10 gennaio 2018

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Se avessi un figlio, e se mio figlio mi chiedesse cos’è la felicità, gli parlerei di quel giorno di gennaio in cui mi svegliai 2 minuti prima del suono della sveglia. Quel giorno come tanti in cui feci colazione, doccia e solito check sull’agenda per valutare cosa indossare e cosa mettere nello zaino sempre troppo pesante. Quel giorno in cui, già sulla soglia di casa, già con il cappotto e le chiavi in mano, fui assalito da un dubbio… e che proprio allora tornai sui miei passi e feci qualcosa di insensato. Quando indossai la mia fedina per la prima volta, due settimane dopo aver detto si. Il giorno in cui mandai un messaggio e nel frattempo qualcuno mi rubo’ l’ascensore. Quel giorno in cui questo fatto mi fece sorridere. Il giorno in cui affrontai il primo problema poi il secondo poi il terzo senza perdere la fiducia in me stesso, senza aggredire… senza mancare di rispetto a nessuno! Gli racconterò di quel giorno normale in cui pensai che il mio unico compito sarebbe stato quello di arrivare a casa la sera, un po’ stanco e un po’ pensieroso come sempre e invece andò diversamente. Quel giorno che stetti al telefono un’ora con la persona che avrei visto dopo pochi minuti. Il giorno in cui immaginai il mio primo viaggio a Londra, un giorno in cui persino l’ansia di fare i biglietti si trasformò in poesia… e poi di quel giorno in cui un pazzo mi dedico’ una canzone, scritta per me, su una tastiera bianca e nera come una radiografia… e poi di quando scoprì di aver abbastanza spazio nel cuore al punto da poter amare non una singola ma una dozzina di sorelle belle come la mia. Come il giorno in cui mi dissi bravo per la prima volta tradendo una dismisura di gioia negli occhi! Questo gli direi. Di non pianificare nulla ma di lavorare incessantemente all’eventualità di doverla riconoscere. Lei, una qualsivoglia felicità.

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Luca

Conosco un ragazzo dagli occhi grandi. Una di quelle persone che, solo ad entrare in una stanza, hanno il potere di far cambiare l’umore, di mutare i bronci in sorrisi, di creare le storie dai finali col botto. Conosco un ragazzo, che prende e va, fottendosene delle conseguenze, e va davvero. Va lontano. Conosco un ragazzo che non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, di sporcarsi le mani, con l’arte, con la danza, con i fiori.

Conosco un talento silenzioso, un buffone mite, un inguaribile romantico. Conosco un allievo preciso, meticoloso e onesto. Non ho mai fatto mistero della verità: è stato uno dei miei preferiti dal primo giorno di scuola.
Conosco un ragazzo che per descriverlo bisogna trovare le parole giuste, inventare un lessico nuovo, perché le parole usate fino ad oggi non so se bastano, rischierei di farlo diventare uno dei tanti. Conosco un ragazzo che non sarà mai uno dei tanti, perché ha in sé tutto quello che basta per fare POESIA.
Conosco un ragazzo che quando nel cielo non ci sono stelle, le disegna sul pavimento.
Conosco un ragazzo che si chiama Luca e quando penso al Piccolo Principe, io penso a lui.
La sua PAGINA FB: https://www.facebook.com/7Eotto/?fref=ts

il mio compleanno

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Qualcuno ha detto che soffrire è il modo più veloce per crescere.
Lo pensavo anch’io. Poi visto che non mi pare di essere diventato un genio soffrendo ho provato a fare il contrario. Non sempre ho ottenuto risultati meravigliosi, tuttavia ogni mattina mi sveglio col sorriso qualunque cosa accada, anche se è presto, anche se ho sonno. Come quando ero piccolo e mi svegliavo felice e affamato di vivere.

La leggerezza che ho conquistato rende veloci le mie giornate e a volte ho il dubbio di aver saltato un giorno. Chissà se è davvero così! Essere felice è stato il regalo più bello che potessi fare a me stesso.

E forse è stato sorridendo in un giorno veloce che mi sono accorto di essere davvero un po’ cresciuto.

Luglio 1988 (terza parte)

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La dignità la perdi solo se sai perché hai fallito.

Rompere il silenzio si dice. Ma devi sapere come fare a romperlo.

Rompere il silenzio vuol dire dare un nome alle cose. Piangere non è rompere il silenzio. Se piangi non dai il nome alle cose. Piangere è qualcosa di più simile a un bisogno come fare la pipì o tossire se ti è andata di traverso la saliva.

Chissà se qualcuno, da dietro le tapparelle abbassate aveva assistito alla scena! Chissà se una donna aveva finito di lavare la sua torre di patti tanto tardi da perdere il sonno del pomeriggio e magari mi aveva visto prima sbandare poi… O chissà se qualche bambino che di dormire al pomeriggio non ne voleva proprio sapere, aveva visto il mio goffo tentativo di controllare la caduta.

Troppi chissà.

Di fatto in 40 interminabili secondi accadde tutto.

Feci appena in tempo a scorgere al centro della strada Tommaso con in mano una squadretta da disegno e, nel vano tentativo di evitarlo facendo dietro front, lui mi raggiunse di corsa e mi spinse violentemente facendomi perdere il controllo della bicicletta. (Tempo stimato 10 secondi)

Caddi su un lato sotto il peso di una pioggia di insulti diventata per me un po’ troppo famigliare. “Brutto ricchione!” era la frase più affettuosa.  (Tempo stimato 5 secondi)

Un colpo secco sul labbro inferiore datomi con il lato lungo della squadretta mentre cercavo di rialzarmi.  (Tempo stimato 3 secondi anzi 5 compreso il mio ahia!)

Al terzo tentativo riuscì a rimettermi in sella alla bici ma più cercavo di accelerare e più sentivo il cotone del colletto della mia t-shirt, bloccata dalla mano di Tommaso, soffocarmi al ritmo dei punti che, uno ad uno cedevano deformando l’ordito di un tessuto ormai logorato di insicurezza e paura. (Altri 10 secondi)

Tommaso non mollava la presa della mia maglia ed io pedalavo a fatica, descrivendo curve irregolari sul percorso. (Altri 10 secondi) Poi ad un certo punto mollò la presa per afferrare il cuscino che avevo fissato nel portapacchi posteriore.

