066 – giallo di Napoli rossastro


«Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore.» (P. Klee)

Nella grande casa di via Tagliamento c’era un’entrata di servizio dalla quale si accedeva in una stanza stretta e lunga che chiamavamo il sottoscala. Era infatti l’accesso al terrazzo. I vecchi inquilini ne avevamo ricavato un grande ripostiglio. Un tempio di cose rotte, addobbi di Natale, vecchi giochi, attrezzi da giardinaggio e polvere. Mamma lo trasformò nel suo laboratorio di pittura. Era infatti l’unica zona della casa in cui si poteva stare in santa pace ma anche l’unica stanza davvero isolata in cui far asciugare le tele, e pulire i pennelli nell’acqua ragia.

L’odore nel sottoscala era pungente. Una pozione segreta ottenuta dai solventi, colori a olio, olio di lino, vecchi giornali, immaginazione e silenzio. E questo silenzio ogni tanto era rotto dal fischiettare inconsapevole di mamma. Fischiettava motivetti irriconoscibili mentre dava lo sfondo o correggeva la luce. Fischiettava felice come per un giorno di festa. Il sottoscala era il giorno di festa della Mamma. La sua rivincita nei confronti della vita.

Iniziò a dipingere mentre crescevo nella sua pancia. In quel periodo lo zio si appassionò alla pittura per hobby e mia madre lo sfidò. Gli chiese: “cosa mi serve per iniziare?” . Conoscendo lo zio, deduco che il giorno dopo si presentò da mia madre con uno scatolone di colori e diluenti, e una tela bianca. E così mia madre iniziò a dipingere mentre io le davo la nausea.

Chi dipinge a olio sa quanto sia invasivo e nauseante l’odore di questa tecnica. Mia madre non fece una piega. Smise di fumare per nove mesi e cominciò a dipingere. Non si fermò più. Fu il suo aspettarmi. Un sedativo per l’impazienza di diventare madre per la prima volta. Aveva 29 anni e non aveva mai preso una matita in mano. Del resto ad oggi, non l’ha mai presa in mano. Non ha mai disegnato sulla tela prima di dipingere. Non ha mai fatto un corso di pittura. Non ha mai studiato i pigmenti, le proporzioni, la prospettiva, la sezione aurea. Non ha mai disegnato dal vero. I suoi pensieri diventavano magicamente contatto con la tela. Direttamente. Come fosse guidata da un navigatore emotivo che le fa affluire i ricordi sotto forma di fiori, radici, terra, nuvole e mare.

I miei primi ricordi sono legati all’odore dei colori che mamma catalogava e conservava in vecchie scatole di scarpe. C’era la scatola dei gialli: i preferiti dalla mamma, la scatola di stivali conteneva un’impressionante varietà di gialli. Nel suo vocabolario giallo vuol dire urlare! C’era la scatola dei blu con dentro il mare di Frigole e il cielo della Svizzera. C’era la scatola dei verdi: i colori ribelli, pigmenti cattivi che odiano la tavolozza. Ma soprattutto c’era la scatola dei bianchi. “Mamma perché nella scatola dei bianchi c’è solo il bianco?” Capì molto presto la relatività del bianco. Mamma racconta che quando, ancora in gravidanza, terminò il suo primo quadro chiamò lo zio e gli chiese cosa ne pensasse. “Firmalo!” Disse lo zio incredulo. E fu allora che mamma decise di chiamarsi Anigiul. Inzuppò un pennello numero 7 a punta con un blu oltremare mischiato con una goccia di nero e in basso a destra comparve ANIGIUL 1978. La mamma nacque così, per la seconda volta. “Se il quadro piace dirò che l’ho fatto io e mi sono firmata al contrario, se il quadro non piace dirò che lo ha fatto un pittore persiano.”

Nessuno ha mai osato dire che i quadri di mia madre sono brutti. Sono sgangherati, monotematici, sproporzionati ma mai brutti. La dismisura si fa colore e forma. E produce qualcosa di innegabile, qualcosa di molto ma molto vicino alla parola bellezza. Nel sottoscala di via Tagliamento ho respirato acqua ragia per anni.

