Luca

Conosco un ragazzo dagli occhi grandi. Una di quelle persone che, solo ad entrare in una stanza, hanno il potere di far cambiare l’umore, di mutare i bronci in sorrisi, di creare le storie dai finali col botto. Conosco un ragazzo, che prende e va, fottendosene delle conseguenze, e va davvero. Va lontano. Conosco un ragazzo che non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, di sporcarsi le mani, con l’arte, con la danza, con i fiori.

Conosco un talento silenzioso, un buffone mite, un inguaribile romantico. Conosco un allievo preciso, meticoloso e onesto. Non ho mai fatto mistero della verità: è stato uno dei miei preferiti dal primo giorno di scuola.
Conosco un ragazzo che per descriverlo bisogna trovare le parole giuste, inventare un lessico nuovo, perché le parole usate fino ad oggi non so se bastano, rischierei di farlo diventare uno dei tanti. Conosco un ragazzo che non sarà mai uno dei tanti, perché ha in sé tutto quello che basta per fare POESIA.
Conosco un ragazzo che quando nel cielo non ci sono stelle, le disegna sul pavimento.
Conosco un ragazzo che si chiama Luca e quando penso al Piccolo Principe, io penso a lui.
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il mio compleanno

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Qualcuno ha detto che soffrire è il modo più veloce per crescere.
Lo pensavo anch’io. Poi visto che non mi pare di essere diventato un genio soffrendo ho provato a fare il contrario. Non sempre ho ottenuto risultati meravigliosi, tuttavia ogni mattina mi sveglio col sorriso qualunque cosa accada, anche se è presto, anche se ho sonno. Come quando ero piccolo e mi svegliavo felice e affamato di vivere.

La leggerezza che ho conquistato rende veloci le mie giornate e a volte ho il dubbio di aver saltato un giorno. Chissà se è davvero così! Essere felice è stato il regalo più bello che potessi fare a me stesso.

E forse è stato sorridendo in un giorno veloce che mi sono accorto di essere davvero un po’ cresciuto.

Italia-Germania

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Per uno come me che non sa distinguere non dico i mondiali dagli europei, ma nemmeno la mia nazionale dalla squadra avversaria. Per uno come me che se vedo un calciatore con quel calzettone alto, penso solo a quanto ne godrebbe la gamba se fosse 10 cm più corto. Per uno come me che tifa a prescindere per i più deboli, le partite ITALIA-GERMANIA sono la cosa più noiosa e inutile che esista.
1990
Arrivo’ a Basilea il papà che ci avrebbe riportati sani e salvi in Italia. Nel pomeriggio il cielo si era rannuvolato, ed io ero nella mansarda di legno a costruire case con i libri dai misteriosi titoli in tedesco della zia, case per le Barbie fatte di libri. Cultura ariana come mattoni per donne di plastica bionde. Solo muri perimetrali e tetto. Tra uno spostamento dal salotto di libri di storia e la cucina di libri di cucina qualcosa andava sempre storto. E spesso Barbie Gran Gala’ rimaneva sepolta da qualche tomo enciclopedico. Tulle rosa e glitter sotto le macerie.
Io in ginocchio sul letto. A costruire case a schiera. Sentii il rumore del Bmw sulla ghiaia del cortile. 


Lo sentii salire piano sulla scala di legno dipinta di fiori di campo dalla zia. Il barocco dell’arte contadina Svizzera. Grumi di colore rosso tra spighe di grano e rami di erbe officinali. Un catalogo di Erbolario tatuato su ogni singolo gradino di legno. Una copertina di un quaderno Najoleari. Incantevole, come la cappella Sistina ma da guardare con la testa giù, dipinta per amore dello zio, nella casetta di Reinach, un altare di fiori e solitudine.
Senti cigolare la scala di fiori.
Un cigolio sempre più vicino sino all’arrivo alla porta della mansarda. Lui aprii la porta e io mi finsi sorpreso.


