mi dava mamma nel sottoscala di via Tagliamento e che anni dopo ho ritrovato nella danza.

Cos’è l’arte? Si può imparare a scuola? Io credo di si. Ma con i maestri giusti. Quelli che sanno aprire dei ponti nell’immaginazione! I maestri che sanno riconoscere un pensiero divergente e lo sanno valorizzare. I maestri che sanno apprezzare l’indecisione, l’esitazione, l’entusiasmo. I maestri che ti danno più strumenti per cavartela da solo. Tavolozze cosmiche. Pantoni galattici. Un arsenale di mezzi e input. I maestri che ti vogliono accanto a loro fischiettando in un sottoscala umido e polveroso.

Mamma ha dipinto negli anni un numero spropositato di tele. Dipinge ancora oggi. Molto meno. Le fa male la schiena “Sai, tutte quelle ore in piedi!”. E poi i solventi le provocano forti irritazioni alle mucose di occhi e gola. In quarant’anni ha dipinto centinaia di sentieri di campagna seguendo i quali ha ritrovato una bambina seduta sugli scalini della casa dei nonni a Frigole. La casa con i muri di calce bianca. Ha dipinto litri e litri di Mare Ionio. Dal giallo cromo al blu di Prussia. Milioni di petali di fiori, un numero che basta a far arrivare la primavera su Plutone. E boschi di ulivi a perdita d’occhio.

Cobalto.

Come nella realtà.

Ecografia di un’esclusione

Riconosco perfettamente l’espressione del volto di chi, in autobus, per paura che tu possa sederti affianco, occupa il posto con qualsiasi tipo di oggetto (reale o immaginario) andando in panico vedendoti sopraggiungere.

Una volta un tipino magrolino sulla corriera che dalla città portava al paese si sdraiò in obliquo sui sedili pur di non lasciarmi il posto. Ne apprezzai l’onestà.

Del resto l’esclusione si manifesta sotto forma di mille sguardi obliqui: è un ampio catalogo di strade secondarie prese per evitare di fare incontri e poi abbassamenti di voce, e muri, muri alti.

Da piccolo avevo l’incubo della divisione in squadre. Quelli come me spesso erano gli ultimi ad essere scelti. Questi giochi non cambiano da adulti.

Non ho mai vissuto come un problema l’esclusione. L’imbarazzo che genera l’esclusione, quello si. Quello è insostenibile. Durante i giochi, ad esempio, avrei voluto evitare a certi bambini l’imbarazzo di dovermi scegliere. Il loro provare a giustificarsi era molto più crudele dell’esclusione in sé.

Per questo motivo, ad un certo punto, si impara la nobile arte della ritirata. A volte è molto meglio simulare un mal di pancia o un impegno improvviso e fare un passo indietro. Dissolversi. È un modo come un’altro per risparmiare a certe persone quell’imbarazzo che non ha nulla ma proprio nulla di letterario.

A proposito di certe primavere


Mi accoglie una primavera che sembra più una craniata contro uno spigolo che una mite stagione disneyana…

A volte l’ingratitudine della natura mi sorprende e mi incanta, come un certo disordine, soprattutto quello che smonta la logica e ne fa un gioco leggero. Una caccia al tesoro, ma senza tesoro.

A pensarci bene non sono fatto per le giornate perfette. Quelle le lascio agli uomini che hanno certezze, ai frequentatori di serate cool e ai grafomani di Facebook. Preferisco le giornate di vento, quelle in cui devi contenere l’eccesso che sfugge, quelle in cui le lenti a contatto bruciano, quelle in cui hai commesso un piccolo errore.

Uno pensa che la primavera sia un diritto, un coupon, la scheda di punti fragola completata dopo il lungo tempo del freddo e invece non è così.

Bisogna stare attenti! È un bluff la primavera! È una luce verticale che illumina si, ma fa ombre violente sul viso.

In questi giorni ho sfidato me stesso a una partita a Tetris. Un Tetris di aggiustamenti, disarmonie, possibili scenari e dismisure.

Il mio corpo pare sussurrarmi la parola: dimentica! Io amo rispondergli con una poesia che ha un solo verso, una sola rima e una sola parola: ostinazione.

L’arroganza dei fiori è la primavera. La loro puntualità ne definisce i tempi. Noi siamo solo spettatori senza biglietto.

Bisogna imparare a lasciare in tasca lo smartphone per essere pronti all’applauso. Le mani libere per la gratitudine. Per il disgelo. A scena aperta.

Acqua di Marzo


Nei giorni di Marzo rialzati da solo!

