Berlino, 20 aprile 2019

“Io ho ancora una valigia a Berlino…” (Marlene Dietrich)

Le probabilità di trovare 25 gradi a Berlino ad Aprile era la stessa di trovare un evento culturale in Italia durante la finale dei mondiali di calcio.

Prima del mio arrivo mi ero fatto un’idea di Berlino che era il risultato dei racconti di una vita.

Alle elementari avevo in classe una compagna, Cristina, appena trasferitasi dalla Germania, che mi raccontava dello zio ventenne al di là del muro, nella Berlino est. Diceva che sparavano, sparavano senza fare distinzioni di sesso o età. La maestra allora ci raccontò del muro e delle germanie, unite e divise come i due emisferi di una noce. Pensavo a Berlino come ad una città lontanissima, pericolosa ed ostile in cui c’era uno zoo gremito di eroinomani. Poi passarono gli anni e, nel mio immaginario, divenne la città della caduta del muro. Ricordo il colore giallastro del servizio al telegiornale, i giovani sui pilastri in parte distrutti, una città in macerie. Dopo gli anni del liceo, la mia amica fece una fuga d’amore segretissima ma di Berlino mi raccontò solo di un bacio impossibile, lieve seppure già saturo dell’addio. Alcuni dei miei compagni di accademia ci si trasferirono per fare gli artisti perché, a loro dire l’Italia era culturalmente asfittica, salvo poi scoprire che a Berlino avevano messo su famiglia e avviato qualche non specificata attività New Age.

La immaginavo piovosa, un set bianconero come un fotogramma di Wim Wenders. Viscerale come una canzone di Bertolt Brecht e piena di persone vestite color caki.

Il nostro albergo è un’imponente struttura sulla Otto-Braun-Straße a nord di Alexanderplatz alle spalle del Volks park. Sembra una gigantesca ex-fabbrica di scatolame riconvertita ad uso turistico. Il risultato per quanto coraggioso non è niente male. Luci a led ovunque, ascensori con video proiezioni, lounge con giganteschi schermi al plasma verticali che trasmettevano musica no stop con tanto di orchestrine swing in proporzioni reali (al punto da farci venire il dubbio che dietro lo schermo ci fossero davvero i musicisti). Piscina, giardino, stanze luminosissime, la palestra e perfino una spa. Un posto talmente confortevole da scoraggiare l’idea di uscire per la città. A Parigi per lo stesso prezzo avremmo trovato una bettola 3 stelle senza piano d’evacuazione. Il tempo di appoggiare i trolley in stanza e di alleggerirci delle felpe usciamo e cominciamo a percorrere a piedi la Karl-Liebknecht-Straße, la colonna vertebrale che da Alexanderplatz porta all’isola dei Musei e proseguiamo sino alla porta di Brandeburgo.

Sotto un sole decisamente italiano percorro il viale, slargo dopo slargo, piazza dopo piazza. Agli incroci mi sporgo curiosamente sulle arterie laterali alla ricerca di storia e colori ma non mi colpisce nulla. Non sono abituato. Solitamente in una città per me nuova sono attratto da tutto. È come se passeggiando, cercando e pretendendo non capissi Berlino. Ho provato un senso di inafferrabiltà, di fluidità difficile da definire. In alcuni momenti mi è sembrata troppo ordinata, disponibile e familiare. In altri la percezione opposta. Di un luogo dove passare, fare poche domande e andare oltre. Oltrepassiamo la porta di Brandeburgo e ci riposiamo per qualche minuto all’ombra degli alberi del parco. Prendiamo un gelato da un ambulante. Un chiosco gelato identico a quello che negli anni 80 passava su un’Ape Cross per le vie del paese del sud in cui sono nato. Il gelato aveva lo stesso colore alieno e solo quattro opzioni: cioccolato, vaniglia, fragola, limone. Ci è stato servito persino con la stessa paletta d’acciaio per fare le palline di gelato piccole e perfettamente tonde. Lo

mangiamo ridendo del fatto che a Milano non ci saremmo mai fidati di una gelateria non artigianale e soprattutto non biologica. Mentre mangio il gelato stremato dal caldo, uno scoiattolo scende dal tronco di un albero e si avvicina al cestino della spazzatura. Guarda calmo. Sembra non accorgersi di noi. Poi si perde tra i colori del fogliame e diviene nuovamente invisibile.

Torniamo in albergo. Dopo una doccia decidiamo di cercare un ristorante in zona perché siamo stanchi. Google Map dice che a tre isolati c’è un ristorantino thai davvero delizioso. Giriamo l’angolo su Am Friedrichshain dietro il nostro hotel e voila. Ecco Berlino. Senza cercare, senza pretendere un itinerario dalla nostra lonely planet ecco che la città si manifesta nella sua trasparenza.

Ogni palazzo degrada sull’altro attraverso architetture contemporanee dai concetti diversi eppure armonici. È bello sbirciare dalle grandi porte-finestre degli appartenenti che danno sulla strada. Ti sembra di sentire le voci, i bisbigli, il suono della Tv oltre il muro, la cappa della cucina ancora accesa, il riavvio della lavastoviglie. Ogni finestra una scena diversa. Ho l’impressione di avvertire ogni attesa, ogni tempo di recupero, ogni voltare pagina di un libro. Presto qualcuno cercherà i suoi appuntamenti segnati in agenda per il giorno dopo, qualcuno si toglierà le scarpe dopo una lunga giornata passata fuori, qualcuno attraverserà le stanze dell sua casa vuota il giorno prima di un trasloco. Salotti lineari ambrati da abat-jour arancio. Stampe astratte sui muri e balconi minimal. La strada come un canale navigabile riflette l’oro dei citofoni, il verde oliva dei tappeti e il nero della notte ad aprile.

Mi sembra finalmente di capire qualcosa di questa città.

Questo è un quartiere della ex Berlino est rimesso a nuovo per farci credere che quel caos creativo sia frutto della modernità. Ci vogliono far credere che il recupero urbanistico abbia trasformato questo luogo in un complesso residenziale. Ma non è così. Nessun caos creativo è davvero risultato di un programma. La nuova Berlino non è una città numerata costruita nell’hinterland da Berlusconi. Non è un progetto. Tutt’altro. È una reazione. Un effetto forse ancora più chiaro la notte. Come se il calare del giorno avesse il potere di invertire le formule matematiche alla base di una legge fisica non dimostrabile alla luce del sole. La notte ridisegna Berlino rendendola umana e accessibile.

Durante il giorno ogni metro quadro di strada a Berlino ricorda una punizione. Cambiano i protagonisti ma per troppi anni questa città ha inscenato punizioni. La guerra, il nazismo, i comunisti infine gli hipster. Pietre d’inciampo.

Di giorno tutto sembra portarti verso quella parete invisibile che è peggio di ogni muro: la sconfitta.

Nei giorni successivi ho vagato per la città senza guida, senza mappe. Facendo attenzione a non mettere i piedi sulle piste ciclabili. I ciclisti berlinesi sono isterici.

In attesa della notte, nei giorni successivi mi sono affidato al caso. Nessuno sa descrivere meglio

Berlino del caso. Non consiglierei a nessuno di andare a visitare monumenti, piazze, ex-muri, check point e patetici mausolei.

Piuttosto osserverei il più rigoroso ammutinamento nei confronti dei programmi e inviterei a trovare il modo più facile per aspettare l’arrivo della notte.

Perché Berlino possiede un ritmo tutto suo comprensibile di notte. Una corrente elettrica invisibile dall’effetto straniante.

Al Görlitze Park i bambini giocano su giganteschi scivoli sorvegliati da giovani spacciatori sorridenti che familiarizzano con gli anziani e le babysitter. Nello splendido mercatino vicino Mayer park un giovane stylist coreano vende il suo armadio. Tutto il suo armadio. Dove pensa di andare? Perché vendere tutto? Giacche, kimono, pantaloni dai colori pastello e velluto sofficissimo. Avrei comprato ogni pezzo, anche le chiavi del suo armadio ma la sua biancheria è così minuta da sembrare quella di una bambola. Forse ha finito di studiare e si prepara a tornare in Corea. Forse restituisce alla città ciò che non gli è mai appartenuto. Forse sono tutti di passaggio gli abitanti di Berlino…

Sembra uno di quei luoghi in cui non va disfatta la valigia.

La città sembra svilupparsi su una pianura eppure camminando si ha la vaga sensazione che la pendenza porti verso il muro fantasma. Come in un piatto doccia in cui l’acqua scivola in direzione del tombino. Così qualunque sia la tua direzione, gira e rigira ti ritrovi a scolare di fronte ad una delle due facce del muro. Forse il muro è stato solo un pretesto per tenere i berlinesi ancorati per un po’ ai margini della Sprea, un folle tentativo di invertire la sua corrente, un crudele lucchetto per non farli scivolare via come da una lastra piena di sapone.

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La repubblica delle fanfaluche

“Mi contraddico? Benissimo, allora mi contraddico, (sono immenso, contengo moltitudini).” – W. Whitman

Mi riabilito all’armonia soprattutto nei giorni di attesa. Quando si è seminato già da tempo ma non appare del germoglio neanche l’ombra. E ti giri più volte verso la stessa direzione per vedere se qualcosa è cambiato, se il bus ha svoltato da dietro la via, se i fiori sono stati restituiti dalla risacca porosa del tempo. Non c’è risposta alcuna. E anche il corpo ti chiede l’immobilita, nonostante la danza sia il tuo mestiere. Ho sorriso per i movimenti dell’avambraccio, per l’ombra che trascino, per lo scrocchiare delle ossa in un concerto di percussioni. Sfugge il sorriso come un colpo di tosse su un cumulo di piume bianche. Si disperde in mille punti di domanda, bianchi, leggerissimi. Vorrei sentirmi più vicino all’idea che mi ero fatto di me. Invece sorrido del fatto di allontanarmi diligentemente dal mio progetto. Scegliendo di fottermene totalmente. Scegliendo la mia unità di misura nella lista delle priorità:

⁃ umanità;

⁃ vita;

⁃ la ragione sugli altri.

Sono mesi che lascio parlare il mio sorriso, anche quando vorrei scegliere a caso tra la folla qualcuno a cui dare la colpa di tutti i mali del mondo. Armato di fossette. A fare spalluccia se qualcuno si è scordato di dirmi ciao. Sbattendomene il cazzo. Leggendo poesie di Walt Whitman. Sillabando la parola amore. Che tutto spiega, tutto permea, risolve e riabilita appunto. Mi prendo tutto il tempo di cui ho bisogno per creare una nuova costituzione: la repubblica dei ripensamenti, gli stati generali delle fanfaluche, la contea dei disordinati. Digitando la località “ a ramengo” sul navigatore. L’armonia è una sorta di reflusso gastrico. Ti sale da dentro quando vuole lei è ti cambia la giornata. E mentre pensi di averla spiegata come fosse un’espressione matematica, lei ha già trovato una prova reale per smentirti. E dimostrarti il contrario.

