A proposito di Verticalità – (diario di New York)

(tempo di lettura 13 minuti)

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dal film The Walk – Joseph Gordon-Levitt

Mastico più forte il chewing-gum  quando avverto il primo segno di un abbassamento di quota. I voli low coast possono rivelarsi un vero e proprio tormento per i miei timpani geneticamente sul punto di rompersi. Rumino un sassolino di gomma ormai quando il bimbo della fila dietro inizia il gioco del dare calci al mio schienale. Ma non mi difendo. Lascio che continui.

Sto leggendo un bel libro, Questo bacio vada al mondo intero di Colum Mc Cann. Sono a pagina 217, interrompo la lettura esattamente sulla frase nessuno cade a metà, esattamente quando il bimbo dietro di me emette il grido Cadiamoooo!

Questo è troppo.

Io ho molta paura di volare. Cosa diceva il training? Fare un bel respiro e attivare le dita dei piedi. I miei sono ormai origami rosa nelle Nike. Come devo codificare questa coincidenza? Ogni volta che prendo un volo faccio un breve testamento che invio via whatsapp a mia madre. Comunque vada festeggiate! – conclude il messaggio.

Poi invio, metto in modalità aereo infine spengo. Prima di volare mi batte il cuore in modo diverso. Sento il suo capovolgimento e lo seguo con attenzione sino alla resa. Si chiudono i portelloni. A quel punto sono in trappola. Le alternative sono due:

  1. Urlare aiuto!
  2. Arrendermi.

Scelgo la seconda e torno a leggere.

Il protagonista del romanzo è il funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto 1974 compì la straordinaria impresa di attraversare le torri gemelle utilizzando una fune. Ho incontrato questo libro per caso, come quando incontri un amico in una città immensa e sconosciuta  a entrambi. È successo mentre curiosavo i blog sulla città di New York. Ho pensato che potesse sostituire la cartina. Così è stato. Come una bussola un po’ arrugginita il libro mi ha guidato per i quartieri dell’East Village e della periferia newyorkese degli anni 70. È stato come visitare l’Europa con uno stradario del 1981 e imbattermi nella parola Iugoslavia o Berlino est. Tra un crumble muffin e un veggie bagel, ho lasciato fosse l’errore, questa involontaria smagliatura del tempo a guidarmi. Ho sbagliato più volte strada. È stato allora che ho capito che stavo cominciando a viaggiare.

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Agosto 1974 – Philippe Petit fotografato da un passante

Andremo a New York! – Aveva esultato Elisa lo scorso Novembre.

Berlino? – Rispondo.

No, New York! – Fa lei.

Lione? Vienna? – Rilancio.

New York! – Risponde con tono sempre più sicuro.

Matera? Hai mai visto i sassi? Vi prego non fatemi volare! – Imploro io, invano.

Andremo a New York! Andremo ad Agosto! – Con questa sentenza Elisa, prima di Natale, distribuì i seguenti compiti: Tu cercherai dove dormire, tu cosa fare, tu ti occuperai dei visti, io mi assicurerò che i timing vengano rispettati!

Ed è per questo motivo che, malgrado la mia resistenza, il mio stop ai voli durato 3 anni per la paura di perforare i timpani, ora sono a migliaia di metri dal suolo.

Non sono per nulla triste che sia finita la vacanza. Torno a casa con la voglia di tornare, sazio di stupore. Appena toccherò terra, quando sarò davvero sicuro di essere vivo mi sforzerò di fare due cose:

  1. Apprezzare incondizionatamente l’Italia.
  2. Praticare la gentilezza senza pormi limiti.

Il libro racconta il 7 agosto del ‘74 attraverso lo sguardo di personaggi che quel giorno si trovavano a New York. Più vado avanti con la lettura e più ho l’impressione che chi rischia davvero la vita non sia il funambolo! Sono esseri umani in bilico tra la rabbia e l’impotenza, tra il desiderio e la disperazione. Tutti precipitati nel loro inferno tranne uno: il funambolo. Colui che passo dopo passo attraversò il World Trade Center da una torre all’altra senza protezioni.  Questo a dimostrazione del fatto che l’equilibrio non ha nulla a che vedere con la distanza da terra, la fortuna, la posizione di rilievo che occupi nel mondo, il numero di followers, l’indice di fighezza che hai. L’equilibrio è nulla di tutto ciò.

Mi giro verso il bimbo che tira calci e con un’occhiata ci capiamo. Ammutolisce. Il comandante annuncia l’inizio della fase di atterraggio. Tra 15 minuti circa toccherò terra.

Sul taxi che dal JFK porta al Lower East Side, attraverso il Williamsburg Bridge, a sinistra c’è un immenso cimitero, scarno e con le lapidi interrate a perdita d’occhio. Sulla destra, improvvisamente scorgi Manhattan. Aveva ragione Céline, penso. Nel suo Voyage au bout de la nuit, quando vide per la prima volta New York scrisse di una città verticale, affetta da una rara forma di priapismo architettonico, sempre in erezione. È proprio un senso di vertigine quello che ho provato alla vista di quell’eccesso di verticalità e di cemento armato. Un sussulto per la violenza di troppo grigio all’orizzonte.

Arrivati nel nostro appartamento in Eldridge St. ho subito capito che non sarei riuscito a dare una definizione al quartiere. Il Lower East Side è una spugna di mare sfuggita all’East River. Sul più bello che ti sembra di averne disegnato i contorni, lui ha già cambiato forma. È meraviglioso. Sembra parlare di me, delle mie inesattezze. Case basse, scale anti incendio, sinagoghe, puzza di piscio, botteghe di rigattieri, caffè, campi di basket condominiali, eroinomani immobili a fissare una panchina, turisti in Birkenstock, coworking, gallerie d’arte, polizia, fashion victim e addirittura una ragazza accaldata in topless, folate di cannabis, vintage shop e graffiti, graffiti ovunque. Dai minuscoli tag ai muri di cinta colorati dei parchi passando dalle monumentali pareti divenute storia dell’arte. La Sistina dei newyorkesi, ecco cos’è. Imponenti, verticali fotografie a colori della realtà mediata dalle bombolette spray. Regali di sconosciuti all’unanimità. Capolavori di una notte, risultato di un gioco di squadra che sfida i più sofisticati sistemi manageriali, oltre ogni fottuto organigramma aziendale, oltre la legge, la dove inizia l’arte, appunto.

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Eldridge St.

