a Francesca, la terza non va giù!

foto
regali per il mare

Prendo in mano l’I-Phone e cerco il numero di Francesca. Provo un bisogno elementare di sentirmi chiamare nel modo che solo lei sa. La chiamo… Hey! – le faccio, anzi le rispondo. Lei ha già riconosciuto il mio numero sul display e dopo il secondo squillo ha già farcito di suono la cornetta con il suo rosa, gommoso e paffuto:

Amore mioooooooooooooooooo – con le sue finali lunghe inconfondibili come un ritornello di Modugno, come la campanella della ricreazione. Francesca è l’amica scomoda e molesta, quella che ti dice la verità, quella che vorresti picchiare ogni volta che ti mette davanti il piatto della realtà servendotela senza condimenti, senza salse, senza glutammato. Francesca c’è perché ha deciso di installarsi nella mia vita. C’è perché non ha chiesto il permesso, ha messo 4 puntelli e ha montato la sua tenda della Quechua. C’è e basta.

Ti ho chiamata perché ho pensato ad una cosa… – le dico – … che se mai mi trovassi sul ciglio di una strada morente con una sola chiamata da fare prima di morire, chiamerei te… – le dico tutto d’un fiato, velocemente perché se parlo lento mi pento delle cose che dico. Cerco di capire cosa vuol dire quel suo lunghissimo “2 secondi” di silenzio.

– Tesoro cosa hai detto? – capisco che non ha sentito – che c’è sto cazzo di segnale che mo’ va mo’ viene- fa lei.  Al che, io mi trovo davanti ad un bivio :

1. Ripeto la frase?

2. Cambio discorso chiedendole se da quelle parti piove? ( che poi sono anche le mie parti quindi la domanda sarebbe imbarazzante di base)

Scelgo la uno.

***

Avevo giurato di non parlarle mai più. Mi ero ripromesso di non farmi mai più condizionare dai sui giudizi superficiali, dalle sue sensazioni, dal suo ottavo senso, dal suo intercalare “…a pelle…”, dalle sue inutili gelosie e dalle dinamiche, del tutto femminili, scontate quanto lontane dal mio modo di fare. Quella cena di tre anni prima mi aveva dato la conferma che davanti all’egocentrismo di certe persone che si professano tue amiche, non potevo far altro che edificare un bel muro. Ed io, dopo quella cena, il muro tra me e Francesca lo avevo anche insonorizzato; come il gabbiotto delle biglietterie Trenord (che io chiedo un’informazione e loro ti sentono ma poi non sento una mazza quando loro ti rispondono, al punto da dubitare che stiano davvero parlando dietro al vetro e non stiano invece muovendo il labiale come la principessa del quiz anni 90, Il Castello con Pippo Baudo su rai uno).

Vaffanculo Francesca! – mi ero ripetuto tornando a casa da quella cena di merda in cui Francesca non fece altro che mettere a disagio due mie amiche milanesi venute in Salento a conoscere le bellezze della mia terra e tra queste bellezze quella che credevo fosse la mia carissima amica!

Vaffanculo Francesca! – perché non capivo il motivo di tanta acidità, tanta stronzaggine tutta concentrata in 155 cm di femmina.

Vaffanculo Francesca! – perché avevo appena finito di dire alle mie due amiche milanesi che Francesca, la mia ” Cara” amica, era la più sensibile, empatica, solare delle persone che conoscevo. Invece un attimo dopo Francesca era lì, nel ristorantino di Porto Cesario che non da sul mare (che se no spendiamo troppo … – mi ero detto – … e non voglio mettere nessuno in difficoltà) a sforchettare la sua insalata di polipo sganciando merdoni con la velocità di Federica Sciarelli durante Chi l’ha visto! Uno dietro l’altro, caustica, torva, a mitragliare sentenze.

Con te ho chiuso! – mi ripetevo ossessivamente perché deluso dalla sua infantilità inspiegabile.

***

Tesoro mi fai piangereeeeeeeeeeeee – dice lei – che sai che sono in menopausa e piango per niente e togli e metti sto cazzo di cardigan che prima ho caldo poi ho freddo ma tuuuuuuuuuuuuu?? – sento che sta per dirlo infatti: – tu? Cosa ti è successoooooooooo? Che quando mi chiami tu, qualcosa è successo, sicurooooooooo – mi chiede.

Cosa faccio?

1.Le dico la verità ? e che sto di merda? e che allo specchio vedo un quasi quarantenne irrisolto? e che metto il mascara waterproof sulle sopracciglia bianche? e che non ho un euro? e che mio padre mi ha chiamato proprio ora che sta male? e che Milano è una gabbia di lupi maledetti che ti fanno il culo appena ti giri?

2. oppure le dico semplicemente che mi manca lei?