A proposito di Verticalità – (diario di New York)

(tempo di lettura 13 minuti)

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dal film The Walk – Joseph Gordon-Levitt

Mastico più forte il chewing-gum  quando avverto il primo segno di un abbassamento di quota. I voli low coast possono rivelarsi un vero e proprio tormento per i miei timpani geneticamente sul punto di rompersi. Rumino un sassolino di gomma ormai quando il bimbo della fila dietro inizia il gioco del dare calci al mio schienale. Ma non mi difendo. Lascio che continui.

Sto leggendo un bel libro, Questo bacio vada al mondo intero di Colum Mc Cann. Sono a pagina 217, interrompo la lettura esattamente sulla frase nessuno cade a metà, esattamente quando il bimbo dietro di me emette il grido Cadiamoooo!

Questo è troppo.

Io ho molta paura di volare. Cosa diceva il training? Fare un bel respiro e attivare le dita dei piedi. I miei sono ormai origami rosa nelle Nike. Come devo codificare questa coincidenza? Ogni volta che prendo un volo faccio un breve testamento che invio via whatsapp a mia madre. Comunque vada festeggiate! – conclude il messaggio.

Poi invio, metto in modalità aereo infine spengo. Prima di volare mi batte il cuore in modo diverso. Sento il suo capovolgimento e lo seguo con attenzione sino alla resa. Si chiudono i portelloni. A quel punto sono in trappola. Le alternative sono due:

  1. Urlare aiuto!
  2. Arrendermi.

Scelgo la seconda e torno a leggere.

Il protagonista del romanzo è il funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto 1974 compì la straordinaria impresa di attraversare le torri gemelle utilizzando una fune. Ho incontrato questo libro per caso, come quando incontri un amico in una città immensa e sconosciuta  a entrambi. È successo mentre curiosavo i blog sulla città di New York. Ho pensato che potesse sostituire la cartina. Così è stato. Come una bussola un po’ arrugginita il libro mi ha guidato per i quartieri dell’East Village e della periferia newyorkese degli anni 70. È stato come visitare l’Europa con uno stradario del 1981 e imbattermi nella parola Iugoslavia o Berlino est. Tra un crumble muffin e un veggie bagel, ho lasciato fosse l’errore, questa involontaria smagliatura del tempo a guidarmi. Ho sbagliato più volte strada. È stato allora che ho capito che stavo cominciando a viaggiare.

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Agosto 1974 – Philippe Petit fotografato da un passante

Andremo a New York! – Aveva esultato Elisa lo scorso Novembre.

Berlino? – Rispondo.

No, New York! – Fa lei.

Lione? Vienna? – Rilancio.

New York! – Risponde con tono sempre più sicuro.

Matera? Hai mai visto i sassi? Vi prego non fatemi volare! – Imploro io, invano.

Andremo a New York! Andremo ad Agosto! – Con questa sentenza Elisa, prima di Natale, distribuì i seguenti compiti: Tu cercherai dove dormire, tu cosa fare, tu ti occuperai dei visti, io mi assicurerò che i timing vengano rispettati!

Ed è per questo motivo che, malgrado la mia resistenza, il mio stop ai voli durato 3 anni per la paura di perforare i timpani, ora sono a migliaia di metri dal suolo.

Non sono per nulla triste che sia finita la vacanza. Torno a casa con la voglia di tornare, sazio di stupore. Appena toccherò terra, quando sarò davvero sicuro di essere vivo mi sforzerò di fare due cose:

  1. Apprezzare incondizionatamente l’Italia.
  2. Praticare la gentilezza senza pormi limiti.

Il libro racconta il 7 agosto del ‘74 attraverso lo sguardo di personaggi che quel giorno si trovavano a New York. Più vado avanti con la lettura e più ho l’impressione che chi rischia davvero la vita non sia il funambolo! Sono esseri umani in bilico tra la rabbia e l’impotenza, tra il desiderio e la disperazione. Tutti precipitati nel loro inferno tranne uno: il funambolo. Colui che passo dopo passo attraversò il World Trade Center da una torre all’altra senza protezioni.  Questo a dimostrazione del fatto che l’equilibrio non ha nulla a che vedere con la distanza da terra, la fortuna, la posizione di rilievo che occupi nel mondo, il numero di followers, l’indice di fighezza che hai. L’equilibrio è nulla di tutto ciò.

Mi giro verso il bimbo che tira calci e con un’occhiata ci capiamo. Ammutolisce. Il comandante annuncia l’inizio della fase di atterraggio. Tra 15 minuti circa toccherò terra.

Sul taxi che dal JFK porta al Lower East Side, attraverso il Williamsburg Bridge, a sinistra c’è un immenso cimitero, scarno e con le lapidi interrate a perdita d’occhio. Sulla destra, improvvisamente scorgi Manhattan. Aveva ragione Céline, penso. Nel suo Voyage au bout de la nuit, quando vide per la prima volta New York scrisse di una città verticale, affetta da una rara forma di priapismo architettonico, sempre in erezione. È proprio un senso di vertigine quello che ho provato alla vista di quell’eccesso di verticalità e di cemento armato. Un sussulto per la violenza di troppo grigio all’orizzonte.

Arrivati nel nostro appartamento in Eldridge St. ho subito capito che non sarei riuscito a dare una definizione al quartiere. Il Lower East Side è una spugna di mare sfuggita all’East River. Sul più bello che ti sembra di averne disegnato i contorni, lui ha già cambiato forma. È meraviglioso. Sembra parlare di me, delle mie inesattezze. Case basse, scale anti incendio, sinagoghe, puzza di piscio, botteghe di rigattieri, caffè, campi di basket condominiali, eroinomani immobili a fissare una panchina, turisti in Birkenstock, coworking, gallerie d’arte, polizia, fashion victim e addirittura una ragazza accaldata in topless, folate di cannabis, vintage shop e graffiti, graffiti ovunque. Dai minuscoli tag ai muri di cinta colorati dei parchi passando dalle monumentali pareti divenute storia dell’arte. La Sistina dei newyorkesi, ecco cos’è. Imponenti, verticali fotografie a colori della realtà mediata dalle bombolette spray. Regali di sconosciuti all’unanimità. Capolavori di una notte, risultato di un gioco di squadra che sfida i più sofisticati sistemi manageriali, oltre ogni fottuto organigramma aziendale, oltre la legge, la dove inizia l’arte, appunto.

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Eldridge St.

Una delle impressioni più chiare provate a New York è quella che tutto può accadere nel trascorrere di una notte. La velocità della creazione speculare alla velocità della distruzione. Non a caso, in questa città, una mattina ti svegli e appare una bambina spocchiosa e minuscola, una faccia di bronzo oltre che di culo, che guarda dritto negli occhi il toro di Wall Street quasi a dire: noi donne siamo più forti del vostro capitalismo di merda! Una mattina ti svegli e non hai più il tuo visto. Fuori!! Tornatene al tuo paese! Una mattina ti svegli e le due torri sono venute giù, e con loro, milioni di sogni. Per questo motivo piango. Contro ogni mio volere, bypassando ogni mio cinico sforzo. Piango appena scorgo le cascate d’acqua del memorial. Lo stomaco mi chiede di piangere. Non la testa. La testa mi dice che gli americani sono furbi. Sanno speculare sulla morte, sanno trasformare un cimitero in un parco dei divertimenti. La testa mi dice che in Europa ci sono state molte più vittime o in Giappone o in Siria o in Vietnam. Eppure lo stomaco mi dice piangi! Fallo ora! Così è. Piango il crollo dei sogni in un ora. Piango perché non vedo il fondo delle vasche. Piango per il silenzio di quella sera, piango per chi restò attaccato all’altro capo del telefono, per l’albero sopravvissuto al disastro, per le rose bianche, per i nomi incisi, per la perfezione del cielo a Settembre, per la cieca sofferenza dell’uomo disposto a morire per far morire. Ogni crosta di cinismo va a farsi benedire. In fondo a quale tombino sono finiti quei sogni? Dove ci porta l’acqua quando cade nel buco?

Il funambolo è un fuorilegge. Elude i controlli, si posiziona sul tetto della torre e aspetta l’alba su Manhattan. Sono le 5:40 circa del mattino. A oltre 400 metri dal suolo. Dalla torre Sud alla Nord e viceversa per 8 volte. Fluttuando nella profondità delle nuvole. Yes you can!

Tra pochi minuti atterrerò all’aeroporto di Malpensa. Sento il mio orecchio destro contrarsi da dentro come un elastico. Ho paura che di colpo il gancio che tende questo elastico molli la presa improvvisamente così da far saltare ciò che la testa contiene, sino al midollo, pensieri compresi.

Sul ponte Marco mi da un colpetto sulla spalla e mi dice baciami adesso. Il ponte di Brooklyn è la risposta americana al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, è la Tour Eiffel senza la spocchia francese, la Piramide di Cheope a stelle e strisce, forse la più riuscita dichiarazione di modernità oltreoceano. Secondo me, il vero simbolo della città è lui, il ponte, non la statua della libertà. Siamo sullo sfondo di migliaia di selfie di sconosciuti da tutto il mondo. Il ponte è oggettivamente bello. È il frutto della fatica umana. Della sua tensione. Del suo ottimismo. Questo ottimismo ci contagia al punto di decidere di attraversarlo a piedi sotto il sole di agosto alle 14:00 nella direzione contraria alla massa, ovvero puntando a Brooklyn.

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Antonio, Elisa, Marco ed io.

Siamo quattro pazzi! – Ci ripetiamo.

Decidiamo di voltarci solo alla fine del terzo pilone. Come quattro mogli di Lot versione hipster o come quattro cloni di Orfeo risaliti dagli inferi della Downtown, cerchiamo di resistere alla tentazione di voltarci, quasi fosse la condizione necessaria alla buona riuscita di un incantesimo chiamato Skyline! Ed è così.

Siamo stati proprio bravi ragazzi! Ci meritiamo un bagel a Brooklyn!

Altra coincidenza: una notifica sull’I-phone mi avvisa che è appena crollato un ponte a Genova. Non ci faccio caso. Sai che novità? In Italia crolla tutto! Dopo qualche minuto, mi rendo conto della gravità. Verticale come un crollo, come una doccia fredda. Con il ponte crolla molto altro. Mi sento schiacciare il petto per un attimo. Come può essere possibile? Non era un ponte di funi e legno, era cemento. Era un ponte di cemento. Chi ha permesso tutto questo?