Una delle impressioni più chiare provate a New York è quella che tutto può accadere nel trascorrere di una notte. La velocità della creazione speculare alla velocità della distruzione. Non a caso, in questa città, una mattina ti svegli e appare una bambina spocchiosa e minuscola, una faccia di bronzo oltre che di culo, che guarda dritto negli occhi il toro di Wall Street quasi a dire: noi donne siamo più forti del vostro capitalismo di merda! Una mattina ti svegli e non hai più il tuo visto. Fuori!! Tornatene al tuo paese! Una mattina ti svegli e le due torri sono venute giù, e con loro, milioni di sogni. Per questo motivo piango. Contro ogni mio volere, bypassando ogni mio cinico sforzo. Piango appena scorgo le cascate d’acqua del memorial. Lo stomaco mi chiede di piangere. Non la testa. La testa mi dice che gli americani sono furbi. Sanno speculare sulla morte, sanno trasformare un cimitero in un parco dei divertimenti. La testa mi dice che in Europa ci sono state molte più vittime o in Giappone o in Siria o in Vietnam. Eppure lo stomaco mi dice piangi! Fallo ora! Così è. Piango il crollo dei sogni in un ora. Piango perché non vedo il fondo delle vasche. Piango per il silenzio di quella sera, piango per chi restò attaccato all’altro capo del telefono, per l’albero sopravvissuto al disastro, per le rose bianche, per i nomi incisi, per la perfezione del cielo a Settembre, per la cieca sofferenza dell’uomo disposto a morire per far morire. Ogni crosta di cinismo va a farsi benedire. In fondo a quale tombino sono finiti quei sogni? Dove ci porta l’acqua quando cade nel buco?

Il funambolo è un fuorilegge. Elude i controlli, si posiziona sul tetto della torre e aspetta l’alba su Manhattan. Sono le 5:40 circa del mattino. A oltre 400 metri dal suolo. Dalla torre Sud alla Nord e viceversa per 8 volte. Fluttuando nella profondità delle nuvole. Yes you can!

Tra pochi minuti atterrerò all’aeroporto di Malpensa. Sento il mio orecchio destro contrarsi da dentro come un elastico. Ho paura che di colpo il gancio che tende questo elastico molli la presa improvvisamente così da far saltare ciò che la testa contiene, sino al midollo, pensieri compresi.

Sul ponte Marco mi da un colpetto sulla spalla e mi dice baciami adesso. Il ponte di Brooklyn è la risposta americana al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, è la Tour Eiffel senza la spocchia francese, la Piramide di Cheope a stelle e strisce, forse la più riuscita dichiarazione di modernità oltreoceano. Secondo me, il vero simbolo della città è lui, il ponte, non la statua della libertà. Siamo sullo sfondo di migliaia di selfie di sconosciuti da tutto il mondo. Il ponte è oggettivamente bello. È il frutto della fatica umana. Della sua tensione. Del suo ottimismo. Questo ottimismo ci contagia al punto di decidere di attraversarlo a piedi sotto il sole di agosto alle 14:00 nella direzione contraria alla massa, ovvero puntando a Brooklyn.

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Antonio, Elisa, Marco ed io.

Siamo quattro pazzi! – Ci ripetiamo.

Decidiamo di voltarci solo alla fine del terzo pilone. Come quattro mogli di Lot versione hipster o come quattro cloni di Orfeo risaliti dagli inferi della Downtown, cerchiamo di resistere alla tentazione di voltarci, quasi fosse la condizione necessaria alla buona riuscita di un incantesimo chiamato Skyline! Ed è così.

Siamo stati proprio bravi ragazzi! Ci meritiamo un bagel a Brooklyn!

Altra coincidenza: una notifica sull’I-phone mi avvisa che è appena crollato un ponte a Genova. Non ci faccio caso. Sai che novità? In Italia crolla tutto! Dopo qualche minuto, mi rendo conto della gravità. Verticale come un crollo, come una doccia fredda. Con il ponte crolla molto altro. Mi sento schiacciare il petto per un attimo. Come può essere possibile? Non era un ponte di funi e legno, era cemento. Era un ponte di cemento. Chi ha permesso tutto questo?

Con i miei compagni di viaggio ci accertiamo che nessuno dei nostri amici in Italia sia coinvolto nella tragedia, come se questo rendesse meno tragedia la tragedia. Poi, diamo un ultimo sguardo al ponte di Brooklyn mentre all’orizzonte il cielo si gonfia di nero, quasi a pretendere un tramonto alle 3 del pomeriggio. Giusto il tempo di contattare un Driver dall’app VIA e salire a bordo. Poi si scatena un temporale estivo, violento, oceanico.

Quando decido di partire con qualcuno, il mio terrore più grande è quello di disintegrare i rapporti. Del resto non c’è detonatore emotivo più pericoloso della vacanza. Penso sia un timore diffuso. La convivenza forzata può rivelarsi una prigione! Ogni scelta, ogni timing, ogni alternativa va cooperata. I miei tre compagni di viaggio si sono confermati Best Friends in un crescendo di empatia. Ecco una breve lista di cose che li riguardano che ha aumentato il livello del mio affetto per loro:

  • Elisa mi stringe la mano solo nei decolli, durante gli atterraggi si dimentica che ho paura e si addormenta: adoro.
  • Antonio ride come un matto quando dico la frase siamo dei duri: adoro.
  • Marco mi ha più volte detto ti amo per la felicità: adoro.
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Williamsburg e il cielo.

Un passo dopo l’altro abbiamo camminato lungo traiettorie dettate da fili invisibili, corde tese che vedevamo solo noi quattro. Come funamboli tra le nuvole. C’è qualcosa di misterioso sui marciapiedi di Brooklyn, un dubbio di non essere a New York osservando i pali della luce in legno a Williamsburg, c’è insolita bellezza nei locali Jazz del West Side. Sarà che siamo in agosto, eppure ho trovato la High Line a Meatpacking un luogo dove fermarsi e scrivere favole per bambini e che dire di Chelsie?

Questo è il posto in cui vorrei vivere, anche solo per qualche mese! – sbotto io.

È la quarta volta in due giorni che lo dici! – Mi ricorda Elisa.

In effetti ho detto la stessa cosa per altri tre quartieri. Eppure Chelsie mi ha dato davvero qualcosa in più.

Giochiamo ad immaginare di vivere qui? – Le faccio.

E giù a fantasticare sulle nostre giornate tipo, sul budget, su cosa vorrebbe dire la routine nella grande mela e cazzate di questo tipo. Cazzate che comunque mettono di buonumore. A noi quattro si aggiunge la piccola Giò: 21 anni, italiana, diplomata all’AMDA, il suo sogno è Broadway ovviamente. Alle 9 del mattino è già in Time Square a cantare le canzoni del musical del quale sta sbigliettando le riduzioni.

