i draghi da combattere

joel robison
 ridimensionare tutto \ ph. Joel Robison

Chi sono i mostri e i draghi che ho combattuto?

Giuseppe, 6 anni, un bambino bello che porta il mio stesso cognome. Magrolino, occhi intelligenti con macchie di color verde moquette. Il mio primo mostro da combattere.

Mio padre tornava dall’Africa 3 volte l’anno. La sua presenza si sentiva davvero solo quando era lontano. Il giorno dell’arrivo poi, tolti i primi 10 minuti di saluti, del ciao! del come va a scuola? dell’hai imparato le tabelline? tolti altri 10 minuti dello scarto regali (spesso lo scartare era già un momento di isteria in cui io e mia sorella guardavamo l’uno i regali dell’altra come se l’azione violenta dello spacchettare ci potesse rivelare altro oltre l’oggetto … un perché … una promessa … un resterò lo giuro) … ecco tolti questi attimi ci ritrovavamo soli più di prima ad aspettare il ritorno di un padre che stavolta però c’era, che era lì con noi: disabituato al linguaggio dei bambini, infastidito dalle loro urla, dai loro tornei per attirare l’attenzione.

Nei 20 giorni a seguire, i soli 20 giorni prima della nuova partenza io avevo un nemico da distruggere. Mio cugino Giuseppe. Il male personificato in un bambino con le ginocchia nodose, bello ed essenziale e a sua volta solo e randagio. Giuseppe era il figlio del fratello problematico di mio padre. Figlio dello zio perdente, il disgraziato, il pazzo, il poeta, l’incompreso. Giuseppe era per mio padre il bambino da proteggere dal padre screanzato, che si giocava tutto, che non riusciva a tenersi mezzo lavoro, che massacrava di botte la zia invecchiata di colpo a 25 anni, la zia che scoloriva lentamente come quando muoiono le rose in un vaso pieno d’acqua. Giuseppe era per mio padre il figlio da adottare, il cucciolo da salvare, l’Oliver Twist che gli ricordava se stesso alla sua età. Lui (mio padre), il grande di casa a 7 anni, primo di 5 figli uno più denutrito dell’altro cresciuti nel reparto tubercolotici dove ormai viveva la nonna.

Per me Giuseppe era il cattivo dei cartoni animati. Mio padre gli faceva gli stessi regali, usava per lui la stessa misura per qualsiasi cosa. Io non avevo alcun trattamento speciale per essere il figlio, zero. Mio padre come un giudice divideva esattamente a metà il suo già discutibile affetto e la sua attenzione non rendendosi conto che quell’equità di cui si vantava nel trattare i due cugini, era in realtà la peggiore delle ingiustizie dal mio punto di vista. Mi sentivo trattato allo stesso modo. Anzi, meno. Io per lui ero quello cicciotto, goffo e pauroso che non saltava i fossi, che non impennava con la BMX, che viveva nell’amore e nel calore dei parenti materni. Io ero quello che doveva capire. Quello fortunato, quello iper-protetto. Io dovevo essere buono e compassionevole nei confronti dei cuginetti bisognosi.

Ero qualche mese più piccolo di mio cugino. Ma ero sicuramente più pesante da tutti i punti di vista. Facevo taglia incolla con i discorsi degli adulti come se il mondo dei grandi fosse già mio, totalmente compreso, afferrato. Giuseppe era un bambino molto più fine è intelligente di me. Di quelli che poi da grandi non dicono una parola e tutti gli cadono ai piedi. Un potenziale capo di una setta. Disegnava benissimo, io ricalcavo benissimo. Possedeva in miniatura tutte quelle caratteristiche che rendono tronfi di soddisfazione i padri: sapeva giocare a calcio, sapeva difendersi, era affettuoso. Il mio esatto contrario.

Il mio primo lupo feroce da abbattere era lui. Ci pensavo continuamente. congetture su congetture. Film, strategie di distruzione, complicati piani per l’eliminazione erano la mia merenda. Non mi davo pace. Mosso da invidia, ho covato risentimento dando un nome e un volto a risentimenti più profondi di cui ancora oggi non sono pienamente cosciente.

Ma la cosa che mi strazia ancora oggi a 36 anni, è un’altra.

