Berlino, 20 aprile 2019

“Io ho ancora una valigia a Berlino…” (Marlene Dietrich)

Le probabilità di trovare 25 gradi a Berlino ad Aprile era la stessa di trovare un evento culturale in Italia durante la finale dei mondiali di calcio.

Prima del mio arrivo mi ero fatto un’idea di Berlino che era il risultato dei racconti di una vita.

Alle elementari avevo in classe una compagna, Cristina, appena trasferitasi dalla Germania, che mi raccontava dello zio ventenne al di là del muro, nella Berlino est. Diceva che sparavano, sparavano senza fare distinzioni di sesso o età. La maestra allora ci raccontò del muro e delle germanie, unite e divise come i due emisferi di una noce. Pensavo a Berlino come ad una città lontanissima, pericolosa ed ostile in cui c’era uno zoo gremito di eroinomani. Poi passarono gli anni e, nel mio immaginario, divenne la città della caduta del muro. Ricordo il colore giallastro del servizio al telegiornale, i giovani sui pilastri in parte distrutti, una città in macerie. Dopo gli anni del liceo, la mia amica fece una fuga d’amore segretissima ma di Berlino mi raccontò solo di un bacio impossibile, lieve seppure già saturo dell’addio. Alcuni dei miei compagni di accademia ci si trasferirono per fare gli artisti perché, a loro dire l’Italia era culturalmente asfittica, salvo poi scoprire che a Berlino avevano messo su famiglia e avviato qualche non specificata attività New Age.

La immaginavo piovosa, un set bianconero come un fotogramma di Wim Wenders. Viscerale come una canzone di Bertolt Brecht e piena di persone vestite color caki.

Il nostro albergo è un’imponente struttura sulla Otto-Braun-Straße a nord di Alexanderplatz alle spalle del Volks park. Sembra una gigantesca ex-fabbrica di scatolame riconvertita ad uso turistico. Il risultato per quanto coraggioso non è niente male. Luci a led ovunque, ascensori con video proiezioni, lounge con giganteschi schermi al plasma verticali che trasmettevano musica no stop con tanto di orchestrine swing in proporzioni reali (al punto da farci venire il dubbio che dietro lo schermo ci fossero davvero i musicisti). Piscina, giardino, stanze luminosissime, la palestra e perfino una spa. Un posto talmente confortevole da scoraggiare l’idea di uscire per la città. A Parigi per lo stesso prezzo avremmo trovato una bettola 3 stelle senza piano d’evacuazione. Il tempo di appoggiare i trolley in stanza e di alleggerirci delle felpe usciamo e cominciamo a percorrere a piedi la Karl-Liebknecht-Straße, la colonna vertebrale che da Alexanderplatz porta all’isola dei Musei e proseguiamo sino alla porta di Brandeburgo.

Sotto un sole decisamente italiano percorro il viale, slargo dopo slargo, piazza dopo piazza. Agli incroci mi sporgo curiosamente sulle arterie laterali alla ricerca di storia e colori ma non mi colpisce nulla. Non sono abituato. Solitamente in una città per me nuova sono attratto da tutto. È come se passeggiando, cercando e pretendendo non capissi Berlino. Ho provato un senso di inafferrabiltà, di fluidità difficile da definire. In alcuni momenti mi è sembrata troppo ordinata, disponibile e familiare. In altri la percezione opposta. Di un luogo dove passare, fare poche domande e andare oltre. Oltrepassiamo la porta di Brandeburgo e ci riposiamo per qualche minuto all’ombra degli alberi del parco. Prendiamo un gelato da un ambulante. Un chiosco gelato identico a quello che negli anni 80 passava su un’Ape Cross per le vie del paese del sud in cui sono nato. Il gelato aveva lo stesso colore alieno e solo quattro opzioni: cioccolato, vaniglia, fragola, limone. Ci è stato servito persino con la stessa paletta d’acciaio per fare le palline di gelato piccole e perfettamente tonde. Lo

mangiamo ridendo del fatto che a Milano non ci saremmo mai fidati di una gelateria non artigianale e soprattutto non biologica. Mentre mangio il gelato stremato dal caldo, uno scoiattolo scende dal tronco di un albero e si avvicina al cestino della spazzatura. Guarda calmo. Sembra non accorgersi di noi. Poi si perde tra i colori del fogliame e diviene nuovamente invisibile.