Terminava lì la mia estate di giochi, tra le Alpi, di cascate, ruscelli, acqua gelida, di passeggiate, di crème caramel, di lezioni di origami, di torte al burro salato, di scoperta, di stupore, di calore, di bellezza. Tra poche ore avrei lasciato la casa dello “zio dal cuore di biscotto” ( il cuore gli si sbriciolò poco tempo dopo e morì come visse, sorridendo sempre), per iniziare la mia estate italiana. Quella delle notti magiche inseguendo un goal, in una casa di ringhiera a Ciriė, vicino Torino.

Fu allora che iniziai ad odiare il Piemonte tutto, le case di ringhiera, la loro assurda disposizione, la condivisione degli spazi, il calcio nella sua interezza ma soprattutto le partite ITALIA-GERMANIA e il loro prepotente potere mediatico sul popolo italiano.

L’unica cosa bella del mio arrivo a Ciriė fu che mi regalarono un portachiavi con l’omino con la testa di pallone, la mascotte. Tempo zero e fu solo un portachiavi con un omino senza testa. La testa rotolò via dopo il primo litigio dei miei. Guardai dalla finestra che dava sulla strada. i tifosi italiani rientravano a casa dai bar del paese.

Aveva perso l’Italia. Io avevo perso l’illusione di poter essere felice per sempre. In ogni caso, tutti avevamo perso qualcosa.

parlane apertamente_mine vaganti

parlane apertamente
parlane apertamente

Chiudo il rubinetto del bidet e mi siedo. Da un paio d’ore mi frulla una domanda nella testa e, sinceramente, mi auguro di dimenticarla al termine di questa operazione detergente. Ma non molla la maledetta. In cucina, sulla mensola, tra i quaderni delle ricette c’è il libro blu: il piccolo libro delle risposte. Sfioro col pollice la superficie zigrinata dello spessore in cerca della pagina d’’aprire. Chissà in base a quale criterio logico sono da tempo convinto che le pagine della prima metà del libricino hanno risposte come dire, più positive, rispetto a quelle della seconda metà. Quindi per caso, il mio pollice si ferma quasi al bordo della copertina. Apro. Leggo:

Parlane apertamente.

Ecco. Mi sveglio scoprendo un marzo a cui scappa da ridere. Ancora in pigiama, completo l’’ennesimo paragrafo del terzo capitolo della tesi solo a patto di riprogrammare per ben due volte la centrifuga della lavatrice. Perché col rumore della centrifuga che a sua volta mi ricorda quello del phon scrivo più velocemente, riesco a concentrarmi e distolgo l’attenzione dal mondo che è fuori. Distolgo lo sguardo dallo schermo del pc quando Marco ha già impiattato piccole forme rettangolari di cous cous. Mi chiede se mi va d’i invitare a pranzo mia mamma e mia sorella. Mi rende felice invitare a casa mia quelle due. Ridiventare tre. Più uno. Mi fa piacere che sia stato lui ad avere quest’’idea. E chiaramente non faccio in tempo a disconnettere il pc che mia mamma è già in cucina con le dita nel barattolo di nutella a fare un cerimoniale di complimenti al cuoco mentre si lecca sonoramente le dita. Dopo la nutella chiaramente il cous cous. Ci si siede a tavola simmetrici, mentre si pianifica un’’impossibile biciclettata sulla pista ciclabile per giungere in Brera. Mia mamma spiega che l’ultima volta che ha guidato la bicicletta in paese c’’erano ancora poche macchine, ora con tutto il traffico di Monteroni nella provincia di Lecce, le viene l’ansia! A tavola siamo come le persone normali, composti: io, mia sorella, mia mamma e suo nuoro! Si esce perché il sole di marzo è prezioso, perché al Pac si entra gratis e perché, come dice mia sorella, oggi il vento ci vuole dire qualcosa. Appena entrati all’’esposizione, si avvicina una vecchietta e mi chiede se io avessi compreso il significato dell’’opera d’arte che entrambi stavamo osservando.

Ecco il titolo: mezzobusto di Napoleone.

