Luglio 1988 (terza parte)

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La dignità la perdi solo se sai perché hai fallito.

Rompere il silenzio si dice. Ma devi sapere come fare a romperlo.

Rompere il silenzio vuol dire dare un nome alle cose. Piangere non è rompere il silenzio. Se piangi non dai il nome alle cose. Piangere è qualcosa di più simile a un bisogno come fare la pipì o tossire se ti è andata di traverso la saliva.

Chissà se qualcuno, da dietro le tapparelle abbassate aveva assistito alla scena! Chissà se una donna aveva finito di lavare la sua torre di patti tanto tardi da perdere il sonno del pomeriggio e magari mi aveva visto prima sbandare poi… O chissà se qualche bambino che di dormire al pomeriggio non ne voleva proprio sapere, aveva visto il mio goffo tentativo di controllare la caduta.

Troppi chissà.

Di fatto in 40 interminabili secondi accadde tutto.

Feci appena in tempo a scorgere al centro della strada Tommaso con in mano una squadretta da disegno e, nel vano tentativo di evitarlo facendo dietro front, lui mi raggiunse di corsa e mi spinse violentemente facendomi perdere il controllo della bicicletta. (Tempo stimato 10 secondi)

Caddi su un lato sotto il peso di una pioggia di insulti diventata per me un po’ troppo famigliare. “Brutto ricchione!” era la frase più affettuosa.  (Tempo stimato 5 secondi)

Un colpo secco sul labbro inferiore datomi con il lato lungo della squadretta mentre cercavo di rialzarmi.  (Tempo stimato 3 secondi anzi 5 compreso il mio ahia!)

Al terzo tentativo riuscì a rimettermi in sella alla bici ma più cercavo di accelerare e più sentivo il cotone del colletto della mia t-shirt, bloccata dalla mano di Tommaso, soffocarmi al ritmo dei punti che, uno ad uno cedevano deformando l’ordito di un tessuto ormai logorato di insicurezza e paura. (Altri 10 secondi)

Tommaso non mollava la presa della mia maglia ed io pedalavo a fatica, descrivendo curve irregolari sul percorso. (Altri 10 secondi) Poi ad un certo punto mollò la presa per afferrare il cuscino che avevo fissato nel portapacchi posteriore.

Era un cuscino rettangolare fatto da mia mamma con gli scampoli di vecchi Blue Jeans. Serviva a rendere più confortevole la seduta del passeggero dietro. Ma a pensarci bene, solo ora mi rendo conto che non avevo nessun passeggero da far montare sulla mia Graziella. Mia sorella era troppo piccola perché mi fosse affidata ed i miei amici del quartiere avevano la loro bici con la dinamo che funzionava, mica come la mia.

Tuttavia avevo chiesto a mia madre di farmene uno anche solo per appagare quello che oggi riconosco come un compulsivo bisogno di arredare case, cose e persone che reputo mie. La mamma recuperò vecchi Levi’s di mio padre e ne fece una grande tasca riempiendola di ovatta e stracci sottili con la stessa tecnica con la quale farciva il polpettone coi cubetti di mortadella. Ci aveva messo tanto impegno nel crearlo, considerando che la macchina da cucire era di quelle un po’ antiquate e ogni due per tre volavano giù i santi perché l’ago si sfilava, il pedale si bloccava, il rocchetto si esauriva. Io invece, che seguivo con attenzione chirurgica ogni suo passaggio sino all’ultima cucitura, già pregustavo l’ammirazione che avrei suscitato con un cuscino come quello.

E voila’, ecco fatto mi è venuto un po’ sportivo! – disse mamma alludendo all’aspetto un po’ sdrucito della stoffa.

Io la abbracciai con la stessa venerazione di un designer nei confronti di un portaombrelli  griffato al Salone del Mobile!

Tre giorni dopo quel progetto futurista era nelle mani di Tommaso che lo afferrò  strappandolo dagli elastici che lo fissavano al portapacchi e con tutta la sua forza ne fece nuovo design.

Arte povera.

Coriandoli.

Tommaso aveva 12 anni ma era la metà di me, in altezza e in spessore. Aveva un incarnato olivastro e un movimento nervoso e imprevedibile. Era il mio incubo. La sua missione al mondo, il suo progetto di vita, il suo grande talento era rendermi la vita difficile.

Continuai a pedalare mentre Tommaso ormai sempre più lontano sventolava il suo trofeo come una bandiera lacera.

Mi batteva forte il cuore e il dolore man mano che pedalavo si depositava in un unico punto al centro della gola. Era la mia palla di pelo. A pensarci bene, non soffrivo per il dolore al labbro rotto o per il dispiacere per l’asse del manubrio leggermente deviato a sinistra dalla caduta e nemmeno per l’ennesimo rosario di ingiurie che Tommaso mi aveva dedicato. Non soffrivo per la rabbia di aver perso quel cuscino e di aver così rinunciato a un feticcio che ritenevo meritato e conquistato con le buone azioni e con la costanza delle mie richieste a mia madre convinta con la tecnica dello sfinimento.

