mia mamma è nel latte parzialmente scremato

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dove la destra e la sinistra, il sopra e il sotto non fanno la differenza

Mamma è arrivata sabato con un frecciabianca che, a 20 km da Milano, si è fermato nel silenzio di una stazione di provincia il cui unico binario sembrava essere lì solo a ricordare il significato della parola desolazione. Due parallele tracciate da un bimbo con un pennarello grigio, capitati li come qualcosa di improvviso, un pentagramma non finito. I motori del treno si sono spenti e il paesaggio dal finestrino per 40 minuti ha smesso di sfrecciare. Mi chiama e dalla voce capisco che sta succedendo qualcosa. Lei cerca di ostentare una tranquillità troppo dichiarata per essere reale. È in panico. Lo capisco. Mia mamma non sa dove si trova. Chiusa nel vagone di un treno pieno di gente, ad accumulare un banalissimo ritardo di 40 minuti. 40 minuti in cui il suo cervello come sempre in casi del genere va in corto circuito.

La prima volta in cui si è persa ricorda di essere stata così piccola che suo padre, il nonno era ancora vivo. E calcolando che il nonno è morto quando lei aveva 5 anni , ciò vuol dire che lei ha un vivido ricordo di un fatto avvenuto nel 1952 circa. Per raggiungere piazza Confalonieri dove la domenica mattina un mercato animava di bancarelle le vie intorno alla Chiesa Madre, era necessario partire di casa col cavallo. Arrivati al mercato, nella confusione, mia madre quattrenne non si accorge di aver lasciato gradualmente la mano del suo papà così come si lascia la presa con la vita un attimo prima del sonno, abbandonando i muscoli uno ad uno e cedendo inconsapevolmente verso l’abbandono, verso il basso. Segue da quel momento un ricordo confuso e mal riemerso che termina con lei che chiede a qualcuno dove si trovi la casa dei Gala, la famiglia di signori per i quali i suoi genitori facevano i fattori. Giusto il tempo di chiederlo per poi urtare contro le ginocchia di suo padre che si piega a prenderla in braccio. Salvata dal risveglio come Alice alla fine di quel “meriggio tutto d’oro”. Nessuno saprà mai se sono stati attimi, minuti oppure ore quelle che trascorsero da quando si rese conto di essere rimasta sola in un mercato affollato e il momento in cui fu ritrovata da suo padre. Lei ricorda lo sgomento, o meglio non ricorda che nebbia, la sensazione che noi proveremmo nel cercare senza navigatore lo svincolo giusto su una tangenziale in una mattina in cui la nebbia è tanto fitta da sentirci in una tazza di latte parzialmente scremato.

Ci tiene a farmi sapere che ha messo in ricarica il suo cellulare Samsung con sportellino richiudibile con i cristalli liquidi verdi, l’antenato dei touch screen! E capisco che qualcosa non va. Perché il suo cellulare è già carico. In treno non lo usa nel caso dovesse aver bisogno, per non sprecare batteria. Lo ha messo in ricarica ma il treno fermandosi per 40 minuti ha staccato l’alimentazione elettrica e quindi lei mi chiama per dirmi che il treno è fermo. Capisco che è entrata nella tazza di latte parzialmente scremato. La sindrome del disorientamento tra pochi istanti proietterà nella sua testa un film.

