Tutti a fanculo.


“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!” – disse mia sorella alzando il calice di vino.

Aveva quattro anni e mezzo. Gridò con tutto il fiato che aveva facendo esplodere la P sulle labbra e le T in mezzo ai minuscoli dentini. Brindò sulle ginocchia di mamma. La sua rivoluzione. Era il pranzo di Natale del 1988. Tutti a fanculo.

Una tavola imbandita. Mai viste tutte quelle posate e addirittura il cucchiaino messo di traverso sopra il piatto di porcellana. “Mamma a che serve il cucchiaino messo così?” – chiesi non camprendendo tutto quel lusso per noi che a stenti apparecchiavamo la tavola e che mangiavamo sui tappeti o sul divano. “È il servizio buono, amore! È del mio corredo, si mette giù così!”

Un via vai iniziato nelle prime ore del mattino quando nonna sfondò la porta della nostra casa di via Tagliamento con il suo proverbiale tatto. – “Luigí! – disse battendo sul portoncino di casa – apri che devo impastare le pittule!”

Nonna aveva il potere di trasformare ogni ricorrenza in tanti piccoli stress distribuiti equamente a tutti i membri della famiglia. Poco importava se si trattasse di un pranzo, o dell’imbottigliamento della salsa di pomodoro, o della preparazione delle conserve sott’olio (per parenti, amici, vicine di casa, dottori e commercialisti), o che si trattasse dei preparativi dei posti letto per l’arrivo dei cugini esotici. Se venivi sorpreso dal suo radar era finita: dovevi lavorare! E se ti sottraevi allo stress come faceva mia cugina o mia mamma allora erano guai… perché se c’era una cosa che a nonna non potevi fare era dirle di no. In caso contrario tutte le anziane matrone del rione delle case popolari del paese ti avrebbe riconosciuto come il lavativo.

Il terrore dello stigma lavativo di nonna mi ha perseguitato per anni.

A Natale la tradizione leccese (come in ogni parte d’Italia) vuole che si mangi tutto ciò che è commestibile. Ma la festa non era festa senza le pittule. Il tipico impasto fritto.

Nonna faceva diversi impasti differenziando la proposta: le pittule al baccalà per lei, quelle al cavolfiore per la mamma, quelle nere alle olive nere per i gusti sofisticati, quelle al peperoncino per i palati coraggiosi e infine le mie preferite, quelle al nulla, solo pasta bianca e sale! Le pittule erano un sorriso dorato. Il buonumore in pastella.

La consuetudine familiare prevedeva che il Natale si passasse dagli zii materni. Era la tradizione. Una celebrazione impeccabile. Un protocollo messo a punto negli anni che aveva portato ad un formula perfetta, come il Sanremo di Pippo Baudo. Menù dalla scaletta parossistica che partiva dagli antipasti in cui la regina indiscussa era la maionese e culminava sei ore dopo con la frutta secca lanciata sul tavolo direttamente dal sacco di iuta e i mandarini coi noccioli del giardino di zia le cui scorze erano poi usate per giocare a tombola.

Tradizione, innovazione e interattività: mancava solo la giuria demoscopica e il maestro Peppe Vessicchio. Era il pranzo di Natale perfetto. C’erano anche gli ospiti stranieri, gli zii esotici della Svizzera. Tutta questa nazional-popolarità mi dava sicurezza, protezione e calore. Era come se sapessi cosa desiderare. E che ogni desiderio fosse chiaro.

Ma quell’anno le cose andarono diversamente. Gli zii esotici portarono con loro parenti esotici dalla Martinica. Inoltre 4 dei miei cugini appena maggiorenni presentarono le loro fidanzate, e infine si palesarono i parenti di mio padre: nonna e i tre fratelli minori di mio padre ancora scapoli. Eravamo in troppi. Fu così che i miei zii chiesero a mia madre di usare il nostro gigantesco salone della casa di via Tagliamento come nuova location. Come nuovo temporary store del colesterolo. Mia madre accettó a patto di non cucinare.

Fu così che quello del 1988 fu l’unico Natale passato a casa nostra. Fu anche l’ultimo. E fu un Natale che tutti ma proprio tutti ricordano ancora oggi per tre motivi.

1. La pantera delle Antille.

Una cugina francese dello zio esotico fu puntata indistintamente da 3 generazioni di maschi per i suoi occhi da panterona delle Antille. Era di una bellezza imbarazzante. Tutti le offrivano da bere e le parlavano in dialetto pugliese. Lei rispondeva ridendo: “uì, bhuff, giolííí” – talvolta cambiando l’ordine.