Mi pagano bene ed è divertente! – ci dice mentre si sistema gli accessori del costume da cameriera! Le chiedo di cantare per me, canta molto bene. Le luccica lo sguardo dietro gli occhiali. Non è sicuramente il tipo di ragazza che in Italia può sperare di avere successo. In America il corpo perfetto è sicuramente importante ma non essenziale. Questo spiraglio mi fa trasalire. Esiste davvero il sogno americano? Vado a vedere il musical Waitress al Brooks Atkinson Theatre di Broadway e penso che si, esiste. Attori e danzatori non convenzionali di rara bravura tecnica ed espressività. Visito le grandi scuole di Performing Arts di New York e penso si. C’è spazio per la diversità se c’è talento. Faccio due chiacchiere con la commessa della Public Library e penso si, gli studi umanistici e artistici hanno pari valore degli studi economici, medici o ingegneristici. Si esiste il sogno americano. Lo penso. Si tratta della capacità di darsi una seconda possibilità, di inventarsi da zero, di non buttarsi merda addosso. Noi Italiani siamo maestri in questo. Ci lamentiamo di Salvini, che è oggettivamente un ignorante e intanto gli americani stanno sopravvivendo a Trump, il dio del pressappochismo.

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New York Public Library

Atterraggio perfetto: non ci sento da un orecchio.

Un giorno intero ad Harlem è stato la svolta, la linea di demarcazione tra ciò che ci si aspetta dalla grande mela e un nuovo capitolo scritto da noi. Da quel giorno abbiamo cominciato a vedere New York in modo diverso. Entrati nella Caanan Baptist Church of Christ, una congregazione battista sulla 132 West, abbiamo perso il controllo della nostra emotività. Ci sediamo sulle panche in legno del vecchio cinema che dal 1932 è divenuto un centro di culto… dalla fiction a dio è un attimo. Ho avuto la stessa confusione quando ho visto il cimitero dietro la Trinity Church. Prima di tutto perché non mi aspettavo di vedere un cimitero nel traffico di New York e poi perché tra i defunti veri c’erano anche personaggi di fantasia, morti in quel luogo si, ma attraverso le pagine di un romanzo. Come vedere in un cimitero europeo, tra le lapidi di marmo, anche quella di Biancaneve.  Questo a sostegno dell’idea che l’arte determina la realtà e non viceversa. Stessa vertigine. Ad Harlem, durante la funzione, un’anziana donna di colore piccola piccola sta cantando con il cuore nelle mani e il rossetto rosso pomodoro. Smetto di piangere dopo un ora. non sto esagerando. Il reverendo Travis sembra uscito da un convegno alla Bocconi. E’ così aitante che sembra photoshoppato. Sono nel colore. Sono nelle forme che amo. L’ambra, il turchese, il colore viola, i fiocchi, i piegoni delle gonne, i cappelli eccentrici, i calzini, i colletti con le iniziali, il glamour afroamericano, il bianco del sorriso, la musica, il coro che danza o la danza che canta, l’organista, il pianoforte a coda, il matto della congregazione, la zitella, le parrucche, i colori complementari. Giuro di aver visto gli stessi colori sulla tavolozza di legno della mia mamma quando dipingeva nel sottoscala della nostra casa in Via Tagliamento: sepolta dalle tele, tra i ritagli di giornale, l’olio di lino, l’acquaragia… mi sembra di sentire il suo fischiettio. Forse è l’unico ricordo che ho di mia mamma veramente felice. Felice in una prigione di colore dove era impossibile perdere l’orientamento. Al sicuro tra i colori a olio, tra gli ulivi blu sulla tela.

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due signore ad Harlem

Sono vivo! – mi dico. Segue quel margine di non tempo e non spazio in cui si è seduti in attesa dell’ok da parte del comandante, prima di poter slacciare le cinture e scorgere la luce che filtra all’apertura dei portelloni. Si aspetta. Il bimbo esulta. anche io a l’idea di non rivederlo mai più.

See you never! – è il tormentone della vacanza! Ci divertiamo a dirlo un pò a tutti, sfatando la recondita possibilità di non tornare più. Io invece son sicuro che tornerò. Ho voglia di sentire il respiro della città di notte dall’ottantesimo piano dell’Empire. Ritornerò in cima a quel suono indistinto: il nero di Central Park, la folla, l’oceano, il traffico, aspettando di guardare King Kong dritto negli occhi.

See you never guys! – e scoppiamo a ridere scendendo dall’aereo. Funambolici.

Sputo il chewing-gum in un fazzoletto di carta, nelle tasche trovo uno scontrino di Starbucks.

Ragazzi colazione?

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Luca

Conosco un ragazzo dagli occhi grandi. Una di quelle persone che, solo ad entrare in una stanza, hanno il potere di far cambiare l’umore, di mutare i bronci in sorrisi, di creare le storie dai finali col botto. Conosco un ragazzo, che prende e va, fottendosene delle conseguenze, e va davvero. Va lontano. Conosco un ragazzo che non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, di sporcarsi le mani, con l’arte, con la danza, con i fiori.

Conosco un talento silenzioso, un buffone mite, un inguaribile romantico. Conosco un allievo preciso, meticoloso e onesto. Non ho mai fatto mistero della verità: è stato uno dei miei preferiti dal primo giorno di scuola.
Conosco un ragazzo che per descriverlo bisogna trovare le parole giuste, inventare un lessico nuovo, perché le parole usate fino ad oggi non so se bastano, rischierei di farlo diventare uno dei tanti. Conosco un ragazzo che non sarà mai uno dei tanti, perché ha in sé tutto quello che basta per fare POESIA.
Conosco un ragazzo che quando nel cielo non ci sono stelle, le disegna sul pavimento.
Conosco un ragazzo che si chiama Luca e quando penso al Piccolo Principe, io penso a lui.
La sua PAGINA FB: https://www.facebook.com/7Eotto/?fref=ts

il mio compleanno

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Qualcuno ha detto che soffrire è il modo più veloce per crescere.
Lo pensavo anch’io. Poi visto che non mi pare di essere diventato un genio soffrendo ho provato a fare il contrario. Non sempre ho ottenuto risultati meravigliosi, tuttavia ogni mattina mi sveglio col sorriso qualunque cosa accada, anche se è presto, anche se ho sonno. Come quando ero piccolo e mi svegliavo felice e affamato di vivere.

La leggerezza che ho conquistato rende veloci le mie giornate e a volte ho il dubbio di aver saltato un giorno. Chissà se è davvero così! Essere felice è stato il regalo più bello che potessi fare a me stesso.

