A come Boh

Non è solo amore.

Perché se così fosse tutto il sistema creato intorno alle nostre vite sarebbe collassato sui nostri cambiamenti, i nostri naturali mutamenti di gusto, le nostre fisiologiche deviazioni sulla lista delle priorità.

Invece la sensazione è che ad unirci sia stata proprio la totale libertà di far passare il tempo e con essa la volontà di accettare il cambiamento, attraversandolo, andandogli incontro. E tutto questo senza farci vincere dalla paura del fallimento, ma al contrario, metterlo in conto sempre. Per questo non è solo questione di amare accettando ciecamente l’atrofia delle attenzioni,

l’invecchiamento del corpo, l’evoluzione del desiderio. È scegliere. È questione di instancabile volontà di costruire. Insieme. Questa forma di unione modifica il Dna.

Dicono che ci somigliamo anche fisicamente. Non è così, eppure sono in tanti a dirlo.

Quel pomeriggio di 20 anni fa in cui ti ho conosciuto c’era il sole. Scesi le scale e ci presentarono. Provai subito qualcosa di strano. Non riuscivo più a distogliere il pensiero da te. Andammo al cinema, ma continuavo ad osservarti. All’inizio pensai fosse la solita attrazione ma oggi so che non era amore. Quello che ho provato quel giorno è molto simile a quello che mi è successo con la danza, con l’arte e con il buddismo. Un senso di completezza. Un senso di ritrovamento. Come aver ritrovato le chiavi, improvvisamente, dopo una lunga ricerca. Solo al tuo arrivo è divenuto chiaro quanto fosse diversa, arida, accennata la mia esistenza. Il tuo arrivo ha determinato un prima e un dopo.

Viviamo insieme da 14 anni. Lotto ogni giorno contro la tua sindrome da accumulatore compulsivo di suppellettili Tiger. Abbiamo due guardaroba diversissimi. Due metodi inconciliabili di piegare i calzini, conservare i cibi e fare il bidet. Abbiamo imparato a viaggiare, a non competere tra di noi, a fare meno i permalosi. Abbiamo conosciuto persone bellissime e anche tante teste di cazzo, meteore, nomi scritti a matita. Non ci siamo sposati perché abbiamo due concetti opposti di cerimonia nuziale ma le nostre fedi sono parte di noi. Abbiamo fatto credere a tutti che nella coppia io sono quello forte e tu quello delicato. Abbiamo imparato a ritagliarci del tempo per stare da soli, lontani da noi. Sono passati 14 anni e ancora provo stupore quando mi lasci poetici post-it sulla tazza della colazione. Sono felice di essere cresciuto con te. Di essere cambiato con te. Di aver tratto ispirazione da te. Non è solo amore. La parola giusta non l’ho ancora trovata. Quindi Boh, non lo so.

Buon quarantesimo Bibi.

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Tutti a fanculo.


“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!” – disse mia sorella alzando il calice di vino.

Aveva quattro anni e mezzo. Gridò con tutto il fiato che aveva facendo esplodere la P sulle labbra e le T in mezzo ai minuscoli dentini. Brindò sulle ginocchia di mamma. La sua rivoluzione. Era il pranzo di Natale del 1988. Tutti a fanculo.

Una tavola imbandita. Mai viste tutte quelle posate e addirittura il cucchiaino messo di traverso sopra il piatto di porcellana. “Mamma a che serve il cucchiaino messo così?” – chiesi non camprendendo tutto quel lusso per noi che a stenti apparecchiavamo la tavola e che mangiavamo sui tappeti o sul divano. “È il servizio buono, amore! È del mio corredo, si mette giù così!”

Un via vai iniziato nelle prime ore del mattino quando nonna sfondò la porta della nostra casa di via Tagliamento con il suo proverbiale tatto. – “Luigí! – disse battendo sul portoncino di casa – apri che devo impastare le pittule!”

Nonna aveva il potere di trasformare ogni ricorrenza in tanti piccoli stress distribuiti equamente a tutti i membri della famiglia. Poco importava se si trattasse di un pranzo, o dell’imbottigliamento della salsa di pomodoro, o della preparazione delle conserve sott’olio (per parenti, amici, vicine di casa, dottori e commercialisti), o che si trattasse dei preparativi dei posti letto per l’arrivo dei cugini esotici. Se venivi sorpreso dal suo radar era finita: dovevi lavorare! E se ti sottraevi allo stress come faceva mia cugina o mia mamma allora erano guai… perché se c’era una cosa che a nonna non potevi fare era dirle di no. In caso contrario tutte le anziane matrone del rione delle case popolari del paese ti avrebbe riconosciuto come il lavativo.

Il terrore dello stigma lavativo di nonna mi ha perseguitato per anni.

A Natale la tradizione leccese (come in ogni parte d’Italia) vuole che si mangi tutto ciò che è commestibile. Ma la festa non era festa senza le pittule. Il tipico impasto fritto.

Nonna faceva diversi impasti differenziando la proposta: le pittule al baccalà per lei, quelle al cavolfiore per la mamma, quelle nere alle olive nere per i gusti sofisticati, quelle al peperoncino per i palati coraggiosi e infine le mie preferite, quelle al nulla, solo pasta bianca e sale! Le pittule erano un sorriso dorato. Il buonumore in pastella.

La consuetudine familiare prevedeva che il Natale si passasse dagli zii materni. Era la tradizione. Una celebrazione impeccabile. Un protocollo messo a punto negli anni che aveva portato ad un formula perfetta, come il Sanremo di Pippo Baudo. Menù dalla scaletta parossistica che partiva dagli antipasti in cui la regina indiscussa era la maionese e culminava sei ore dopo con la frutta secca lanciata sul tavolo direttamente dal sacco di iuta e i mandarini coi noccioli del giardino di zia le cui scorze erano poi usate per giocare a tombola.

Tradizione, innovazione e interattività: mancava solo la giuria demoscopica e il maestro Peppe Vessicchio. Era il pranzo di Natale perfetto. C’erano anche gli ospiti stranieri, gli zii esotici della Svizzera. Tutta questa nazional-popolarità mi dava sicurezza, protezione e calore. Era come se sapessi cosa desiderare. E che ogni desiderio fosse chiaro.