Ecco il plot: in una stazione di campagna della pianura padana un treno in panne si spegne. Capotreno e macchinisti abbandonano le vetture e scappano. I passeggeri decidono di farsi coraggio e rompere i vetri. Uomini donne e bambini dovranno saltare da un finestrino rotto giù da un treno. Dovranno Abbandonare i bagagli, oppure portarseli dietro e cominciare un esodo. No anzi, una deportazione di massa in cui ognuno di loro, migliaia di persone camminerà per altrettante differenti direzioni. E lei non saprà dove andare, chi seguire, come fare. Perché non saprà come tornare a casa. E allora deciderà di seguire una anziana signora. Seguirà la più anziana delle donne sul suo vagone. Quella che ha da badare ad un marito invalido sulla carrozzina. Con lei troverà una strada. Si affiderà alla sconosciuta. Si abbandonerà a lei. Si lascerà cadere nel vuoto delle decisioni di altri per poi sperare, perché no, di ritrovarsi come di incanto ad urtare contro le ginocchia di suo figlio che, povero, è in stazione centrale da 40 minuti ad attenderla. e in qualche modo mollerà la presa con la vita, come un attimo prima del sonno e si darà in affido a sconosciuti andando incontro al suo destino. Mangerà manna, o radici per 40 giorni. Il resto va da se, moriranno tutti. Un film horror insomma, che finisce coi titoli di coda e la frase finale: dedicato ai martiri del frecciabianca con i 40 minuti di ritardo bloccati vicino Lodi.

Mia mamma non è stata più trovata da quella domenica mattina. Ne sono sicuro. Mia mamma è li che si guarda intorno e non riconosce nessuno, non riconosce il volto, la voce  e il profumo di chi le dovrebbe essere famigliare. E’ nel latte parzialmente scremato. Non ha punti di riferimento, non ha il tempo di memorizzare un colore, una scritta, una forma famigliare che la possa orientare nello sfondo bidimensionale della desolazione. Mia mamma non si è più mossa da li. Non trova una via d’uscita.

Quello che per noi è un banalissimo entrare ed uscire da un negozio, andare al supermercato, andare a fare una visita in ospedale o una passeggiata in centro, per lei è un continuo stare in allerta per paura di perdersi e perdere noi figli come bigliettini dalle tasche di un cappotto. Non distingue la destra dalla sinistra, il dietro dal davanti, il sopra dal sotto.

Pare che nel corso di primo soccorso alpino venga insegnato agli sciatori ad orientarsi qualora si rimanesse vittime di una valanga. Dicono di fare la pipì. Di farsi la pipì addosso per capire da quale lato scende, per la forza di gravità, il liquido e per cominciare a scavare dalla parte opposta.

Io non ricordo quando è stato il momento preciso in cui ho iniziato a orientarmi. Per me è stato come imparare ad allacciarmi le scarpe o dire ahi! se sento dolore. L’orientamento è un senso talmente naturale che nessuno si domanda da quando, perchè o come… Ci orientiamo e basta. Ci guardiamo intorno. Fissiamo dei particolari sino a farli diventare a noi famigliari. Seminiamo sassolini e troviamo sempre una via d’uscita o una via d’entrata. Abbiamo una bussola ereditata dal regno animale e ci basta.

Per mia madre non è così.

Da piccolo ero io a guidarla, ero io a portarla dalla mia pediatra, ero io a indicarle l’uscita dell’ufficio postale. Dovevo farlo senza farglielo pesare, come se fosse normale perdersi, senza farla sentire sbagliata.

Scende dal frecciabianca e mi abbraccia come si abbraccia un figlio che torna dalla guerra. Dice che non prenderà mai più un treno da sola. Che non ha più l’età. Che soffre troppo. Le dico che non prenderà più un treno da sola. Che ci saremo noi figli ad accompagnarla. Noi ci saremo a ostentare sicurezza, a risolvere le cose strada facendo (come tutti senza porci il perchè), a vedere dove cade la pipì quando, sepolti sotto la luce accecante della neve, cominceremo a scavare dalla parte opposta.

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l’halloween dentro di me

dolcetto o scherzetto \ ph. E. Brisson
dolcetto o scherzetto \ ph. E. Brisson

Se provo tutta questa paura è perchè ho ancora qualcosa da perdere? Sono giorni ormai che mi ripeto con il ritmo cadenzato di una preghiera antica che posso farcela! che cadrò in piedi! che troverò la mia strada! Sono giorni che questo vuoto rosario mi calma come se fosse un sedativo, come una camomilla, come (paradossale!) una puntata di Grey’s Anatomy.