Ecco l’’opera: in ordine, un iris, una calla, un ibisco attaccati alla parete con una strisciata di nastro adesivo. Tre fiori recisi con all’’estremità inferiore del gambo un’ampolla d’’acqua per tenerli in vita. Rispondo alla vecchietta e le dico con poca convinzione, che a volte il significato sta nelle domande alle quali non si trova risposta. Marco è attratto da un’’opera su una parete che dipinta con della vernice fluorescente si illumina solo al buio, quindi quando si spengono le luci, quindi durante la chiusura notturna e quindi quando il pubblico non potrà mai vederla. Mia sorella è colpita da una testolina di gesso senza bocca con solo dei grandissimi occhi fatti di sacchetti di plastica colmi d’acqua. È uno sguardo straziante. Dopo aver sorriso vedendo la testa di Nietzsche compressa in cinque metri quadri di fogli di compensato mi premio con un gelato al pistacchio e cioccolato fondente. Mentre lo butto giù, così come fanno i russi con la vodka, mia sorella mi dice che non è vero. Non è vero che il mio amore per lei è maggiore se confrontato col suo amore per me. E’ stato lei a dirlo un annetto fa. Io le dico che in quest’ultimo anno mi ha fatto male ripensarci. Ma solo più tardi le dirò che pensare a una cosa non sempre vuol dire credere a quella cosa. Come i russi, butto via la coppetta vuota alle mie spalle. Due ore dopo, durante i titoli di coda, al cinema, fila H posto 11, non smetto di piangere. Piango e piango e fanculo. Mi godo questo pianto ora che posso. Prima che un cancro mi prenda la gola e con lei le parole. So che un giorno accadrà, spero tardi. So anche che non morirò, perderò solo la parola. Come la statuina di gesso con i sacchetti d’’acqua inesplosi negli occhi. Piango per le stimmate sul collo. Per il vento lasciato a casa. Per aver tradito la mia città, il mio sole di pasta di mandorle. Piango perché dovrò scontare questo peccato per chissà quanto tempo ancora. Piango per i temporali estivi. Per il vestito rosso della mamma, per le mezze punte bianche che ho desiderato, per i pastelli blu di mia sorella. Per i tre fiori recisi. Piango e mi scoppia la gola. Sento deflagrare la laringe. Con tutti i fiotti di rosso colorerò il ciglio delle strade provinciali a primavera. Penso che basta poco per riavere tutto. Basta perdere tutto. E tornare.

Sulla parete del museo c’è un fiore rosso, uno bianco e uno blu. La bandiera della Francia, ecco lo stupido nesso tra l’installazione e il titolo dell’opera. Tre fiori recisi.

Tre mine vaganti.

Mi soffio il naso. Sono una mina vagante e da domani ne parlerò apertamente.

la folle storia dei ragni viaggiatori

dedicato a te, Marco
dedicato a te, Marco

Condizioni meteo? Cielo coperto, temperatura media 2°C
Viveri? Ci sono rimaste 2 ali di mosca, 2 petti di ape, 23 piedi dell’ultimo millepiedi!
Velocità di crociera? Stiamo viaggiando ad una velocità di10 kmh
come? 10 kmh
troppo lenti, accimosca!!!! se non raggiungiamo la velocità giusta rischiamo di cadere nel posto sbagliato, siamo 2000 metri sopra Corso Como!!! maledetta pianura padana!!perché qui non tira vento!!!poveri noi! Grado di trasparenza del filo? Ottima!
Stormi di piccioni all’orizzonte? Nessuno, a no! vedo qualcosa che si avvicina!
Non è un piccione! è l’’elicottero di salvataggio del San Raffaele!!!! Virare virare virare veloci direzione sud!!!!!
Siamo lenti!!!
Posizioniamoci io su un capo e tu sull’altro del filo e facciamolo ondeggiare muovendo tutte le zampette a ritmo di cha cha cha!!!!!
Perché???
Cosi il filo perde un pò quota ed evitiamo l’impatto col mostro elicottero!!!!
Ricevuto!
Ecco,2-3 cha cha cha
2-3 cha cha cha !!! Muovi quelle chiappette! per tutte le falene!!!!più mobilità con quei 10 ossi pelvici che haiiiiii!!!!
Non sento che hai dettoooooo?????!!!!
Più mobilitààààààààààà !!!! più bacinoooooo!!!!!
Va bene, vengo subito a darti il bacinooooooo…
Ma noooooo cosa fai?????? stai fermo liiiiiiiiiii!!!!
Si avvicina il mostroooooooo!
Tieniti forteeeeeeeee!
Che hai dettooooooo?????
Aggrappati ! lo senti tutto questo vento????
Siiiiiiii!!!!stiamo girando velocissimi come un laccio da cow-boy!!!!!! adesso vomito!!!
Le eliche del mostro ci danno il ventoooooooooo!!!!
È veroooooo!!!!!
Ora siamo velocissimi che sballooooooooo!
Si parteeeeee!!!!!!