Era un cuscino rettangolare fatto da mia mamma con gli scampoli di vecchi Blue Jeans. Serviva a rendere più confortevole la seduta del passeggero dietro. Ma a pensarci bene, solo ora mi rendo conto che non avevo nessun passeggero da far montare sulla mia Graziella. Mia sorella era troppo piccola perché mi fosse affidata ed i miei amici del quartiere avevano la loro bici con la dinamo che funzionava, mica come la mia.

Tuttavia avevo chiesto a mia madre di farmene uno anche solo per appagare quello che oggi riconosco come un compulsivo bisogno di arredare case, cose e persone che reputo mie. La mamma recuperò vecchi Levi’s di mio padre e ne fece una grande tasca riempiendola di ovatta e stracci sottili con la stessa tecnica con la quale farciva il polpettone coi cubetti di mortadella. Ci aveva messo tanto impegno nel crearlo, considerando che la macchina da cucire era di quelle un po’ antiquate e ogni due per tre volavano giù i santi perché l’ago si sfilava, il pedale si bloccava, il rocchetto si esauriva. Io invece, che seguivo con attenzione chirurgica ogni suo passaggio sino all’ultima cucitura, già pregustavo l’ammirazione che avrei suscitato con un cuscino come quello.

E voila’, ecco fatto mi è venuto un po’ sportivo! – disse mamma alludendo all’aspetto un po’ sdrucito della stoffa.

Io la abbracciai con la stessa venerazione di un designer nei confronti di un portaombrelli  griffato al Salone del Mobile!

Tre giorni dopo quel progetto futurista era nelle mani di Tommaso che lo afferrò  strappandolo dagli elastici che lo fissavano al portapacchi e con tutta la sua forza ne fece nuovo design.

Arte povera.

Coriandoli.

Tommaso aveva 12 anni ma era la metà di me, in altezza e in spessore. Aveva un incarnato olivastro e un movimento nervoso e imprevedibile. Era il mio incubo. La sua missione al mondo, il suo progetto di vita, il suo grande talento era rendermi la vita difficile.

Continuai a pedalare mentre Tommaso ormai sempre più lontano sventolava il suo trofeo come una bandiera lacera.

Mi batteva forte il cuore e il dolore man mano che pedalavo si depositava in un unico punto al centro della gola. Era la mia palla di pelo. A pensarci bene, non soffrivo per il dolore al labbro rotto o per il dispiacere per l’asse del manubrio leggermente deviato a sinistra dalla caduta e nemmeno per l’ennesimo rosario di ingiurie che Tommaso mi aveva dedicato. Non soffrivo per la rabbia di aver perso quel cuscino e di aver così rinunciato a un feticcio che ritenevo meritato e conquistato con le buone azioni e con la costanza delle mie richieste a mia madre convinta con la tecnica dello sfinimento.

La mia palla di pelo sospesa in gola era un tutto di detriti di ego, entusiasmo e fiducia. L’umiliazione era arrivata e mi aveva colto impreparato. Perché se da grandi, in qualche modo, sappiamo che qualcosa nella vita ci potrebbe andare storto, da piccoli la delusione ha quel sapore vagamente epifanico ma ineffabile da lasciarci turbati, soffocati.

Il dolore proveniva dalla sorprendente esattezza del mio fallimento. Non ero riuscito a difendermi e difendere quella dote di bambino chiamata dignità.

E’ anche vero che per un bambino comportarsi da bambino è un atto politico rigoroso ed estremo. Rompere il silenzio e piangere è per lui una presa di posizione, una dichiarazione di esistenza. E’ la sua prima vera azione da uomo. E’ un po’ come prendere coscienza di  tutto e dire fanculo essere i fratelli maggiori, fanculo essere maschi che non devono piangere, fanculo Tommaso, fanculo mamma, fanculo papà, fanculo cuscino di design, fanciullo tutti, io piango. Piango perché non posso fare altro che piangere.

Piango ergo sum.

Ma non basta piangere. Ti salvi solo se sei stupido al punto da non capire cosa ti accade o se sei bravo a spiegarti. Io non ero capace a fare entrambe le cose.

Fai ciao ciao alla dignità! – Via per sempre.

luglio 1988 (parte 2)

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Qualche Saltello sulla ghiaia, poi il fruscio delle zolle dure, poi la pedalata pesante sulle zolle morbide, quelle rosse arate e sollevate. E allora frenai e mollai la presa del manubrio così come si perde un fazzoletto di carta dalle tasche. Senza cura. Mi staccai dalla bicicletta come se non fosse mia, abbandonandola nel campo tra cicorie nate sui formicai.

Generazioni e generazioni di contadini avevano calpestato questi cunicoli sotterranei popolati da insetti. Distese di terra rossa arida posata sul vuoto. Un radiografia sotterranea in cui le parti bianche erano sporadici sassi.

Ripresi a correre come se non fossi mai sceso dalla bicicletta.

Correre contro un vento di scirocco caldo e immobile, che faceva sembrare tutto improvvisamente ancora più silenzioso, ancora più irraggiungibile, ancora più chiuso e svanito. Chiuso come un negozio di pomeriggio in paese.

Correvo e sentivo solo il mio respiro, sempre più affannoso. Abbassai la testa e il busto per passare sotto i filari di un vigneto poi, superato l’ennesimo muretto a secco la cui ombra non proteggeva che spennacchiati cespugli di cappero, lasciai fermare il mio corpo in un punto a caso dello spazio. Le braccia esaurirono il loro ciondolìo e arrivai.

Forse mi fermai dieci passi oltre il necessario come spesso mi sarebbe capitato in futuro. Ma ero oramai dentro in quella che noi bambini del quartiere chiamavamo casa segreta.

Poggiai le mani sulle ginocchia ricurvo con la schiena in avanti, sfinito.