E forse è stato sorridendo in un giorno veloce che mi sono accorto di essere davvero un po’ cresciuto.

la simpatia

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In parole semplici, secondo Hume la simpatia deriva dalla nostra capacità di riconoscere noi stessi negli altri. Dunque, secondo lui, sbagliamo a dire: “lui è un ragazzo simpatico!” pensando alla simpatia come un aggettivo (come goloso o freddoloso o elegante o pigro ecc), cioè una qualità dell’altro. Sbagliamo perché, secondo Hume, la simpatia che proviamo per qualcuno è un’attivazione del nostro pensiero, non un tratto distintivo degli altri.

Boh!
Io a volte ci metto tutta la buona volontà ad attivare simpateticamente il mio pensiero su alcune persone… ma sempre patetiche teste di cazzo restano!!!

Luglio 1988 (terza parte)

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La dignità la perdi solo se sai perché hai fallito.

Rompere il silenzio si dice. Ma devi sapere come fare a romperlo.

Rompere il silenzio vuol dire dare un nome alle cose. Piangere non è rompere il silenzio. Se piangi non dai il nome alle cose. Piangere è qualcosa di più simile a un bisogno come fare la pipì o tossire se ti è andata di traverso la saliva.

Chissà se qualcuno, da dietro le tapparelle abbassate aveva assistito alla scena! Chissà se una donna aveva finito di lavare la sua torre di patti tanto tardi da perdere il sonno del pomeriggio e magari mi aveva visto prima sbandare poi… O chissà se qualche bambino che di dormire al pomeriggio non ne voleva proprio sapere, aveva visto il mio goffo tentativo di controllare la caduta.

Troppi chissà.

Di fatto in 40 interminabili secondi accadde tutto.

Feci appena in tempo a scorgere al centro della strada Tommaso con in mano una squadretta da disegno e, nel vano tentativo di evitarlo facendo dietro front, lui mi raggiunse di corsa e mi spinse violentemente facendomi perdere il controllo della bicicletta. (Tempo stimato 10 secondi)

Caddi su un lato sotto il peso di una pioggia di insulti diventata per me un po’ troppo famigliare. “Brutto ricchione!” era la frase più affettuosa.  (Tempo stimato 5 secondi)

Un colpo secco sul labbro inferiore datomi con il lato lungo della squadretta mentre cercavo di rialzarmi.  (Tempo stimato 3 secondi anzi 5 compreso il mio ahia!)

Al terzo tentativo riuscì a rimettermi in sella alla bici ma più cercavo di accelerare e più sentivo il cotone del colletto della mia t-shirt, bloccata dalla mano di Tommaso, soffocarmi al ritmo dei punti che, uno ad uno cedevano deformando l’ordito di un tessuto ormai logorato di insicurezza e paura. (Altri 10 secondi)

Tommaso non mollava la presa della mia maglia ed io pedalavo a fatica, descrivendo curve irregolari sul percorso. (Altri 10 secondi) Poi ad un certo punto mollò la presa per afferrare il cuscino che avevo fissato nel portapacchi posteriore.

Era un cuscino rettangolare fatto da mia mamma con gli scampoli di vecchi Blue Jeans. Serviva a rendere più confortevole la seduta del passeggero dietro. Ma a pensarci bene, solo ora mi rendo conto che non avevo nessun passeggero da far montare sulla mia Graziella. Mia sorella era troppo piccola perché mi fosse affidata ed i miei amici del quartiere avevano la loro bici con la dinamo che funzionava, mica come la mia.

Tuttavia avevo chiesto a mia madre di farmene uno anche solo per appagare quello che oggi riconosco come un compulsivo bisogno di arredare case, cose e persone che reputo mie. La mamma recuperò vecchi Levi’s di mio padre e ne fece una grande tasca riempiendola di ovatta e stracci sottili con la stessa tecnica con la quale farciva il polpettone coi cubetti di mortadella. Ci aveva messo tanto impegno nel crearlo, considerando che la macchina da cucire era di quelle un po’ antiquate e ogni due per tre volavano giù i santi perché l’ago si sfilava, il pedale si bloccava, il rocchetto si esauriva. Io invece, che seguivo con attenzione chirurgica ogni suo passaggio sino all’ultima cucitura, già pregustavo l’ammirazione che avrei suscitato con un cuscino come quello.

E voila’, ecco fatto mi è venuto un po’ sportivo! – disse mamma alludendo all’aspetto un po’ sdrucito della stoffa.

Io la abbracciai con la stessa venerazione di un designer nei confronti di un portaombrelli  griffato al Salone del Mobile!

Tre giorni dopo quel progetto futurista era nelle mani di Tommaso che lo afferrò  strappandolo dagli elastici che lo fissavano al portapacchi e con tutta la sua forza ne fece nuovo design.

Arte povera.

Coriandoli.

Tommaso aveva 12 anni ma era la metà di me, in altezza e in spessore. Aveva un incarnato olivastro e un movimento nervoso e imprevedibile. Era il mio incubo. La sua missione al mondo, il suo progetto di vita, il suo grande talento era rendermi la vita difficile.

Continuai a pedalare mentre Tommaso ormai sempre più lontano sventolava il suo trofeo come una bandiera lacera.

Mi batteva forte il cuore e il dolore man mano che pedalavo si depositava in un unico punto al centro della gola. Era la mia palla di pelo. A pensarci bene, non soffrivo per il dolore al labbro rotto o per il dispiacere per l’asse del manubrio leggermente deviato a sinistra dalla caduta e nemmeno per l’ennesimo rosario di ingiurie che Tommaso mi aveva dedicato. Non soffrivo per la rabbia di aver perso quel cuscino e di aver così rinunciato a un feticcio che ritenevo meritato e conquistato con le buone azioni e con la costanza delle mie richieste a mia madre convinta con la tecnica dello sfinimento.

La mia palla di pelo sospesa in gola era un tutto di detriti di ego, entusiasmo e fiducia. L’umiliazione era arrivata e mi aveva colto impreparato. Perché se da grandi, in qualche modo, sappiamo che qualcosa nella vita ci potrebbe andare storto, da piccoli la delusione ha quel sapore vagamente epifanico ma ineffabile da lasciarci turbati, soffocati.

Il dolore proveniva dalla sorprendente esattezza del mio fallimento. Non ero riuscito a difendermi e difendere quella dote di bambino chiamata dignità.

E’ anche vero che per un bambino comportarsi da bambino è un atto politico rigoroso ed estremo. Rompere il silenzio e piangere è per lui una presa di posizione, una dichiarazione di esistenza. E’ la sua prima vera azione da uomo. E’ un po’ come prendere coscienza di  tutto e dire fanculo essere i fratelli maggiori, fanculo essere maschi che non devono piangere, fanculo Tommaso, fanculo mamma, fanculo papà, fanculo cuscino di design, fanciullo tutti, io piango. Piango perché non posso fare altro che piangere.