Con i miei compagni di viaggio ci accertiamo che nessuno dei nostri amici in Italia sia coinvolto nella tragedia, come se questo rendesse meno tragedia la tragedia. Poi, diamo un ultimo sguardo al ponte di Brooklyn mentre all’orizzonte il cielo si gonfia di nero, quasi a pretendere un tramonto alle 3 del pomeriggio. Giusto il tempo di contattare un Driver dall’app VIA e salire a bordo. Poi si scatena un temporale estivo, violento, oceanico.

Quando decido di partire con qualcuno, il mio terrore più grande è quello di disintegrare i rapporti. Del resto non c’è detonatore emotivo più pericoloso della vacanza. Penso sia un timore diffuso. La convivenza forzata può rivelarsi una prigione! Ogni scelta, ogni timing, ogni alternativa va cooperata. I miei tre compagni di viaggio si sono confermati Best Friends in un crescendo di empatia. Ecco una breve lista di cose che li riguardano che ha aumentato il livello del mio affetto per loro:

  • Elisa mi stringe la mano solo nei decolli, durante gli atterraggi si dimentica che ho paura e si addormenta: adoro.
  • Antonio ride come un matto quando dico la frase siamo dei duri: adoro.
  • Marco mi ha più volte detto ti amo per la felicità: adoro.
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Williamsburg e il cielo.

Un passo dopo l’altro abbiamo camminato lungo traiettorie dettate da fili invisibili, corde tese che vedevamo solo noi quattro. Come funamboli tra le nuvole. C’è qualcosa di misterioso sui marciapiedi di Brooklyn, un dubbio di non essere a New York osservando i pali della luce in legno a Williamsburg, c’è insolita bellezza nei locali Jazz del West Side. Sarà che siamo in agosto, eppure ho trovato la High Line a Meatpacking un luogo dove fermarsi e scrivere favole per bambini e che dire di Chelsie?

Questo è il posto in cui vorrei vivere, anche solo per qualche mese! – sbotto io.

È la quarta volta in due giorni che lo dici! – Mi ricorda Elisa.

In effetti ho detto la stessa cosa per altri tre quartieri. Eppure Chelsie mi ha dato davvero qualcosa in più.

Giochiamo ad immaginare di vivere qui? – Le faccio.

E giù a fantasticare sulle nostre giornate tipo, sul budget, su cosa vorrebbe dire la routine nella grande mela e cazzate di questo tipo. Cazzate che comunque mettono di buonumore. A noi quattro si aggiunge la piccola Giò: 21 anni, italiana, diplomata all’AMDA, il suo sogno è Broadway ovviamente. Alle 9 del mattino è già in Time Square a cantare le canzoni del musical del quale sta sbigliettando le riduzioni.

Mi pagano bene ed è divertente! – ci dice mentre si sistema gli accessori del costume da cameriera! Le chiedo di cantare per me, canta molto bene. Le luccica lo sguardo dietro gli occhiali. Non è sicuramente il tipo di ragazza che in Italia può sperare di avere successo. In America il corpo perfetto è sicuramente importante ma non essenziale. Questo spiraglio mi fa trasalire. Esiste davvero il sogno americano? Vado a vedere il musical Waitress al Brooks Atkinson Theatre di Broadway e penso che si, esiste. Attori e danzatori non convenzionali di rara bravura tecnica ed espressività. Visito le grandi scuole di Performing Arts di New York e penso si. C’è spazio per la diversità se c’è talento. Faccio due chiacchiere con la commessa della Public Library e penso si, gli studi umanistici e artistici hanno pari valore degli studi economici, medici o ingegneristici. Si esiste il sogno americano. Lo penso. Si tratta della capacità di darsi una seconda possibilità, di inventarsi da zero, di non buttarsi merda addosso. Noi Italiani siamo maestri in questo. Ci lamentiamo di Salvini, che è oggettivamente un ignorante e intanto gli americani stanno sopravvivendo a Trump, il dio del pressappochismo.

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New York Public Library

Atterraggio perfetto: non ci sento da un orecchio.

Un giorno intero ad Harlem è stato la svolta, la linea di demarcazione tra ciò che ci si aspetta dalla grande mela e un nuovo capitolo scritto da noi. Da quel giorno abbiamo cominciato a vedere New York in modo diverso. Entrati nella Caanan Baptist Church of Christ, una congregazione battista sulla 132 West, abbiamo perso il controllo della nostra emotività. Ci sediamo sulle panche in legno del vecchio cinema che dal 1932 è divenuto un centro di culto… dalla fiction a dio è un attimo. Ho avuto la stessa confusione quando ho visto il cimitero dietro la Trinity Church. Prima di tutto perché non mi aspettavo di vedere un cimitero nel traffico di New York e poi perché tra i defunti veri c’erano anche personaggi di fantasia, morti in quel luogo si, ma attraverso le pagine di un romanzo. Come vedere in un cimitero europeo, tra le lapidi di marmo, anche quella di Biancaneve.  Questo a sostegno dell’idea che l’arte determina la realtà e non viceversa. Stessa vertigine. Ad Harlem, durante la funzione, un’anziana donna di colore piccola piccola sta cantando con il cuore nelle mani e il rossetto rosso pomodoro. Smetto di piangere dopo un ora. non sto esagerando. Il reverendo Travis sembra uscito da un convegno alla Bocconi. E’ così aitante che sembra photoshoppato. Sono nel colore. Sono nelle forme che amo. L’ambra, il turchese, il colore viola, i fiocchi, i piegoni delle gonne, i cappelli eccentrici, i calzini, i colletti con le iniziali, il glamour afroamericano, il bianco del sorriso, la musica, il coro che danza o la danza che canta, l’organista, il pianoforte a coda, il matto della congregazione, la zitella, le parrucche, i colori complementari. Giuro di aver visto gli stessi colori sulla tavolozza di legno della mia mamma quando dipingeva nel sottoscala della nostra casa in Via Tagliamento: sepolta dalle tele, tra i ritagli di giornale, l’olio di lino, l’acquaragia… mi sembra di sentire il suo fischiettio. Forse è l’unico ricordo che ho di mia mamma veramente felice. Felice in una prigione di colore dove era impossibile perdere l’orientamento. Al sicuro tra i colori a olio, tra gli ulivi blu sulla tela.

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due signore ad Harlem

Sono vivo! – mi dico. Segue quel margine di non tempo e non spazio in cui si è seduti in attesa dell’ok da parte del comandante, prima di poter slacciare le cinture e scorgere la luce che filtra all’apertura dei portelloni. Si aspetta. Il bimbo esulta. anche io a l’idea di non rivederlo mai più.

See you never! – è il tormentone della vacanza! Ci divertiamo a dirlo un pò a tutti, sfatando la recondita possibilità di non tornare più. Io invece son sicuro che tornerò. Ho voglia di sentire il respiro della città di notte dall’ottantesimo piano dell’Empire. Ritornerò in cima a quel suono indistinto: il nero di Central Park, la folla, l’oceano, il traffico, aspettando di guardare King Kong dritto negli occhi.

See you never guys! – e scoppiamo a ridere scendendo dall’aereo. Funambolici.

Sputo il chewing-gum in un fazzoletto di carta, nelle tasche trovo uno scontrino di Starbucks.

Ragazzi colazione?

10 gennaio 2018

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Se avessi un figlio, e se mio figlio mi chiedesse cos’è la felicità, gli parlerei di quel giorno di gennaio in cui mi svegliai 2 minuti prima del suono della sveglia. Quel giorno come tanti in cui feci colazione, doccia e solito check sull’agenda per valutare cosa indossare e cosa mettere nello zaino sempre troppo pesante. Quel giorno in cui, già sulla soglia di casa, già con il cappotto e le chiavi in mano, fui assalito da un dubbio… e che proprio allora tornai sui miei passi e feci qualcosa di insensato. Quando indossai la mia fedina per la prima volta, due settimane dopo aver detto si. Il giorno in cui mandai un messaggio e nel frattempo qualcuno mi rubo’ l’ascensore. Quel giorno in cui questo fatto mi fece sorridere. Il giorno in cui affrontai il primo problema poi il secondo poi il terzo senza perdere la fiducia in me stesso, senza aggredire… senza mancare di rispetto a nessuno! Gli racconterò di quel giorno normale in cui pensai che il mio unico compito sarebbe stato quello di arrivare a casa la sera, un po’ stanco e un po’ pensieroso come sempre e invece andò diversamente. Quel giorno che stetti al telefono un’ora con la persona che avrei visto dopo pochi minuti. Il giorno in cui immaginai il mio primo viaggio a Londra, un giorno in cui persino l’ansia di fare i biglietti si trasformò in poesia… e poi di quel giorno in cui un pazzo mi dedico’ una canzone, scritta per me, su una tastiera bianca e nera come una radiografia… e poi di quando scoprì di aver abbastanza spazio nel cuore al punto da poter amare non una singola ma una dozzina di sorelle belle come la mia. Come il giorno in cui mi dissi bravo per la prima volta tradendo una dismisura di gioia negli occhi! Questo gli direi. Di non pianificare nulla ma di lavorare incessantemente all’eventualità di doverla riconoscere. Lei, una qualsivoglia felicità.

il mio compleanno

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Qualcuno ha detto che soffrire è il modo più veloce per crescere.
Lo pensavo anch’io. Poi visto che non mi pare di essere diventato un genio soffrendo ho provato a fare il contrario. Non sempre ho ottenuto risultati meravigliosi, tuttavia ogni mattina mi sveglio col sorriso qualunque cosa accada, anche se è presto, anche se ho sonno. Come quando ero piccolo e mi svegliavo felice e affamato di vivere.

La leggerezza che ho conquistato rende veloci le mie giornate e a volte ho il dubbio di aver saltato un giorno. Chissà se è davvero così! Essere felice è stato il regalo più bello che potessi fare a me stesso.

E forse è stato sorridendo in un giorno veloce che mi sono accorto di essere davvero un po’ cresciuto.

la simpatia

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In parole semplici, secondo Hume la simpatia deriva dalla nostra capacità di riconoscere noi stessi negli altri. Dunque, secondo lui, sbagliamo a dire: “lui è un ragazzo simpatico!” pensando alla simpatia come un aggettivo (come goloso o freddoloso o elegante o pigro ecc), cioè una qualità dell’altro. Sbagliamo perché, secondo Hume, la simpatia che proviamo per qualcuno è un’attivazione del nostro pensiero, non un tratto distintivo degli altri.