Più che una casa era la planimetria di una casa fatta con una fila bassa di parallelepipedi di tufo biancolatte infilati uno di fianco all’altro a formare un perimetro e dei vani interni.

Una casa senza tetto e con i muri alti sino ai miei polpacci.

C’era una casa molto carina senza soffitto senza cucina…

Mi ero fermato in un punto a caso di questa casa senza muri. Senza bussare e, senza chiedere permesso, mi sedetti in un angolo a smaltire l’affanno.

Ero niente di più di un bambino con intorno il disegno di una casa fatto sulla terra vicino ad un albero di gelsi caduti al suolo al punto da rendere l’aria satura di zucchero e silenzio fermentati.

… ma era bella bella davvero…

I pezzi di tufo erano resti di case in costruzione. Pezzi rotti o tagliati male o semplicemente dimenticati da qualche muratore della zona. Non esisteva il servizio di smaltimento rifiuti speciali.

Ciò che non serviva si portava in campagna, si abbandonava sul ciglio delle provinciali, nella terra di nessuno.

E così capitava che i bambini potessero disporre di un vero e proprio arsenale radioattivo fatto di tettoie di Eternit, lavatrici, frigoriferi, sedie sfondate, battiscopa, piastrelle di ogni sorta e a volte anche carcasse di automobili. E da quel mucchio di tutto qualche bambino aveva estratto pezzi di tufo per farne spazio domestico, un rifugio per se’ e per altri bambini.

Avevo ormai assorbito l’affanno in un respiro meno evidente quando, scosso da una paura sfuggita al mio controllo come un riflesso involontario, mi raddrizzai di scatto guardando nella direzione da cui ero arrivato. Solo allora mi resi conto di essermi allontanato oltre misura, e di essere straordinariamente solo in mezzo ad una campagna disordinata ed incerta.

Portai la mano al labbro inferiore. Il sangue si era raggrumato sotto il sottile strato di pelle formando una pallina violacea…

C’era un oggettivo male fisico dovuto alla rottura del labbro, un dolore concentrato in un punto talmente preciso da poterne stimare la superficie in millimetri. Un lembo di male così minuscolo eppure così irradiato da sembrare una centrale di scariche elettriche. Un dolore come un eco che, invece di diminuire, cresceva allontanandosi come i cerchi sempre più grandi prodotti da una goccia caduta sulla superficie di una pozzanghera.

Poi c’era un dolore peggiore. Un dolore riconducibile ad una delle mille forme dell’auto compassione. Quel meccanismo mentale che ti fa vedere per un attimo il vero te come dal di fuori. E ciò che vidi fuori mi fece terribilmente pena. Una profonda, chiarissima e dolorosa pena.

“Cosa ti hanno fatto?” – continuavo a ripetermi.

E mentre mi dicevo tutto questo immaginando le parole con un suono simile a quello che potrebbe avere un genitore dolce mista alla voce di un dio michelangiolesco che tende la mano a suo figlio ma dall’accento un pò americano di Heather Parisi, iniziai a deformare i muscoli del viso mimando la contrazione di un grido totalmente muto.

Silenzio totale. Apnea e pugni stretti, a denti stretti.

Poi, d’un tratto, sentii la risacca del respiro trattenuto troppo tempo, tornare nei polmoni, risalire il condotto della trachea e liberarsi oltre la gola uscendo dal corpo nel direzione del pomeriggio d’estate sotto forma di un semplice, banale, fisiologico pianto di bambino.

 

(Continua…)

luglio 1988 (parte 1)

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Luglio 1988

Ogni bambino nasce con una dote naturale di dignità, un sorta di libretto di risparmio intestato a un neonato con dentro tanta tanta dignità. E’ una virtù che, se non violata, potrebbe addirittura bastargli per la vita intera. Ma è certo che la perderà. C’è chi la perderà lentamente assorbendo, come una spugna, l’inchiostro indelebile di mille compromessi. C’è chi la perderà dopo troppi si detti alle persone sbagliate o dopo troppi bocconi amari mandati giù pensando di non poter sperare di meglio dalla vita. C’è chi la perderà da grande, per amore o magari per arrivare ad un obiettivo professionale. C’è chi invece perderà la sua dignità molto molto tardi, solo per la fottuta paura di invecchiare o per l’ostinata nostalgia di un tempo ormai andato.

Io, la mia l’ho persa subito.

Abbandonai per un attimo i pedali della bici per lanciarmi in discesa libera e, libero dalla forza di gravità, mi voltai di scatto. Alle mie spalle c’era solo l’asfalto e il suo confondersi con il gel trasparente e ondulato dell’orizzonte.

Ore 15:00.

Chiuso il gommista, chiuso il corniciaio, chiuso l’alimentari dove la Pina incartava le caramelle all’anice e gli affettati con la stessa carta paglia grigio chiaro con cui le massaie incartavano sale, zucchero o caffè da regalare a chi aveva appena subito un lutto. Condoglianze! – dicevano scaricando il cartoccio tra le braccia di qualche parente o vicina di casa, il giorno dopo un qualsiasi funerale. Ed io, ogni volta che vedevo questa scena, pensavo a quanto sarebbe stato più bello trovare caramelle, Girelle Motta e altre prelibatezze da emporio di paese. Ma nei pomeriggi d’estate, nel mio paese, tutto diveniva stranamente immobile. Metafisico.

I negozi più che chiusi sembravano riassorbiti dalle case dei loro gestori. Alla chiusura pomeridiana dei negozi non restava più traccia ed era come se una volta abbassata la saracinesca, tornassero al loro status di semplici case.

Grandi case con i muri bianchi, un villino adiacente con rose rampicanti, un tocco esotico dato da un ibisco rosso, vasi di gerani, menta, rosmarino e una lunga pompa di gomma aggrovigliata per poterli annaffiare di notte, quando tornava il fresco. Ogni casa col suo garage sporco di grasso di motore dal quale si accedeva direttamente in salotto.