Come ho fatto a covare così tanto odio per una bambino? O forse ciò che non mi spiego è il come tutto quel l’odio sia penetrato nelle mie ossa, nei miei sguardi, nei miei sospiri là dove prima non c’era e si è calcificato negli anni … come ha fatto tutto quel l’odio a trovare così tanto spazio nel corpo di un me seienne.

E mentre passavano gli anni, ed entrambi crescevamo in due famiglie sfortunate allo stesso modo e diventavamo ragazzini, poi giovanotti, poi studenti e poi uomini fino al totale distacco, mi rendo conto che parte di questo distacco, di questo perdersi nel mondo, è stato per colpa del mio atteggiamento di diffidenza, di rifiuto, di ostilità. Eravamo due persone diverse già da piccoli, incompatibili sicuramente da tanti punti di vista ma infondo accomunati dallo stesso male: quei nostri padri fratelli, quei due incapaci, quei due degenerati.

Per anni mi sono nutrito di quel risentimento e me ne sono servito per trovare un alibi a mio padre. Forse per distrarre me stesso dal reale pericolo, che ovviamente non era mio cugino.

Sono passati decenni. Il mostro da combattere ha cambiato nome e faccia. Giuseppe è diventato Daniele, poi Antonio, poi Luca, poi Valentina, poi Giada, poi Alessandra, poi Nicola poi Pinco Pallo.

Persone che, a mio avviso, mi hanno fatto del male. E forse lo hanno fatto davvero ma quello che mi chiedo è: quanto di quel male reale ha rigenerato e riportato a galla altro male? Quanto di quel dolore reale si è mischiato e confuso con altro dolore?

E mi viene a volte il dubbio di aver combattuto una crociata costruendo una difesa sulla base di mie proiezioni, di mie fiction che hanno rimpolpato una realtà infondo scarna. So che non è sempre così ma il dubbio inizia a venirmi. Questo spiega anche il mio atteggiamento nell’ultimo periodo. La scelta di non fermarmi a ragionare sui torti subiti. Di non nutrire il male con altro male. Di non dare importanza a quella tensione verso il buio. Di ridimensionare tutto. Di distrarmi dal seienne sempre presente in me che vuole, che ha bisogno di fermarsi a covare il male.

Quindi chi è il mio nemico? Chi sono i nemici per colpa dei quali ho sofferto o contro i quali ho pensato di combattere? Sono reali o sono solo il risultato del mio bisogno di combattere qualcuno?

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Che farò grandi cose

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zennissimo \ ph. Kyle Thompson

Che la vita mi abbia negli anni suggerito uno o più modi per auto incitarmi alla sopravvivenza questo è quantomai evidente. Sono il miglior coach di me stesso. Sono colui che crede maggiormente (forse l’unico) nelle mie potenzialità. Non chiedetemi su quale base. Sono in assoluto il maggior supporter della squadra composta da me, i miei braccialetti di legno, i miei fantasmini, le mie mutande tezenis in promozione e i miei biscottini Doemi integrali…

Questa è la mia squadra! Il team Manico.

Dopo aver scoperto il nuovo shop delle Equilibra in Piazza Argentina la new entry in casa sono stati gli integratori. Dopo una cura di vitamina C ora sono passato al complesso vitaminico B. Che oltre a essere un toccasana per il corpo dovrebbe (inspiegabilmente) favorire le mie funzioni celebrali. Pensate un po’! Con soli 3.50€ miglioreranno le mie funzioni mentantali. Le sinapsi saranno più solerti a fare il loro lavoro, i neuro trasmettitori come dhl scorrazzeranno da una parte all’altra della mia calotta cranica e il budino grigio, il dentro della noce nella mia testa non potrà che elaborare idee, stress e input con maggiore efficenza. Se funziona con un investimento di 3.50 € pro capite i governanti di tutte le nazioni del mondo potrebbero far tornare intelligenti i miliardi di idioti che popolano il pianeta. Dai macellai del sedicente stato islamico, ai pedofili del Vaticano, dai bulli ai prepotenti, dai radical chic ai complottasti, dai creativi del teatro di ricerca ai grafici hipster …. Tutti guariti dalla vitamina B… Rinsaviti, svegliati dal torpore, riapriranno gli occhi come la Bella Addormentata dopo l’abiocco, si alzeranno dal loro giaciglio con velocità sino a perdere l’equilibrio per uno svarione e Torneranno a pensare prima di parlare, ad ascoltare, a immedesimarsi, a cambiare punto di vista…faranno grandi cose.