Boh!
Io a volte ci metto tutta la buona volontà ad attivare simpateticamente il mio pensiero su alcune persone… ma sempre patetiche teste di cazzo restano!!!

Luglio 1988 (terza parte)

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La dignità la perdi solo se sai perché hai fallito.

Rompere il silenzio si dice. Ma devi sapere come fare a romperlo.

Rompere il silenzio vuol dire dare un nome alle cose. Piangere non è rompere il silenzio. Se piangi non dai il nome alle cose. Piangere è qualcosa di più simile a un bisogno come fare la pipì o tossire se ti è andata di traverso la saliva.

Chissà se qualcuno, da dietro le tapparelle abbassate aveva assistito alla scena! Chissà se una donna aveva finito di lavare la sua torre di patti tanto tardi da perdere il sonno del pomeriggio e magari mi aveva visto prima sbandare poi… O chissà se qualche bambino che di dormire al pomeriggio non ne voleva proprio sapere, aveva visto il mio goffo tentativo di controllare la caduta.

Troppi chissà.

Di fatto in 40 interminabili secondi accadde tutto.

Feci appena in tempo a scorgere al centro della strada Tommaso con in mano una squadretta da disegno e, nel vano tentativo di evitarlo facendo dietro front, lui mi raggiunse di corsa e mi spinse violentemente facendomi perdere il controllo della bicicletta. (Tempo stimato 10 secondi)

Caddi su un lato sotto il peso di una pioggia di insulti diventata per me un po’ troppo famigliare. “Brutto ricchione!” era la frase più affettuosa.  (Tempo stimato 5 secondi)

Un colpo secco sul labbro inferiore datomi con il lato lungo della squadretta mentre cercavo di rialzarmi.  (Tempo stimato 3 secondi anzi 5 compreso il mio ahia!)

Al terzo tentativo riuscì a rimettermi in sella alla bici ma più cercavo di accelerare e più sentivo il cotone del colletto della mia t-shirt, bloccata dalla mano di Tommaso, soffocarmi al ritmo dei punti che, uno ad uno cedevano deformando l’ordito di un tessuto ormai logorato di insicurezza e paura. (Altri 10 secondi)

Tommaso non mollava la presa della mia maglia ed io pedalavo a fatica, descrivendo curve irregolari sul percorso. (Altri 10 secondi) Poi ad un certo punto mollò la presa per afferrare il cuscino che avevo fissato nel portapacchi posteriore.

Era un cuscino rettangolare fatto da mia mamma con gli scampoli di vecchi Blue Jeans. Serviva a rendere più confortevole la seduta del passeggero dietro. Ma a pensarci bene, solo ora mi rendo conto che non avevo nessun passeggero da far montare sulla mia Graziella. Mia sorella era troppo piccola perché mi fosse affidata ed i miei amici del quartiere avevano la loro bici con la dinamo che funzionava, mica come la mia.

Tuttavia avevo chiesto a mia madre di farmene uno anche solo per appagare quello che oggi riconosco come un compulsivo bisogno di arredare case, cose e persone che reputo mie. La mamma recuperò vecchi Levi’s di mio padre e ne fece una grande tasca riempiendola di ovatta e stracci sottili con la stessa tecnica con la quale farciva il polpettone coi cubetti di mortadella. Ci aveva messo tanto impegno nel crearlo, considerando che la macchina da cucire era di quelle un po’ antiquate e ogni due per tre volavano giù i santi perché l’ago si sfilava, il pedale si bloccava, il rocchetto si esauriva. Io invece, che seguivo con attenzione chirurgica ogni suo passaggio sino all’ultima cucitura, già pregustavo l’ammirazione che avrei suscitato con un cuscino come quello.

E voila’, ecco fatto mi è venuto un po’ sportivo! – disse mamma alludendo all’aspetto un po’ sdrucito della stoffa.

Io la abbracciai con la stessa venerazione di un designer nei confronti di un portaombrelli  griffato al Salone del Mobile!

Tre giorni dopo quel progetto futurista era nelle mani di Tommaso che lo afferrò  strappandolo dagli elastici che lo fissavano al portapacchi e con tutta la sua forza ne fece nuovo design.

Arte povera.

Coriandoli.

Tommaso aveva 12 anni ma era la metà di me, in altezza e in spessore. Aveva un incarnato olivastro e un movimento nervoso e imprevedibile. Era il mio incubo. La sua missione al mondo, il suo progetto di vita, il suo grande talento era rendermi la vita difficile.

Continuai a pedalare mentre Tommaso ormai sempre più lontano sventolava il suo trofeo come una bandiera lacera.

Mi batteva forte il cuore e il dolore man mano che pedalavo si depositava in un unico punto al centro della gola. Era la mia palla di pelo. A pensarci bene, non soffrivo per il dolore al labbro rotto o per il dispiacere per l’asse del manubrio leggermente deviato a sinistra dalla caduta e nemmeno per l’ennesimo rosario di ingiurie che Tommaso mi aveva dedicato. Non soffrivo per la rabbia di aver perso quel cuscino e di aver così rinunciato a un feticcio che ritenevo meritato e conquistato con le buone azioni e con la costanza delle mie richieste a mia madre convinta con la tecnica dello sfinimento.

La mia palla di pelo sospesa in gola era un tutto di detriti di ego, entusiasmo e fiducia. L’umiliazione era arrivata e mi aveva colto impreparato. Perché se da grandi, in qualche modo, sappiamo che qualcosa nella vita ci potrebbe andare storto, da piccoli la delusione ha quel sapore vagamente epifanico ma ineffabile da lasciarci turbati, soffocati.

Il dolore proveniva dalla sorprendente esattezza del mio fallimento. Non ero riuscito a difendermi e difendere quella dote di bambino chiamata dignità.

E’ anche vero che per un bambino comportarsi da bambino è un atto politico rigoroso ed estremo. Rompere il silenzio e piangere è per lui una presa di posizione, una dichiarazione di esistenza. E’ la sua prima vera azione da uomo. E’ un po’ come prendere coscienza di  tutto e dire fanculo essere i fratelli maggiori, fanculo essere maschi che non devono piangere, fanculo Tommaso, fanculo mamma, fanculo papà, fanculo cuscino di design, fanciullo tutti, io piango. Piango perché non posso fare altro che piangere.

Piango ergo sum.

Ma non basta piangere. Ti salvi solo se sei stupido al punto da non capire cosa ti accade o se sei bravo a spiegarti. Io non ero capace a fare entrambe le cose.

Fai ciao ciao alla dignità! – Via per sempre.

luglio 1988 (parte 1)

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Luglio 1988

Ogni bambino nasce con una dote naturale di dignità, un sorta di libretto di risparmio intestato a un neonato con dentro tanta tanta dignità. E’ una virtù che, se non violata, potrebbe addirittura bastargli per la vita intera. Ma è certo che la perderà. C’è chi la perderà lentamente assorbendo, come una spugna, l’inchiostro indelebile di mille compromessi. C’è chi la perderà dopo troppi si detti alle persone sbagliate o dopo troppi bocconi amari mandati giù pensando di non poter sperare di meglio dalla vita. C’è chi la perderà da grande, per amore o magari per arrivare ad un obiettivo professionale. C’è chi invece perderà la sua dignità molto molto tardi, solo per la fottuta paura di invecchiare o per l’ostinata nostalgia di un tempo ormai andato.

Io, la mia l’ho persa subito.

Abbandonai per un attimo i pedali della bici per lanciarmi in discesa libera e, libero dalla forza di gravità, mi voltai di scatto. Alle mie spalle c’era solo l’asfalto e il suo confondersi con il gel trasparente e ondulato dell’orizzonte.

Ore 15:00.

Chiuso il gommista, chiuso il corniciaio, chiuso l’alimentari dove la Pina incartava le caramelle all’anice e gli affettati con la stessa carta paglia grigio chiaro con cui le massaie incartavano sale, zucchero o caffè da regalare a chi aveva appena subito un lutto. Condoglianze! – dicevano scaricando il cartoccio tra le braccia di qualche parente o vicina di casa, il giorno dopo un qualsiasi funerale. Ed io, ogni volta che vedevo questa scena, pensavo a quanto sarebbe stato più bello trovare caramelle, Girelle Motta e altre prelibatezze da emporio di paese. Ma nei pomeriggi d’estate, nel mio paese, tutto diveniva stranamente immobile. Metafisico.

I negozi più che chiusi sembravano riassorbiti dalle case dei loro gestori. Alla chiusura pomeridiana dei negozi non restava più traccia ed era come se una volta abbassata la saracinesca, tornassero al loro status di semplici case.

Grandi case con i muri bianchi, un villino adiacente con rose rampicanti, un tocco esotico dato da un ibisco rosso, vasi di gerani, menta, rosmarino e una lunga pompa di gomma aggrovigliata per poterli annaffiare di notte, quando tornava il fresco. Ogni casa col suo garage sporco di grasso di motore dal quale si accedeva direttamente in salotto.

E poi tetti alti e squadrati inguainati di calce viva, e di tanto in tanto una nicchia scavata nel muro con una vergine Maria Santissima in un girotondo di santini e lumini psicadelici, chiusa da un vetro reso opaco dalle preghiere inascoltate, dalle promesse mai mantenute e dallo scirocco. Come un peep-show. Cambiavano i look ma erano pur sempre donne in teche di vetro segnalate solo dal gesto di un bacio svogliato lanciato da un passante devoto.

Dei negozi invece, nessuna traccia: nessuna insegna, nessun cartello, nessuna dichiarazione al fisco.

I negozi sparivano come sparivano i mariti nei bar della piazza, come sparivano le cucciolate dei gattini perché c’è n’erano troppi in giro, come spariva la benzina delle auto parcheggiate. Il pubblico tornava privato e l’alimentari una stanza  in più della grande casa, il locale del gommista un garage dove parcheggiare la FIAT 127, il corniciaio un capanno degli attrezzi.

Mi guardai indietro come un ladro si volta per accertarsi di aver seminato il suo sbirro. Ancora due, quattro, otto pedalate e poi spinsi con forza su entrambi i pedali per alzarmi in piedi.

Vento sulle guance, avevo 9 anni e mi sembrava di essere alla guida di una moto mentre andavo alla velocità di una Graziella riverniciata di un verde oliva e con la dinamo rotta, sulla strada che porta verso la campagna.