– Dai Francy… mica c’è bisogno di star male, per dire queste cose alla tua amica! – le rispondo optando per una terza risposta last minute… Quindi scelgo la 3: un pò di Verità e un pò di Minchiata.

***

Da quella cena passarono 3 anni. Tre anni in cui se tornavo in paese e mi trovavo a passare dalla via di casa sua, mi abbassavo slittando il culo verso il basso sul sedile della Fiat Punto stando attento a tenere le mani attaccate al volante, giusto per non farmi vedere. Quasi a vergognarmi. Come se fossi io quello a dovermi vergognare! Fatto sta che mi nascondevo perchè forse, dico forse, quella parte di me che le aveva voluto bene si sentiva in colpa del fatto di essere lì, nel paesino del sud, a pochi passi da lei, per i giorni di Natale o per l’estate , e non averla avvisata o chiamata…

***

Mi racconta che è sola. Suo marito è in missione in Libia sulla nave militare sulla quale si perde il contatto con lo spazio e con il tempo. In missione per lo Stato. Là dove migliaia di disperati sono disposti a vendere un rene per raggiungere Lampedusa. Là dove sui gommoni non ci sono più esseri riconoscibili come uomini, donne o bambini ma conchiglie. Conchiglie ormai senza mollusco dentro. Come le telline sputate fuori dell’Adriatico il giorno dopo il libeccio. Dei molluschi solo l’involucro, la parte dura, la conchiglia senza anima anch’essa naufragata come i naufraghi: senza vita anche se vivi.

Lei invece è sola a Gerenzano. Quest’anno le hanno dato una prima elementare tutta sua, col suo grappolo di adorati bambini dislessici, un autistico, un iperattivo, 12 stranieri di cui 8 musulmani, il resto italiani il cui unico problema è avere genitori ossessionati dalle attività extra scolastiche da inserire nel loro baby planning. Dice che è tutta un’altra vita da quando è di ruolo – … che le insegnanti di sostegno le trattano come bidelleeeeeeee, con le stronze di certe maestre di ruolo che fanno pure le arroganti, capisci? che non ti chiamano manco per nomeeeeeeee…. “Ehi ! “ti dicono per rivolgersi a teeeeeee … mannaggiachilastramorteeeeeeeeeee ( imprecazione salentina) – conclude e sospira.

***

Al rientro a Milano, dopo la terza estate da quella cena, mi squilla il telefono ed è lei. Non ho un attimo di esitazione. Le rispondo come si starnutisce, con lo stesso livello di razionalità. Sono a Gerenzano! – mi dice – da quasi tre anni, vicino Saronno, una tristezza di paese che non puoi capireeeee – mi fa – con le strade perfette, manco una buca, ma ti pare possibileeeeeeee? – ed io penso che come uno stupido ho rischiato di schiantarmi un sacco di volte davanti casa sua quando guidavo nascondendomi, che idiota che sono stato! Non glielo dico perché mi faccio troppa pena. Parliamo come se fossero passate tre settimane e ci diamo l’appuntamento il giorno dopo perché mi deve dire una cosa importante, ma me la deve dire a voce!

***

Sono in tuta, telefono incastrato tra orecchio e spalla, con i piedi nudi sul letto mentre gioco a stendere le punte sino a farmi venire i crampi. Lei intanto mi chiede cosa farò per Natale. Poi il solito: – ma dai cazzo vediamociiiii… – e infine la notizia più bella: – A gennaio, farò una festa assurda, voglio invitare tutti, ubriacarmi fare casino e divertirmi, me lo merito no? – chiedendo retoricamente la mia approvazione – non ho mai festeggiato nulla ma giuro stavolta devo farlo! E poi sono dimagrita 17 chili! 17 chili, ti rendi conto??? perchè la dottoressa mi aveva detto che perdendo peso c’è più probabilità, e poi cominciamo a vedere se arriva… –

– … e se non arriva? – la interrompo – ti sentirai una donna a metà? mutilata? inappagata?  ti rimetterai ad ingrassare? hai messo in conto… –

– Si! L’ho messo in conto, e ci penserò quando sarà il tempo, non ora.- mi risponde assertiva.

– Ok – le dico – a gennaio festeggeremo la fine della menopausa!

***

Il giorno dopo il sole rendeva Milano una cartolina in sedici noni ad alta definizione! Mi ero fatto diversi film su quello che Francesca mi avrebbe detto. Perchè vuole vedermi? Perchè deve dirmelo a voce? Forse è incinta? Forse ha deciso di sposarsi? Forse ha scelto me come testimone alle nozze? Forse è dimagrita?

– Ho un cancro al seno. – mi dice, mentre sfrecciava il 24 davanti la fermata del tram, con tutto il suo stridore ferroso e il riflesso del sole sui vetri.