E poi tetti alti e squadrati inguainati di calce viva, e di tanto in tanto una nicchia scavata nel muro con una vergine Maria Santissima in un girotondo di santini e lumini psicadelici, chiusa da un vetro reso opaco dalle preghiere inascoltate, dalle promesse mai mantenute e dallo scirocco. Come un peep-show. Cambiavano i look ma erano pur sempre donne in teche di vetro segnalate solo dal gesto di un bacio svogliato lanciato da un passante devoto.

Dei negozi invece, nessuna traccia: nessuna insegna, nessun cartello, nessuna dichiarazione al fisco.

I negozi sparivano come sparivano i mariti nei bar della piazza, come sparivano le cucciolate dei gattini perché c’è n’erano troppi in giro, come spariva la benzina delle auto parcheggiate. Il pubblico tornava privato e l’alimentari una stanza  in più della grande casa, il locale del gommista un garage dove parcheggiare la FIAT 127, il corniciaio un capanno degli attrezzi.

Mi guardai indietro come un ladro si volta per accertarsi di aver seminato il suo sbirro. Ancora due, quattro, otto pedalate e poi spinsi con forza su entrambi i pedali per alzarmi in piedi.

Vento sulle guance, avevo 9 anni e mi sembrava di essere alla guida di una moto mentre andavo alla velocità di una Graziella riverniciata di un verde oliva e con la dinamo rotta, sulla strada che porta verso la campagna.

(Continua…)

Il mio migliore abbraccio

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Lo vidi varcare la soglia della casa della nonna. Non esitai, fui colto da un moto di entusiasmo inspiegabile e totale, l’entusiasmo che solo un cinquenne può avere. La luce della porta di ingresso aveva schiarito i suoi contorni disegnando intorno a lui una sagoma color limone.

Fu una corsa verso la luce, come quelle corse in slow motion nei sogni, mentre venivo accecato dalla penombra del corridoio. Gli saltai alle ginocchia, tesi le braccia verso di lui e mentre pronunciavo la parola ‘papà’ ecco, solo allora fui turbato da un dubbio … ” amore non è papà, e’ lo zio!” – Lo zio. Lo zio? Come lo zio?


Infatti era lo zio.
Il fratello minore, il timido, il goffo, il pasticcione, quello che tutti i fratelli di mio padre chiamavano “il coglione”, l’unico di loro davvero capace di un gesto umano. Un tipo che poi a vederlo bene neanche somigliava a mio padre, e comunque non al punto da confonderli. Eppure ci avrei giurato. Fu la sua timidezza a bloccarmi, la sua incapacità a gestire l’irruenza di un amore assurdo. La sua educazione. Il suo senso del rispetto lo rendeva l’alieno della famiglia, non a caso. E comunque che importava? Io la faccia di mio padre non me la ricordavo nemmeno. Ricordavo a malapena il suo odore, gli occhi carichi di grigio, forse il timbro della voce… quindi aver sbagliato persona non era poi così grave. Se solo lo zio mi avesse detto a dispetto di tutti e tutto che si, era lui mio padre, bhe io gli avrei creduto. Lo avrei rispettato e amato come un figlio. Invece lui divenne rosso. Perché era timido.


Ed io da allora, non ho più abbracciato nessuno in quel modo.


Oggi ripensando a quel bambino di cinque anni già un po’ miope, al suo padre arrogante e assente e al suo zio un pó goffo a cui tutti ma proprio tutti davano del coglione solo perché timido, mi sento quasi fortunato ad aver dato a quello zio il migliore dei miei abbracci.

Per sbaglio ok ma il mio migliore abbraccio.

Italia-Germania

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Per uno come me che non sa distinguere non dico i mondiali dagli europei, ma nemmeno la mia nazionale dalla squadra avversaria. Per uno come me che se vedo un calciatore con quel calzettone alto, penso solo a quanto ne godrebbe la gamba se fosse 10 cm più corto. Per uno come me che tifa a prescindere per i più deboli, le partite ITALIA-GERMANIA sono la cosa più noiosa e inutile che esista.
1990
Arrivo’ a Basilea il papà che ci avrebbe riportati sani e salvi in Italia. Nel pomeriggio il cielo si era rannuvolato, ed io ero nella mansarda di legno a costruire case con i libri dai misteriosi titoli in tedesco della zia, case per le Barbie fatte di libri. Cultura ariana come mattoni per donne di plastica bionde. Solo muri perimetrali e tetto. Tra uno spostamento dal salotto di libri di storia e la cucina di libri di cucina qualcosa andava sempre storto. E spesso Barbie Gran Gala’ rimaneva sepolta da qualche tomo enciclopedico. Tulle rosa e glitter sotto le macerie.
Io in ginocchio sul letto. A costruire case a schiera. Sentii il rumore del Bmw sulla ghiaia del cortile. 


Lo sentii salire piano sulla scala di legno dipinta di fiori di campo dalla zia. Il barocco dell’arte contadina Svizzera. Grumi di colore rosso tra spighe di grano e rami di erbe officinali. Un catalogo di Erbolario tatuato su ogni singolo gradino di legno. Una copertina di un quaderno Najoleari. Incantevole, come la cappella Sistina ma da guardare con la testa giù, dipinta per amore dello zio, nella casetta di Reinach, un altare di fiori e solitudine.
Senti cigolare la scala di fiori.
Un cigolio sempre più vicino sino all’arrivo alla porta della mansarda. Lui aprii la porta e io mi finsi sorpreso.


Terminava lì la mia estate di giochi, tra le Alpi, di cascate, ruscelli, acqua gelida, di passeggiate, di crème caramel, di lezioni di origami, di torte al burro salato, di scoperta, di stupore, di calore, di bellezza. Tra poche ore avrei lasciato la casa dello “zio dal cuore di biscotto” ( il cuore gli si sbriciolò poco tempo dopo e morì come visse, sorridendo sempre), per iniziare la mia estate italiana. Quella delle notti magiche inseguendo un goal, in una casa di ringhiera a Ciriė, vicino Torino.

Fu allora che iniziai ad odiare il Piemonte tutto, le case di ringhiera, la loro assurda disposizione, la condivisione degli spazi, il calcio nella sua interezza ma soprattutto le partite ITALIA-GERMANIA e il loro prepotente potere mediatico sul popolo italiano.