(Continua…)

Italia-Germania

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Per uno come me che non sa distinguere non dico i mondiali dagli europei, ma nemmeno la mia nazionale dalla squadra avversaria. Per uno come me che se vedo un calciatore con quel calzettone alto, penso solo a quanto ne godrebbe la gamba se fosse 10 cm più corto. Per uno come me che tifa a prescindere per i più deboli, le partite ITALIA-GERMANIA sono la cosa più noiosa e inutile che esista.
1990
Arrivo’ a Basilea il papà che ci avrebbe riportati sani e salvi in Italia. Nel pomeriggio il cielo si era rannuvolato, ed io ero nella mansarda di legno a costruire case con i libri dai misteriosi titoli in tedesco della zia, case per le Barbie fatte di libri. Cultura ariana come mattoni per donne di plastica bionde. Solo muri perimetrali e tetto. Tra uno spostamento dal salotto di libri di storia e la cucina di libri di cucina qualcosa andava sempre storto. E spesso Barbie Gran Gala’ rimaneva sepolta da qualche tomo enciclopedico. Tulle rosa e glitter sotto le macerie.
Io in ginocchio sul letto. A costruire case a schiera. Sentii il rumore del Bmw sulla ghiaia del cortile. 


Lo sentii salire piano sulla scala di legno dipinta di fiori di campo dalla zia. Il barocco dell’arte contadina Svizzera. Grumi di colore rosso tra spighe di grano e rami di erbe officinali. Un catalogo di Erbolario tatuato su ogni singolo gradino di legno. Una copertina di un quaderno Najoleari. Incantevole, come la cappella Sistina ma da guardare con la testa giù, dipinta per amore dello zio, nella casetta di Reinach, un altare di fiori e solitudine.
Senti cigolare la scala di fiori.
Un cigolio sempre più vicino sino all’arrivo alla porta della mansarda. Lui aprii la porta e io mi finsi sorpreso.


Terminava lì la mia estate di giochi, tra le Alpi, di cascate, ruscelli, acqua gelida, di passeggiate, di crème caramel, di lezioni di origami, di torte al burro salato, di scoperta, di stupore, di calore, di bellezza. Tra poche ore avrei lasciato la casa dello “zio dal cuore di biscotto” ( il cuore gli si sbriciolò poco tempo dopo e morì come visse, sorridendo sempre), per iniziare la mia estate italiana. Quella delle notti magiche inseguendo un goal, in una casa di ringhiera a Ciriė, vicino Torino.

Fu allora che iniziai ad odiare il Piemonte tutto, le case di ringhiera, la loro assurda disposizione, la condivisione degli spazi, il calcio nella sua interezza ma soprattutto le partite ITALIA-GERMANIA e il loro prepotente potere mediatico sul popolo italiano.

L’unica cosa bella del mio arrivo a Ciriė fu che mi regalarono un portachiavi con l’omino con la testa di pallone, la mascotte. Tempo zero e fu solo un portachiavi con un omino senza testa. La testa rotolò via dopo il primo litigio dei miei. Guardai dalla finestra che dava sulla strada. i tifosi italiani rientravano a casa dai bar del paese.

Aveva perso l’Italia. Io avevo perso l’illusione di poter essere felice per sempre. In ogni caso, tutti avevamo perso qualcosa.

a Francesca, la terza non va giù!

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regali per il mare

Prendo in mano l’I-Phone e cerco il numero di Francesca. Provo un bisogno elementare di sentirmi chiamare nel modo che solo lei sa. La chiamo… Hey! – le faccio, anzi le rispondo. Lei ha già riconosciuto il mio numero sul display e dopo il secondo squillo ha già farcito di suono la cornetta con il suo rosa, gommoso e paffuto:

Amore mioooooooooooooooooo – con le sue finali lunghe inconfondibili come un ritornello di Modugno, come la campanella della ricreazione. Francesca è l’amica scomoda e molesta, quella che ti dice la verità, quella che vorresti picchiare ogni volta che ti mette davanti il piatto della realtà servendotela senza condimenti, senza salse, senza glutammato. Francesca c’è perché ha deciso di installarsi nella mia vita. C’è perché non ha chiesto il permesso, ha messo 4 puntelli e ha montato la sua tenda della Quechua. C’è e basta.

Ti ho chiamata perché ho pensato ad una cosa… – le dico – … che se mai mi trovassi sul ciglio di una strada morente con una sola chiamata da fare prima di morire, chiamerei te… – le dico tutto d’un fiato, velocemente perché se parlo lento mi pento delle cose che dico. Cerco di capire cosa vuol dire quel suo lunghissimo “2 secondi” di silenzio.

– Tesoro cosa hai detto? – capisco che non ha sentito – che c’è sto cazzo di segnale che mo’ va mo’ viene- fa lei.  Al che, io mi trovo davanti ad un bivio :

1. Ripeto la frase?

2. Cambio discorso chiedendole se da quelle parti piove? ( che poi sono anche le mie parti quindi la domanda sarebbe imbarazzante di base)

Scelgo la uno.

***

Avevo giurato di non parlarle mai più. Mi ero ripromesso di non farmi mai più condizionare dai sui giudizi superficiali, dalle sue sensazioni, dal suo ottavo senso, dal suo intercalare “…a pelle…”, dalle sue inutili gelosie e dalle dinamiche, del tutto femminili, scontate quanto lontane dal mio modo di fare. Quella cena di tre anni prima mi aveva dato la conferma che davanti all’egocentrismo di certe persone che si professano tue amiche, non potevo far altro che edificare un bel muro. Ed io, dopo quella cena, il muro tra me e Francesca lo avevo anche insonorizzato; come il gabbiotto delle biglietterie Trenord (che io chiedo un’informazione e loro ti sentono ma poi non sento una mazza quando loro ti rispondono, al punto da dubitare che stiano davvero parlando dietro al vetro e non stiano invece muovendo il labiale come la principessa del quiz anni 90, Il Castello con Pippo Baudo su rai uno).

Vaffanculo Francesca! – mi ero ripetuto tornando a casa da quella cena di merda in cui Francesca non fece altro che mettere a disagio due mie amiche milanesi venute in Salento a conoscere le bellezze della mia terra e tra queste bellezze quella che credevo fosse la mia carissima amica!

Vaffanculo Francesca! – perché non capivo il motivo di tanta acidità, tanta stronzaggine tutta concentrata in 155 cm di femmina.

Vaffanculo Francesca! – perché avevo appena finito di dire alle mie due amiche milanesi che Francesca, la mia ” Cara” amica, era la più sensibile, empatica, solare delle persone che conoscevo. Invece un attimo dopo Francesca era lì, nel ristorantino di Porto Cesario che non da sul mare (che se no spendiamo troppo … – mi ero detto – … e non voglio mettere nessuno in difficoltà) a sforchettare la sua insalata di polipo sganciando merdoni con la velocità di Federica Sciarelli durante Chi l’ha visto! Uno dietro l’altro, caustica, torva, a mitragliare sentenze.

Con te ho chiuso! – mi ripetevo ossessivamente perché deluso dalla sua infantilità inspiegabile.

***

Tesoro mi fai piangereeeeeeeeeeeee – dice lei – che sai che sono in menopausa e piango per niente e togli e metti sto cazzo di cardigan che prima ho caldo poi ho freddo ma tuuuuuuuuuuuuu?? – sento che sta per dirlo infatti: – tu? Cosa ti è successoooooooooo? Che quando mi chiami tu, qualcosa è successo, sicurooooooooo – mi chiede.

Cosa faccio?

1.Le dico la verità ? e che sto di merda? e che allo specchio vedo un quasi quarantenne irrisolto? e che metto il mascara waterproof sulle sopracciglia bianche? e che non ho un euro? e che mio padre mi ha chiamato proprio ora che sta male? e che Milano è una gabbia di lupi maledetti che ti fanno il culo appena ti giri?

2. oppure le dico semplicemente che mi manca lei?

– Dai Francy… mica c’è bisogno di star male, per dire queste cose alla tua amica! – le rispondo optando per una terza risposta last minute… Quindi scelgo la 3: un pò di Verità e un pò di Minchiata.

***

Da quella cena passarono 3 anni. Tre anni in cui se tornavo in paese e mi trovavo a passare dalla via di casa sua, mi abbassavo slittando il culo verso il basso sul sedile della Fiat Punto stando attento a tenere le mani attaccate al volante, giusto per non farmi vedere. Quasi a vergognarmi. Come se fossi io quello a dovermi vergognare! Fatto sta che mi nascondevo perchè forse, dico forse, quella parte di me che le aveva voluto bene si sentiva in colpa del fatto di essere lì, nel paesino del sud, a pochi passi da lei, per i giorni di Natale o per l’estate , e non averla avvisata o chiamata…

***

Mi racconta che è sola. Suo marito è in missione in Libia sulla nave militare sulla quale si perde il contatto con lo spazio e con il tempo. In missione per lo Stato. Là dove migliaia di disperati sono disposti a vendere un rene per raggiungere Lampedusa. Là dove sui gommoni non ci sono più esseri riconoscibili come uomini, donne o bambini ma conchiglie. Conchiglie ormai senza mollusco dentro. Come le telline sputate fuori dell’Adriatico il giorno dopo il libeccio. Dei molluschi solo l’involucro, la parte dura, la conchiglia senza anima anch’essa naufragata come i naufraghi: senza vita anche se vivi.

Lei invece è sola a Gerenzano. Quest’anno le hanno dato una prima elementare tutta sua, col suo grappolo di adorati bambini dislessici, un autistico, un iperattivo, 12 stranieri di cui 8 musulmani, il resto italiani il cui unico problema è avere genitori ossessionati dalle attività extra scolastiche da inserire nel loro baby planning. Dice che è tutta un’altra vita da quando è di ruolo – … che le insegnanti di sostegno le trattano come bidelleeeeeeee, con le stronze di certe maestre di ruolo che fanno pure le arroganti, capisci? che non ti chiamano manco per nomeeeeeeee…. “Ehi ! “ti dicono per rivolgersi a teeeeeee … mannaggiachilastramorteeeeeeeeeee ( imprecazione salentina) – conclude e sospira.

***

Al rientro a Milano, dopo la terza estate da quella cena, mi squilla il telefono ed è lei. Non ho un attimo di esitazione. Le rispondo come si starnutisce, con lo stesso livello di razionalità. Sono a Gerenzano! – mi dice – da quasi tre anni, vicino Saronno, una tristezza di paese che non puoi capireeeee – mi fa – con le strade perfette, manco una buca, ma ti pare possibileeeeeeee? – ed io penso che come uno stupido ho rischiato di schiantarmi un sacco di volte davanti casa sua quando guidavo nascondendomi, che idiota che sono stato! Non glielo dico perché mi faccio troppa pena. Parliamo come se fossero passate tre settimane e ci diamo l’appuntamento il giorno dopo perché mi deve dire una cosa importante, ma me la deve dire a voce!