Vado a letto e mi risveglio con lo stesso batticuore, il cielo è coperto da giorni e so che questo conta molto sul mio equilibrio tuttavia non riesco a trovare il buono di questa pioggia! Questo è strano!
Ho un irrimediabile desiderio di piangere a singhiozzi ma niente! Penso che nonostante tutto mi va anche bene, io almeno riesco a dormire! Intorno a me non sento altro che parlare di licenziamenti, cassaintegrazioni e mobilità! E’ indescrivibile quest’atmosfera da grande fratello, chi verrà eliminato domani?
Ma infondo non è un mio problema, io non rischio di perdere il mio contratto a tempo indeterminato perché io non ho il problema del contratto!!! non ho contratto! Aspetto tutto il giorno il tuo ritorno a casa, ti chiamo sperando di riuscire a dirti che ho bisogno di te, del tuo appoggio, parte la chiamata, rispondi, tu sei dall’altro capo del filo! E sento che in realtà sono io a tenere il timone adesso, sono io che acquisto il senso più profondo di me stesso aiutando te, a sviare la mente, a sorridere un po’! E non mi pesa, anzi! Mi guarisce, mi salva di riflesso!

Come va?
Tutto bene! Ho perso una zampa ma ne ho altre 5 non importa!!! Tu?
Mi gira un po’ la testa, ho una ferita alla zampa, mi secerni un po’ di ragnatela così la ingesso?
Si ! tieni, ti basta?
Grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie…
Ho capito!!!
Grazie grazie grazie grazie grazie grazie grazie…
Prego!

Oooooo!ma dove siamo? Non capisco?
L’eli-mostro ci ha dato la spinta per ritrovare il vento giusto, abbiamo percorso molti molti chilometri!!!
Ma guarda quante case vecchie! Quanti sassi! Attenzione un pino silvestre…
Ecco…Ci siamo impigliati agli aghetti di questo grande pino, va sbrigliata la tela, guarda quanti nodi…
Mettiamoci a lavoro…

Ti ricordi quel gatto accovacciato sul tettuccio di quella fiat panda rossa in Trastevere? Lo trovavamo li ogni mattina! Imperturbabile…ci faceva ridere…sembrava volesse tenere d’occhio l’intero quartiere! Il re gatto di Trastevere! Se penso a quel periodo non riesco a fare a meno di stare bene. Ricordo il balzo che hai fatto quando abbiamo sentito per la prima volta il cannone del Gianicolo, la domenica mezzogiorno!
Che bello attraversare Roma con i trolley che si ribaltano per via dei ciottoli e del peso mal distribuito! Che faccia ho fatto quando ho visto gli stormi di passeri alla stazione termini alle 5 del pomeriggio??!!! Solo tu puoi saperlo…ti faccio dono di tutto il mio stupore, amore mio.

Lecca il dito e controlla il vento, com’è?
Favorevole!!
Partiamo
Vaiiiii…OH!!!Qui si che si sta bene!(inizia un bombardamento in perfetto stile Pearl Harbor)hahahhahahaha!!!!!!!!!aiutoooooooo!!!!
Cazzo cazzo cazzo…siamo sotto attacco!!!!!!!
Ma che succede?
Stormi impazziti di passeri volteggianti, ci stanno cacando addosso quintali di merda!!!!!!!!
A destra!
A sinistra!
Abbassati!
Giuuuuuu!!!schivata per un pelo!!!per tutti i ragni pelosi!è una guerra!!!!!
Sembrano divertirsi quei maledetti uccelli…
Attentoooooooooo!!!!!