L’unica cosa bella del mio arrivo a Ciriė fu che mi regalarono un portachiavi con l’omino con la testa di pallone, la mascotte. Tempo zero e fu solo un portachiavi con un omino senza testa. La testa rotolò via dopo il primo litigio dei miei. Guardai dalla finestra che dava sulla strada. i tifosi italiani rientravano a casa dai bar del paese.

Aveva perso l’Italia. Io avevo perso l’illusione di poter essere felice per sempre. In ogni caso, tutti avevamo perso qualcosa.

mia mamma è nel latte parzialmente scremato

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dove la destra e la sinistra, il sopra e il sotto non fanno la differenza

Mamma è arrivata sabato con un frecciabianca che, a 20 km da Milano, si è fermato nel silenzio di una stazione di provincia il cui unico binario sembrava essere lì solo a ricordare il significato della parola desolazione. Due parallele tracciate da un bimbo con un pennarello grigio, capitati li come qualcosa di improvviso, un pentagramma non finito. I motori del treno si sono spenti e il paesaggio dal finestrino per 40 minuti ha smesso di sfrecciare. Mi chiama e dalla voce capisco che sta succedendo qualcosa. Lei cerca di ostentare una tranquillità troppo dichiarata per essere reale. È in panico. Lo capisco. Mia mamma non sa dove si trova. Chiusa nel vagone di un treno pieno di gente, ad accumulare un banalissimo ritardo di 40 minuti. 40 minuti in cui il suo cervello come sempre in casi del genere va in corto circuito.

La prima volta in cui si è persa ricorda di essere stata così piccola che suo padre, il nonno era ancora vivo. E calcolando che il nonno è morto quando lei aveva 5 anni , ciò vuol dire che lei ha un vivido ricordo di un fatto avvenuto nel 1952 circa. Per raggiungere piazza Confalonieri dove la domenica mattina un mercato animava di bancarelle le vie intorno alla Chiesa Madre, era necessario partire di casa col cavallo. Arrivati al mercato, nella confusione, mia madre quattrenne non si accorge di aver lasciato gradualmente la mano del suo papà così come si lascia la presa con la vita un attimo prima del sonno, abbandonando i muscoli uno ad uno e cedendo inconsapevolmente verso l’abbandono, verso il basso. Segue da quel momento un ricordo confuso e mal riemerso che termina con lei che chiede a qualcuno dove si trovi la casa dei Gala, la famiglia di signori per i quali i suoi genitori facevano i fattori. Giusto il tempo di chiederlo per poi urtare contro le ginocchia di suo padre che si piega a prenderla in braccio. Salvata dal risveglio come Alice alla fine di quel “meriggio tutto d’oro”. Nessuno saprà mai se sono stati attimi, minuti oppure ore quelle che trascorsero da quando si rese conto di essere rimasta sola in un mercato affollato e il momento in cui fu ritrovata da suo padre. Lei ricorda lo sgomento, o meglio non ricorda che nebbia, la sensazione che noi proveremmo nel cercare senza navigatore lo svincolo giusto su una tangenziale in una mattina in cui la nebbia è tanto fitta da sentirci in una tazza di latte parzialmente scremato.

Ci tiene a farmi sapere che ha messo in ricarica il suo cellulare Samsung con sportellino richiudibile con i cristalli liquidi verdi, l’antenato dei touch screen! E capisco che qualcosa non va. Perché il suo cellulare è già carico. In treno non lo usa nel caso dovesse aver bisogno, per non sprecare batteria. Lo ha messo in ricarica ma il treno fermandosi per 40 minuti ha staccato l’alimentazione elettrica e quindi lei mi chiama per dirmi che il treno è fermo. Capisco che è entrata nella tazza di latte parzialmente scremato. La sindrome del disorientamento tra pochi istanti proietterà nella sua testa un film.

Ecco il plot: in una stazione di campagna della pianura padana un treno in panne si spegne. Capotreno e macchinisti abbandonano le vetture e scappano. I passeggeri decidono di farsi coraggio e rompere i vetri. Uomini donne e bambini dovranno saltare da un finestrino rotto giù da un treno. Dovranno Abbandonare i bagagli, oppure portarseli dietro e cominciare un esodo. No anzi, una deportazione di massa in cui ognuno di loro, migliaia di persone camminerà per altrettante differenti direzioni. E lei non saprà dove andare, chi seguire, come fare. Perché non saprà come tornare a casa. E allora deciderà di seguire una anziana signora. Seguirà la più anziana delle donne sul suo vagone. Quella che ha da badare ad un marito invalido sulla carrozzina. Con lei troverà una strada. Si affiderà alla sconosciuta. Si abbandonerà a lei. Si lascerà cadere nel vuoto delle decisioni di altri per poi sperare, perché no, di ritrovarsi come di incanto ad urtare contro le ginocchia di suo figlio che, povero, è in stazione centrale da 40 minuti ad attenderla. e in qualche modo mollerà la presa con la vita, come un attimo prima del sonno e si darà in affido a sconosciuti andando incontro al suo destino. Mangerà manna, o radici per 40 giorni. Il resto va da se, moriranno tutti. Un film horror insomma, che finisce coi titoli di coda e la frase finale: dedicato ai martiri del frecciabianca con i 40 minuti di ritardo bloccati vicino Lodi.

Mia mamma non è stata più trovata da quella domenica mattina. Ne sono sicuro. Mia mamma è li che si guarda intorno e non riconosce nessuno, non riconosce il volto, la voce  e il profumo di chi le dovrebbe essere famigliare. E’ nel latte parzialmente scremato. Non ha punti di riferimento, non ha il tempo di memorizzare un colore, una scritta, una forma famigliare che la possa orientare nello sfondo bidimensionale della desolazione. Mia mamma non si è più mossa da li. Non trova una via d’uscita.

Quello che per noi è un banalissimo entrare ed uscire da un negozio, andare al supermercato, andare a fare una visita in ospedale o una passeggiata in centro, per lei è un continuo stare in allerta per paura di perdersi e perdere noi figli come bigliettini dalle tasche di un cappotto. Non distingue la destra dalla sinistra, il dietro dal davanti, il sopra dal sotto.