L’anatomia del mio livido è sempre più chiara: ho il dubbio di non essere pronto ad un’altro fallimento. Eppure, nonostante io veda all’orizzonte un nuovo uragano, non dimostro grossi segni di cedimento. Due sono le cose: o sto maturando un mio modo di affrontare le emergenze o sto insabbiando. Mi altero, questo si. Sono focoso, sanguigno. Ho un’energia pazzesca che mi galoppa dentro. Non sono apatico o sconfitto. Sono arrabbiato ma non al punto da logorarmi. Penso che non ne valga la pena. Penso che non c’è nulla che valga quanto un mio battito del cuore, una mia lacrima, un mio sospiro. Nulla.

Ho ripreso a mangiare cioccolata. Fondente. Il ginocchio sinistro mi fa male, pare voglia dirmi: qui liquidiamo tutto per rinnovo locali! Il mio orecchio destro è tappato dal 15 di agosto nonostante gli antibiotici, l’areosol, il cortisone e la carbocisteina. Sono state asportate le corde vocali a mio padre per un tumore, ora finalmente potrà risparmiarsi di dire stronzate! La vita gli ha dato una seconda possibilità. Penso che gliela darò anche io una possibilità. L’ho data a cani e porci e colleghi coreografi (l’isis dell’arte), posso darla anche a lui. Ho saputo del suo tumore tre settimane fa mentre un cameriere nordafricano mi serviva al tavolo una pizza margherita da 4.50 euro. Ho ringraziato il cameriere, ho tagliato la pizza, ho aspettato che l’elastico della mozzarella calda si staccasse dalla parte tagliata e ho mandato giù il boccone senza masticare. Non ho avuto pena, non ho versato una lacrima, non ho fatto una piega. Ho pensato ad una sola cosa. Sono anni che una parte di me, nascosta e segreta teme di ammalarsi alla gola. E’ la parte del mio corpo che mi spaventa di più. Quando qualcosa o qualcuno mi fa del male, io provo un dolore secco e soffocante alla gola. Ho sempre pensato che se un giorno morirò, morirò di mal di gola.

Dalla sera della pizza margherita non faccio altro che pensare alla predisposizione genetica a certi mali incurabili. Penso al mio rischio di ammalarmi. penso al mio livello di predisposizione alla morte. Penso al mio potenziale annientamento e so che dovrei pensare ad altro. E non ho rimorsi. Anzi, sono preoccupato per me ma allo stesso tempo sollevato dall’idea di poter dare a mio padre una possibilità. La vita lo ha punito abbastanza. Io posso trovare la forza di dimostrare umanità. Avrò bisogno di tempo, questo si, ma sono fortissimo.

Ho paura perchè ho tanto da perdere. Il tempo, l’entusiasmo, la fiducia e soprattutto l’umanità. Alla mia parte nera rispondo sorridendo, abbracciando l’uomo che amo, dicendo ti amo. Non è una cazzata. Questo fa bene. Crea un vento di leggerezza, una danza, un canto libero, un contagio positivo. Tutto questo non guarisce ma salva a suo modo. Mi salva per un’ora, un minuto, anche mezza giornata! Ma non è poco!

Per la cronaca: non ho avuto ancora nessun attacco di panico dopo il n°46, nemmeno un sintomo! Ho una paura cosciente e tutt’altro che cieca.

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smac scioglicalcare
smac scioglicalcare

E sei stanco, stanchissimo. Vuoi dormire. Il corpo te lo chiede . E non puoi fare a meno di andare a letto e spegnere la luce. Poi d’un tratto il sonno lascia il posto al panico. E non dormi perché il tuo pensiero monitora il cuore. E ti sembra di non respirare  più , di essere già morto da tempo. E non puoi far altro che alzarti più stanco di prima. Andare in cucina. Farti una camomilla . Lavare i piatti della cena. Lucidare l’acciaio con lo scioglicalcare… E aspettare che anche il panico si arrenda.

Il capodanno più bello

buoni e cattivi propositi

Sono al cinema.

L’Apollo, Milano, in galleria. Sfruttiamo questo abbonamento da 19 euro. Passerò qui il mio capodanno. Nella bolla, sott’acqua, dove mi sento protetto.

