A proposito di Verticalità – (diario di New York)

(tempo di lettura 13 minuti)

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dal film The Walk – Joseph Gordon-Levitt

Mastico più forte il chewing-gum  quando avverto il primo segno di un abbassamento di quota. I voli low coast possono rivelarsi un vero e proprio tormento per i miei timpani geneticamente sul punto di rompersi. Rumino un sassolino di gomma ormai quando il bimbo della fila dietro inizia il gioco del dare calci al mio schienale. Ma non mi difendo. Lascio che continui.

Sto leggendo un bel libro, Questo bacio vada al mondo intero di Colum Mc Cann. Sono a pagina 217, interrompo la lettura esattamente sulla frase nessuno cade a metà, esattamente quando il bimbo dietro di me emette il grido Cadiamoooo!

Questo è troppo.

Io ho molta paura di volare. Cosa diceva il training? Fare un bel respiro e attivare le dita dei piedi. I miei sono ormai origami rosa nelle Nike. Come devo codificare questa coincidenza? Ogni volta che prendo un volo faccio un breve testamento che invio via whatsapp a mia madre. Comunque vada festeggiate! – conclude il messaggio.

Poi invio, metto in modalità aereo infine spengo. Prima di volare mi batte il cuore in modo diverso. Sento il suo capovolgimento e lo seguo con attenzione sino alla resa. Si chiudono i portelloni. A quel punto sono in trappola. Le alternative sono due:

  1. Urlare aiuto!
  2. Arrendermi.

Scelgo la seconda e torno a leggere.

Il protagonista del romanzo è il funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto 1974 compì la straordinaria impresa di attraversare le torri gemelle utilizzando una fune. Ho incontrato questo libro per caso, come quando incontri un amico in una città immensa e sconosciuta  a entrambi. È successo mentre curiosavo i blog sulla città di New York. Ho pensato che potesse sostituire la cartina. Così è stato. Come una bussola un po’ arrugginita il libro mi ha guidato per i quartieri dell’East Village e della periferia newyorkese degli anni 70. È stato come visitare l’Europa con uno stradario del 1981 e imbattermi nella parola Iugoslavia o Berlino est. Tra un crumble muffin e un veggie bagel, ho lasciato fosse l’errore, questa involontaria smagliatura del tempo a guidarmi. Ho sbagliato più volte strada. È stato allora che ho capito che stavo cominciando a viaggiare.

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Agosto 1974 – Philippe Petit fotografato da un passante

Andremo a New York! – Aveva esultato Elisa lo scorso Novembre.

Berlino? – Rispondo.

No, New York! – Fa lei.

Lione? Vienna? – Rilancio.

New York! – Risponde con tono sempre più sicuro.

Matera? Hai mai visto i sassi? Vi prego non fatemi volare! – Imploro io, invano.

Andremo a New York! Andremo ad Agosto! – Con questa sentenza Elisa, prima di Natale, distribuì i seguenti compiti: Tu cercherai dove dormire, tu cosa fare, tu ti occuperai dei visti, io mi assicurerò che i timing vengano rispettati!

Ed è per questo motivo che, malgrado la mia resistenza, il mio stop ai voli durato 3 anni per la paura di perforare i timpani, ora sono a migliaia di metri dal suolo.

Non sono per nulla triste che sia finita la vacanza. Torno a casa con la voglia di tornare, sazio di stupore. Appena toccherò terra, quando sarò davvero sicuro di essere vivo mi sforzerò di fare due cose:

  1. Apprezzare incondizionatamente l’Italia.
  2. Praticare la gentilezza senza pormi limiti.

Il libro racconta il 7 agosto del ‘74 attraverso lo sguardo di personaggi che quel giorno si trovavano a New York. Più vado avanti con la lettura e più ho l’impressione che chi rischia davvero la vita non sia il funambolo! Sono esseri umani in bilico tra la rabbia e l’impotenza, tra il desiderio e la disperazione. Tutti precipitati nel loro inferno tranne uno: il funambolo. Colui che passo dopo passo attraversò il World Trade Center da una torre all’altra senza protezioni.  Questo a dimostrazione del fatto che l’equilibrio non ha nulla a che vedere con la distanza da terra, la fortuna, la posizione di rilievo che occupi nel mondo, il numero di followers, l’indice di fighezza che hai. L’equilibrio è nulla di tutto ciò.

Mi giro verso il bimbo che tira calci e con un’occhiata ci capiamo. Ammutolisce. Il comandante annuncia l’inizio della fase di atterraggio. Tra 15 minuti circa toccherò terra.