Ma quell’anno le cose andarono diversamente. Gli zii esotici portarono con loro parenti esotici dalla Martinica. Inoltre 4 dei miei cugini appena maggiorenni presentarono le loro fidanzate, e infine si palesarono i parenti di mio padre: nonna e i tre fratelli minori di mio padre ancora scapoli. Eravamo in troppi. Fu così che i miei zii chiesero a mia madre di usare il nostro gigantesco salone della casa di via Tagliamento come nuova location. Come nuovo temporary store del colesterolo. Mia madre accettó a patto di non cucinare.

Fu così che quello del 1988 fu l’unico Natale passato a casa nostra. Fu anche l’ultimo. E fu un Natale che tutti ma proprio tutti ricordano ancora oggi per tre motivi.

1. La pantera delle Antille.

Una cugina francese dello zio esotico fu puntata indistintamente da 3 generazioni di maschi per i suoi occhi da panterona delle Antille. Era di una bellezza imbarazzante. Tutti le offrivano da bere e le parlavano in dialetto pugliese. Lei rispondeva ridendo: “uì, bhuff, giolííí” – talvolta cambiando l’ordine.

2. La barzelletta.

Per farsi accettare dai maschi alfa, il fratello minore di mio padre (che era anche il mio zio preferito) decise di raccontare una barzelletta. Ma mentre la raccontava tutti fecero improvvisamente silenzio e, siccome lui era timidissimo, perse il filo del discorso e si dimenticò il finale. Provo’ invano a inventarsi una chiusa tirandola per le lunghe (con la speranza forse di ricordarsi magicamente il finale) ma niente. I tempi canonici della barzelletta avevano ormai ceduto il posto a un’esegesi epica oltremisura. Era ormai troppo tardi: il branco riconobbe la preda facile. L’implacabile uditorio da lì in poi lo prese atrocemente in giro e lui stesso divenne la barzelletta non finita. In realtà mi piace pensare che quello dello zio fosse un monologo di teatro dell’assurdo. Un premio Ubu mai consegnato. Il finale è ancora oggi un mistero.

3. La cinepresa.

Una camera registrò su un nastro VHS 180 minuti di quel giorno. Registrò tutto. E siccome fu lasciata su un cavalletto in un angolo del salone, quasi tutti gli invitati, per tre ore, se ne dimenticarono. Il risultato fu straordinario. L’occhio e l’orecchio di un grande fratello ante litteram fissò ineluttabilmente tutto. Ogni dinamica. Ogni sguardo. Ogni gioco di potere, ogni tensione, ogni disattenzione, ogni silenzio. Ho riguardato più volte quella videocassetta. L’ultima volta ho riconosciuto una voce. A dire il vero ho riconosciuto un tono di voce captato dal microfono della videocamera. La voce di mio padre. Un saggio del suo vasto repertorio fraseologico per allontanarmi. La camera riprende: una nuvola di fumo nel salone, il passaggio fulmineo di nonna con il Pandoro Melegatti, il mio gelo, poi il brindisi di mia sorella.

“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!”

Da lì in poi andammo tutti veramente a fanculo. Pochi mesi dopo un brutto litigio divise la famiglia in due fazioni: noi tre (io, mia sorella e mamma) dagli altri. Nonna ebbe una serie di infarti che le tolsero la creatività ma non le forze per tiranneggiare. Gli zii esotici passarono i loro Natali in Svizzera a fondere formaggi e la pantera delle Antille si laureò a Parigi poi fu rapita dagli alieni. Lo zio della barzelletta subì un trapianto di fegato dopo aver contratto l’epatite in Nigeria dove si trovava per lavoro. Noi lasciammo la bellissima casa di via Tagliamento per trasferirci nella nuova casa di Viale Trieste, una casa meno ospitale ma terribilmente poetica. Di lì a poco i miei si separarono definitivamente e per chi non lo avesse capito gli anni 90 furono uno schifo. Carestie, pioggia di fuoco e cavallette. Ma non è questo il punto. Andò a fanculo il calore, il nido, la sicurezza. La chiarezza sui desideri fu sostituita da un languore indistinto, generico. Un indifferente voglio tutto o forse niente bho non so. Andò a fanculo l’attesa del Natale, i suoi colori, il suo incanto. Andò praticamente a fanculo l’infanzia.

Il Natale è un detonatore di emozioni, è chiaro a tutti. Chiederci cosa sarebbe stato di noi se le cose fossero andate diversamente è sciocco. Non è sciocco però prendersi il tempo di costruire l’incanto. Di progettarne i dettagli e le forme e farlo in nome di quell’ inno allo stupore che è l’infanzia. Il mondo ha bisogno di racconti, di immaginazione e di variazioni sul tema della magia. Questo è l’antidoto al gelo. Se avessi un figlio forse partirei da una storia qualunque e arriverei al Natale scivolando sull’importanza di credere nelle favole. Parlerei di quanto è folle il viaggio verso la terra, di una stella che indica la strada, della carta roccia per fare il presepe, del paesaggio elfico del nord, della corteccia umida, del muschio, del mistero del camino, della bellezza dello scrivere e rendere inchiostro i desideri. Dei desideri. Dell’importanza di desiderare le cose giuste. Perché poi in un modo o nell’altro si avverano. Questo dev’essere. Questo è il Natale che racconterei a mio figlio. Un giorno di scrittura.

A quattro mani.

Il resto è feccia. Il resto a fanculo.

066 – giallo di Napoli rossastro


«Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore.» (P. Klee)

Nella grande casa di via Tagliamento c’era un’entrata di servizio dalla quale si accedeva in una stanza stretta e lunga che chiamavamo il sottoscala. Era infatti l’accesso al terrazzo. I vecchi inquilini ne avevamo ricavato un grande ripostiglio. Un tempio di cose rotte, addobbi di Natale, vecchi giochi, attrezzi da giardinaggio e polvere. Mamma lo trasformò nel suo laboratorio di pittura. Era infatti l’unica zona della casa in cui si poteva stare in santa pace ma anche l’unica stanza davvero isolata in cui far asciugare le tele, e pulire i pennelli nell’acqua ragia.

L’odore nel sottoscala era pungente. Una pozione segreta ottenuta dai solventi, colori a olio, olio di lino, vecchi giornali, immaginazione e silenzio. E questo silenzio ogni tanto era rotto dal fischiettare inconsapevole di mamma. Fischiettava motivetti irriconoscibili mentre dava lo sfondo o correggeva la luce. Fischiettava felice come per un giorno di festa. Il sottoscala era il giorno di festa della Mamma. La sua rivincita nei confronti della vita.