Nei giorni di pioggia non andare in giro con i sacchetti di carta… la pioggia sfibra ogni molecola e apre botole segrete… allarga la trama dei tessuti, le stelle ti cadono per strada come spiccioli ma senza far rumore. Non puoi permettertelo! Ti diranno che sei stato troppo assente per lo stesso identico motivo per il quale il giorno dopo ti contesteranno di essere stato troppo presente. Proveranno a insinuarti il dubbio che quello per cui tu credevi di dover andare orgoglioso sia esattamente ciò che gli altri reputano disdicevole, inappropriato, sbagliato.

Lo stesso giorno qualcuno ti troverà splendido e in perfetta forma e qualcun altro ti chiederà se stai bene, preoccupandosi del tuo pessimo aspetto. La tua generosità verrà scambiata per tracotanza e la tua riluttanza confusa con l’accidia e, mentre frugherai nelle tue tasche alla ricerca di una bussola, di un termometro o qualsivoglia unità di misura alla quale fare riferimento per parlare la stessa lingua degli altri, ti accorgerai che non hai strumenti.

Sei solo. Solo con le tue ipotesi a proposito del Bene e le tue intuizioni riguardo al Male. Solo ad alzarti. Solo a recuperare le tue cianfrusaglie cadute da un sacchetto di carta zuppo d’acqua di Marzo.

Ti piegherai a raccogliere tutto. Raccoglierai ogni sogno, ogni perché, ogni carezza, sino all’ultimo biglietto tariffa urbana timbrato e dimenticato tra gli intercapedini trasparenti dei giorni. Trova un posto sicuro per i tuoi sorrisi, tienili in mano, regalali a te stesso e poi rialzati da solo. Ce la farai!

L’acqua avrà rotto il contenitore, confuso l’ordine del contenuto ma avrà pulito ogni cosa restituendogli il colore originale.

Rialzati con stile, come farebbe Gene Kelly e poi fai spazio a quell’eccesso di vita che gli altri chiamano “te” e nel farlo perdonati tutto. Perdonati sempre.

Aspettami

“Aspettami!” Dico a Sara, mentre raccolgo i miei arnesi e cianfrusaglie e li butto nello zaino… “mando due mail e poi usciamo insieme!” Le due mail corrispondono a quasi due ore di lavoro accumulato nell’arco della settimana… di fatto Sara mi aspetta nel suo tubino di lana e cappotto che le danno un’aria da berlinese festaiola degli anni 30! Mi aspetta. Abbiamo deciso di passare insieme il nostro San Valentino. Insieme ad Elisa e Marco. Siamo andati nella trattoria più meridionale di NOLO e abbiamo ordinato tutto. Come al solito, per poi tornare a casa con una doggie bag utile a sfamare una comunità intera di bambini somali. Siamo felici. Insieme. Da anni. Ridiamo, bulimici di racconti e gossip artisticosindacalienonsense fino a sfiorare la molestia nei confronti del resto del mondo. È una felicità nostra. Che ci siamo guadagnati a suon di dolore e tempo e paura. Ora è nostra. Ora è chiara e non fa più paura. Siamo persone oltre che un collettivo di artisti. Abbiamo affermato con convinzione il nostro integrale disallineamento, la nostra totale diversità nel modo di pensare e agire eppure, ci siamo aspettati. Abbiamo aspettato che passasse il dolore, che sbollisse la rabbia, che snebbiasse l’apatia, che si raffreddasse la gelosia… abbiamo aspettato che passasse l’amore sbagliato, il momento sbagliato, il posto sbagliato. Noi non siamo scappati, non abbiamo evitato lo scontro, non abbiamo mai finto di essere quello che non siamo. Ci siamo semplicemente aspettati attraversandolo questo cazzo di disallineamento fino a dargli il suo probabile nome: famiglia.

10 gennaio 2018

dm0351

Se avessi un figlio, e se mio figlio mi chiedesse cos’è la felicità, gli parlerei di quel giorno di gennaio in cui mi svegliai 2 minuti prima del suono della sveglia. Quel giorno come tanti in cui feci colazione, doccia e solito check sull’agenda per valutare cosa indossare e cosa mettere nello zaino sempre troppo pesante. Quel giorno in cui, già sulla soglia di casa, già con il cappotto e le chiavi in mano, fui assalito da un dubbio… e che proprio allora tornai sui miei passi e feci qualcosa di insensato. Quando indossai la mia fedina per la prima volta, due settimane dopo aver detto si. Il giorno in cui mandai un messaggio e nel frattempo qualcuno mi rubo’ l’ascensore. Quel giorno in cui questo fatto mi fece sorridere. Il giorno in cui affrontai il primo problema poi il secondo poi il terzo senza perdere la fiducia in me stesso, senza aggredire… senza mancare di rispetto a nessuno! Gli racconterò di quel giorno normale in cui pensai che il mio unico compito sarebbe stato quello di arrivare a casa la sera, un po’ stanco e un po’ pensieroso come sempre e invece andò diversamente. Quel giorno che stetti al telefono un’ora con la persona che avrei visto dopo pochi minuti. Il giorno in cui immaginai il mio primo viaggio a Londra, un giorno in cui persino l’ansia di fare i biglietti si trasformò in poesia… e poi di quel giorno in cui un pazzo mi dedico’ una canzone, scritta per me, su una tastiera bianca e nera come una radiografia… e poi di quando scoprì di aver abbastanza spazio nel cuore al punto da poter amare non una singola ma una dozzina di sorelle belle come la mia. Come il giorno in cui mi dissi bravo per la prima volta tradendo una dismisura di gioia negli occhi! Questo gli direi. Di non pianificare nulla ma di lavorare incessantemente all’eventualità di doverla riconoscere. Lei, una qualsivoglia felicità.