Pare che nel corso di primo soccorso alpino venga insegnato agli sciatori ad orientarsi qualora si rimanesse vittime di una valanga. Dicono di fare la pipì. Di farsi la pipì addosso per capire da quale lato scende, per la forza di gravità, il liquido e per cominciare a scavare dalla parte opposta.

Io non ricordo quando è stato il momento preciso in cui ho iniziato a orientarmi. Per me è stato come imparare ad allacciarmi le scarpe o dire ahi! se sento dolore. L’orientamento è un senso talmente naturale che nessuno si domanda da quando, perchè o come… Ci orientiamo e basta. Ci guardiamo intorno. Fissiamo dei particolari sino a farli diventare a noi famigliari. Seminiamo sassolini e troviamo sempre una via d’uscita o una via d’entrata. Abbiamo una bussola ereditata dal regno animale e ci basta.

Per mia madre non è così.

Da piccolo ero io a guidarla, ero io a portarla dalla mia pediatra, ero io a indicarle l’uscita dell’ufficio postale. Dovevo farlo senza farglielo pesare, come se fosse normale perdersi, senza farla sentire sbagliata.

Scende dal frecciabianca e mi abbraccia come si abbraccia un figlio che torna dalla guerra. Dice che non prenderà mai più un treno da sola. Che non ha più l’età. Che soffre troppo. Le dico che non prenderà più un treno da sola. Che ci saremo noi figli ad accompagnarla. Noi ci saremo a ostentare sicurezza, a risolvere le cose strada facendo (come tutti senza porci il perchè), a vedere dove cade la pipì quando, sepolti sotto la luce accecante della neve, cominceremo a scavare dalla parte opposta.

i draghi da combattere

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 ridimensionare tutto \ ph. Joel Robison

Chi sono i mostri e i draghi che ho combattuto?

Giuseppe, 6 anni, un bambino bello che porta il mio stesso cognome. Magrolino, occhi intelligenti con macchie di color verde moquette. Il mio primo mostro da combattere.

Mio padre tornava dall’Africa 3 volte l’anno. La sua presenza si sentiva davvero solo quando era lontano. Il giorno dell’arrivo poi, tolti i primi 10 minuti di saluti, del ciao! del come va a scuola? dell’hai imparato le tabelline? tolti altri 10 minuti dello scarto regali (spesso lo scartare era già un momento di isteria in cui io e mia sorella guardavamo l’uno i regali dell’altra come se l’azione violenta dello spacchettare ci potesse rivelare altro oltre l’oggetto … un perché … una promessa … un resterò lo giuro) … ecco tolti questi attimi ci ritrovavamo soli più di prima ad aspettare il ritorno di un padre che stavolta però c’era, che era lì con noi: disabituato al linguaggio dei bambini, infastidito dalle loro urla, dai loro tornei per attirare l’attenzione.

Nei 20 giorni a seguire, i soli 20 giorni prima della nuova partenza io avevo un nemico da distruggere. Mio cugino Giuseppe. Il male personificato in un bambino con le ginocchia nodose, bello ed essenziale e a sua volta solo e randagio. Giuseppe era il figlio del fratello problematico di mio padre. Figlio dello zio perdente, il disgraziato, il pazzo, il poeta, l’incompreso. Giuseppe era per mio padre il bambino da proteggere dal padre screanzato, che si giocava tutto, che non riusciva a tenersi mezzo lavoro, che massacrava di botte la zia invecchiata di colpo a 25 anni, la zia che scoloriva lentamente come quando muoiono le rose in un vaso pieno d’acqua. Giuseppe era per mio padre il figlio da adottare, il cucciolo da salvare, l’Oliver Twist che gli ricordava se stesso alla sua età. Lui (mio padre), il grande di casa a 7 anni, primo di 5 figli uno più denutrito dell’altro cresciuti nel reparto tubercolotici dove ormai viveva la nonna.

Per me Giuseppe era il cattivo dei cartoni animati. Mio padre gli faceva gli stessi regali, usava per lui la stessa misura per qualsiasi cosa. Io non avevo alcun trattamento speciale per essere il figlio, zero. Mio padre come un giudice divideva esattamente a metà il suo già discutibile affetto e la sua attenzione non rendendosi conto che quell’equità di cui si vantava nel trattare i due cugini, era in realtà la peggiore delle ingiustizie dal mio punto di vista. Mi sentivo trattato allo stesso modo. Anzi, meno. Io per lui ero quello cicciotto, goffo e pauroso che non saltava i fossi, che non impennava con la BMX, che viveva nell’amore e nel calore dei parenti materni. Io ero quello che doveva capire. Quello fortunato, quello iper-protetto. Io dovevo essere buono e compassionevole nei confronti dei cuginetti bisognosi.

Ero qualche mese più piccolo di mio cugino. Ma ero sicuramente più pesante da tutti i punti di vista. Facevo taglia incolla con i discorsi degli adulti come se il mondo dei grandi fosse già mio, totalmente compreso, afferrato. Giuseppe era un bambino molto più fine è intelligente di me. Di quelli che poi da grandi non dicono una parola e tutti gli cadono ai piedi. Un potenziale capo di una setta. Disegnava benissimo, io ricalcavo benissimo. Possedeva in miniatura tutte quelle caratteristiche che rendono tronfi di soddisfazione i padri: sapeva giocare a calcio, sapeva difendersi, era affettuoso. Il mio esatto contrario.

Il mio primo lupo feroce da abbattere era lui. Ci pensavo continuamente. congetture su congetture. Film, strategie di distruzione, complicati piani per l’eliminazione erano la mia merenda. Non mi davo pace. Mosso da invidia, ho covato risentimento dando un nome e un volto a risentimenti più profondi di cui ancora oggi non sono pienamente cosciente.

Ma la cosa che mi strazia ancora oggi a 36 anni, è un’altra.