Piango ergo sum.

Ma non basta piangere. Ti salvi solo se sei stupido al punto da non capire cosa ti accade o se sei bravo a spiegarti. Io non ero capace a fare entrambe le cose.

Fai ciao ciao alla dignità! – Via per sempre.

luglio 1988 (parte 1)

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Luglio 1988

Ogni bambino nasce con una dote naturale di dignità, un sorta di libretto di risparmio intestato a un neonato con dentro tanta tanta dignità. E’ una virtù che, se non violata, potrebbe addirittura bastargli per la vita intera. Ma è certo che la perderà. C’è chi la perderà lentamente assorbendo, come una spugna, l’inchiostro indelebile di mille compromessi. C’è chi la perderà dopo troppi si detti alle persone sbagliate o dopo troppi bocconi amari mandati giù pensando di non poter sperare di meglio dalla vita. C’è chi la perderà da grande, per amore o magari per arrivare ad un obiettivo professionale. C’è chi invece perderà la sua dignità molto molto tardi, solo per la fottuta paura di invecchiare o per l’ostinata nostalgia di un tempo ormai andato.

Io, la mia l’ho persa subito.

Abbandonai per un attimo i pedali della bici per lanciarmi in discesa libera e, libero dalla forza di gravità, mi voltai di scatto. Alle mie spalle c’era solo l’asfalto e il suo confondersi con il gel trasparente e ondulato dell’orizzonte.

Ore 15:00.

Chiuso il gommista, chiuso il corniciaio, chiuso l’alimentari dove la Pina incartava le caramelle all’anice e gli affettati con la stessa carta paglia grigio chiaro con cui le massaie incartavano sale, zucchero o caffè da regalare a chi aveva appena subito un lutto. Condoglianze! – dicevano scaricando il cartoccio tra le braccia di qualche parente o vicina di casa, il giorno dopo un qualsiasi funerale. Ed io, ogni volta che vedevo questa scena, pensavo a quanto sarebbe stato più bello trovare caramelle, Girelle Motta e altre prelibatezze da emporio di paese. Ma nei pomeriggi d’estate, nel mio paese, tutto diveniva stranamente immobile. Metafisico.

I negozi più che chiusi sembravano riassorbiti dalle case dei loro gestori. Alla chiusura pomeridiana dei negozi non restava più traccia ed era come se una volta abbassata la saracinesca, tornassero al loro status di semplici case.

Grandi case con i muri bianchi, un villino adiacente con rose rampicanti, un tocco esotico dato da un ibisco rosso, vasi di gerani, menta, rosmarino e una lunga pompa di gomma aggrovigliata per poterli annaffiare di notte, quando tornava il fresco. Ogni casa col suo garage sporco di grasso di motore dal quale si accedeva direttamente in salotto.

E poi tetti alti e squadrati inguainati di calce viva, e di tanto in tanto una nicchia scavata nel muro con una vergine Maria Santissima in un girotondo di santini e lumini psicadelici, chiusa da un vetro reso opaco dalle preghiere inascoltate, dalle promesse mai mantenute e dallo scirocco. Come un peep-show. Cambiavano i look ma erano pur sempre donne in teche di vetro segnalate solo dal gesto di un bacio svogliato lanciato da un passante devoto.

Dei negozi invece, nessuna traccia: nessuna insegna, nessun cartello, nessuna dichiarazione al fisco.

I negozi sparivano come sparivano i mariti nei bar della piazza, come sparivano le cucciolate dei gattini perché c’è n’erano troppi in giro, come spariva la benzina delle auto parcheggiate. Il pubblico tornava privato e l’alimentari una stanza  in più della grande casa, il locale del gommista un garage dove parcheggiare la FIAT 127, il corniciaio un capanno degli attrezzi.

Mi guardai indietro come un ladro si volta per accertarsi di aver seminato il suo sbirro. Ancora due, quattro, otto pedalate e poi spinsi con forza su entrambi i pedali per alzarmi in piedi.

Vento sulle guance, avevo 9 anni e mi sembrava di essere alla guida di una moto mentre andavo alla velocità di una Graziella riverniciata di un verde oliva e con la dinamo rotta, sulla strada che porta verso la campagna.

(Continua…)

Risvegliarmi

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Mi alzo dal letto in preda a un dubbio … Faccio la pipì poi al ritorno devio in direzione salotto, sposto le garze IKEA che un tempo erano tende e faccio due passi sul balcone, gli unici due possibili considerate le sue dimensioni.
Milano mi regala lo spettacolo elegante della sua aurora, veloce, perfetta, noncurante. Questione di 5 minuti di sospensione ultraterrena prima che si scateni l’inferno chiamato città.
Mi sembra di vedere tutto come guardandolo da una gelatina trasparente blu cobalto che degrada di minuto in minuto verso un grigio-rosa.
E mi sembra di percepire suoni mai sentiti.
Lo spegnersi dei led dei lampioni.
Lo stridere delle snikers sul pavimento dei box.
Un gled soffi che fa PUFFF.
L’ondeggiare di una tenda molestata dall’insistenza di un ventilatore.
I like sullo smartphone della signora a passeggio col cane.
La gru sospesa sembra un nuovo monumento, chissà da quanti mesi e’ li di fronte al mio balcone resa invisibile dal rumore della città.
Mi è sembrato di percepire lo schiudersi delle ortensie del giardino di fronte.
Il suono del mio corpo che si stacca dal fondale come colto da un piccolissimo riflettore con la luce a taglio, grigioperla. Una luce dall’intensità bassissima che delinea appena il mio profilo ma quella che basta a rendermi presente. E per un attimo mi ritraggo dalla balaustra per paura di essere totalmente riconoscibile, umanamente esposto, come un cervo in una prateria che pensa di essere solo ma che è già sulla traiettoria di un fucile.
Poi mi sembra di percepire il suono del sopraggiungere delle zone d’ombra, impossibile e magnifico.
Poi la lenta manifestazione dei volumi disegnati dalla luce desaturata dell’alba.
Mi è sembrato di percepire il respiro sincronizzato di mille persone nelle loro ultime ore di sonno.
Il sali-scendi dei loro stomachi.


Ho avuto il dubbio che non fosse la mia città, di essermi svegliato altrove.
Un’auto ha svoltato sulla via, il tempo di girarmi il cielo ha già un inequivocabile est e un suo antagonista grigio scuro.
Sale una tapparella, poi un’altra e un’altra ancora. E come se dalle case della gente fuoriuscissero fasci luminosi di realtà che si posano sulle cose per restituire loro l’esatto colore, l’esatta funzione e l’esatto errore.
Rientro in casa con un dubbio mutato in due dubbi, anzi tre o quattro, cosa importa.
Tra pochi minuti la luce coprirà il colore e i contorni della città ed io potrò tornare suo arredo indistinto, senza paura di essere percepito per quello che sono, senza paura di fucili puntati.
A breve tornerò a confondermi, come una creatura in un quadro di Bosch, come nel giochino “trova Wally” … Ci sono. Il mio non trovarmi non mette in discussione la mia esistenza.