***

Dopo un cancro, terminato l’ultimo ciclo di chemioterapia, deve passare un arco temporale di circa 4 anni prima che i dottori blocchino la menopausa e diano ad una donna l’ok per ricominciare l’ovulazione. La menopausa serve in poche parole ad impedire agli ormoni femminili di dare informazioni sbagliate alle cellule diminuendo il rischio di moltiplicazione delle cellule ribelli. Finito questo periodo di rischio, se i parametri sono tutti giusti, le donne possono ritornare ad essere fertili. A volte succede che si resti incinta subito, a volte no. Sono cose complesse. Ci sono mille variabili. Francesca mi sembra motivatissima. Si è sposata l’estate scorsa. Le tette nuove hanno retto 12 ore di viaggio di nozze in aereo! Ha trovato una certa stabilità professionale come maestra elementare, è dimagrita. Sa che non potrà mai allattare da quelle due meravigliose tette nuove, le super-tette  – Ma chissenefregaaaaaaaaa! – mi fa – gli darò da bere qualcos’altro a sto bambinooooo!

Ascolto la sua voce e immagino una bottiglia piena di speranze inconfessabili da regalare al mare. Una bottiglia piena di biglietti arrotolati. Una conchiglia abitata dalla vita. Una casa di vetro arredata d’aria, carta e di progetti. Non mi voglio illudere ma ok, io lo so. So che ci si può ammalare. Che certe notizie arrivano sulla tua faccia come randellate proprio nei giorni di sole. Che puoi sconfiggere un cancro avvelenando Random il tuo corpo, cellule buone e cellule cattive senza poterle smistare. Che comunque vivrai una vita con la paura che il mostro torni. Lo so.

Però so anche che non c’è suono più bello della parola Progettare! E dopo il figlio, Francesca sta già progettando di tornare chirurgicamente alla sua quarta coppa C, perchè questa terza scarsa che le hanno fatto proprio non le va giù.

PS: … e comunque le due amiche milanesi dopo quell’estate sono sparite, inghiottite da chissà quale happy hour, scivolate nell’oblio. A stenti ricordo il loro nome. Cazzo, Francesca lo aveva capito ” …a pelle”!

Annunci

mia mamma è nel latte parzialmente scremato

iphone-photography-vsco-800x460
dove la destra e la sinistra, il sopra e il sotto non fanno la differenza

Mamma è arrivata sabato con un frecciabianca che, a 20 km da Milano, si è fermato nel silenzio di una stazione di provincia il cui unico binario sembrava essere lì solo a ricordare il significato della parola desolazione. Due parallele tracciate da un bimbo con un pennarello grigio, capitati li come qualcosa di improvviso, un pentagramma non finito. I motori del treno si sono spenti e il paesaggio dal finestrino per 40 minuti ha smesso di sfrecciare. Mi chiama e dalla voce capisco che sta succedendo qualcosa. Lei cerca di ostentare una tranquillità troppo dichiarata per essere reale. È in panico. Lo capisco. Mia mamma non sa dove si trova. Chiusa nel vagone di un treno pieno di gente, ad accumulare un banalissimo ritardo di 40 minuti. 40 minuti in cui il suo cervello come sempre in casi del genere va in corto circuito.

La prima volta in cui si è persa ricorda di essere stata così piccola che suo padre, il nonno era ancora vivo. E calcolando che il nonno è morto quando lei aveva 5 anni , ciò vuol dire che lei ha un vivido ricordo di un fatto avvenuto nel 1952 circa. Per raggiungere piazza Confalonieri dove la domenica mattina un mercato animava di bancarelle le vie intorno alla Chiesa Madre, era necessario partire di casa col cavallo. Arrivati al mercato, nella confusione, mia madre quattrenne non si accorge di aver lasciato gradualmente la mano del suo papà così come si lascia la presa con la vita un attimo prima del sonno, abbandonando i muscoli uno ad uno e cedendo inconsapevolmente verso l’abbandono, verso il basso. Segue da quel momento un ricordo confuso e mal riemerso che termina con lei che chiede a qualcuno dove si trovi la casa dei Gala, la famiglia di signori per i quali i suoi genitori facevano i fattori. Giusto il tempo di chiederlo per poi urtare contro le ginocchia di suo padre che si piega a prenderla in braccio. Salvata dal risveglio come Alice alla fine di quel “meriggio tutto d’oro”. Nessuno saprà mai se sono stati attimi, minuti oppure ore quelle che trascorsero da quando si rese conto di essere rimasta sola in un mercato affollato e il momento in cui fu ritrovata da suo padre. Lei ricorda lo sgomento, o meglio non ricorda che nebbia, la sensazione che noi proveremmo nel cercare senza navigatore lo svincolo giusto su una tangenziale in una mattina in cui la nebbia è tanto fitta da sentirci in una tazza di latte parzialmente scremato.