Come ho fatto a covare così tanto odio per una bambino? O forse ciò che non mi spiego è il come tutto quel l’odio sia penetrato nelle mie ossa, nei miei sguardi, nei miei sospiri là dove prima non c’era e si è calcificato negli anni … come ha fatto tutto quel l’odio a trovare così tanto spazio nel corpo di un me seienne.

E mentre passavano gli anni, ed entrambi crescevamo in due famiglie sfortunate allo stesso modo e diventavamo ragazzini, poi giovanotti, poi studenti e poi uomini fino al totale distacco, mi rendo conto che parte di questo distacco, di questo perdersi nel mondo, è stato per colpa del mio atteggiamento di diffidenza, di rifiuto, di ostilità. Eravamo due persone diverse già da piccoli, incompatibili sicuramente da tanti punti di vista ma infondo accomunati dallo stesso male: quei nostri padri fratelli, quei due incapaci, quei due degenerati.

Per anni mi sono nutrito di quel risentimento e me ne sono servito per trovare un alibi a mio padre. Forse per distrarre me stesso dal reale pericolo, che ovviamente non era mio cugino.

Sono passati decenni. Il mostro da combattere ha cambiato nome e faccia. Giuseppe è diventato Daniele, poi Antonio, poi Luca, poi Valentina, poi Giada, poi Alessandra, poi Nicola poi Pinco Pallo.

Persone che, a mio avviso, mi hanno fatto del male. E forse lo hanno fatto davvero ma quello che mi chiedo è: quanto di quel male reale ha rigenerato e riportato a galla altro male? Quanto di quel dolore reale si è mischiato e confuso con altro dolore?

E mi viene a volte il dubbio di aver combattuto una crociata costruendo una difesa sulla base di mie proiezioni, di mie fiction che hanno rimpolpato una realtà infondo scarna. So che non è sempre così ma il dubbio inizia a venirmi. Questo spiega anche il mio atteggiamento nell’ultimo periodo. La scelta di non fermarmi a ragionare sui torti subiti. Di non nutrire il male con altro male. Di non dare importanza a quella tensione verso il buio. Di ridimensionare tutto. Di distrarmi dal seienne sempre presente in me che vuole, che ha bisogno di fermarsi a covare il male.

Quindi chi è il mio nemico? Chi sono i nemici per colpa dei quali ho sofferto o contro i quali ho pensato di combattere? Sono reali o sono solo il risultato del mio bisogno di combattere qualcuno?

Istantanee dal mio piano a

accadde l’impossibile

 Ognuno di noi aveva un suo piano A: la vita che avrebbe dovuto vivere se le cose non fossero andate così come sono andate. Non è una questione di rimpianti o patetici se fosse…Tutti abbiamo rinunciato ad un piano A per mille motivi.

Il mio piano A era vivere nella mia città (Lecce) lavorare nel più bel teatro della città (Koreja) con le persone che amo (Marco e mia sorella) vicino alle persone che amo (mamma).

Per uno strano caso di allineamento sinergico di tutto i pianeti, la vita mi ha regalato per 3 giorni la preview di come sarebbe stato il mio piano A. Mi sento fortunato. Mi sento preso in giro perchè tutto questo è crudele.

Ora, tornato al mio piano N penso che l’istinto all’adattamento ci appartiene malgrado noi. Ogni programma ben stilato non regge il peso degli inevitabili piano B, piano C, D,E,F…

Ecco cosa ho vissuto in questi pochi giorni a casa. Mi basta.

ciao nonna!

orecchiette
orecchiette

Ho provato a cercare in uno dei miei vecchi scatoloni il mio tema…il primo tema delle scuole elementari dal titolo “parla della tua Nonna” …son sicuro di averlo conservato…ma non lo trovo…porca miseria…volevo salutarti così Nonna…e invece no…ricordo solo che ti arrabbiasti come al solito perchè scrissi una cosa del tipo ” la mia nonna è molto strana perchè ha i capelli viola ma non è un’extraterrestre!”…verrà fuori quando non lo cercherò più…e sorriderò…

il matrimonio di mio cugino

si
si

…Nella gioia e nel dolore, in ricchezza e in povertà, nella salute e nella malattia…finchè morte non vi separi!

C’è qualcuno nella coppia che inevitabilmente viene prima dell’altro: è inutile! gli esseri umani non sono sincronizzati e quando lo sono è perché uno dei 2 simula! Il sesso diventa pian piano una corsa in salita, chi arriva prima vince…lo dice men’s health…nelle coppie etero è l’uomo, nelle coppie gay il più emotivo. Solo nei romanzi di Liala o di Danielle Steel può verificarsi l’orgasmo sincronizzato, vai a capire perché le scrittrici Harmony ci tengono così tanto alla sincronia…d’altra parte c’è qualcosa di inquietante nella sincronia…non riusciremmo a comunicare, che incubo! Arriverà il momento in cui qualcuno si sentirà libero di fare le puzzette sotto le lenzuola e l’altro, invece di inorridire, riderà!

Favola zen metropolitana. Una coppia va a fare la spesa al supermercato. Da un reparto all’altro il carrello è pieno di spesa. Arrivati alle casse c’è tanta fila. In attesa i due abbassano lo sguardo sul loro carrello per vedere cosa hanno comprato. Ognuno ha preso qualcosa secondo il suo criterio d’importanza, secondo la sua voglia del momento, secondo la sua logica del fare spesa. Si guardano negli occhi e si sentono giudicati l’uno dall’altro. Il primo prende qualcosa che ha scelto e, ammettendo a se stesso l’inutilità dell’acquisto, si stacca e va a riportarlo sullo scaffale. Man mano anche l’altro fa la stessa cosa e il meccanismo si ripete sino al punto in cui il carrello sarà completamente vuoto. La morale di questa favola zen è che abituarsi ai piccoli compromessi non farà altro che portare vuoto e silenzio.

Cosa può distrarre una donna da una conversazione seria cominciata dal suo uomo? Io azzarderei una vetrina del negozio di scarpe in via Torino. Cosa può rendere assente un uomo durante lo sfogo della sua donna dopo una giornata di lavoro? L’infortunio di Ronaldo? E’ diabolico dirsi per sempre! È presuntuoso! Chi dice per sempre va punito, va castigato. Cosa si aspetta da te uno che ti dice ti amerò per sempre? Si aspetta che tu risponda anch’io.