Sul taxi che dal JFK porta al Lower East Side, attraverso il Williamsburg Bridge, a sinistra c’è un immenso cimitero, scarno e con le lapidi interrate a perdita d’occhio. Sulla destra, improvvisamente scorgi Manhattan. Aveva ragione Céline, penso. Nel suo Voyage au bout de la nuit, quando vide per la prima volta New York scrisse di una città verticale, affetta da una rara forma di priapismo architettonico, sempre in erezione. È proprio un senso di vertigine quello che ho provato alla vista di quell’eccesso di verticalità e di cemento armato. Un sussulto per la violenza di troppo grigio all’orizzonte.

Arrivati nel nostro appartamento in Eldridge St. ho subito capito che non sarei riuscito a dare una definizione al quartiere. Il Lower East Side è una spugna di mare sfuggita all’East River. Sul più bello che ti sembra di averne disegnato i contorni, lui ha già cambiato forma. È meraviglioso. Sembra parlare di me, delle mie inesattezze. Case basse, scale anti incendio, sinagoghe, puzza di piscio, botteghe di rigattieri, caffè, campi di basket condominiali, eroinomani immobili a fissare una panchina, turisti in Birkenstock, coworking, gallerie d’arte, polizia, fashion victim e addirittura una ragazza accaldata in topless, folate di cannabis, vintage shop e graffiti, graffiti ovunque. Dai minuscoli tag ai muri di cinta colorati dei parchi passando dalle monumentali pareti divenute storia dell’arte. La Sistina dei newyorkesi, ecco cos’è. Imponenti, verticali fotografie a colori della realtà mediata dalle bombolette spray. Regali di sconosciuti all’unanimità. Capolavori di una notte, risultato di un gioco di squadra che sfida i più sofisticati sistemi manageriali, oltre ogni fottuto organigramma aziendale, oltre la legge, la dove inizia l’arte, appunto.

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Eldridge St.

Una delle impressioni più chiare provate a New York è quella che tutto può accadere nel trascorrere di una notte. La velocità della creazione speculare alla velocità della distruzione. Non a caso, in questa città, una mattina ti svegli e appare una bambina spocchiosa e minuscola, una faccia di bronzo oltre che di culo, che guarda dritto negli occhi il toro di Wall Street quasi a dire: noi donne siamo più forti del vostro capitalismo di merda! Una mattina ti svegli e non hai più il tuo visto. Fuori!! Tornatene al tuo paese! Una mattina ti svegli e le due torri sono venute giù, e con loro, milioni di sogni. Per questo motivo piango. Contro ogni mio volere, bypassando ogni mio cinico sforzo. Piango appena scorgo le cascate d’acqua del memorial. Lo stomaco mi chiede di piangere. Non la testa. La testa mi dice che gli americani sono furbi. Sanno speculare sulla morte, sanno trasformare un cimitero in un parco dei divertimenti. La testa mi dice che in Europa ci sono state molte più vittime o in Giappone o in Siria o in Vietnam. Eppure lo stomaco mi dice piangi! Fallo ora! Così è. Piango il crollo dei sogni in un ora. Piango perché non vedo il fondo delle vasche. Piango per il silenzio di quella sera, piango per chi restò attaccato all’altro capo del telefono, per l’albero sopravvissuto al disastro, per le rose bianche, per i nomi incisi, per la perfezione del cielo a Settembre, per la cieca sofferenza dell’uomo disposto a morire per far morire. Ogni crosta di cinismo va a farsi benedire. In fondo a quale tombino sono finiti quei sogni? Dove ci porta l’acqua quando cade nel buco?

Il funambolo è un fuorilegge. Elude i controlli, si posiziona sul tetto della torre e aspetta l’alba su Manhattan. Sono le 5:40 circa del mattino. A oltre 400 metri dal suolo. Dalla torre Sud alla Nord e viceversa per 8 volte. Fluttuando nella profondità delle nuvole. Yes you can!

Tra pochi minuti atterrerò all’aeroporto di Malpensa. Sento il mio orecchio destro contrarsi da dentro come un elastico. Ho paura che di colpo il gancio che tende questo elastico molli la presa improvvisamente così da far saltare ciò che la testa contiene, sino al midollo, pensieri compresi.