Ci tiene a farmi sapere che ha messo in ricarica il suo cellulare Samsung con sportellino richiudibile con i cristalli liquidi verdi, l’antenato dei touch screen! E capisco che qualcosa non va. Perché il suo cellulare è già carico. In treno non lo usa nel caso dovesse aver bisogno, per non sprecare batteria. Lo ha messo in ricarica ma il treno fermandosi per 40 minuti ha staccato l’alimentazione elettrica e quindi lei mi chiama per dirmi che il treno è fermo. Capisco che è entrata nella tazza di latte parzialmente scremato. La sindrome del disorientamento tra pochi istanti proietterà nella sua testa un film.

Ecco il plot: in una stazione di campagna della pianura padana un treno in panne si spegne. Capotreno e macchinisti abbandonano le vetture e scappano. I passeggeri decidono di farsi coraggio e rompere i vetri. Uomini donne e bambini dovranno saltare da un finestrino rotto giù da un treno. Dovranno Abbandonare i bagagli, oppure portarseli dietro e cominciare un esodo. No anzi, una deportazione di massa in cui ognuno di loro, migliaia di persone camminerà per altrettante differenti direzioni. E lei non saprà dove andare, chi seguire, come fare. Perché non saprà come tornare a casa. E allora deciderà di seguire una anziana signora. Seguirà la più anziana delle donne sul suo vagone. Quella che ha da badare ad un marito invalido sulla carrozzina. Con lei troverà una strada. Si affiderà alla sconosciuta. Si abbandonerà a lei. Si lascerà cadere nel vuoto delle decisioni di altri per poi sperare, perché no, di ritrovarsi come di incanto ad urtare contro le ginocchia di suo figlio che, povero, è in stazione centrale da 40 minuti ad attenderla. e in qualche modo mollerà la presa con la vita, come un attimo prima del sonno e si darà in affido a sconosciuti andando incontro al suo destino. Mangerà manna, o radici per 40 giorni. Il resto va da se, moriranno tutti. Un film horror insomma, che finisce coi titoli di coda e la frase finale: dedicato ai martiri del frecciabianca con i 40 minuti di ritardo bloccati vicino Lodi.

Mia mamma non è stata più trovata da quella domenica mattina. Ne sono sicuro. Mia mamma è li che si guarda intorno e non riconosce nessuno, non riconosce il volto, la voce  e il profumo di chi le dovrebbe essere famigliare. E’ nel latte parzialmente scremato. Non ha punti di riferimento, non ha il tempo di memorizzare un colore, una scritta, una forma famigliare che la possa orientare nello sfondo bidimensionale della desolazione. Mia mamma non si è più mossa da li. Non trova una via d’uscita.

Quello che per noi è un banalissimo entrare ed uscire da un negozio, andare al supermercato, andare a fare una visita in ospedale o una passeggiata in centro, per lei è un continuo stare in allerta per paura di perdersi e perdere noi figli come bigliettini dalle tasche di un cappotto. Non distingue la destra dalla sinistra, il dietro dal davanti, il sopra dal sotto.

Pare che nel corso di primo soccorso alpino venga insegnato agli sciatori ad orientarsi qualora si rimanesse vittime di una valanga. Dicono di fare la pipì. Di farsi la pipì addosso per capire da quale lato scende, per la forza di gravità, il liquido e per cominciare a scavare dalla parte opposta.

Io non ricordo quando è stato il momento preciso in cui ho iniziato a orientarmi. Per me è stato come imparare ad allacciarmi le scarpe o dire ahi! se sento dolore. L’orientamento è un senso talmente naturale che nessuno si domanda da quando, perchè o come… Ci orientiamo e basta. Ci guardiamo intorno. Fissiamo dei particolari sino a farli diventare a noi famigliari. Seminiamo sassolini e troviamo sempre una via d’uscita o una via d’entrata. Abbiamo una bussola ereditata dal regno animale e ci basta.

Per mia madre non è così.

Da piccolo ero io a guidarla, ero io a portarla dalla mia pediatra, ero io a indicarle l’uscita dell’ufficio postale. Dovevo farlo senza farglielo pesare, come se fosse normale perdersi, senza farla sentire sbagliata.

Scende dal frecciabianca e mi abbraccia come si abbraccia un figlio che torna dalla guerra. Dice che non prenderà mai più un treno da sola. Che non ha più l’età. Che soffre troppo. Le dico che non prenderà più un treno da sola. Che ci saremo noi figli ad accompagnarla. Noi ci saremo a ostentare sicurezza, a risolvere le cose strada facendo (come tutti senza porci il perchè), a vedere dove cade la pipì quando, sepolti sotto la luce accecante della neve, cominceremo a scavare dalla parte opposta.