La mia palla di pelo sospesa in gola era un tutto di detriti di ego, entusiasmo e fiducia. L’umiliazione era arrivata e mi aveva colto impreparato. Perché se da grandi, in qualche modo, sappiamo che qualcosa nella vita ci potrebbe andare storto, da piccoli la delusione ha quel sapore vagamente epifanico ma ineffabile da lasciarci turbati, soffocati.

Il dolore proveniva dalla sorprendente esattezza del mio fallimento. Non ero riuscito a difendermi e difendere quella dote di bambino chiamata dignità.

E’ anche vero che per un bambino comportarsi da bambino è un atto politico rigoroso ed estremo. Rompere il silenzio e piangere è per lui una presa di posizione, una dichiarazione di esistenza. E’ la sua prima vera azione da uomo. E’ un po’ come prendere coscienza di  tutto e dire fanculo essere i fratelli maggiori, fanculo essere maschi che non devono piangere, fanculo Tommaso, fanculo mamma, fanculo papà, fanculo cuscino di design, fanciullo tutti, io piango. Piango perché non posso fare altro che piangere.

Piango ergo sum.

Ma non basta piangere. Ti salvi solo se sei stupido al punto da non capire cosa ti accade o se sei bravo a spiegarti. Io non ero capace a fare entrambe le cose.

Fai ciao ciao alla dignità! – Via per sempre.

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Perfettamente fuori posto

sentirmi a tuo agio

Quella di stasera sembra una notte perfetta. Un ottobre mite, le foglie degli alberi che cominciano a cadere. Sembrano rosse anche quando è la luce dei lampioni ad illuminarle. Sembrano essere loro stesse tante ghirlande di luce giallo cromo che si stagliano nel buio dei viali intorno all’Arco della Pace. Milano stasera pare dire in una lingua tutta sua che la bellezza e’ qua. In notti come questa non mi basta migrare nelle pagine di Michael Cunningam. Sono le notti in cui vai a letto e il tuo libro lo lasci chiuso. E guardi la parete.

Quando intorno tutto pare montato ad arte da un regista, e ogni filtro sembra perfetto, e pare vi sia addirittura musica tra i passi che separano me dalla vita degli altri…mi rendo conto di quanto io sia perfettamente fuori posto.

Sempre e solo seduto su un cuscino zuppo d’acqua. Su un cactus di disagio. Come un sovraddosaggio di profumo nell’abitacolo di un’utilitaria. Come un regalo sbagliato. Così: un collant smagliato nel bel mezzo di un colloquio. Una vampata di calore sulla metropolitana affollata. Esattamente sbagliato. Nel punto esatto in cui non dovrei stare.

C’è dell’arte anche in questo. Non ne faccio più una tragedia. Da piccolo ci soffrivo. Ora no. Durante le mie giornate mi ritaglio sempre del tempo per l’assoluzione. Infondo non faccio del male a nessuno. Sono solo dissonante.

se mi viene bene la crostata sono sopravvissuto a questo mondo di merda

taci taci taci
taci taci taci

Calpesto geometrie di foglie stickers quando i temporali rendono glitterati i viali di Milano con un croissant ai frutti di bosco infilato in bocca – “me lo metta in cortoccio! è da portar via!” – vai a capire perchè, perchè farlo incartare se poi appena esco dal bar lo divoro. Tappare i buchi perchè è sempre meglio che mordersi la lingua. -” ti trovo bene!” – hanno il coraggio di dirmi ed io:- “Sti gran cazzi!”- penso, mentre mi si crepa il sottile strato di IALURON-PLUS che ho spalmato sul viso la mattina davanti allo specchio mentre facevo il playback di Reach Out I ‘ll be There di Gloria Gaynor.

…Now if you feel that you can’t go on
Because all of your hope is gone
And your life is filled with much confusion (much confusion)
Until happiness is just an illusion
And your world around is crumbling down, darlin
reach out come on …

Che poi è la sigla di quando mi sento un pelino “F.C.” cioè FUORIFOCUS. Beh in ogni caso, una volta avrei cominciato a scatenare l’inferno contro le ingiustizie del mondo…oggi no! Sono un fuori focus stremato e neanche i saldi di Zara mi potrebbero guarire. Perchè quando sono FC molte cose mi si epifanizzano improvvisamente in tutta la loro volgarità e siccome io, da vero principesso sul pisello, mi sento ineludibilmente superiore al resto del mondo (non so in quale foglietto illustrativo l’ho letto) mi sale una voglia irrefrenabile di incendiare la gente o scrivere su tutti i blog della rete :”MANUELA ARCURI SEI UNA CAGNA!” oppure “RADICAL CHIC DOVETE MORIE!” oppure ” VI ODIO TUTTI!”

…così a cazzo… ma oggi no, oggi io, col potere conferitomi da me stesso ho deciso che userò il mio stato di vero FC per imparare a fare una crostata aprendo a caso il libro di Benedetta Parodi. Se mi viene bene tengo duro e provo ad aspettare che qualcosa si muova anche per me. Se mi viene male mando il mio CV da LUSH e vado a vendere saponette con dignità! 

2 ore dopo: non avevo le uova per la pasta frolla.