Iniziò a dipingere mentre crescevo nella sua pancia. In quel periodo lo zio si appassionò alla pittura per hobby e mia madre lo sfidò. Gli chiese: “cosa mi serve per iniziare?” . Conoscendo lo zio, deduco che il giorno dopo si presentò da mia madre con uno scatolone di colori e diluenti, e una tela bianca. E così mia madre iniziò a dipingere mentre io le davo la nausea.

Chi dipinge a olio sa quanto sia invasivo e nauseante l’odore di questa tecnica. Mia madre non fece una piega. Smise di fumare per nove mesi e cominciò a dipingere. Non si fermò più. Fu il suo aspettarmi. Un sedativo per l’impazienza di diventare madre per la prima volta. Aveva 29 anni e non aveva mai preso una matita in mano. Del resto ad oggi, non l’ha mai presa in mano. Non ha mai disegnato sulla tela prima di dipingere. Non ha mai fatto un corso di pittura. Non ha mai studiato i pigmenti, le proporzioni, la prospettiva, la sezione aurea. Non ha mai disegnato dal vero. I suoi pensieri diventavano magicamente contatto con la tela. Direttamente. Come fosse guidata da un navigatore emotivo che le fa affluire i ricordi sotto forma di fiori, radici, terra, nuvole e mare.

I miei primi ricordi sono legati all’odore dei colori che mamma catalogava e conservava in vecchie scatole di scarpe. C’era la scatola dei gialli: i preferiti dalla mamma, la scatola di stivali conteneva un’impressionante varietà di gialli. Nel suo vocabolario giallo vuol dire urlare! C’era la scatola dei blu con dentro il mare di Frigole e il cielo della Svizzera. C’era la scatola dei verdi: i colori ribelli, pigmenti cattivi che odiano la tavolozza. Ma soprattutto c’era la scatola dei bianchi. “Mamma perché nella scatola dei bianchi c’è solo il bianco?” Capì molto presto la relatività del bianco. Mamma racconta che quando, ancora in gravidanza, terminò il suo primo quadro chiamò lo zio e gli chiese cosa ne pensasse. “Firmalo!” Disse lo zio incredulo. E fu allora che mamma decise di chiamarsi Anigiul. Inzuppò un pennello numero 7 a punta con un blu oltremare mischiato con una goccia di nero e in basso a destra comparve ANIGIUL 1978. La mamma nacque così, per la seconda volta. “Se il quadro piace dirò che l’ho fatto io e mi sono firmata al contrario, se il quadro non piace dirò che lo ha fatto un pittore persiano.”

Nessuno ha mai osato dire che i quadri di mia madre sono brutti. Sono sgangherati, monotematici, sproporzionati ma mai brutti. La dismisura si fa colore e forma. E produce qualcosa di innegabile, qualcosa di molto ma molto vicino alla parola bellezza. Nel sottoscala di via Tagliamento ho respirato acqua ragia per anni.

Sono cresciuto così. La voglia di giocare con i colori si sovrapponeva al bisogno di stare a contatto con una mamma inspiegabilmente felice. Mi posizionavo affianco a lei, con una piccola tavolozza di compensato e una tela più piccola. Seduto su uno sgabello altissimo per arrivare al livello del piano di lavoro. Ore e ore. Io e lei. Io che copiavo lei. Lei che copiava male Segantini. Per poi coprire tutto e dire: “Qui ci vuole il mare!”. Se penso ad un albero non penso ad una albero vero. Ma a quelli che dipingeva mamma nel sottoscala di via Tagliamento. Quelli con i tronchi blu. “Mamma ma i tronchi non dovrebbero essere marroni?” era la mia domanda ricorrente. “No amore, gli ulivi hanno i tronchi blu, guardali bene!”.

Solo da grande ho capito che l’arte non è riproduzione. L’arte è visione. Più questa visione è filtrata dalla personalità di un artista e più questa si avvicina al reale. Il realismo vero non ha nulla a che fare con la fotografia. “Di che colore faresti il cielo di Porto Cesareo alle 16:45 a Ottobre?” Mi interrogò mamma. “Blu?” risposi. “No amore è lo 066 giallo di Napoli rossastro! Fidati di me!”

Effettivamente il cielo è color carne in certe ore del giorno. Il cielo è carne. La natura è una figura umana più evoluta.

Mamma si è sempre vergognata del fatto di dipingere. “Non ho mai studiato, non merito di essere chiamata pittrice, e poi non so disegnare il corpo umano…” Per questo mi convinse a fare il Liceo Artistico. Mentre un genitore normale rabbrividisce alla sola idea di mandare il proprio figlio nella scuola più pericolosa che c’è, mia madre mi iscrisse con un senso di orgoglio e rivalsa che anche io facevo fatica a spiegarmi. Ma nelle interminabili ore di tecnica dal vero, nelle fredde aule del Liceo Artistico statale di Lecce mi domandavo perché tutto ad un tratto stava morendo in me la voglia di dipingere. Cosa mi mancava?

Ci sono voluti quattro anni e l’impegno di un corpo docenti dal livore senza misura (professori che volevano fare gli artisti e invece avevano vinto un concorso ministeriale in grado di uccidere e dare degna sepoltura alle loro aspirazioni) per capire che non era arte ciò che si faceva al liceo. Era merda. I professori erano merda. Bitume. Terra di Siena: la cacca malata dei barboncini. Ho scoperto il marrone. Mi fecero dipingere con le tempere, ad acqua. Con una color palette di 5 colori. Ripeto: ad acqua. Da mille a cinque. Un l’oltraggio alla parola arte. Gli anni più tristi della mia vita. Apparve il nero. Sui muri. Inchiostro di China. Nei miei vestiti. Nelle pieghe dei tagli che mi facevo sugli avambracci. Negli occhi. Ci sono voluti quattro anni e la professionalità di un corpo docenti che mi insegnò a ricalcare, a riprodurre in scala, ad azzerare il cervello e usare il giallo limone.

Cosa mi mancava? La visione forse. Quello che mi dava mamma nel sottoscala di via Tagliamento e che anni dopo ho ritrovato nella danza.