Io non sono bravo a fare le sorprese, non sono capace di stupirti con i meravigliosi effetti speciali che tu solo sai.
Tu mi fai a pezzi con una torta allo yogurt, con un pò di pop corn al microonde, con una gita all’Ikea, con un tour en l’air, con un ballo tra due antine dell’armadio! Hai trovato la soluzione ai miei rebus più cazzuti! Sai mimare perfettamente il talento di mister Ripley! Sai leggere divinamente le poesie di Lorca, sei un motivatore di vita! Hai trovato il modo per farmi amare il risveglio del mattino! Sono convinto che noi due in una cavità sotto un quintale di merda non moriremmo amore mio, semmai cominceremmo ad arredare anche questo spazio…

Scava! scava con tutte le zampette prima che la cacca s’indurisca!!!
Che schifo…
Non ci pensare!
Ma fa schifo!
Canta e scava, scava e canta…
Canto e scavo…scavo e scavo…
Bravo così sempre più forte!!!!
Si scavo e scavo…canto e scavo…
Una luce!!!!!
Ci siamooooooooo!!!!

Fino a quanto il cinema Mexico farà le sue magie, sino a quando i ragni voleranno su fili invisibili per chilometri e chilometri, sino a quando l’aereo mi farà paura, sino a quando un finale di un vecchio film sortirà i suoi effetti, sino a quando saremo maestri nel far di necessità virtù, sino a quando Mary Poppins ti farà sentire normale, finchè un vecchio cannone ci farà sobbalzare, finchè non avrò imparato il bresciano con l’accento salentino, nella gioia e nel dolore…

Finchè morte non ci separi.
Tuo ragno co-pilota!

ciao ciao faust

amen
amen

Muovo le labbra come in un play-back svogliato, occhi fissi in un punto: l’angolo tagliente di un legno sbiadito. Tra i bisbigli e i segnali di fumo qualcosa mi riporta in luogo lontano nel tempo. Circa venti minuti fa il braccio della zia Platy aveva chiesto in prestito il mio avambraccio per una passerella lungo la quale non potevo distogliere lo sguardo dalle sue scarpe. Scarpe che farebbero invidia ad una qualsiasi quarantenne di periferia. Nere, vellutate, delicatamente a punta, tacco alto e fiocco di vernice. Zia Platy mi sussurra qualcosa in longobardo, qualcosa che io non comprendo, un suono misterioso al quale io rispondo “Non lo so” tanto per usare una risposta che sarebbe infondo andata bene per qualsiasi domanda: Poi camminando continua a parlare e questa volta in italiano…capisco dall’imprecazione che si sta riferendo a mio padre e, con stupore e orgoglio le dico che non lo vedo da mesi … ma non è vero …lo dico per dissociarmi da quel qualcosa detto in longobardo che non ho capito ma che deve essere qualcosa di non buono.

Mio padre non lo vedo da 20 giorni ma mi ha appena mandato un sms: \come stai?io sempre un po’ di tosse ma nulla di grave, sono a Lissone per un lavoro, se hai bisogno di qualcosa dimmelo. Ho saputo del papà di Marco ma non ho il suo numero di telefono, porgi le mie condoglianze, ti voglio bene, papà.\

La domenica mattina il vapore velava lo specchio del bagno. Una nebbia dal profumo di Felce Azzurra faceva lacrimare le mattonelle e nella vasca mia sorella rideva a crepapelle mentre il mio naso da clown fatto di schiuma rivelava un futuro da saltimbanco! La mamma col maglione a righe disperatamente ripiegato fin sui gomiti tentava invano di sedare la nostra adrenalina strofinando un po’ l’una un po’ l’altra schiena, minacciando ritorsioni se avremmo perseverato nel non collaborare alla delicata operazione detergente.

Maggie mi guarda sconvolta, ha negli occhi qualcosa che la terrorizza e che vuole esorcizzare preoccupandosi per l’equilibrio di Marco. Ho come la sensazione che non è solo Marco a preoccuparla ma anche la velocità con la quale all’essere umano viene posto il problema della perdita.