Sul ponte Marco mi da un colpetto sulla spalla e mi dice baciami adesso. Il ponte di Brooklyn è la risposta americana al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, è la Tour Eiffel senza la spocchia francese, la Piramide di Cheope a stelle e strisce, forse la più riuscita dichiarazione di modernità oltreoceano. Secondo me, il vero simbolo della città è lui, il ponte, non la statua della libertà. Siamo sullo sfondo di migliaia di selfie di sconosciuti da tutto il mondo. Il ponte è oggettivamente bello. È il frutto della fatica umana. Della sua tensione. Del suo ottimismo. Questo ottimismo ci contagia al punto di decidere di attraversarlo a piedi sotto il sole di agosto alle 14:00 nella direzione contraria alla massa, ovvero puntando a Brooklyn.

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Antonio, Elisa, Marco ed io.

Siamo quattro pazzi! – Ci ripetiamo.

Decidiamo di voltarci solo alla fine del terzo pilone. Come quattro mogli di Lot versione hipster o come quattro cloni di Orfeo risaliti dagli inferi della Downtown, cerchiamo di resistere alla tentazione di voltarci, quasi fosse la condizione necessaria alla buona riuscita di un incantesimo chiamato Skyline! Ed è così.

Siamo stati proprio bravi ragazzi! Ci meritiamo un bagel a Brooklyn!

Altra coincidenza: una notifica sull’I-phone mi avvisa che è appena crollato un ponte a Genova. Non ci faccio caso. Sai che novità? In Italia crolla tutto! Dopo qualche minuto, mi rendo conto della gravità. Verticale come un crollo, come una doccia fredda. Con il ponte crolla molto altro. Mi sento schiacciare il petto per un attimo. Come può essere possibile? Non era un ponte di funi e legno, era cemento. Era un ponte di cemento. Chi ha permesso tutto questo?

Con i miei compagni di viaggio ci accertiamo che nessuno dei nostri amici in Italia sia coinvolto nella tragedia, come se questo rendesse meno tragedia la tragedia. Poi, diamo un ultimo sguardo al ponte di Brooklyn mentre all’orizzonte il cielo si gonfia di nero, quasi a pretendere un tramonto alle 3 del pomeriggio. Giusto il tempo di contattare un Driver dall’app VIA e salire a bordo. Poi si scatena un temporale estivo, violento, oceanico.

Quando decido di partire con qualcuno, il mio terrore più grande è quello di disintegrare i rapporti. Del resto non c’è detonatore emotivo più pericoloso della vacanza. Penso sia un timore diffuso. La convivenza forzata può rivelarsi una prigione! Ogni scelta, ogni timing, ogni alternativa va cooperata. I miei tre compagni di viaggio si sono confermati Best Friends in un crescendo di empatia. Ecco una breve lista di cose che li riguardano che ha aumentato il livello del mio affetto per loro:

  • Elisa mi stringe la mano solo nei decolli, durante gli atterraggi si dimentica che ho paura e si addormenta: adoro.
  • Antonio ride come un matto quando dico la frase siamo dei duri: adoro.
  • Marco mi ha più volte detto ti amo per la felicità: adoro.
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Williamsburg e il cielo.

Un passo dopo l’altro abbiamo camminato lungo traiettorie dettate da fili invisibili, corde tese che vedevamo solo noi quattro. Come funamboli tra le nuvole. C’è qualcosa di misterioso sui marciapiedi di Brooklyn, un dubbio di non essere a New York osservando i pali della luce in legno a Williamsburg, c’è insolita bellezza nei locali Jazz del West Side. Sarà che siamo in agosto, eppure ho trovato la High Line a Meatpacking un luogo dove fermarsi e scrivere favole per bambini e che dire di Chelsie?

Questo è il posto in cui vorrei vivere, anche solo per qualche mese! – sbotto io.

È la quarta volta in due giorni che lo dici! – Mi ricorda Elisa.

In effetti ho detto la stessa cosa per altri tre quartieri. Eppure Chelsie mi ha dato davvero qualcosa in più.

Giochiamo ad immaginare di vivere qui? – Le faccio.

E giù a fantasticare sulle nostre giornate tipo, sul budget, su cosa vorrebbe dire la routine nella grande mela e cazzate di questo tipo. Cazzate che comunque mettono di buonumore. A noi quattro si aggiunge la piccola Giò: 21 anni, italiana, diplomata all’AMDA, il suo sogno è Broadway ovviamente. Alle 9 del mattino è già in Time Square a cantare le canzoni del musical del quale sta sbigliettando le riduzioni.