***

Sono in tuta, telefono incastrato tra orecchio e spalla, con i piedi nudi sul letto mentre gioco a stendere le punte sino a farmi venire i crampi. Lei intanto mi chiede cosa farò per Natale. Poi il solito: – ma dai cazzo vediamociiiii… – e infine la notizia più bella: – A gennaio, farò una festa assurda, voglio invitare tutti, ubriacarmi fare casino e divertirmi, me lo merito no? – chiedendo retoricamente la mia approvazione – non ho mai festeggiato nulla ma giuro stavolta devo farlo! E poi sono dimagrita 17 chili! 17 chili, ti rendi conto??? perchè la dottoressa mi aveva detto che perdendo peso c’è più probabilità, e poi cominciamo a vedere se arriva… –

– … e se non arriva? – la interrompo – ti sentirai una donna a metà? mutilata? inappagata?  ti rimetterai ad ingrassare? hai messo in conto… –

– Si! L’ho messo in conto, e ci penserò quando sarà il tempo, non ora.- mi risponde assertiva.

– Ok – le dico – a gennaio festeggeremo la fine della menopausa!

***

Il giorno dopo il sole rendeva Milano una cartolina in sedici noni ad alta definizione! Mi ero fatto diversi film su quello che Francesca mi avrebbe detto. Perchè vuole vedermi? Perchè deve dirmelo a voce? Forse è incinta? Forse ha deciso di sposarsi? Forse ha scelto me come testimone alle nozze? Forse è dimagrita?

– Ho un cancro al seno. – mi dice, mentre sfrecciava il 24 davanti la fermata del tram, con tutto il suo stridore ferroso e il riflesso del sole sui vetri.

***

Dopo un cancro, terminato l’ultimo ciclo di chemioterapia, deve passare un arco temporale di circa 4 anni prima che i dottori blocchino la menopausa e diano ad una donna l’ok per ricominciare l’ovulazione. La menopausa serve in poche parole ad impedire agli ormoni femminili di dare informazioni sbagliate alle cellule diminuendo il rischio di moltiplicazione delle cellule ribelli. Finito questo periodo di rischio, se i parametri sono tutti giusti, le donne possono ritornare ad essere fertili. A volte succede che si resti incinta subito, a volte no. Sono cose complesse. Ci sono mille variabili. Francesca mi sembra motivatissima. Si è sposata l’estate scorsa. Le tette nuove hanno retto 12 ore di viaggio di nozze in aereo! Ha trovato una certa stabilità professionale come maestra elementare, è dimagrita. Sa che non potrà mai allattare da quelle due meravigliose tette nuove, le super-tette  – Ma chissenefregaaaaaaaaa! – mi fa – gli darò da bere qualcos’altro a sto bambinooooo!

Ascolto la sua voce e immagino una bottiglia piena di speranze inconfessabili da regalare al mare. Una bottiglia piena di biglietti arrotolati. Una conchiglia abitata dalla vita. Una casa di vetro arredata d’aria, carta e di progetti. Non mi voglio illudere ma ok, io lo so. So che ci si può ammalare. Che certe notizie arrivano sulla tua faccia come randellate proprio nei giorni di sole. Che puoi sconfiggere un cancro avvelenando Random il tuo corpo, cellule buone e cellule cattive senza poterle smistare. Che comunque vivrai una vita con la paura che il mostro torni. Lo so.

Però so anche che non c’è suono più bello della parola Progettare! E dopo il figlio, Francesca sta già progettando di tornare chirurgicamente alla sua quarta coppa C, perchè questa terza scarsa che le hanno fatto proprio non le va giù.

PS: … e comunque le due amiche milanesi dopo quell’estate sono sparite, inghiottite da chissà quale happy hour, scivolate nell’oblio. A stenti ricordo il loro nome. Cazzo, Francesca lo aveva capito ” …a pelle”!

mia mamma è nel latte parzialmente scremato

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dove la destra e la sinistra, il sopra e il sotto non fanno la differenza

Mamma è arrivata sabato con un frecciabianca che, a 20 km da Milano, si è fermato nel silenzio di una stazione di provincia il cui unico binario sembrava essere lì solo a ricordare il significato della parola desolazione. Due parallele tracciate da un bimbo con un pennarello grigio, capitati li come qualcosa di improvviso, un pentagramma non finito. I motori del treno si sono spenti e il paesaggio dal finestrino per 40 minuti ha smesso di sfrecciare. Mi chiama e dalla voce capisco che sta succedendo qualcosa. Lei cerca di ostentare una tranquillità troppo dichiarata per essere reale. È in panico. Lo capisco. Mia mamma non sa dove si trova. Chiusa nel vagone di un treno pieno di gente, ad accumulare un banalissimo ritardo di 40 minuti. 40 minuti in cui il suo cervello come sempre in casi del genere va in corto circuito.

La prima volta in cui si è persa ricorda di essere stata così piccola che suo padre, il nonno era ancora vivo. E calcolando che il nonno è morto quando lei aveva 5 anni , ciò vuol dire che lei ha un vivido ricordo di un fatto avvenuto nel 1952 circa. Per raggiungere piazza Confalonieri dove la domenica mattina un mercato animava di bancarelle le vie intorno alla Chiesa Madre, era necessario partire di casa col cavallo. Arrivati al mercato, nella confusione, mia madre quattrenne non si accorge di aver lasciato gradualmente la mano del suo papà così come si lascia la presa con la vita un attimo prima del sonno, abbandonando i muscoli uno ad uno e cedendo inconsapevolmente verso l’abbandono, verso il basso. Segue da quel momento un ricordo confuso e mal riemerso che termina con lei che chiede a qualcuno dove si trovi la casa dei Gala, la famiglia di signori per i quali i suoi genitori facevano i fattori. Giusto il tempo di chiederlo per poi urtare contro le ginocchia di suo padre che si piega a prenderla in braccio. Salvata dal risveglio come Alice alla fine di quel “meriggio tutto d’oro”. Nessuno saprà mai se sono stati attimi, minuti oppure ore quelle che trascorsero da quando si rese conto di essere rimasta sola in un mercato affollato e il momento in cui fu ritrovata da suo padre. Lei ricorda lo sgomento, o meglio non ricorda che nebbia, la sensazione che noi proveremmo nel cercare senza navigatore lo svincolo giusto su una tangenziale in una mattina in cui la nebbia è tanto fitta da sentirci in una tazza di latte parzialmente scremato.

Ci tiene a farmi sapere che ha messo in ricarica il suo cellulare Samsung con sportellino richiudibile con i cristalli liquidi verdi, l’antenato dei touch screen! E capisco che qualcosa non va. Perché il suo cellulare è già carico. In treno non lo usa nel caso dovesse aver bisogno, per non sprecare batteria. Lo ha messo in ricarica ma il treno fermandosi per 40 minuti ha staccato l’alimentazione elettrica e quindi lei mi chiama per dirmi che il treno è fermo. Capisco che è entrata nella tazza di latte parzialmente scremato. La sindrome del disorientamento tra pochi istanti proietterà nella sua testa un film.

Ecco il plot: in una stazione di campagna della pianura padana un treno in panne si spegne. Capotreno e macchinisti abbandonano le vetture e scappano. I passeggeri decidono di farsi coraggio e rompere i vetri. Uomini donne e bambini dovranno saltare da un finestrino rotto giù da un treno. Dovranno Abbandonare i bagagli, oppure portarseli dietro e cominciare un esodo. No anzi, una deportazione di massa in cui ognuno di loro, migliaia di persone camminerà per altrettante differenti direzioni. E lei non saprà dove andare, chi seguire, come fare. Perché non saprà come tornare a casa. E allora deciderà di seguire una anziana signora. Seguirà la più anziana delle donne sul suo vagone. Quella che ha da badare ad un marito invalido sulla carrozzina. Con lei troverà una strada. Si affiderà alla sconosciuta. Si abbandonerà a lei. Si lascerà cadere nel vuoto delle decisioni di altri per poi sperare, perché no, di ritrovarsi come di incanto ad urtare contro le ginocchia di suo figlio che, povero, è in stazione centrale da 40 minuti ad attenderla. e in qualche modo mollerà la presa con la vita, come un attimo prima del sonno e si darà in affido a sconosciuti andando incontro al suo destino. Mangerà manna, o radici per 40 giorni. Il resto va da se, moriranno tutti. Un film horror insomma, che finisce coi titoli di coda e la frase finale: dedicato ai martiri del frecciabianca con i 40 minuti di ritardo bloccati vicino Lodi.

Mia mamma non è stata più trovata da quella domenica mattina. Ne sono sicuro. Mia mamma è li che si guarda intorno e non riconosce nessuno, non riconosce il volto, la voce  e il profumo di chi le dovrebbe essere famigliare. E’ nel latte parzialmente scremato. Non ha punti di riferimento, non ha il tempo di memorizzare un colore, una scritta, una forma famigliare che la possa orientare nello sfondo bidimensionale della desolazione. Mia mamma non si è più mossa da li. Non trova una via d’uscita.

Quello che per noi è un banalissimo entrare ed uscire da un negozio, andare al supermercato, andare a fare una visita in ospedale o una passeggiata in centro, per lei è un continuo stare in allerta per paura di perdersi e perdere noi figli come bigliettini dalle tasche di un cappotto. Non distingue la destra dalla sinistra, il dietro dal davanti, il sopra dal sotto.

Pare che nel corso di primo soccorso alpino venga insegnato agli sciatori ad orientarsi qualora si rimanesse vittime di una valanga. Dicono di fare la pipì. Di farsi la pipì addosso per capire da quale lato scende, per la forza di gravità, il liquido e per cominciare a scavare dalla parte opposta.

Io non ricordo quando è stato il momento preciso in cui ho iniziato a orientarmi. Per me è stato come imparare ad allacciarmi le scarpe o dire ahi! se sento dolore. L’orientamento è un senso talmente naturale che nessuno si domanda da quando, perchè o come… Ci orientiamo e basta. Ci guardiamo intorno. Fissiamo dei particolari sino a farli diventare a noi famigliari. Seminiamo sassolini e troviamo sempre una via d’uscita o una via d’entrata. Abbiamo una bussola ereditata dal regno animale e ci basta.

Per mia madre non è così.

Da piccolo ero io a guidarla, ero io a portarla dalla mia pediatra, ero io a indicarle l’uscita dell’ufficio postale. Dovevo farlo senza farglielo pesare, come se fosse normale perdersi, senza farla sentire sbagliata.

