Risvegliarmi

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Mi alzo dal letto in preda a un dubbio … Faccio la pipì poi al ritorno devio in direzione salotto, sposto le garze IKEA che un tempo erano tende e faccio due passi sul balcone, gli unici due possibili considerate le sue dimensioni.
Milano mi regala lo spettacolo elegante della sua aurora, veloce, perfetta, noncurante. Questione di 5 minuti di sospensione ultraterrena prima che si scateni l’inferno chiamato città.
Mi sembra di vedere tutto come guardandolo da una gelatina trasparente blu cobalto che degrada di minuto in minuto verso un grigio-rosa.
E mi sembra di percepire suoni mai sentiti.
Lo spegnersi dei led dei lampioni.
Lo stridere delle snikers sul pavimento dei box.
Un gled soffi che fa PUFFF.
L’ondeggiare di una tenda molestata dall’insistenza di un ventilatore.
I like sullo smartphone della signora a passeggio col cane.
La gru sospesa sembra un nuovo monumento, chissà da quanti mesi e’ li di fronte al mio balcone resa invisibile dal rumore della città.
Mi è sembrato di percepire lo schiudersi delle ortensie del giardino di fronte.
Il suono del mio corpo che si stacca dal fondale come colto da un piccolissimo riflettore con la luce a taglio, grigioperla. Una luce dall’intensità bassissima che delinea appena il mio profilo ma quella che basta a rendermi presente. E per un attimo mi ritraggo dalla balaustra per paura di essere totalmente riconoscibile, umanamente esposto, come un cervo in una prateria che pensa di essere solo ma che è già sulla traiettoria di un fucile.
Poi mi sembra di percepire il suono del sopraggiungere delle zone d’ombra, impossibile e magnifico.
Poi la lenta manifestazione dei volumi disegnati dalla luce desaturata dell’alba.
Mi è sembrato di percepire il respiro sincronizzato di mille persone nelle loro ultime ore di sonno.
Il sali-scendi dei loro stomachi.


Ho avuto il dubbio che non fosse la mia città, di essermi svegliato altrove.
Un’auto ha svoltato sulla via, il tempo di girarmi il cielo ha già un inequivocabile est e un suo antagonista grigio scuro.
Sale una tapparella, poi un’altra e un’altra ancora. E come se dalle case della gente fuoriuscissero fasci luminosi di realtà che si posano sulle cose per restituire loro l’esatto colore, l’esatta funzione e l’esatto errore.
Rientro in casa con un dubbio mutato in due dubbi, anzi tre o quattro, cosa importa.
Tra pochi minuti la luce coprirà il colore e i contorni della città ed io potrò tornare suo arredo indistinto, senza paura di essere percepito per quello che sono, senza paura di fucili puntati.
A breve tornerò a confondermi, come una creatura in un quadro di Bosch, come nel giochino “trova Wally” … Ci sono. Il mio non trovarmi non mette in discussione la mia esistenza.

Ci sono comunque.

Trovarmi è solo questione di tempo.

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Italia-Germania

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Per uno come me che non sa distinguere non dico i mondiali dagli europei, ma nemmeno la mia nazionale dalla squadra avversaria. Per uno come me che se vedo un calciatore con quel calzettone alto, penso solo a quanto ne godrebbe la gamba se fosse 10 cm più corto. Per uno come me che tifa a prescindere per i più deboli, le partite ITALIA-GERMANIA sono la cosa più noiosa e inutile che esista.
1990
Arrivo’ a Basilea il papà che ci avrebbe riportati sani e salvi in Italia. Nel pomeriggio il cielo si era rannuvolato, ed io ero nella mansarda di legno a costruire case con i libri dai misteriosi titoli in tedesco della zia, case per le Barbie fatte di libri. Cultura ariana come mattoni per donne di plastica bionde. Solo muri perimetrali e tetto. Tra uno spostamento dal salotto di libri di storia e la cucina di libri di cucina qualcosa andava sempre storto. E spesso Barbie Gran Gala’ rimaneva sepolta da qualche tomo enciclopedico. Tulle rosa e glitter sotto le macerie.
Io in ginocchio sul letto. A costruire case a schiera. Sentii il rumore del Bmw sulla ghiaia del cortile. 


Lo sentii salire piano sulla scala di legno dipinta di fiori di campo dalla zia. Il barocco dell’arte contadina Svizzera. Grumi di colore rosso tra spighe di grano e rami di erbe officinali. Un catalogo di Erbolario tatuato su ogni singolo gradino di legno. Una copertina di un quaderno Najoleari. Incantevole, come la cappella Sistina ma da guardare con la testa giù, dipinta per amore dello zio, nella casetta di Reinach, un altare di fiori e solitudine.
Senti cigolare la scala di fiori.
Un cigolio sempre più vicino sino all’arrivo alla porta della mansarda. Lui aprii la porta e io mi finsi sorpreso.


Terminava lì la mia estate di giochi, tra le Alpi, di cascate, ruscelli, acqua gelida, di passeggiate, di crème caramel, di lezioni di origami, di torte al burro salato, di scoperta, di stupore, di calore, di bellezza. Tra poche ore avrei lasciato la casa dello “zio dal cuore di biscotto” ( il cuore gli si sbriciolò poco tempo dopo e morì come visse, sorridendo sempre), per iniziare la mia estate italiana. Quella delle notti magiche inseguendo un goal, in una casa di ringhiera a Ciriė, vicino Torino.

Fu allora che iniziai ad odiare il Piemonte tutto, le case di ringhiera, la loro assurda disposizione, la condivisione degli spazi, il calcio nella sua interezza ma soprattutto le partite ITALIA-GERMANIA e il loro prepotente potere mediatico sul popolo italiano.

L’unica cosa bella del mio arrivo a Ciriė fu che mi regalarono un portachiavi con l’omino con la testa di pallone, la mascotte. Tempo zero e fu solo un portachiavi con un omino senza testa. La testa rotolò via dopo il primo litigio dei miei. Guardai dalla finestra che dava sulla strada. i tifosi italiani rientravano a casa dai bar del paese.

Aveva perso l’Italia. Io avevo perso l’illusione di poter essere felice per sempre. In ogni caso, tutti avevamo perso qualcosa.

Maturità

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1996
Fui uno degli ultimi, nella mia classe, a fare l’orale per la maturità.
Era luglio inoltrato. Indossavo una t-shirt rossa e dei jeans anni 90. Nella luce di quel pomeriggio, i corridoi del Liceo Artistico sembravano meno squallidi. La commissione sembrava imbalsamata, 5 persone lessate dal caldo afoso, con lo stesso colorito degli organi in vitro nei musei della scienza. Ricordo il prof di Storia dell’arte che faceva il tifo per me e mentre io parlavo alla commissione delle cattedrali di Rouen, lui fuori dall’aula ci provava con mia mamma.


Ricordo il senso di libertà alla fine di tutto.
Un senso di onnipotenza, di pura grazia.
Una sensazione che non ho provato per la laurea, né per gli anni in accademia. Un grido di liberazione. Seguito da una insensata voglia di danzare, baciare, correre a piedi nudi, pronunciare come un mantra la frase “fanculo, fanculo a tutti”.