Cos’è l’arte? Si può imparare a scuola? Io credo di si. Ma con i maestri giusti. Quelli che sanno aprire dei ponti nell’immaginazione! I maestri che sanno riconoscere un pensiero divergente e lo sanno valorizzare. I maestri che sanno apprezzare l’indecisione, l’esitazione, l’entusiasmo. I maestri che ti danno più strumenti per cavartela da solo. Tavolozze cosmiche. Pantoni galattici. Un arsenale di mezzi e input. I maestri che ti vogliono accanto a loro fischiettando in un sottoscala umido e polveroso.

Mamma ha dipinto negli anni un numero spropositato di tele. Dipinge ancora oggi. Molto meno. Le fa male la schiena “Sai, tutte quelle ore in piedi!”. E poi i solventi le provocano forti irritazioni alle mucose di occhi e gola. In quarant’anni ha dipinto centinaia di sentieri di campagna seguendo i quali ha ritrovato una bambina seduta sugli scalini della casa dei nonni a Frigole. La casa con i muri di calce bianca. Ha dipinto litri e litri di Mare Ionio. Dal giallo cromo al blu di Prussia. Milioni di petali di fiori, un numero che basta a far arrivare la primavera su Plutone. E boschi di ulivi a perdita d’occhio.

Cobalto.

Come nella realtà.

Ecografia di un’esclusione

Riconosco perfettamente l’espressione del volto di chi, in autobus, per paura che tu possa sederti affianco, occupa il posto con qualsiasi tipo di oggetto (reale o immaginario) andando in panico vedendoti sopraggiungere.

Una volta un tipino magrolino sulla corriera che dalla città portava al paese si sdraiò in obliquo sui sedili pur di non lasciarmi il posto. Ne apprezzai l’onestà.

Del resto l’esclusione si manifesta sotto forma di mille sguardi obliqui: è un ampio catalogo di strade secondarie prese per evitare di fare incontri e poi abbassamenti di voce, e muri, muri alti.

Da piccolo avevo l’incubo della divisione in squadre. Quelli come me spesso erano gli ultimi ad essere scelti. Questi giochi non cambiano da adulti.

Non ho mai vissuto come un problema l’esclusione. L’imbarazzo che genera l’esclusione, quello si. Quello è insostenibile. Durante i giochi, ad esempio, avrei voluto evitare a certi bambini l’imbarazzo di dovermi scegliere. Il loro provare a giustificarsi era molto più crudele dell’esclusione in sé.

Per questo motivo, ad un certo punto, si impara la nobile arte della ritirata. A volte è molto meglio simulare un mal di pancia o un impegno improvviso e fare un passo indietro. Dissolversi. È un modo come un’altro per risparmiare a certe persone quell’imbarazzo che non ha nulla ma proprio nulla di letterario.

A proposito di certe primavere


Mi accoglie una primavera che sembra più una craniata contro uno spigolo che una mite stagione disneyana…

A volte l’ingratitudine della natura mi sorprende e mi incanta, come un certo disordine, soprattutto quello che smonta la logica e ne fa un gioco leggero. Una caccia al tesoro, ma senza tesoro.

A pensarci bene non sono fatto per le giornate perfette. Quelle le lascio agli uomini che hanno certezze, ai frequentatori di serate cool e ai grafomani di Facebook. Preferisco le giornate di vento, quelle in cui devi contenere l’eccesso che sfugge, quelle in cui le lenti a contatto bruciano, quelle in cui hai commesso un piccolo errore.

Uno pensa che la primavera sia un diritto, un coupon, la scheda di punti fragola completata dopo il lungo tempo del freddo e invece non è così.

Bisogna stare attenti! È un bluff la primavera! È una luce verticale che illumina si, ma fa ombre violente sul viso.

In questi giorni ho sfidato me stesso a una partita a Tetris. Un Tetris di aggiustamenti, disarmonie, possibili scenari e dismisure.

Il mio corpo pare sussurrarmi la parola: dimentica! Io amo rispondergli con una poesia che ha un solo verso, una sola rima e una sola parola: ostinazione.

L’arroganza dei fiori è la primavera. La loro puntualità ne definisce i tempi. Noi siamo solo spettatori senza biglietto.

Bisogna imparare a lasciare in tasca lo smartphone per essere pronti all’applauso. Le mani libere per la gratitudine. Per il disgelo. A scena aperta.

Acqua di Marzo


Nei giorni di Marzo rialzati da solo!

Nei giorni di pioggia non andare in giro con i sacchetti di carta… la pioggia sfibra ogni molecola e apre botole segrete… allarga la trama dei tessuti, le stelle ti cadono per strada come spiccioli ma senza far rumore. Non puoi permettertelo! Ti diranno che sei stato troppo assente per lo stesso identico motivo per il quale il giorno dopo ti contesteranno di essere stato troppo presente. Proveranno a insinuarti il dubbio che quello per cui tu credevi di dover andare orgoglioso sia esattamente ciò che gli altri reputano disdicevole, inappropriato, sbagliato.

Lo stesso giorno qualcuno ti troverà splendido e in perfetta forma e qualcun altro ti chiederà se stai bene, preoccupandosi del tuo pessimo aspetto. La tua generosità verrà scambiata per tracotanza e la tua riluttanza confusa con l’accidia e, mentre frugherai nelle tue tasche alla ricerca di una bussola, di un termometro o qualsivoglia unità di misura alla quale fare riferimento per parlare la stessa lingua degli altri, ti accorgerai che non hai strumenti.

Sei solo. Solo con le tue ipotesi a proposito del Bene e le tue intuizioni riguardo al Male. Solo ad alzarti. Solo a recuperare le tue cianfrusaglie cadute da un sacchetto di carta zuppo d’acqua di Marzo.

Ti piegherai a raccogliere tutto. Raccoglierai ogni sogno, ogni perché, ogni carezza, sino all’ultimo biglietto tariffa urbana timbrato e dimenticato tra gli intercapedini trasparenti dei giorni. Trova un posto sicuro per i tuoi sorrisi, tienili in mano, regalali a te stesso e poi rialzati da solo. Ce la farai!

L’acqua avrà rotto il contenitore, confuso l’ordine del contenuto ma avrà pulito ogni cosa restituendogli il colore originale.

Rialzati con stile, come farebbe Gene Kelly e poi fai spazio a quell’eccesso di vita che gli altri chiamano “te” e nel farlo perdonati tutto. Perdonati sempre.