Scende dal frecciabianca e mi abbraccia come si abbraccia un figlio che torna dalla guerra. Dice che non prenderà mai più un treno da sola. Che non ha più l’età. Che soffre troppo. Le dico che non prenderà più un treno da sola. Che ci saremo noi figli ad accompagnarla. Noi ci saremo a ostentare sicurezza, a risolvere le cose strada facendo (come tutti senza porci il perchè), a vedere dove cade la pipì quando, sepolti sotto la luce accecante della neve, cominceremo a scavare dalla parte opposta.

i draghi da combattere

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 ridimensionare tutto \ ph. Joel Robison

Chi sono i mostri e i draghi che ho combattuto?

Giuseppe, 6 anni, un bambino bello che porta il mio stesso cognome. Magrolino, occhi intelligenti con macchie di color verde moquette. Il mio primo mostro da combattere.

Mio padre tornava dall’Africa 3 volte l’anno. La sua presenza si sentiva davvero solo quando era lontano. Il giorno dell’arrivo poi, tolti i primi 10 minuti di saluti, del ciao! del come va a scuola? dell’hai imparato le tabelline? tolti altri 10 minuti dello scarto regali (spesso lo scartare era già un momento di isteria in cui io e mia sorella guardavamo l’uno i regali dell’altra come se l’azione violenta dello spacchettare ci potesse rivelare altro oltre l’oggetto … un perché … una promessa … un resterò lo giuro) … ecco tolti questi attimi ci ritrovavamo soli più di prima ad aspettare il ritorno di un padre che stavolta però c’era, che era lì con noi: disabituato al linguaggio dei bambini, infastidito dalle loro urla, dai loro tornei per attirare l’attenzione.

Nei 20 giorni a seguire, i soli 20 giorni prima della nuova partenza io avevo un nemico da distruggere. Mio cugino Giuseppe. Il male personificato in un bambino con le ginocchia nodose, bello ed essenziale e a sua volta solo e randagio. Giuseppe era il figlio del fratello problematico di mio padre. Figlio dello zio perdente, il disgraziato, il pazzo, il poeta, l’incompreso. Giuseppe era per mio padre il bambino da proteggere dal padre screanzato, che si giocava tutto, che non riusciva a tenersi mezzo lavoro, che massacrava di botte la zia invecchiata di colpo a 25 anni, la zia che scoloriva lentamente come quando muoiono le rose in un vaso pieno d’acqua. Giuseppe era per mio padre il figlio da adottare, il cucciolo da salvare, l’Oliver Twist che gli ricordava se stesso alla sua età. Lui (mio padre), il grande di casa a 7 anni, primo di 5 figli uno più denutrito dell’altro cresciuti nel reparto tubercolotici dove ormai viveva la nonna.

Per me Giuseppe era il cattivo dei cartoni animati. Mio padre gli faceva gli stessi regali, usava per lui la stessa misura per qualsiasi cosa. Io non avevo alcun trattamento speciale per essere il figlio, zero. Mio padre come un giudice divideva esattamente a metà il suo già discutibile affetto e la sua attenzione non rendendosi conto che quell’equità di cui si vantava nel trattare i due cugini, era in realtà la peggiore delle ingiustizie dal mio punto di vista. Mi sentivo trattato allo stesso modo. Anzi, meno. Io per lui ero quello cicciotto, goffo e pauroso che non saltava i fossi, che non impennava con la BMX, che viveva nell’amore e nel calore dei parenti materni. Io ero quello che doveva capire. Quello fortunato, quello iper-protetto. Io dovevo essere buono e compassionevole nei confronti dei cuginetti bisognosi.

Ero qualche mese più piccolo di mio cugino. Ma ero sicuramente più pesante da tutti i punti di vista. Facevo taglia incolla con i discorsi degli adulti come se il mondo dei grandi fosse già mio, totalmente compreso, afferrato. Giuseppe era un bambino molto più fine è intelligente di me. Di quelli che poi da grandi non dicono una parola e tutti gli cadono ai piedi. Un potenziale capo di una setta. Disegnava benissimo, io ricalcavo benissimo. Possedeva in miniatura tutte quelle caratteristiche che rendono tronfi di soddisfazione i padri: sapeva giocare a calcio, sapeva difendersi, era affettuoso. Il mio esatto contrario.

Il mio primo lupo feroce da abbattere era lui. Ci pensavo continuamente. congetture su congetture. Film, strategie di distruzione, complicati piani per l’eliminazione erano la mia merenda. Non mi davo pace. Mosso da invidia, ho covato risentimento dando un nome e un volto a risentimenti più profondi di cui ancora oggi non sono pienamente cosciente.

Ma la cosa che mi strazia ancora oggi a 36 anni, è un’altra.

Come ho fatto a covare così tanto odio per una bambino? O forse ciò che non mi spiego è il come tutto quel l’odio sia penetrato nelle mie ossa, nei miei sguardi, nei miei sospiri là dove prima non c’era e si è calcificato negli anni … come ha fatto tutto quel l’odio a trovare così tanto spazio nel corpo di un me seienne.

E mentre passavano gli anni, ed entrambi crescevamo in due famiglie sfortunate allo stesso modo e diventavamo ragazzini, poi giovanotti, poi studenti e poi uomini fino al totale distacco, mi rendo conto che parte di questo distacco, di questo perdersi nel mondo, è stato per colpa del mio atteggiamento di diffidenza, di rifiuto, di ostilità. Eravamo due persone diverse già da piccoli, incompatibili sicuramente da tanti punti di vista ma infondo accomunati dallo stesso male: quei nostri padri fratelli, quei due incapaci, quei due degenerati.

Per anni mi sono nutrito di quel risentimento e me ne sono servito per trovare un alibi a mio padre. Forse per distrarre me stesso dal reale pericolo, che ovviamente non era mio cugino.

Sono passati decenni. Il mostro da combattere ha cambiato nome e faccia. Giuseppe è diventato Daniele, poi Antonio, poi Luca, poi Valentina, poi Giada, poi Alessandra, poi Nicola poi Pinco Pallo.

Persone che, a mio avviso, mi hanno fatto del male. E forse lo hanno fatto davvero ma quello che mi chiedo è: quanto di quel male reale ha rigenerato e riportato a galla altro male? Quanto di quel dolore reale si è mischiato e confuso con altro dolore?

E mi viene a volte il dubbio di aver combattuto una crociata costruendo una difesa sulla base di mie proiezioni, di mie fiction che hanno rimpolpato una realtà infondo scarna. So che non è sempre così ma il dubbio inizia a venirmi. Questo spiega anche il mio atteggiamento nell’ultimo periodo. La scelta di non fermarmi a ragionare sui torti subiti. Di non nutrire il male con altro male. Di non dare importanza a quella tensione verso il buio. Di ridimensionare tutto. Di distrarmi dal seienne sempre presente in me che vuole, che ha bisogno di fermarsi a covare il male.

Quindi chi è il mio nemico? Chi sono i nemici per colpa dei quali ho sofferto o contro i quali ho pensato di combattere? Sono reali o sono solo il risultato del mio bisogno di combattere qualcuno?

Che farò grandi cose

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zennissimo \ ph. Kyle Thompson

Che la vita mi abbia negli anni suggerito uno o più modi per auto incitarmi alla sopravvivenza questo è quantomai evidente. Sono il miglior coach di me stesso. Sono colui che crede maggiormente (forse l’unico) nelle mie potenzialità. Non chiedetemi su quale base. Sono in assoluto il maggior supporter della squadra composta da me, i miei braccialetti di legno, i miei fantasmini, le mie mutande tezenis in promozione e i miei biscottini Doemi integrali…

Questa è la mia squadra! Il team Manico.

Dopo aver scoperto il nuovo shop delle Equilibra in Piazza Argentina la new entry in casa sono stati gli integratori. Dopo una cura di vitamina C ora sono passato al complesso vitaminico B. Che oltre a essere un toccasana per il corpo dovrebbe (inspiegabilmente) favorire le mie funzioni celebrali. Pensate un po’! Con soli 3.50€ miglioreranno le mie funzioni mentantali. Le sinapsi saranno più solerti a fare il loro lavoro, i neuro trasmettitori come dhl scorrazzeranno da una parte all’altra della mia calotta cranica e il budino grigio, il dentro della noce nella mia testa non potrà che elaborare idee, stress e input con maggiore efficenza. Se funziona con un investimento di 3.50 € pro capite i governanti di tutte le nazioni del mondo potrebbero far tornare intelligenti i miliardi di idioti che popolano il pianeta. Dai macellai del sedicente stato islamico, ai pedofili del Vaticano, dai bulli ai prepotenti, dai radical chic ai complottasti, dai creativi del teatro di ricerca ai grafici hipster …. Tutti guariti dalla vitamina B… Rinsaviti, svegliati dal torpore, riapriranno gli occhi come la Bella Addormentata dopo l’abiocco, si alzeranno dal loro giaciglio con velocità sino a perdere l’equilibrio per uno svarione e Torneranno a pensare prima di parlare, ad ascoltare, a immedesimarsi, a cambiare punto di vista…faranno grandi cose.

E anch’io sento che farò grandi cose.

Innanzitutto inizierò ad amarmi, a credere nel mio domani, guarderò le persone sforzandomi di percepire l’immensa fatica che hanno fatto per essere arrivati fin li, salvi. Porterò avanti i miei progetti. Sarò Fedele alle mie inclinazioni naturali: l’arte, l’amore e la curiosità. Voglio saperne di più, imparare, stupirmi con ancora meno effetti speciali. Superare la paura dell’aereo e vedere panorami che non ho mai visto. L’India, l’America, l’Oriente. Farò grandi sogni e progetti nonostante la mia situazione economica, nonostante le correnti sfavorevoli. Ho bisogno di dirmelo. Ho bisogno di ricordarmi che sono solo vittima di un errore. Che non è tutto finito. Tornerò a creare, tornerò a scrivere, tornerò a fare il mio lavoro. Ho bisogno di rassicurare me stesso. Che non ho fallito, ho solo scelto di prendere le distanze da un certo me per fare il carico di energia. Per ritornare un giorno e tornare più lucido e più forte.

