Ecografia di un’esclusione

Riconosco perfettamente l’espressione del volto di chi, in autobus, per paura che tu possa sederti affianco, occupa il posto con qualsiasi tipo di oggetto (reale o immaginario) andando in panico vedendoti sopraggiungere.

Una volta un tipino magrolino sulla corriera che dalla città portava al paese si sdraiò in obliquo sui sedili pur di non lasciarmi il posto. Ne apprezzai l’onestà.

Del resto l’esclusione si manifesta sotto forma di mille sguardi obliqui: è un ampio catalogo di strade secondarie prese per evitare di fare incontri e poi abbassamenti di voce, e muri, muri alti.

Da piccolo avevo l’incubo della divisione in squadre. Quelli come me spesso erano gli ultimi ad essere scelti. Questi giochi non cambiano da adulti.

Non ho mai vissuto come un problema l’esclusione. L’imbarazzo che genera l’esclusione, quello si. Quello è insostenibile. Durante i giochi, ad esempio, avrei voluto evitare a certi bambini l’imbarazzo di dovermi scegliere. Il loro provare a giustificarsi era molto più crudele dell’esclusione in sé.

Per questo motivo, ad un certo punto, si impara la nobile arte della ritirata. A volte è molto meglio simulare un mal di pancia o un impegno improvviso e fare un passo indietro. Dissolversi. È un modo come un’altro per risparmiare a certe persone quell’imbarazzo che non ha nulla ma proprio nulla di letterario.

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