“Lana fuori, cotone dentro!” ripeteva la mamma mentre ci infilava la famosa maglia della salute. I polpastrelli lessati dal brodo profumato e i piedini che lasciavano le orme sul tappeto di spugna rosa…

La cognata di Marco mi vuole accanto a sé per tutto il tempo, me lo dice appena mi vede arrivare. Io non la conosco, so che le voglio bene da quando l’ho vista la prima volta, mi guarda con complicità, mi fa sentire a casa. Mi chiede di starle vicino legittimando un patto non verbale. Standomi vicino sarai vicino a Marco. Da questo momento sono parte della famiglia. Mi sento sposo per un’ora. Davanti all’altare penso a quanto sarebbe stato bello credere in un dio capace di accettare un matrimonio imperfetto. Un matrimonio sterile.  Un albero senza frutti eppure ombroso e possente…

Calzini di spugna e pantaloni da uomo adulto accorciati, giubbino beige e 500 lire per l’offerta dovrebbero bastare ad accompagnarmi sino alla terza fila di sedute della chiesa del sacro cuore di Gesù. Don Edmondo era un dislessico beota Trimalcione che puzzava di incenzo e bubusettete e che per obbligarci ad andare alla messa della domenica si era ingegnato in questo modo. La domenica mattina dopo la funzione dovevamo ritirare un tagliandino col timbro della parrocchia. Questo tagliandino lo avremmo poi riconsegnato il martedì pomeriggio al catechismo come prova dell’avvenuta partecipazione alla messa. Diabolico don Edmondo che tutti chiamavano dondondondonedemondondon per via delle campane e per il sua predica totalmente cantata!

Il rito del sedersi e rialzarsi mi rianima ma l’inutilità e la vuotezza delle parole del sacerdote, l’arroganza dell’incenso, l’odore  di troppi fiori in un metro quadro mi provoca una sorta di smarrimento da eroinomane…penso allo zoo di berlino durante la lettura interrotta di Giovanni 11. Penso a quanto sarebbe stato più bello proiettare un montaggio con tutte le foto più belle della famiglia di Marco!!! Allora fissando quell’angolo tagliente di legno sbiadito della bara immagino il giorno in cui Faust vinse la gara di mazurca, il giorno in cui vide arrivare i tedeschi ed ebbe paura di morire, il giorno in cui conobbe sua moglie, il giorno in cui si sposò indossando un cappotto di pelle marrone con il quale suo figlio anni dopo avrebbe fatto strage di cuori…e ancora immagino Faust con la vespa e sua moglie seduta dietro con le gambe accavallate, lo immagino in una foto ingiallita mentre riempie le bottiglie di vino per far star buoni i tedeschi, lo vedo stupito di essere padre per la seconda volta non più giovanissimo, lo rivedo seguire devoto tutti i passaggi del discorso di laurea in economia in cui suo figlio parla un linguaggio sconosciuto a tratti esotico.

Il rito di sedersi e rialzarsi mi dava l’impressione che un altro movimento avrebbe fatto saltare il bottone dei miei pantaloni da uomo adulto accorciati. Sentivo un freddo terrore di essere solo e incompreso. Circondato da vecchie perpetue e vogliose casalinghe le quali zittivano noi bambini, mi sentivo in gabbia ed ero certo che se ci fosse stata mia mamma il tempo sarebbe volato. E invece proprio come quando zia Oriana mi costrinse a vedere un film di Bud Spencer, il tempo non passava mai! Ed io ebbi per la prima volta la percezione dell’immobilità delle ore.

Marco posa ancora il suo sguardo su di me, delicato come solo lui può. Il sacerdote si avvicina per stringere le mani dei parenti in prima fila ma…come in quei giochi della settimana enigmistica dal titolo: “INDOVINA L’INTRUSO!” si accorge della mia presenza. Con uno scatto della testa che solo la Parisi in DISCOBAMBINA avrebbe potuto così bene interpretare, chiede al fratello di Maiko: “E lui, chi è?”…ma non si fanno domande caro pretino! mai mai fare domande personali caro pretino! Cosa le viene in mente caro pretino?… …“Sono il promesso sposo padre!”…penso…poi penso che Faust si sentisse orgoglioso di avere 2 figli come i suoi!

Andate in pace…e tutti si correva per le strade come i pazzi…liberi e leggeri come Lazzaro in quel Giovanni 11:44 che è l’unico versetto che oggi avrei voluto sentire e invece…