Farò grandi cose perché grandi cose penso, perché non temo la fatica, perché sono un’ inesauribile entusiasta. Perché soffro troppo, perché merito il giusto, perché mi infervoro, mi appassiono, mi fido.

torno a studiare danza classica, wow!

si danzi chi può
si danzi chi può! ph. Travis Magee

Ho deciso di riprendere a studiare danza classica. Sono 3 anni che non la studio più. Quest’anno sono motivato a tornare a studiare. Per il mio piacere! Sembrerà una scelta banale ma non lo è! E’ a suo modo una mia piccola conquista. Scegliere di mettermi alla sbarra e godermi una lezione è una conquista dopo anni di rifiuto, di paura del giudizio, di stupide paranoie ma non solo…

Una delle sensazioni che ricordo maggiormente del periodo dell’accademia è la Disperazione. Un senso totale di fallimento, frustrazione, annientamento dovuto alla totale assenza di apporto umano, di calore affettivo e consolatorio da parte dei docenti di danza. Chissà perchè molti docenti sono così freddi, così distruttivi, così accaniti, così refrattari al rinforzo positivo…

Da alcuni giorni mi sveglio di soprassalto durante la notte. Ho mal di collo. Sto bevendo troppo caffè, forse. Quando mi sveglio durante la notte la prima cosa a cui penso è ricordare cosa stavo sognando. Ieri per ben tre volte ho sognato di insegnare. Spiegavo le cose più disparate con pazienza e semplicità per farmi capire. In due dei sogni spiegavo cose alla mia mamma. Come si accende un I-phone, come si raggiunge piazzale Loreto, come si cucina la quinoa.

Non ho voluto fare la carriera del danzatore. Se penso a cosa sarebbe stata la mia vita se a quel famoso bivio avessi detto si, provo un senso di desolazione. Ho sempre avuto ben chiari i miei limiti. E se da una parte penso che aver iniziato a danzare a 14 anni sia stata, tutto sommato, la mia fortuna, dall’altra il fatto di avere un corpo non adatto ai virtuosismi della danza, avere altezza e viso non adatti a certi ruoli e a certi stili credo sia stato causa di dolore fisico e non solo fisico. In più, la mia estrema propensione all’autocritica mi ha dato il colpo di grazia.

Oggi io so di saper danzare. Non ho dubbi. So danzare ma non ho scelto di danzare. Lo so perchè l’ho dimostrato a me stesso. Perchè a 36 anni so che danzare è un dono innato che non è strettamente correlato alle doti fisiche e ai virtuosismi della danza classica. Perchè danzare è una luce che hai e che si deve vedere, è una vibrazione che ti muove e ti rende Bello e Comunicativo al punto da creare altra luce intorno a te. Questo ora mi è chiaro, ed è quello che cerco di comunicare ai miei allievi.

Eppure in quegli anni di formazione, negli anni in cui molta gente aveva la responsabilità di formare giovanissimi talenti, tutto questo non era chiaro. Il dolore che ho provato ogni mattina alla sbarra, quando il maestro non mi salutava, non mi correggeva, spegneva la musica quando arrivava il mio turno nella diagonale e ti diceva che è sbagliato chiedere, fare domande perchè i veri ballerini agiscono senza chiedere…bhè tutto quel dolore poteva portare a due cose. A una rabbia costruttiva o ad una rabbia distruttiva.

Nel mio caso ha vinto la rabbia costruttiva supportata dalla mia presunzione. Diciamo la verità. Ero circondato da ignoranti e coglioni. Da gente che non aveva un bagaglio culturale (e non parlo di lauree) parlo di curiosità per l’arte o di senso del bello. Gente che non aveva mai letto un libro o che veniva da regimi comunisti repressivi e fondati sull’ordine apparente. Gente che ha avuto la sfortuna di essere della stessa generazione di Nureyev. Che ha vissuto troppi anni nell’ombra della sua sua totale, globale, esagerata armonia tra intelligenza e bravura. Gente che ha stappato le bottiglie di Tavernello quando quel “pervertito” di Rudy morì di Aids a soli 54 anni (dopo aver fatto la storia). Ecco. Siccome ne ho conosciuti tanti di coglioni e ignoranti ho sviluppato gli anticorpi. La mia rabbiosa vivacità cerebrale mi ha salvato. Quando ho dato ad ognuno il suo valore (nella scala dei coglioni e ignoranti) ho cominciato a studiare con la giusta modalità.

Là dove il corpo non mi aiutava ho usato la testa. Spesso infrangendo le regole. Perchè se la regola mi metteva nelle condizioni di non danzare, di non sentire il flusso vitale, l’energia musicale, il ritmo dei miei sentimenti voleva dire che sul mio corpo quella regola andava infranta e sfanculata. Se ad esempio, una quinta posizione serrata attraverso un inutile dispendio di energia muscolare stava diventando un ostacolo rispetto alla percezione del mio centro, l’unica cosa da fare era stare comodo. Mettere il mio corpo in condizioni di essere uno strumento vivo, percettivo, pronto all’azione e felice.

Perchè, un’altra grande cagata che ti dicono i maestri di danza (soprattutto di danza classica) è che la danza è sacrificio, dolore e resistenza. Questo è una ennesima prova del disturbo mentale che affligge molta gente che fa questo mestiere. Un disturbo correlato alla freddezza, al masochismo e alla psicorigidità. Vi do una notizia in anteprima: chi danza è felice! Chi danza sta bene! Chi danza davvero tromba da dio! Prova piacere, è avviluppato dal piacere e vuole averne sempre di più. L’esatto contrario di quello che ci vogliono far credere i dinosauri della danza e i loro adepti. La danza è piacere! Chi non lo prova (questo piacere) ha un problema: forse si sta facendo del male fisico, non sta ascoltando il suo corpo o ha modelli di riferimento sbagliati.

Per me è stato importante capire quanto la danza fosse correlata alla dimensione del piacere. Stare nel piacere senza rinunciare alle nuove sfide e dare un senso al mio studiare. In questo caso scegliere ancora una volta mi ha aiutato. Sono uno che ama scegliere e, al contrario, non amo attendere di essere scelto. Le audizioni sono una perdita di tempo per uno come me. Sono io che scelgo nella mia vita. Ho scelto di non fare il mestiere del danzatore. Anche questa scelta mi ha chiarito le idee. Proprio per il fatto di non voler fare il danzatore ho cominciato a studiare meglio e di più e, soprattutto, a farlo con una nuova progettualità. Studiare per capire le possibili strade da percorrere, per potere scegliere la più umana e fisiologica, per immedesimarmi nei bisogni di altri danzatori, per sviluppare una sensibilità creativa e una metodologia didattica basata sui rinforzo positivo e non sulla mortificazione.

Insomma ho deciso di darmi un’altra possibilità. Io e la danza classica avevamo un conto in sospeso! … quindi mi riavvicinerò con calma, con un pensiero nuovo, con un pensiero non giudicante ma accogliente, con un entusiasmo direzionato alla fiducia e al piacere.

Forse sto crescendo.

Il capodanno più bello

buoni e cattivi propositi

Sono al cinema.

L’Apollo, Milano, in galleria. Sfruttiamo questo abbonamento da 19 euro. Passerò qui il mio capodanno. Nella bolla, sott’acqua, dove mi sento protetto.

Con me Marco. E una sconosciuta venuta in bicicletta. Viene anche lei dal sud. E’ sola, e’ sola al cinema il 31 dicembre ed è la persona più dolce e solare che abbia conosciuto nell’ultimo periodo.  Si chiama Luciana. Ci ha reso felici attaccar bottone. Mangiare il panettone offerto dal cinema e brindare davanti a un bel film spagnolo! Un film sul potere della rivincita!

Tutto ciò che desidero e’ anche ciò che da me è più lontano: non avere più paura. Trasformare la mia paura in pupazzi di neve pronti diventare una pozzanghera d’acqua fresca all’arrivo del primo calore. Avere forza e distanza tali da riuscire a verbalizzarne la natura con me stesso e con gli altri e diventare così la soluzione personificata ed essere d’aiuto a chi si trova impantanato così come me me ora. Guardarmi allo specchio e riconoscermi disperato , felice, perdente, vincente, amato odiato non importa … purché non spaventato, purché non terrorizzato o impietrito o paralizzato!

Penso sia il mio capodanno più bello!

Buon 2015 ragazzo!

il giorno in cui capì di essere un bambino con lo stile innato

ricchezza
ricchezza

C’era un tempo in cui eravamo poveri ma così poveri che il budget giornaliero di mia mamma era 1000 lire così gestiti: 500 lire per 1/2 lt di latte parzialmente scremato e il resto per un pacco di pasta. Con 1/2kg mangiavamo in tre anzi in 4, compresa Laika il cane.

Il gioco preferito di mia mamma si chiamava: “la divina provvidenza.” Ogni giorno infatti, ci diceva che qualcosa di straordinario e inaspettato ci sarebbe arrivato senza dover chiedere niente a nessuno ne’ facendo alcun debito. E, ve lo giuro, non passava giorno in cui non succedeva che qualcuno, un parente, un’amico, una vicina di casa , qualcuno non venisse a trovarci portandoci qualcosa di buono e necessario: pomodori, basilico, cipolla, pane fatto in casa, orecchiette , maccheroni, torte pasticciotto, melanzane peperoni, fichi tanti fichi…”ecco! la divina provvidenza !” Diceva la mamma- ” non moriremo mai di fame!”

Ricordo un giorno come se fosse ieri. Era fine estate, caldo torrido, da un bel po’ io e mia sorella chiedevamo nelle nostre preghiere alla “divina provvidenza ” di poter assaggiare almeno una fetta di cocomero prima che l’estate finisse… Ma niente… Era l’anno in cui (Sara’ per via della grandinata o chissà ) i cocomeri erano carissimi anche per la divina provvidenza al punto che avevamo ormai perso ogni speranza! Ma un giorno un nostro vicino di casa si presentò con metà cocomero, rosso compatto zuccheroso, stupendo! Eravamo felicissimi e decidemmo di metterlo in frigo per mangiarlo fresco a cena ( nel senso che era la cena)… Ma quella sera ci fecero visita dei nostri parenti, parenti che venivano da lontano, che non sapevano del nostro periodo “povertà ” (o almeno spero) e con i quali ci tenevamo a far bella figura… Beh ! Va da se’ che senza indugio ci privammo della nostra cena per offrire loro un fresco dessert alla frutta ( vedi teoria della relatività ). Eravamo davvero piccoli! Non avevamo ancora visto ne “Via col vento” ne’ “Piccole donne” e comunque nei film che ci facevamo nella testa eravamo sempre e comunque Star dello spettacolo o alla peggio principesse! I ruoli drammatici da neorealismo li abbiamo capiti più in là nel tempo…. per cui diciamo che queste scene da patetici miserabili non potevamo averle copiate da nessun film…eppure ricordo perfettamente la mia espressione e quella di mia sorella quella sera: folgorati entrambi da un moto di orgoglio, di dignità , di fierezza che credo di non aver mai più provato da allora.

In quel preciso istante capì che avevamo Stile.