Con me Marco. E una sconosciuta venuta in bicicletta. Viene anche lei dal sud. E’ sola, e’ sola al cinema il 31 dicembre ed è la persona più dolce e solare che abbia conosciuto nell’ultimo periodo.  Si chiama Luciana. Ci ha reso felici attaccar bottone. Mangiare il panettone offerto dal cinema e brindare davanti a un bel film spagnolo! Un film sul potere della rivincita!

Tutto ciò che desidero e’ anche ciò che da me è più lontano: non avere più paura. Trasformare la mia paura in pupazzi di neve pronti diventare una pozzanghera d’acqua fresca all’arrivo del primo calore. Avere forza e distanza tali da riuscire a verbalizzarne la natura con me stesso e con gli altri e diventare così la soluzione personificata ed essere d’aiuto a chi si trova impantanato così come me me ora. Guardarmi allo specchio e riconoscermi disperato , felice, perdente, vincente, amato odiato non importa … purché non spaventato, purché non terrorizzato o impietrito o paralizzato!

Penso sia il mio capodanno più bello!

Buon 2015 ragazzo!

Panico n°40

impantanato

Un momento non sento il corpo (non sento gli arti, le parti, la circolazione, non ho il controllo della mobilità) un attimo dopo sento tutto, sento troppo (il battito, ogni respiro, ogni aritmia, ogni scorrimento vitale dal cranio sino ai talloni).Sono un danzatore. La normalità è avere male ovunque. Un giorno, son certo, scambierò un infarto per una contrattura muscolare e morirò stramazzato in bagno nel gesto di spalmarmi la Voltaren gel sul cuore.

Passato anche questo.

se mi viene bene la crostata sono sopravvissuto a questo mondo di merda

taci taci taci
taci taci taci

Calpesto geometrie di foglie stickers quando i temporali rendono glitterati i viali di Milano con un croissant ai frutti di bosco infilato in bocca – “me lo metta in cortoccio! è da portar via!” – vai a capire perchè, perchè farlo incartare se poi appena esco dal bar lo divoro. Tappare i buchi perchè è sempre meglio che mordersi la lingua. -” ti trovo bene!” – hanno il coraggio di dirmi ed io:- “Sti gran cazzi!”- penso, mentre mi si crepa il sottile strato di IALURON-PLUS che ho spalmato sul viso la mattina davanti allo specchio mentre facevo il playback di Reach Out I ‘ll be There di Gloria Gaynor.

…Now if you feel that you can’t go on
Because all of your hope is gone
And your life is filled with much confusion (much confusion)
Until happiness is just an illusion
And your world around is crumbling down, darlin
reach out come on …

Che poi è la sigla di quando mi sento un pelino “F.C.” cioè FUORIFOCUS. Beh in ogni caso, una volta avrei cominciato a scatenare l’inferno contro le ingiustizie del mondo…oggi no! Sono un fuori focus stremato e neanche i saldi di Zara mi potrebbero guarire. Perchè quando sono FC molte cose mi si epifanizzano improvvisamente in tutta la loro volgarità e siccome io, da vero principesso sul pisello, mi sento ineludibilmente superiore al resto del mondo (non so in quale foglietto illustrativo l’ho letto) mi sale una voglia irrefrenabile di incendiare la gente o scrivere su tutti i blog della rete :”MANUELA ARCURI SEI UNA CAGNA!” oppure “RADICAL CHIC DOVETE MORIE!” oppure ” VI ODIO TUTTI!”

…così a cazzo… ma oggi no, oggi io, col potere conferitomi da me stesso ho deciso che userò il mio stato di vero FC per imparare a fare una crostata aprendo a caso il libro di Benedetta Parodi. Se mi viene bene tengo duro e provo ad aspettare che qualcosa si muova anche per me. Se mi viene male mando il mio CV da LUSH e vado a vendere saponette con dignità! 

2 ore dopo: non avevo le uova per la pasta frolla.