Torniamo in albergo. Dopo una doccia decidiamo di cercare un ristorante in zona perché siamo stanchi. Google Map dice che a tre isolati c’è un ristorantino thai davvero delizioso. Giriamo l’angolo su Am Friedrichshain dietro il nostro hotel e voila. Ecco Berlino. Senza cercare, senza pretendere un itinerario dalla nostra lonely planet ecco che la città si manifesta nella sua trasparenza.

Ogni palazzo degrada sull’altro attraverso architetture contemporanee dai concetti diversi eppure armonici. È bello sbirciare dalle grandi porte-finestre degli appartenenti che danno sulla strada. Ti sembra di sentire le voci, i bisbigli, il suono della Tv oltre il muro, la cappa della cucina ancora accesa, il riavvio della lavastoviglie. Ogni finestra una scena diversa. Ho l’impressione di avvertire ogni attesa, ogni tempo di recupero, ogni voltare pagina di un libro. Presto qualcuno cercherà i suoi appuntamenti segnati in agenda per il giorno dopo, qualcuno si toglierà le scarpe dopo una lunga giornata passata fuori, qualcuno attraverserà le stanze dell sua casa vuota il giorno prima di un trasloco. Salotti lineari ambrati da abat-jour arancio. Stampe astratte sui muri e balconi minimal. La strada come un canale navigabile riflette l’oro dei citofoni, il verde oliva dei tappeti e il nero della notte ad aprile.

Mi sembra finalmente di capire qualcosa di questa città.

Questo è un quartiere della ex Berlino est rimesso a nuovo per farci credere che quel caos creativo sia frutto della modernità. Ci vogliono far credere che il recupero urbanistico abbia trasformato questo luogo in un complesso residenziale. Ma non è così. Nessun caos creativo è davvero risultato di un programma. La nuova Berlino non è una città numerata costruita nell’hinterland da Berlusconi. Non è un progetto. Tutt’altro. È una reazione. Un effetto forse ancora più chiaro la notte. Come se il calare del giorno avesse il potere di invertire le formule matematiche alla base di una legge fisica non dimostrabile alla luce del sole. La notte ridisegna Berlino rendendola umana e accessibile.

Durante il giorno ogni metro quadro di strada a Berlino ricorda una punizione. Cambiano i protagonisti ma per troppi anni questa città ha inscenato punizioni. La guerra, il nazismo, i comunisti infine gli hipster. Pietre d’inciampo.

Di giorno tutto sembra portarti verso quella parete invisibile che è peggio di ogni muro: la sconfitta.

Nei giorni successivi ho vagato per la città senza guida, senza mappe. Facendo attenzione a non mettere i piedi sulle piste ciclabili. I ciclisti berlinesi sono isterici.

In attesa della notte, nei giorni successivi mi sono affidato al caso. Nessuno sa descrivere meglio

Berlino del caso. Non consiglierei a nessuno di andare a visitare monumenti, piazze, ex-muri, check point e patetici mausolei.

Piuttosto osserverei il più rigoroso ammutinamento nei confronti dei programmi e inviterei a trovare il modo più facile per aspettare l’arrivo della notte.

Perché Berlino possiede un ritmo tutto suo comprensibile di notte. Una corrente elettrica invisibile dall’effetto straniante.