L’abito bianco a torta. Abito lungo e stretto che fascia il corpo. Color avorio con corpetto autoreggente. Velo lunghissimo come Grace Kelly. Velo corto e arricciato. Abito corto. Abito rosso come Loredana Bertè…Camicia e gonna plissettata al ginocchio color avorio, pochi fiori d’arancio sui capelli biondo oro appena bigodinati sulle punte, tacchi alti, niente velo: l’abito da sposa della mia mamma. 1978. Appena 20 invitati in pizzeria e poi dopo un ora, di corsa verso il mare  sulla due posti rosso ferrari, a mangiare ricci  di mare sull’adriatico… Chissà perché durante i ricevimenti l’orchestrina ad un certo punto fa partire la samba sasueira, Brigitte Bardot, a e i o u y…il trenino durante il quale i vecchietti sfregano il loro attrezzo sul lato B delle giovani invitate. Cosa ci azzecca il brasile con i matrimoni e il capodanno?

La gravidanza è un soggiorno per una o più persone, formula ALL INCLUSIVE, della durata massima di 9 mesi per la donna, ed una durata minima di 40 anni per l’uomo. Non c’è matrimonio che tenga alla furia implacabile delle suocere, ai loro commenti, ai loro tapperwere pieni di prelibatezze, alle loro camicie perfettamente stirate, alle loro cenette, ai loro regali, al loro essere.

Odio il family day e chiunque lo promuova, dal papa al Mastella di turno. Sono fermo su tale giudizio. Chi lo promuove merita il castigo eterno.

Il tradimento è un accessorio immancabile nei migliori matrimoni. Perfetto come un abito di chanel. E’ un momento di massima teatralità soprattutto se tale evento si svolge al sud di Roma. Tradire non è altro che alleggerire il partner delle proprie necessità sessuali facendogliele condividere, consapevolmente o meno, con una o più persone. Insomma è un favore che uno dei due fa all’altro. Ad un certo punto, chi lo subisce smette di far finta di non sapere e ne approfitta per perdere i chili di troppo. Il dimagrimento del tradito è un momento utilissimo nella vita di coppia. Guerra alla cellulite sino a quando il perdono non diventerà l’occasione giusta per mettere tutta la polvere sotto il tappeto…e si ricomincia di nuovo.

Mio cugino oggi si sposa, mia sorella indossa un abito nero confezionato in 30 minuti dalla zia, mia mamma indossa un abito nero vintage…sarà un caso?

Tanti auguri…!

i diari di mia sorella

farmi i cazzi degli altri
farmi i cazzi degli altri

a mia sorella Annalisa…

Non ho mai resistito al fascino di un biglietto segreto. Avevo 10 anni quando iniziai a leggere i diari segreti di mia sorella, provo una sorta di fascinazione indescrivibile. Povera… non si trattava di segreti di stato, aveva solo 6 anni ! ma quel lucchetto microscopico che teneva raccolti quei fogli senza righe e senza quadretti mi procurava un’attrazione insostenibile.
Che tenera lei…riempiva d’inchiostro i fogli solo per metà, poi evidentemente si stancava: insomma solo il tempo di scrivere quanto ero detestabile e abominevole, quanto bella fosse la mamma e quanto bene infondo ci volesse nonostante tutto.Io sedavo la mia curiosità in attesa del colpo successivo…effettivamente in casa nostra nulla, a parte i diari di mia sorella, è mai stato messo sotto chiave, nessun segreto…magari proprio per questo morivo dalla voglia di trovarne uno.
Mia mamma ha l’abitudine di scrivere solo quando è disperata, ha iniziato  a scrivere su almeno 10 agende, ma non ne ha mai finita una!Naturalmente io ho letto tutto ma senza particolare soddisfazione perché le lascia sempre tutte in giro, facili da trovare, in cima ai libri, quasi messe lì per essere trovate e lette… parla sempre di mio padre, di quello che non è e di quello che avrebbe voluto che egli fosse.
Dovrebbe essere considerata una psicosi la mia?
So solo che mia sorella ad un certo punto, aveva circa 9 anni, inventò un codice e un alfabeto segreto fatto di piccoli pittogrammi con i quali compilava il suo nuovo diario…non smetterò mai di ringraziarla, fu una goduria per me.Ci mise più tempo lei a memorizzarli che io a decifrarli…Due giorni di studi comparati e il classico gioco da settimana enigmistica che mi venne in aiuto ( a numero uguale deve corrispondere lettera uguale) per poter decifrare i cartigli misteriosi, i nomi e i cognomi…
Con mio padre c’è stato un periodo in cui ho avuto tante di quelle soddisfazioni…lui ha sempre cercato di nascondere le sue avventure in modo così goffo che scovare bigliettini nel suo guardaroba era diventato un gioco da ragazzi, amiche, amanti e persino ammiratori gay ( che colpo quella volta! andai subito a riferire a mamma… )…poi niente più, la pace dei sensi lo ha colto precocemente a 50 anni, spero vivamente di essere più interessante di lui quando avrò la sua età.
Tutti i miei amici sanno che non resisto al fascino degli sms in memoria e sono molto attenti a non dimenticare  il cellulare a casa mia o ad andare al bagno lasciandolo incustodito…e quando accade la tentazione è forte.
Quando negli ultimi anni mi è capitato di leggere documenti personali nel pc di mia sorella, non ho fatto altro che piangere.Ho scoperto che una donna bellissima come lei non sa di esserlo.

Ho scoperto che sta scrivendo un romanzo che parla della nostra vita, della nostra strana famiglia visto dai suoi occhi. Ho scoperto che gli uomini con lei non sono stati uomini. Mi prende un nodo in gola così forte da dover spegnere il computer per paura di soffocare. Credo che infondo sia questa la punizione giusta per i curiosi, il miglior lucchetto che potesse mai proteggerla dalle mie invasioni…