Aspettami

“Aspettami!” Dico a Sara, mentre raccolgo i miei arnesi e cianfrusaglie e li butto nello zaino… “mando due mail e poi usciamo insieme!” Le due mail corrispondono a quasi due ore di lavoro accumulato nell’arco della settimana… di fatto Sara mi aspetta nel suo tubino di lana e cappotto che le danno un’aria da berlinese festaiola degli anni 30! Mi aspetta. Abbiamo deciso di passare insieme il nostro San Valentino. Insieme ad Elisa e Marco. Siamo andati nella trattoria più meridionale di NOLO e abbiamo ordinato tutto. Come al solito, per poi tornare a casa con una doggie bag utile a sfamare una comunità intera di bambini somali. Siamo felici. Insieme. Da anni. Ridiamo, bulimici di racconti e gossip artisticosindacalienonsense fino a sfiorare la molestia nei confronti del resto del mondo. È una felicità nostra. Che ci siamo guadagnati a suon di dolore e tempo e paura. Ora è nostra. Ora è chiara e non fa più paura. Siamo persone oltre che un collettivo di artisti. Abbiamo affermato con convinzione il nostro integrale disallineamento, la nostra totale diversità nel modo di pensare e agire eppure, ci siamo aspettati. Abbiamo aspettato che passasse il dolore, che sbollisse la rabbia, che snebbiasse l’apatia, che si raffreddasse la gelosia… abbiamo aspettato che passasse l’amore sbagliato, il momento sbagliato, il posto sbagliato. Noi non siamo scappati, non abbiamo evitato lo scontro, non abbiamo mai finto di essere quello che non siamo. Ci siamo semplicemente aspettati attraversandolo questo cazzo di disallineamento fino a dargli il suo probabile nome: famiglia.

10 gennaio 2018

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Se avessi un figlio, e se mio figlio mi chiedesse cos’è la felicità, gli parlerei di quel giorno di gennaio in cui mi svegliai 2 minuti prima del suono della sveglia. Quel giorno come tanti in cui feci colazione, doccia e solito check sull’agenda per valutare cosa indossare e cosa mettere nello zaino sempre troppo pesante. Quel giorno in cui, già sulla soglia di casa, già con il cappotto e le chiavi in mano, fui assalito da un dubbio… e che proprio allora tornai sui miei passi e feci qualcosa di insensato. Quando indossai la mia fedina per la prima volta, due settimane dopo aver detto si. Il giorno in cui mandai un messaggio e nel frattempo qualcuno mi rubo’ l’ascensore. Quel giorno in cui questo fatto mi fece sorridere. Il giorno in cui affrontai il primo problema poi il secondo poi il terzo senza perdere la fiducia in me stesso, senza aggredire… senza mancare di rispetto a nessuno! Gli racconterò di quel giorno normale in cui pensai che il mio unico compito sarebbe stato quello di arrivare a casa la sera, un po’ stanco e un po’ pensieroso come sempre e invece andò diversamente. Quel giorno che stetti al telefono un’ora con la persona che avrei visto dopo pochi minuti. Il giorno in cui immaginai il mio primo viaggio a Londra, un giorno in cui persino l’ansia di fare i biglietti si trasformò in poesia… e poi di quel giorno in cui un pazzo mi dedico’ una canzone, scritta per me, su una tastiera bianca e nera come una radiografia… e poi di quando scoprì di aver abbastanza spazio nel cuore al punto da poter amare non una singola ma una dozzina di sorelle belle come la mia. Come il giorno in cui mi dissi bravo per la prima volta tradendo una dismisura di gioia negli occhi! Questo gli direi. Di non pianificare nulla ma di lavorare incessantemente all’eventualità di doverla riconoscere. Lei, una qualsivoglia felicità.

Case


Casa è il luogo in cui sono cresciuto. Dove sono nato e dove so di poter tornare come e quando voglio. E’ la città della risacca, quando giri l’angolo per andare via, la malinconia ti tradisce come un onda sugli scogli appuntiti. È buffo il fatto che la casa della mia infanzia e adolescenza sia l’unica ad apparirmi nei sogni. Come se in quel luogo della mente non fosse mai trascorso il tempo. Come se il dizionario emotivo avesse scelto per me nonostante le mie scelte reali. Casa è anche il luogo che scegli. Quindi io ne ho due. Quella che ho scelto per me e che mi ha accolto 19 anni fa, ho dovuto imparare ad amarla piano piano. Milano non è una città per chi ha un cuore pigro. Non ti serve nulla, non ti regala nulla e anche la sua bellezza la devi conquistare urtando un turista, inciampando su un dissuasore, saltando distrattamente una fermata. Poi d’un tratto si manifesta nella sua interezza e diventa indispensabile. Non mi appare in sogno eppure mi permette di sognare.

I miei primi passi


Il 13 dicembre 1979 allentai la presa dalle dita della mamma: non me lo ricordo ovviamente, mi è stato riferito.

Abitavamo dalla nonna, nelle case popolari, dove in giardino l’inverno sputava limoni dalla scorza profumata. La stessa scorza che veniva grattata nell’impasto delle crostate e che rimaneva sotto le unghie corte delle mani della nonna per giorni. 

Questo me lo ricordo bene, quando pochi anni dopo l’avrei accompagnata all’alimentari e mi avrebbe tenuto stretto per mano per attraversare la strada. Nei giorni precedenti al 13 dicembre, mamma mi sosteneva cercando di dare una forma a quel goffo tentativo di stare in equilibrio e cercando di plasmare nella memoria del mio corpo qualcosa di simile a un percorso, a un obiettivo. Sempre lo stesso. Per evitare che mi perdessi. Che mi perdessi anche io. Ed io quel giorno esitai solo un attimo poi lasciai le sue mani. E cominciai a camminare. Solo. Come se sapessi benissimo dove andare. Feci infatti un “prodigioso” giro intorno al tavolo. “E Senza perdersi !” Avrà esultato mia mamma gongolando con la vicina di casa.
Non feci un percorso dritto ma un giro. 

Tornai esattamente nel punto da cui ero partito. La prima di una lunga serie di volte. Insomma niente di straordinario se non il fatto che ora con queste gambe danzo, giro, salto, corro per professione! Sono pagato per farlo. Sono passati 37 anni da quel 13 dicembre posso dire che in un certo senso mia madre aveva ragione… ancora oggi riesco a fare il giro di un tavolo senza perdermi. 