Sono cresciuto così. La voglia di giocare con i colori si sovrapponeva al bisogno di stare a contatto con una mamma inspiegabilmente felice. Mi posizionavo affianco a lei, con una piccola tavolozza di compensato e una tela più piccola. Seduto su uno sgabello altissimo per arrivare al livello del piano di lavoro. Ore e ore. Io e lei. Io che copiavo lei. Lei che copiava male Segantini. Per poi coprire tutto e dire: “Qui ci vuole il mare!”. Se penso ad un albero non penso ad una albero vero. Ma a quelli che dipingeva mamma nel sottoscala di via Tagliamento. Quelli con i tronchi blu. “Mamma ma i tronchi non dovrebbero essere marroni?” era la mia domanda ricorrente. “No amore, gli ulivi hanno i tronchi blu, guardali bene!”.

Solo da grande ho capito che l’arte non è riproduzione. L’arte è visione. Più questa visione è filtrata dalla personalità di un artista e più questa si avvicina al reale. Il realismo vero non ha nulla a che fare con la fotografia. “Di che colore faresti il cielo di Porto Cesareo alle 16:45 a Ottobre?” Mi interrogò mamma. “Blu?” risposi. “No amore è lo 066 giallo di Napoli rossastro! Fidati di me!”

Effettivamente il cielo è color carne in certe ore del giorno. Il cielo è carne. La natura è una figura umana più evoluta.

Mamma si è sempre vergognata del fatto di dipingere. “Non ho mai studiato, non merito di essere chiamata pittrice, e poi non so disegnare il corpo umano…” Per questo mi convinse a fare il Liceo Artistico. Mentre un genitore normale rabbrividisce alla sola idea di mandare il proprio figlio nella scuola più pericolosa che c’è, mia madre mi iscrisse con un senso di orgoglio e rivalsa che anche io facevo fatica a spiegarmi. Ma nelle interminabili ore di tecnica dal vero, nelle fredde aule del Liceo Artistico statale di Lecce mi domandavo perché tutto ad un tratto stava morendo in me la voglia di dipingere. Cosa mi mancava?

Ci sono voluti quattro anni e l’impegno di un corpo docenti dal livore senza misura (professori che volevano fare gli artisti e invece avevano vinto un concorso ministeriale in grado di uccidere e dare degna sepoltura alle loro aspirazioni) per capire che non era arte ciò che si faceva al liceo. Era merda. I professori erano merda. Bitume. Terra di Siena: la cacca malata dei barboncini. Ho scoperto il marrone. Mi fecero dipingere con le tempere, ad acqua. Con una color palette di 5 colori. Ripeto: ad acqua. Da mille a cinque. Un l’oltraggio alla parola arte. Gli anni più tristi della mia vita. Apparve il nero. Sui muri. Inchiostro di China. Nei miei vestiti. Nelle pieghe dei tagli che mi facevo sugli avambracci. Negli occhi. Ci sono voluti quattro anni e la professionalità di un corpo docenti che mi insegnò a ricalcare, a riprodurre in scala, ad azzerare il cervello e usare il giallo limone.

Cosa mi mancava? La visione forse. Quello che mi dava mamma nel sottoscala di via Tagliamento e che anni dopo ho ritrovato nella danza.

Cos’è l’arte? Si può imparare a scuola? Io credo di si. Ma con i maestri giusti. Quelli che sanno aprire dei ponti nell’immaginazione! I maestri che sanno riconoscere un pensiero divergente e lo sanno valorizzare. I maestri che sanno apprezzare l’indecisione, l’esitazione, l’entusiasmo. I maestri che ti danno più strumenti per cavartela da solo. Tavolozze cosmiche. Pantoni galattici. Un arsenale di mezzi e input. I maestri che ti vogliono accanto a loro fischiettando in un sottoscala umido e polveroso.

Mamma ha dipinto negli anni un numero spropositato di tele. Dipinge ancora oggi. Molto meno. Le fa male la schiena “Sai, tutte quelle ore in piedi!”. E poi i solventi le provocano forti irritazioni alle mucose di occhi e gola. In quarant’anni ha dipinto centinaia di sentieri di campagna seguendo i quali ha ritrovato una bambina seduta sugli scalini della casa dei nonni a Frigole. La casa con i muri di calce bianca. Ha dipinto litri e litri di Mare Ionio. Dal giallo cromo al blu di Prussia. Milioni di petali di fiori, un numero che basta a far arrivare la primavera su Plutone. E boschi di ulivi a perdita d’occhio.

Cobalto.

Come nella realtà.

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