Ci sono comunque.

Trovarmi è solo questione di tempo.

Che farò grandi cose

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zennissimo \ ph. Kyle Thompson

Che la vita mi abbia negli anni suggerito uno o più modi per auto incitarmi alla sopravvivenza questo è quantomai evidente. Sono il miglior coach di me stesso. Sono colui che crede maggiormente (forse l’unico) nelle mie potenzialità. Non chiedetemi su quale base. Sono in assoluto il maggior supporter della squadra composta da me, i miei braccialetti di legno, i miei fantasmini, le mie mutande tezenis in promozione e i miei biscottini Doemi integrali…

Questa è la mia squadra! Il team Manico.

Dopo aver scoperto il nuovo shop delle Equilibra in Piazza Argentina la new entry in casa sono stati gli integratori. Dopo una cura di vitamina C ora sono passato al complesso vitaminico B. Che oltre a essere un toccasana per il corpo dovrebbe (inspiegabilmente) favorire le mie funzioni celebrali. Pensate un po’! Con soli 3.50€ miglioreranno le mie funzioni mentantali. Le sinapsi saranno più solerti a fare il loro lavoro, i neuro trasmettitori come dhl scorrazzeranno da una parte all’altra della mia calotta cranica e il budino grigio, il dentro della noce nella mia testa non potrà che elaborare idee, stress e input con maggiore efficenza. Se funziona con un investimento di 3.50 € pro capite i governanti di tutte le nazioni del mondo potrebbero far tornare intelligenti i miliardi di idioti che popolano il pianeta. Dai macellai del sedicente stato islamico, ai pedofili del Vaticano, dai bulli ai prepotenti, dai radical chic ai complottasti, dai creativi del teatro di ricerca ai grafici hipster …. Tutti guariti dalla vitamina B… Rinsaviti, svegliati dal torpore, riapriranno gli occhi come la Bella Addormentata dopo l’abiocco, si alzeranno dal loro giaciglio con velocità sino a perdere l’equilibrio per uno svarione e Torneranno a pensare prima di parlare, ad ascoltare, a immedesimarsi, a cambiare punto di vista…faranno grandi cose.

E anch’io sento che farò grandi cose.

Innanzitutto inizierò ad amarmi, a credere nel mio domani, guarderò le persone sforzandomi di percepire l’immensa fatica che hanno fatto per essere arrivati fin li, salvi. Porterò avanti i miei progetti. Sarò Fedele alle mie inclinazioni naturali: l’arte, l’amore e la curiosità. Voglio saperne di più, imparare, stupirmi con ancora meno effetti speciali. Superare la paura dell’aereo e vedere panorami che non ho mai visto. L’India, l’America, l’Oriente. Farò grandi sogni e progetti nonostante la mia situazione economica, nonostante le correnti sfavorevoli. Ho bisogno di dirmelo. Ho bisogno di ricordarmi che sono solo vittima di un errore. Che non è tutto finito. Tornerò a creare, tornerò a scrivere, tornerò a fare il mio lavoro. Ho bisogno di rassicurare me stesso. Che non ho fallito, ho solo scelto di prendere le distanze da un certo me per fare il carico di energia. Per ritornare un giorno e tornare più lucido e più forte.

Farò grandi cose perché grandi cose penso, perché non temo la fatica, perché sono un’ inesauribile entusiasta. Perché soffro troppo, perché merito il giusto, perché mi infervoro, mi appassiono, mi fido.

Che non vivo a risparmio

ogni cosa ha il suo peso \ ph.  Joel Robison
ogni cosa ha il suo peso \ ph. Joel Robison

Risparmiare vuol dire mettere da parte, accumulare.

Si risparmia tempo, minuti, una giornata. Si risparmia denaro, cibo, qualcosa per averne un beneficio in futuro. Si fa economia per i tempi di magra.

Io non sono mai riuscito a fare una polizza sulla vita, infortunio, malattia, morte violenta. Neanche quegli stalkers degli impiegati di poste italiane sono riusciti, con le loro raffinate tecniche da imbonitori, a farmi firmare un libretto di risparmio.
Eppure a volte risparmio anche io, soprattutto con l’obiettivo di farmi un regalo! Faccio dei tagli sui ristoranti, sui divertimenti (se il teatro o il cinema italiano possono essere definiti divertimenti). Aspetto i saldi come Bernadette l’epifania della madonna: col 70 % di sconto risparmio sul cappotto di Zara e lo compro anche se non è della mia taglia…

Lesino la mia crema al collagene che costa un fottìo di soldi. Per non sembrare tirchio dico che i dermatologi consigliano di non esagerare con il prodotto.
Si accantona la spazzatura per fare la differenziata per risparmiare energia, per risparmiare inquinamento, per risparmiare l’apocalisse. Economizziamo su una cena mettendola sul conto dell’azienda o fatturando l’impossibile. Ci si modera, ci si frena per non dilapidare il patrimonio (che parolone!), per non sforare con i debiti, per arrivare alla fine del mese.

Ti risparmio i dettagli! Dico quando mi capita di vedere a teatro uno spettacolo di Sciarroni.
Sono esente ticket! Esente tasse. Esente sconto. Esente comprensione. Sono stato risparmiato da un cecchino! o da un boia: graziato, per questa volta.
Mia mamma dice sempre di non stancarmi troppo, di riguardarmi, di badare a me come avrebbe fatto lei se non fosse stato tagliato il cordone ombelicale. Complesso materno nella sua complessità.

Un giorno, senza rendercene conto, abbiamo cominciato a ragionare da risparmiatori. E così passano gli anni, e ci siamo preservati al punto da aver interiorizzato totalmente la conservazione. Siamo uomini sotto sale. Sott’aceto, in salamoia. Ci teniamo quello che abbiamo con mania di accumulazione conservante compulsiva. Ci siamo imballati nel cellophane del mi raccomando! Abbiamo fatto economia addirittura con i sentimenti. Abbiamo cominciato a ragionare come aridi tutor di noi stessi. Niente abbracci, niente amore, niente carezze. Il cuore infagottato nel pluriball. Il timbro con la scritta fragile, anche se fragili non lo siamo mai stati. Non ci fidiamo, non ci lasciamo andare, non ci diamo più.