Mi pagano bene ed è divertente! – ci dice mentre si sistema gli accessori del costume da cameriera! Le chiedo di cantare per me, canta molto bene. Le luccica lo sguardo dietro gli occhiali. Non è sicuramente il tipo di ragazza che in Italia può sperare di avere successo. In America il corpo perfetto è sicuramente importante ma non essenziale. Questo spiraglio mi fa trasalire. Esiste davvero il sogno americano? Vado a vedere il musical Waitress al Brooks Atkinson Theatre di Broadway e penso che si, esiste. Attori e danzatori non convenzionali di rara bravura tecnica ed espressività. Visito le grandi scuole di Performing Arts di New York e penso si. C’è spazio per la diversità se c’è talento. Faccio due chiacchiere con la commessa della Public Library e penso si, gli studi umanistici e artistici hanno pari valore degli studi economici, medici o ingegneristici. Si esiste il sogno americano. Lo penso. Si tratta della capacità di darsi una seconda possibilità, di inventarsi da zero, di non buttarsi merda addosso. Noi Italiani siamo maestri in questo. Ci lamentiamo di Salvini, che è oggettivamente un ignorante e intanto gli americani stanno sopravvivendo a Trump, il dio del pressappochismo.

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New York Public Library

Atterraggio perfetto: non ci sento da un orecchio.

Un giorno intero ad Harlem è stato la svolta, la linea di demarcazione tra ciò che ci si aspetta dalla grande mela e un nuovo capitolo scritto da noi. Da quel giorno abbiamo cominciato a vedere New York in modo diverso. Entrati nella Caanan Baptist Church of Christ, una congregazione battista sulla 132 West, abbiamo perso il controllo della nostra emotività. Ci sediamo sulle panche in legno del vecchio cinema che dal 1932 è divenuto un centro di culto… dalla fiction a dio è un attimo. Ho avuto la stessa confusione quando ho visto il cimitero dietro la Trinity Church. Prima di tutto perché non mi aspettavo di vedere un cimitero nel traffico di New York e poi perché tra i defunti veri c’erano anche personaggi di fantasia, morti in quel luogo si, ma attraverso le pagine di un romanzo. Come vedere in un cimitero europeo, tra le lapidi di marmo, anche quella di Biancaneve.  Questo a sostegno dell’idea che l’arte determina la realtà e non viceversa. Stessa vertigine. Ad Harlem, durante la funzione, un’anziana donna di colore piccola piccola sta cantando con il cuore nelle mani e il rossetto rosso pomodoro. Smetto di piangere dopo un ora. non sto esagerando. Il reverendo Travis sembra uscito da un convegno alla Bocconi. E’ così aitante che sembra photoshoppato. Sono nel colore. Sono nelle forme che amo. L’ambra, il turchese, il colore viola, i fiocchi, i piegoni delle gonne, i cappelli eccentrici, i calzini, i colletti con le iniziali, il glamour afroamericano, il bianco del sorriso, la musica, il coro che danza o la danza che canta, l’organista, il pianoforte a coda, il matto della congregazione, la zitella, le parrucche, i colori complementari. Giuro di aver visto gli stessi colori sulla tavolozza di legno della mia mamma quando dipingeva nel sottoscala della nostra casa in Via Tagliamento: sepolta dalle tele, tra i ritagli di giornale, l’olio di lino, l’acquaragia… mi sembra di sentire il suo fischiettio. Forse è l’unico ricordo che ho di mia mamma veramente felice. Felice in una prigione di colore dove era impossibile perdere l’orientamento. Al sicuro tra i colori a olio, tra gli ulivi blu sulla tela.

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due signore ad Harlem

Sono vivo! – mi dico. Segue quel margine di non tempo e non spazio in cui si è seduti in attesa dell’ok da parte del comandante, prima di poter slacciare le cinture e scorgere la luce che filtra all’apertura dei portelloni. Si aspetta. Il bimbo esulta. anche io a l’idea di non rivederlo mai più.

See you never! – è il tormentone della vacanza! Ci divertiamo a dirlo un pò a tutti, sfatando la recondita possibilità di non tornare più. Io invece son sicuro che tornerò. Ho voglia di sentire il respiro della città di notte dall’ottantesimo piano dell’Empire. Ritornerò in cima a quel suono indistinto: il nero di Central Park, la folla, l’oceano, il traffico, aspettando di guardare King Kong dritto negli occhi.

See you never guys! – e scoppiamo a ridere scendendo dall’aereo. Funambolici.

Sputo il chewing-gum in un fazzoletto di carta, nelle tasche trovo uno scontrino di Starbucks.

Ragazzi colazione?

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