Luca

Conosco un ragazzo dagli occhi grandi. Una di quelle persone che, solo ad entrare in una stanza, hanno il potere di far cambiare l’umore, di mutare i bronci in sorrisi, di creare le storie dai finali col botto. Conosco un ragazzo, che prende e va, fottendosene delle conseguenze, e va davvero. Va lontano. Conosco un ragazzo che non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, di sporcarsi le mani, con l’arte, con la danza, con i fiori.

Conosco un talento silenzioso, un buffone mite, un inguaribile romantico. Conosco un allievo preciso, meticoloso e onesto. Non ho mai fatto mistero della verità: è stato uno dei miei preferiti dal primo giorno di scuola.
Conosco un ragazzo che per descriverlo bisogna trovare le parole giuste, inventare un lessico nuovo, perché le parole usate fino ad oggi non so se bastano, rischierei di farlo diventare uno dei tanti. Conosco un ragazzo che non sarà mai uno dei tanti, perché ha in sé tutto quello che basta per fare POESIA.
Conosco un ragazzo che quando nel cielo non ci sono stelle, le disegna sul pavimento.
Conosco un ragazzo che si chiama Luca e quando penso al Piccolo Principe, io penso a lui.
La sua PAGINA FB: https://www.facebook.com/7Eotto/?fref=ts

Colpi di grazia

Vi è mai capitato di legarvi ad una persona in modo profondo al punto da credere di conoscerla davvero? Vi è mai capitato di vedere in questa persona una luce tale da restarne abbagliati? Eppure, siate sinceri, quanta di quella luce vi ha permesso di vedere veramente? Di soppesarne il reale peso umano? Di percepirne la forma autentica?Ma soprattutto, una volta che avete capito che tutta quella luce era un film di cui voi eravate registi e direttori della fotografia, una volta capito che quella luce era in voi, che quella luce eravate voi, cosa avete scelto di fare? Franare nel reale ammettendo a voi stessi di essere degli inguaribili coglioni? O siete andati avanti per la vostra strada – con una amarezza indescrivibile – consapevoli del fatto che a volte la grazia e la bellezza che abbiamo visto negli altri c’è, esiste veramente ( non ci siamo sbagliati) ma non ci appartiene, non è nostra?

#domande #dubbi

il mio compleanno

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Qualcuno ha detto che soffrire è il modo più veloce per crescere.
Lo pensavo anch’io. Poi visto che non mi pare di essere diventato un genio soffrendo ho provato a fare il contrario. Non sempre ho ottenuto risultati meravigliosi, tuttavia ogni mattina mi sveglio col sorriso qualunque cosa accada, anche se è presto, anche se ho sonno. Come quando ero piccolo e mi svegliavo felice e affamato di vivere.

La leggerezza che ho conquistato rende veloci le mie giornate e a volte ho il dubbio di aver saltato un giorno. Chissà se è davvero così! Essere felice è stato il regalo più bello che potessi fare a me stesso.

E forse è stato sorridendo in un giorno veloce che mi sono accorto di essere davvero un po’ cresciuto.

la simpatia

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In parole semplici, secondo Hume la simpatia deriva dalla nostra capacità di riconoscere noi stessi negli altri. Dunque, secondo lui, sbagliamo a dire: “lui è un ragazzo simpatico!” pensando alla simpatia come un aggettivo (come goloso o freddoloso o elegante o pigro ecc), cioè una qualità dell’altro. Sbagliamo perché, secondo Hume, la simpatia che proviamo per qualcuno è un’attivazione del nostro pensiero, non un tratto distintivo degli altri.

Boh!
Io a volte ci metto tutta la buona volontà ad attivare simpateticamente il mio pensiero su alcune persone… ma sempre patetiche teste di cazzo restano!!!

Luglio 1988 (terza parte)

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La dignità la perdi solo se sai perché hai fallito.

Rompere il silenzio si dice. Ma devi sapere come fare a romperlo.

Rompere il silenzio vuol dire dare un nome alle cose. Piangere non è rompere il silenzio. Se piangi non dai il nome alle cose. Piangere è qualcosa di più simile a un bisogno come fare la pipì o tossire se ti è andata di traverso la saliva.

Chissà se qualcuno, da dietro le tapparelle abbassate aveva assistito alla scena! Chissà se una donna aveva finito di lavare la sua torre di patti tanto tardi da perdere il sonno del pomeriggio e magari mi aveva visto prima sbandare poi… O chissà se qualche bambino che di dormire al pomeriggio non ne voleva proprio sapere, aveva visto il mio goffo tentativo di controllare la caduta.

Troppi chissà.

Di fatto in 40 interminabili secondi accadde tutto.

Feci appena in tempo a scorgere al centro della strada Tommaso con in mano una squadretta da disegno e, nel vano tentativo di evitarlo facendo dietro front, lui mi raggiunse di corsa e mi spinse violentemente facendomi perdere il controllo della bicicletta. (Tempo stimato 10 secondi)

Caddi su un lato sotto il peso di una pioggia di insulti diventata per me un po’ troppo famigliare. “Brutto ricchione!” era la frase più affettuosa.  (Tempo stimato 5 secondi)

Un colpo secco sul labbro inferiore datomi con il lato lungo della squadretta mentre cercavo di rialzarmi.  (Tempo stimato 3 secondi anzi 5 compreso il mio ahia!)

Al terzo tentativo riuscì a rimettermi in sella alla bici ma più cercavo di accelerare e più sentivo il cotone del colletto della mia t-shirt, bloccata dalla mano di Tommaso, soffocarmi al ritmo dei punti che, uno ad uno cedevano deformando l’ordito di un tessuto ormai logorato di insicurezza e paura. (Altri 10 secondi)

Tommaso non mollava la presa della mia maglia ed io pedalavo a fatica, descrivendo curve irregolari sul percorso. (Altri 10 secondi) Poi ad un certo punto mollò la presa per afferrare il cuscino che avevo fissato nel portapacchi posteriore.

Era un cuscino rettangolare fatto da mia mamma con gli scampoli di vecchi Blue Jeans. Serviva a rendere più confortevole la seduta del passeggero dietro. Ma a pensarci bene, solo ora mi rendo conto che non avevo nessun passeggero da far montare sulla mia Graziella. Mia sorella era troppo piccola perché mi fosse affidata ed i miei amici del quartiere avevano la loro bici con la dinamo che funzionava, mica come la mia.