Non ci diamo alle persone, alla nostra famiglia, non ci diamo più. Non ci mettiamo più nulla di nostro. Per non rimetterci! Rimetterci cosa? E soprattutto se non perdiamo qualcosa, se non rischiamo qualcosa, se non ci lanciamo nelle braccia di qualcuno, se non doniamo qualcosa alla persona sbagliata, cosa ci resta da fare? Se non usiamo i mobili di casa per non rovinarli allora cosa o chi stiamo abitando. Se non mettiamo l’anima nelle cose che facciamo, cosa le facciamo a fare? Se un artista passa più tempo a raccogliere scontrini, giustificativi e fatture risparmiando sulla sua opera, e togliendo tempo alla sua ricerca, che artista è? Se si continua a togliere, togliere, togliere e togliere, perché less is more!, perchè il minimalismo fa comodo, cosa resterà del nostro passaggio? Se non corro per paura di cadere, scorderò cosa vuol dire sentirmi libero.

C’è chi dice che mi butto a capofitto nelle cose. E che poi rimango scottato. C’è chi mi dice di stare attento. Di non prendere a cuore tutto, di mettere distanza. Le Distanze. C’è chi mi consiglia di non essere così focoso nei giudizi, così radicale nelle posizioni, così fragile se qualcuno mi fa una osservazione. Per risparmiare inutili sofferenze, per non rimanere nuovamente deluso. Di mettere un diaframma tra me e gli altri, una quarta parete tra me e la prepotenza delle sensibilità grattate a scaglie grosse di chi mi circonda.

Ma che cazzo di vita sarebbe questa? Che vita è una vita in cui ogni rapporto è basato sulla logica della distanza. Senza sperpero di emozioni. Senza dilapidare lacrime, senza sprecare energie. Che cazzo di vita sarebbe?

Risparmiare vuol dire mettere da parte. Io non so mettere da parte nulla. Non metto da parte l’orgoglio, la fatica, i ricordi, la famiglia, le offese, le umiliazioni, le parole sperperate e le frasi non dette. Non metto da parte nulla, col rischio di dare importanza a molte, troppe cose. Col rischio di dare importanza a persone grette, a gente invidiosa della mia luce, del mio entusiasmo. Col rischio di dare importanza addirittura al gesto scortese di uno sconosciuto sul treno. E ferirmi.

Se ho deciso di non buttarmi sotto il convoglio della linea 1 nell’ora di punta, se ho deciso di non dare in pasto la mia vita a droghe sintetiche e alcool, se ho semplicemente deciso di vivere senza che qualcuno lo abbia deciso per me, non ho altra scelta. Non posso vivere a risparmio, non posso amare, creare, soffrire, immaginare e sognare a risparmio. Non posso.

E per chi vive a risparmio: fatemi almeno la cortesia di smetterla di farci sentire sbagliati.

Sull’inutilità e le sue forme complesse

di inutili necessari

La mia giornata di lavoro comincia con un tizio (sulla trentina beigiolino, occhiale stiloso, ai piedi le camper e i pantaloni col risvoltino, una maglia da Bocconiano piazzato male sul mercato del lavoro per chissà quale errore), che mentre parla auricolarizzato con qualcuno che non si sa chi sia, mi si avvicina e mi chiede senza nemmeno presentarsi:” ma tu sei Pinco Pallo?” Ed io :” no non sono Pinco Pallo perché Pinco Pallo non poteva essere qui, mentre io sono io!” E lui, voltandomi le spalle ma non al punto da non farsi sentire, continuando a parlare con qualcuno al di là dei suoi auricolari fa :”guarda che non abbiamo quello utile!”

Dunque la mia giornata inizia con un perfetto sconosciuto, uno che quando è nato, io avevo già finito le medie, che mi dà dell’inutile alle 9 del mattino con la stessa docile noncuranza con cui chiudi un cassetto con i piedi, o con cui butti giù la tavoletta del wc dopo aver pisciato, o con cui prepari le chiavi sei sette passi prima di arrivare al portone di casa. Così. Come se lo avesse letto su un gobbo. Su un copione, su un bigino del Geffer effervescente, su un cartello stradale con su scritto: davanti a te c’è l’ inutile.

La cosa peggiore in questi casi è la mia reazione. Anzi, la mia non reazione. Sì perché quando qualcuno mi appoggia addosso, o mi vaporizza con un ciuff ciuff, quasi mi videoproietta la sua generosa vagonata di merda e lo fa con tale fulminea spontaneità e senza la benché minima preparazione, io non reagisco. Io in questi casi sto. Sto. Nel senso di stare come sta una gondola sul televisore a casa della zia, un tappo sulla bottiglia, un sandalo birkenstock su una radical chic vegana che posta su Facebook i suoi 10 motivi per i quali ha deciso di non vaccinare suo figlio. Sto e basta. Come un oggetto nel suo luogo. D’un tratto divento un temperino, anzi no il temperino è utile. Divento un regolo. Una bomboniera di acciaio inossidabile. Divento un soprammobile della Thun, un centrino, uno sbucciamela a manovella, un politico di centrosinistra. Insomma inutile. Non dico nulla, taccio, subisco in uno stato di vaghezza sorridente in cui passo i primi minuti ad accertarmi di non essere vittima di uno scherzo. Ed è esattamente questo che mi fa imbestialire di me. Perché la rabbia, il senso di frustrazione e di umiliazione miste ad un desiderio di violenza sopraggiungono dopo, non subito, ma dopo accidenti! Perché, diciamolo, infondo la risposta perfetta a quello sgradevole incontro doveva essere una sola: una sonora sberla in faccia…sbammmm! Con aggiunta un appellativo come cretino! O maleducato superficiale finto nerd di merda! Un’ insulto ci voleva, altro che! Come nota a piè di pagina o a piè di sberla. Perché le cose apparentemente inutili sono spesso inaspettatamente necessarie! Sarò pure inutile caro il mio 50 sfumature di ecrù della pianura padana, ma sappi che alla mia inutilità soggiace la stessa ermetica incomprensibile complessità del tuo maglione coi rombi.

vertigini

funambolico senza fune

Provo una forte sensazione di vertigine.

Sarebbe più semplice definirla nausea ma non è solo nausea. C’è il senso di mancamento, la percezione del vuoto sotto i piedi, l’assenza di corrimano a cui tenersi forte.

Più passano i giorni e più l’opinione che ho di me muta di stato come fanno i disegni del caffè nel latte. Ho stondato ogni mia angolatura sino a diventare un cerchio innocuo ma chiuso. Nel vedermi sopportare, sorridere, intrattenere, assistere, lavorare, essere quasi perfetto (se non fosse per la caduta dei capelli) provo un senso di sospensione nella bocca dello stomaco. Nel punto esatto in cui i bambini provano piacere nello spingersi oltre la linea dell’orizzonte seduti sulle altalene. Il vuoto prima della ricaduta. Quello che dovrebbe durare un istante ma che nel mio caso sta durando troppo.