Al Görlitze Park i bambini giocano su giganteschi scivoli sorvegliati da giovani spacciatori sorridenti che familiarizzano con gli anziani e le babysitter. Nello splendido mercatino vicino Mayer park un giovane stylist coreano vende il suo armadio. Tutto il suo armadio. Dove pensa di andare? Perché vendere tutto? Giacche, kimono, pantaloni dai colori pastello e velluto sofficissimo. Avrei comprato ogni pezzo, anche le chiavi del suo armadio ma la sua biancheria è così minuta da sembrare quella di una bambola. Forse ha finito di studiare e si prepara a tornare in Corea. Forse restituisce alla città ciò che non gli è mai appartenuto. Forse sono tutti di passaggio gli abitanti di Berlino…

Sembra uno di quei luoghi in cui non va disfatta la valigia.

La città sembra svilupparsi su una pianura eppure camminando si ha la vaga sensazione che la pendenza porti verso il muro fantasma. Come in un piatto doccia in cui l’acqua scivola in direzione del tombino. Così qualunque sia la tua direzione, gira e rigira ti ritrovi a scolare di fronte ad una delle due facce del muro. Forse il muro è stato solo un pretesto per tenere i berlinesi ancorati per un po’ ai margini della Sprea, un folle tentativo di invertire la sua corrente, un crudele lucchetto per non farli scivolare via come da una lastra piena di sapone.

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A come Boh

Non è solo amore.

Perché se così fosse tutto il sistema creato intorno alle nostre vite sarebbe collassato sui nostri cambiamenti, i nostri naturali mutamenti di gusto, le nostre fisiologiche deviazioni sulla lista delle priorità.

Invece la sensazione è che ad unirci sia stata proprio la totale libertà di far passare il tempo e con essa la volontà di accettare il cambiamento, attraversandolo, andandogli incontro. E tutto questo senza farci vincere dalla paura del fallimento, ma al contrario, metterlo in conto sempre. Per questo non è solo questione di amare accettando ciecamente l’atrofia delle attenzioni,

l’invecchiamento del corpo, l’evoluzione del desiderio. È scegliere. È questione di instancabile volontà di costruire. Insieme. Questa forma di unione modifica il Dna.

Dicono che ci somigliamo anche fisicamente. Non è così, eppure sono in tanti a dirlo.

Quel pomeriggio di 20 anni fa in cui ti ho conosciuto c’era il sole. Scesi le scale e ci presentarono. Provai subito qualcosa di strano. Non riuscivo più a distogliere il pensiero da te. Andammo al cinema, ma continuavo ad osservarti. All’inizio pensai fosse la solita attrazione ma oggi so che non era amore. Quello che ho provato quel giorno è molto simile a quello che mi è successo con la danza, con l’arte e con il buddismo. Un senso di completezza. Un senso di ritrovamento. Come aver ritrovato le chiavi, improvvisamente, dopo una lunga ricerca. Solo al tuo arrivo è divenuto chiaro quanto fosse diversa, arida, accennata la mia esistenza. Il tuo arrivo ha determinato un prima e un dopo.

Viviamo insieme da 14 anni. Lotto ogni giorno contro la tua sindrome da accumulatore compulsivo di suppellettili Tiger. Abbiamo due guardaroba diversissimi. Due metodi inconciliabili di piegare i calzini, conservare i cibi e fare il bidet. Abbiamo imparato a viaggiare, a non competere tra di noi, a fare meno i permalosi. Abbiamo conosciuto persone bellissime e anche tante teste di cazzo, meteore, nomi scritti a matita. Non ci siamo sposati perché abbiamo due concetti opposti di cerimonia nuziale ma le nostre fedi sono parte di noi. Abbiamo fatto credere a tutti che nella coppia io sono quello forte e tu quello delicato. Abbiamo imparato a ritagliarci del tempo per stare da soli, lontani da noi. Sono passati 14 anni e ancora provo stupore quando mi lasci poetici post-it sulla tazza della colazione. Sono felice di essere cresciuto con te. Di essere cambiato con te. Di aver tratto ispirazione da te. Non è solo amore. La parola giusta non l’ho ancora trovata. Quindi Boh, non lo so.

Buon quarantesimo Bibi.