Tuttavia avevo chiesto a mia madre di farmene uno anche solo per appagare quello che oggi riconosco come un compulsivo bisogno di arredare case, cose e persone che reputo mie. La mamma recuperò vecchi Levi’s di mio padre e ne fece una grande tasca riempiendola di ovatta e stracci sottili con la stessa tecnica con la quale farciva il polpettone coi cubetti di mortadella. Ci aveva messo tanto impegno nel crearlo, considerando che la macchina da cucire era di quelle un po’ antiquate e ogni due per tre volavano giù i santi perché l’ago si sfilava, il pedale si bloccava, il rocchetto si esauriva. Io invece, che seguivo con attenzione chirurgica ogni suo passaggio sino all’ultima cucitura, già pregustavo l’ammirazione che avrei suscitato con un cuscino come quello.

E voila’, ecco fatto mi è venuto un po’ sportivo! – disse mamma alludendo all’aspetto un po’ sdrucito della stoffa.

Io la abbracciai con la stessa venerazione di un designer nei confronti di un portaombrelli  griffato al Salone del Mobile!

Tre giorni dopo quel progetto futurista era nelle mani di Tommaso che lo afferrò  strappandolo dagli elastici che lo fissavano al portapacchi e con tutta la sua forza ne fece nuovo design.

Arte povera.

Coriandoli.

Tommaso aveva 12 anni ma era la metà di me, in altezza e in spessore. Aveva un incarnato olivastro e un movimento nervoso e imprevedibile. Era il mio incubo. La sua missione al mondo, il suo progetto di vita, il suo grande talento era rendermi la vita difficile.

Continuai a pedalare mentre Tommaso ormai sempre più lontano sventolava il suo trofeo come una bandiera lacera.

Mi batteva forte il cuore e il dolore man mano che pedalavo si depositava in un unico punto al centro della gola. Era la mia palla di pelo. A pensarci bene, non soffrivo per il dolore al labbro rotto o per il dispiacere per l’asse del manubrio leggermente deviato a sinistra dalla caduta e nemmeno per l’ennesimo rosario di ingiurie che Tommaso mi aveva dedicato. Non soffrivo per la rabbia di aver perso quel cuscino e di aver così rinunciato a un feticcio che ritenevo meritato e conquistato con le buone azioni e con la costanza delle mie richieste a mia madre convinta con la tecnica dello sfinimento.

La mia palla di pelo sospesa in gola era un tutto di detriti di ego, entusiasmo e fiducia. L’umiliazione era arrivata e mi aveva colto impreparato. Perché se da grandi, in qualche modo, sappiamo che qualcosa nella vita ci potrebbe andare storto, da piccoli la delusione ha quel sapore vagamente epifanico ma ineffabile da lasciarci turbati, soffocati.

Il dolore proveniva dalla sorprendente esattezza del mio fallimento. Non ero riuscito a difendermi e difendere quella dote di bambino chiamata dignità.

E’ anche vero che per un bambino comportarsi da bambino è un atto politico rigoroso ed estremo. Rompere il silenzio e piangere è per lui una presa di posizione, una dichiarazione di esistenza. E’ la sua prima vera azione da uomo. E’ un po’ come prendere coscienza di  tutto e dire fanculo essere i fratelli maggiori, fanculo essere maschi che non devono piangere, fanculo Tommaso, fanculo mamma, fanculo papà, fanculo cuscino di design, fanciullo tutti, io piango. Piango perché non posso fare altro che piangere.

Piango ergo sum.

Ma non basta piangere. Ti salvi solo se sei stupido al punto da non capire cosa ti accade o se sei bravo a spiegarti. Io non ero capace a fare entrambe le cose.

Fai ciao ciao alla dignità! – Via per sempre.

luglio 1988 (parte 2)

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Qualche Saltello sulla ghiaia, poi il fruscio delle zolle dure, poi la pedalata pesante sulle zolle morbide, quelle rosse arate e sollevate. E allora frenai e mollai la presa del manubrio così come si perde un fazzoletto di carta dalle tasche. Senza cura. Mi staccai dalla bicicletta come se non fosse mia, abbandonandola nel campo tra cicorie nate sui formicai.

Generazioni e generazioni di contadini avevano calpestato questi cunicoli sotterranei popolati da insetti. Distese di terra rossa arida posata sul vuoto. Un radiografia sotterranea in cui le parti bianche erano sporadici sassi.

Ripresi a correre come se non fossi mai sceso dalla bicicletta.

Correre contro un vento di scirocco caldo e immobile, che faceva sembrare tutto improvvisamente ancora più silenzioso, ancora più irraggiungibile, ancora più chiuso e svanito. Chiuso come un negozio di pomeriggio in paese.

Correvo e sentivo solo il mio respiro, sempre più affannoso. Abbassai la testa e il busto per passare sotto i filari di un vigneto poi, superato l’ennesimo muretto a secco la cui ombra non proteggeva che spennacchiati cespugli di cappero, lasciai fermare il mio corpo in un punto a caso dello spazio. Le braccia esaurirono il loro ciondolìo e arrivai.

Forse mi fermai dieci passi oltre il necessario come spesso mi sarebbe capitato in futuro. Ma ero oramai dentro in quella che noi bambini del quartiere chiamavamo casa segreta.

Poggiai le mani sulle ginocchia ricurvo con la schiena in avanti, sfinito.

Più che una casa era la planimetria di una casa fatta con una fila bassa di parallelepipedi di tufo biancolatte infilati uno di fianco all’altro a formare un perimetro e dei vani interni.

Una casa senza tetto e con i muri alti sino ai miei polpacci.

C’era una casa molto carina senza soffitto senza cucina…

Mi ero fermato in un punto a caso di questa casa senza muri. Senza bussare e, senza chiedere permesso, mi sedetti in un angolo a smaltire l’affanno.

Ero niente di più di un bambino con intorno il disegno di una casa fatto sulla terra vicino ad un albero di gelsi caduti al suolo al punto da rendere l’aria satura di zucchero e silenzio fermentati.

… ma era bella bella davvero…

I pezzi di tufo erano resti di case in costruzione. Pezzi rotti o tagliati male o semplicemente dimenticati da qualche muratore della zona. Non esisteva il servizio di smaltimento rifiuti speciali.

Ciò che non serviva si portava in campagna, si abbandonava sul ciglio delle provinciali, nella terra di nessuno.