Sette forse otto persone a cui ho rivolto la parola negli ultimi giorni hanno detto qualcosa di sbagliato. Parole che, al posto di precipitare nel cuscino di gomma dell’indifferenza, sono rimbalzate sul mio stomaco per ostruire, soffocare e generare nausea. Non si dicono certe cose. La gente deve stare attenta. Certe parole sono come quando apri il forno mentre una torta sta lievitando: smontano. Io penso che nel dubbio, prima di fare del male a qualcuno, forse vale la pena tacere. Discorsi pericolosi come l’avanzare dei funamboli.

Nel tragitto di sole 5 fermate di metropolitana ho pensato 3 volte al suicidio ma ho avuto pena dei pendolari ed ero troppo stanco per attirare così tanto l’attenzione su di me. Non sono così egocentrico. Per questo non mi ammazzerei mai. Per questo provo così forte le vertigini.

E’ comunque la mia forma di mancamento.

se mi viene bene la crostata sono sopravvissuto a questo mondo di merda

taci taci taci
taci taci taci

Calpesto geometrie di foglie stickers quando i temporali rendono glitterati i viali di Milano con un croissant ai frutti di bosco infilato in bocca – “me lo metta in cortoccio! è da portar via!” – vai a capire perchè, perchè farlo incartare se poi appena esco dal bar lo divoro. Tappare i buchi perchè è sempre meglio che mordersi la lingua. -” ti trovo bene!” – hanno il coraggio di dirmi ed io:- “Sti gran cazzi!”- penso, mentre mi si crepa il sottile strato di IALURON-PLUS che ho spalmato sul viso la mattina davanti allo specchio mentre facevo il playback di Reach Out I ‘ll be There di Gloria Gaynor.

…Now if you feel that you can’t go on
Because all of your hope is gone
And your life is filled with much confusion (much confusion)
Until happiness is just an illusion
And your world around is crumbling down, darlin
reach out come on …

Che poi è la sigla di quando mi sento un pelino “F.C.” cioè FUORIFOCUS. Beh in ogni caso, una volta avrei cominciato a scatenare l’inferno contro le ingiustizie del mondo…oggi no! Sono un fuori focus stremato e neanche i saldi di Zara mi potrebbero guarire. Perchè quando sono FC molte cose mi si epifanizzano improvvisamente in tutta la loro volgarità e siccome io, da vero principesso sul pisello, mi sento ineludibilmente superiore al resto del mondo (non so in quale foglietto illustrativo l’ho letto) mi sale una voglia irrefrenabile di incendiare la gente o scrivere su tutti i blog della rete :”MANUELA ARCURI SEI UNA CAGNA!” oppure “RADICAL CHIC DOVETE MORIE!” oppure ” VI ODIO TUTTI!”

…così a cazzo… ma oggi no, oggi io, col potere conferitomi da me stesso ho deciso che userò il mio stato di vero FC per imparare a fare una crostata aprendo a caso il libro di Benedetta Parodi. Se mi viene bene tengo duro e provo ad aspettare che qualcosa si muova anche per me. Se mi viene male mando il mio CV da LUSH e vado a vendere saponette con dignità! 

2 ore dopo: non avevo le uova per la pasta frolla.

una mattina particolare

scena del film 

forte e chiaro
forte e chiaro

Come in quel piano sequenza all’’inizio del film di Ettore Scola, d’’un tratto, dopo la colazione, la casa si svuota, qualcuno si siede, tira un respiro, prima di cominciare a lavare le stoviglie.

Nel film Sofia Loren si versava in un sola tazzina i fondi del caffe di tutte le tazzine dei suoi figli come se si potesse ingoiarli uno per uno (i figli, gli altri) prima di lasciarli andare, o più semplicemente ai tempi, si era così poveri da non potersi permettere di bere il caffè tutti.

La casa d’’un tratto si svuota, questo è. Lo sanno meglio le famiglie numerose, ma la sensazione la può provare anche chi, come me ora, ha un nucleo famigliare composto da soli 2 individui.

La radio è accesa. Ci si avvicina al lavandino e, mentre le stoviglie della colazione subiscono l’’insaponamento, ci si accorge che la radio non è ben sintonizzata, accidenti!

Si tratterebbe di sfiorare la manopolina, ma le mani schiumate scoraggiano qualsiasi buon tentativo. E nonostante si sia sicuri che il programma radiofonico in realtà non desterebbe la seppur minima quantità d’interesse,  ci si ingegna per una risoluzione. Aggrappati più al desiderio di risolvere che all’importanza di cosa risolvere.

E tra un cucchiaino di nutella da strofinare e una tazza da sciacquare ci si accorge che al variare della posizione del busto, della testa, delle braccia e persino delle gambe, qualcosa delle onde radio fa si che d’un tratto la stazione radiofonica di partenza si ri-sintonizzi o si ri-disfi.

Parte la coreografia.

Titolo: sculettare per risintonizzare la radio.

Sinossi: sintonizzare la radio mentre si lava i piatti è un fenomeno che ha alla sua origine uno studio profondo sulla misteriosa connessione tra i movi(menti) dell’’essere umano e le onde radio invisibili che permettono una piena soddisfazione del processo comunicativo così come fu esemplificato anni e anni fa dal modello base di Shannon- Weaver. Quanto il mUovere dell’uomo nello spazio e nel tempo può influenzare l’’esito del processo comunicativo distorcendo e talvolta mutando radicalmente il contenuto di un messaggio in viaggio da un mittente ad un destinatario?

fatto sta che:
Ho la gamba sinistra incastrata tra lo scolapiatti e la mensola dei mestoli, il gomito destro descrive ellissi nella direzione della lavatrice, il bacino scivola e slitta verso il forno a microonde!  Prendo radio dj!

Ora con la gamba sinistra faccio un’’arabesque sino ad appoggiare il piede sul tavolo della colazione inzuppando i polpastrelli nello zucchero di canna scappato ad un cucchiaino, la testa è appoggiata ad un frustino per sbattere le uova, la mano sinistra si agita convulsamente al di sopra del contenitore dell’’umido.

Prendo radio 24.

Comunicare, voler comunicare, essere pronti a comunicare, essere pronti a giocare sul possibile esito negativo di una comunicazione inefficiente allena il corpo e la mente in quanto elasticizza entrambi.

Asciugo le mani con lo strofinaccio e ho un brivido.

Prendo radio maria.