Case


Casa è il luogo in cui sono cresciuto. Dove sono nato e dove so di poter tornare come e quando voglio. E’ la città della risacca, quando giri l’angolo per andare via, la malinconia ti tradisce come un onda sugli scogli appuntiti. È buffo il fatto che la casa della mia infanzia e adolescenza sia l’unica ad apparirmi nei sogni. Come se in quel luogo della mente non fosse mai trascorso il tempo. Come se il dizionario emotivo avesse scelto per me nonostante le mie scelte reali. Casa è anche il luogo che scegli. Quindi io ne ho due. Quella che ho scelto per me e che mi ha accolto 19 anni fa, ho dovuto imparare ad amarla piano piano. Milano non è una città per chi ha un cuore pigro. Non ti serve nulla, non ti regala nulla e anche la sua bellezza la devi conquistare urtando un turista, inciampando su un dissuasore, saltando distrattamente una fermata. Poi d’un tratto si manifesta nella sua interezza e diventa indispensabile. Non mi appare in sogno eppure mi permette di sognare.

I miei primi passi


Il 13 dicembre 1979 allentai la presa dalle dita della mamma: non me lo ricordo ovviamente, mi è stato riferito.

Abitavamo dalla nonna, nelle case popolari, dove in giardino l’inverno sputava limoni dalla scorza profumata. La stessa scorza che veniva grattata nell’impasto delle crostate e che rimaneva sotto le unghie corte delle mani della nonna per giorni. 

Questo me lo ricordo bene, quando pochi anni dopo l’avrei accompagnata all’alimentari e mi avrebbe tenuto stretto per mano per attraversare la strada. Nei giorni precedenti al 13 dicembre, mamma mi sosteneva cercando di dare una forma a quel goffo tentativo di stare in equilibrio e cercando di plasmare nella memoria del mio corpo qualcosa di simile a un percorso, a un obiettivo. Sempre lo stesso. Per evitare che mi perdessi. Che mi perdessi anche io. Ed io quel giorno esitai solo un attimo poi lasciai le sue mani. E cominciai a camminare. Solo. Come se sapessi benissimo dove andare. Feci infatti un “prodigioso” giro intorno al tavolo. “E Senza perdersi !” Avrà esultato mia mamma gongolando con la vicina di casa.
Non feci un percorso dritto ma un giro. 

Tornai esattamente nel punto da cui ero partito. La prima di una lunga serie di volte. Insomma niente di straordinario se non il fatto che ora con queste gambe danzo, giro, salto, corro per professione! Sono pagato per farlo. Sono passati 37 anni da quel 13 dicembre posso dire che in un certo senso mia madre aveva ragione… ancora oggi riesco a fare il giro di un tavolo senza perdermi. 

Luca

Conosco un ragazzo dagli occhi grandi. Una di quelle persone che, solo ad entrare in una stanza, hanno il potere di far cambiare l’umore, di mutare i bronci in sorrisi, di creare le storie dai finali col botto. Conosco un ragazzo, che prende e va, fottendosene delle conseguenze, e va davvero. Va lontano. Conosco un ragazzo che non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, di sporcarsi le mani, con l’arte, con la danza, con i fiori.

Conosco un talento silenzioso, un buffone mite, un inguaribile romantico. Conosco un allievo preciso, meticoloso e onesto. Non ho mai fatto mistero della verità: è stato uno dei miei preferiti dal primo giorno di scuola.
Conosco un ragazzo che per descriverlo bisogna trovare le parole giuste, inventare un lessico nuovo, perché le parole usate fino ad oggi non so se bastano, rischierei di farlo diventare uno dei tanti. Conosco un ragazzo che non sarà mai uno dei tanti, perché ha in sé tutto quello che basta per fare POESIA.
Conosco un ragazzo che quando nel cielo non ci sono stelle, le disegna sul pavimento.
Conosco un ragazzo che si chiama Luca e quando penso al Piccolo Principe, io penso a lui.
La sua PAGINA FB: https://www.facebook.com/7Eotto/?fref=ts