E così capitava che i bambini potessero disporre di un vero e proprio arsenale radioattivo fatto di tettoie di Eternit, lavatrici, frigoriferi, sedie sfondate, battiscopa, piastrelle di ogni sorta e a volte anche carcasse di automobili. E da quel mucchio di tutto qualche bambino aveva estratto pezzi di tufo per farne spazio domestico, un rifugio per se’ e per altri bambini.

Avevo ormai assorbito l’affanno in un respiro meno evidente quando, scosso da una paura sfuggita al mio controllo come un riflesso involontario, mi raddrizzai di scatto guardando nella direzione da cui ero arrivato. Solo allora mi resi conto di essermi allontanato oltre misura, e di essere straordinariamente solo in mezzo ad una campagna disordinata ed incerta.

Portai la mano al labbro inferiore. Il sangue si era raggrumato sotto il sottile strato di pelle formando una pallina violacea…

C’era un oggettivo male fisico dovuto alla rottura del labbro, un dolore concentrato in un punto talmente preciso da poterne stimare la superficie in millimetri. Un lembo di male così minuscolo eppure così irradiato da sembrare una centrale di scariche elettriche. Un dolore come un eco che, invece di diminuire, cresceva allontanandosi come i cerchi sempre più grandi prodotti da una goccia caduta sulla superficie di una pozzanghera.

Poi c’era un dolore peggiore. Un dolore riconducibile ad una delle mille forme dell’auto compassione. Quel meccanismo mentale che ti fa vedere per un attimo il vero te come dal di fuori. E ciò che vidi fuori mi fece terribilmente pena. Una profonda, chiarissima e dolorosa pena.

“Cosa ti hanno fatto?” – continuavo a ripetermi.

E mentre mi dicevo tutto questo immaginando le parole con un suono simile a quello che potrebbe avere un genitore dolce mista alla voce di un dio michelangiolesco che tende la mano a suo figlio ma dall’accento un pò americano di Heather Parisi, iniziai a deformare i muscoli del viso mimando la contrazione di un grido totalmente muto.

Silenzio totale. Apnea e pugni stretti, a denti stretti.

Poi, d’un tratto, sentii la risacca del respiro trattenuto troppo tempo, tornare nei polmoni, risalire il condotto della trachea e liberarsi oltre la gola uscendo dal corpo nel direzione del pomeriggio d’estate sotto forma di un semplice, banale, fisiologico pianto di bambino.

 

(Continua…)

luglio 1988 (parte 1)

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Luglio 1988

Ogni bambino nasce con una dote naturale di dignità, un sorta di libretto di risparmio intestato a un neonato con dentro tanta tanta dignità. E’ una virtù che, se non violata, potrebbe addirittura bastargli per la vita intera. Ma è certo che la perderà. C’è chi la perderà lentamente assorbendo, come una spugna, l’inchiostro indelebile di mille compromessi. C’è chi la perderà dopo troppi si detti alle persone sbagliate o dopo troppi bocconi amari mandati giù pensando di non poter sperare di meglio dalla vita. C’è chi la perderà da grande, per amore o magari per arrivare ad un obiettivo professionale. C’è chi invece perderà la sua dignità molto molto tardi, solo per la fottuta paura di invecchiare o per l’ostinata nostalgia di un tempo ormai andato.

Io, la mia l’ho persa subito.

Abbandonai per un attimo i pedali della bici per lanciarmi in discesa libera e, libero dalla forza di gravità, mi voltai di scatto. Alle mie spalle c’era solo l’asfalto e il suo confondersi con il gel trasparente e ondulato dell’orizzonte.

Ore 15:00.

Chiuso il gommista, chiuso il corniciaio, chiuso l’alimentari dove la Pina incartava le caramelle all’anice e gli affettati con la stessa carta paglia grigio chiaro con cui le massaie incartavano sale, zucchero o caffè da regalare a chi aveva appena subito un lutto. Condoglianze! – dicevano scaricando il cartoccio tra le braccia di qualche parente o vicina di casa, il giorno dopo un qualsiasi funerale. Ed io, ogni volta che vedevo questa scena, pensavo a quanto sarebbe stato più bello trovare caramelle, Girelle Motta e altre prelibatezze da emporio di paese. Ma nei pomeriggi d’estate, nel mio paese, tutto diveniva stranamente immobile. Metafisico.

I negozi più che chiusi sembravano riassorbiti dalle case dei loro gestori. Alla chiusura pomeridiana dei negozi non restava più traccia ed era come se una volta abbassata la saracinesca, tornassero al loro status di semplici case.

Grandi case con i muri bianchi, un villino adiacente con rose rampicanti, un tocco esotico dato da un ibisco rosso, vasi di gerani, menta, rosmarino e una lunga pompa di gomma aggrovigliata per poterli annaffiare di notte, quando tornava il fresco. Ogni casa col suo garage sporco di grasso di motore dal quale si accedeva direttamente in salotto.

E poi tetti alti e squadrati inguainati di calce viva, e di tanto in tanto una nicchia scavata nel muro con una vergine Maria Santissima in un girotondo di santini e lumini psicadelici, chiusa da un vetro reso opaco dalle preghiere inascoltate, dalle promesse mai mantenute e dallo scirocco. Come un peep-show. Cambiavano i look ma erano pur sempre donne in teche di vetro segnalate solo dal gesto di un bacio svogliato lanciato da un passante devoto.

Dei negozi invece, nessuna traccia: nessuna insegna, nessun cartello, nessuna dichiarazione al fisco.

I negozi sparivano come sparivano i mariti nei bar della piazza, come sparivano le cucciolate dei gattini perché c’è n’erano troppi in giro, come spariva la benzina delle auto parcheggiate. Il pubblico tornava privato e l’alimentari una stanza  in più della grande casa, il locale del gommista un garage dove parcheggiare la FIAT 127, il corniciaio un capanno degli attrezzi.

Mi guardai indietro come un ladro si volta per accertarsi di aver seminato il suo sbirro. Ancora due, quattro, otto pedalate e poi spinsi con forza su entrambi i pedali per alzarmi in piedi.

Vento sulle guance, avevo 9 anni e mi sembrava di essere alla guida di una moto mentre andavo alla velocità di una Graziella riverniciata di un verde oliva e con la dinamo rotta, sulla strada che porta verso la campagna.

(Continua…)