2. La barzelletta.

Per farsi accettare dai maschi alfa, il fratello minore di mio padre (che era anche il mio zio preferito) decise di raccontare una barzelletta. Ma mentre la raccontava tutti fecero improvvisamente silenzio e, siccome lui era timidissimo, perse il filo del discorso e si dimenticò il finale. Provo’ invano a inventarsi una chiusa tirandola per le lunghe (con la speranza forse di ricordarsi magicamente il finale) ma niente. I tempi canonici della barzelletta avevano ormai ceduto il posto a un’esegesi epica oltremisura. Era ormai troppo tardi: il branco riconobbe la preda facile. L’implacabile uditorio da lì in poi lo prese atrocemente in giro e lui stesso divenne la barzelletta non finita. In realtà mi piace pensare che quello dello zio fosse un monologo di teatro dell’assurdo. Un premio Ubu mai consegnato. Il finale è ancora oggi un mistero.

3. La cinepresa.

Una camera registrò su un nastro VHS 180 minuti di quel giorno. Registrò tutto. E siccome fu lasciata su un cavalletto in un angolo del salone, quasi tutti gli invitati, per tre ore, se ne dimenticarono. Il risultato fu straordinario. L’occhio e l’orecchio di un grande fratello ante litteram fissò ineluttabilmente tutto. Ogni dinamica. Ogni sguardo. Ogni gioco di potere, ogni tensione, ogni disattenzione, ogni silenzio. Ho riguardato più volte quella videocassetta. L’ultima volta ho riconosciuto una voce. A dire il vero ho riconosciuto un tono di voce captato dal microfono della videocamera. La voce di mio padre. Un saggio del suo vasto repertorio fraseologico per allontanarmi. La camera riprende: una nuvola di fumo nel salone, il passaggio fulmineo di nonna con il Pandoro Melegatti, il mio gelo, poi il brindisi di mia sorella.

“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!”

Da lì in poi andammo tutti veramente a fanculo. Pochi mesi dopo un brutto litigio divise la famiglia in due fazioni: noi tre (io, mia sorella e mamma) dagli altri. Nonna ebbe una serie di infarti che le tolsero la creatività ma non le forze per tiranneggiare. Gli zii esotici passarono i loro Natali in Svizzera a fondere formaggi e la pantera delle Antille si laureò a Parigi poi fu rapita dagli alieni. Lo zio della barzelletta subì un trapianto di fegato dopo aver contratto l’epatite in Nigeria dove si trovava per lavoro. Noi lasciammo la bellissima casa di via Tagliamento per trasferirci nella nuova casa di Viale Trieste, una casa meno ospitale ma terribilmente poetica. Di lì a poco i miei si separarono definitivamente e per chi non lo avesse capito gli anni 90 furono uno schifo. Carestie, pioggia di fuoco e cavallette. Ma non è questo il punto. Andò a fanculo il calore, il nido, la sicurezza. La chiarezza sui desideri fu sostituita da un languore indistinto, generico. Un indifferente voglio tutto o forse niente bho non so. Andò a fanculo l’attesa del Natale, i suoi colori, il suo incanto. Andò praticamente a fanculo l’infanzia.

Il Natale è un detonatore di emozioni, è chiaro a tutti. Chiederci cosa sarebbe stato di noi se le cose fossero andate diversamente è sciocco. Non è sciocco però prendersi il tempo di costruire l’incanto. Di progettarne i dettagli e le forme e farlo in nome di quell’ inno allo stupore che è l’infanzia. Il mondo ha bisogno di racconti, di immaginazione e di variazioni sul tema della magia. Questo è l’antidoto al gelo. Se avessi un figlio forse partirei da una storia qualunque e arriverei al Natale scivolando sull’importanza di credere nelle favole. Parlerei di quanto è folle il viaggio verso la terra, di una stella che indica la strada, della carta roccia per fare il presepe, del paesaggio elfico del nord, della corteccia umida, del muschio, del mistero del camino, della bellezza dello scrivere e rendere inchiostro i desideri. Dei desideri. Dell’importanza di desiderare le cose giuste. Perché poi in un modo o nell’altro si avverano. Questo dev’essere. Questo è il Natale che racconterei a mio figlio. Un giorno di scrittura.

A quattro mani.

Il resto è feccia. Il resto a fanculo.

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