E anch’io sento che farò grandi cose.

Innanzitutto inizierò ad amarmi, a credere nel mio domani, guarderò le persone sforzandomi di percepire l’immensa fatica che hanno fatto per essere arrivati fin li, salvi. Porterò avanti i miei progetti. Sarò Fedele alle mie inclinazioni naturali: l’arte, l’amore e la curiosità. Voglio saperne di più, imparare, stupirmi con ancora meno effetti speciali. Superare la paura dell’aereo e vedere panorami che non ho mai visto. L’India, l’America, l’Oriente. Farò grandi sogni e progetti nonostante la mia situazione economica, nonostante le correnti sfavorevoli. Ho bisogno di dirmelo. Ho bisogno di ricordarmi che sono solo vittima di un errore. Che non è tutto finito. Tornerò a creare, tornerò a scrivere, tornerò a fare il mio lavoro. Ho bisogno di rassicurare me stesso. Che non ho fallito, ho solo scelto di prendere le distanze da un certo me per fare il carico di energia. Per ritornare un giorno e tornare più lucido e più forte.

Farò grandi cose perché grandi cose penso, perché non temo la fatica, perché sono un’ inesauribile entusiasta. Perché soffro troppo, perché merito il giusto, perché mi infervoro, mi appassiono, mi fido.

Che non vivo a risparmio

ogni cosa ha il suo peso \ ph.  Joel Robison
ogni cosa ha il suo peso \ ph. Joel Robison

Risparmiare vuol dire mettere da parte, accumulare.

Si risparmia tempo, minuti, una giornata. Si risparmia denaro, cibo, qualcosa per averne un beneficio in futuro. Si fa economia per i tempi di magra.

Io non sono mai riuscito a fare una polizza sulla vita, infortunio, malattia, morte violenta. Neanche quegli stalkers degli impiegati di poste italiane sono riusciti, con le loro raffinate tecniche da imbonitori, a farmi firmare un libretto di risparmio.
Eppure a volte risparmio anche io, soprattutto con l’obiettivo di farmi un regalo! Faccio dei tagli sui ristoranti, sui divertimenti (se il teatro o il cinema italiano possono essere definiti divertimenti). Aspetto i saldi come Bernadette l’epifania della madonna: col 70 % di sconto risparmio sul cappotto di Zara e lo compro anche se non è della mia taglia…

Lesino la mia crema al collagene che costa un fottìo di soldi. Per non sembrare tirchio dico che i dermatologi consigliano di non esagerare con il prodotto.
Si accantona la spazzatura per fare la differenziata per risparmiare energia, per risparmiare inquinamento, per risparmiare l’apocalisse. Economizziamo su una cena mettendola sul conto dell’azienda o fatturando l’impossibile. Ci si modera, ci si frena per non dilapidare il patrimonio (che parolone!), per non sforare con i debiti, per arrivare alla fine del mese.

Ti risparmio i dettagli! Dico quando mi capita di vedere a teatro uno spettacolo di Sciarroni.
Sono esente ticket! Esente tasse. Esente sconto. Esente comprensione. Sono stato risparmiato da un cecchino! o da un boia: graziato, per questa volta.
Mia mamma dice sempre di non stancarmi troppo, di riguardarmi, di badare a me come avrebbe fatto lei se non fosse stato tagliato il cordone ombelicale. Complesso materno nella sua complessità.

Un giorno, senza rendercene conto, abbiamo cominciato a ragionare da risparmiatori. E così passano gli anni, e ci siamo preservati al punto da aver interiorizzato totalmente la conservazione. Siamo uomini sotto sale. Sott’aceto, in salamoia. Ci teniamo quello che abbiamo con mania di accumulazione conservante compulsiva. Ci siamo imballati nel cellophane del mi raccomando! Abbiamo fatto economia addirittura con i sentimenti. Abbiamo cominciato a ragionare come aridi tutor di noi stessi. Niente abbracci, niente amore, niente carezze. Il cuore infagottato nel pluriball. Il timbro con la scritta fragile, anche se fragili non lo siamo mai stati. Non ci fidiamo, non ci lasciamo andare, non ci diamo più.

Non ci diamo alle persone, alla nostra famiglia, non ci diamo più. Non ci mettiamo più nulla di nostro. Per non rimetterci! Rimetterci cosa? E soprattutto se non perdiamo qualcosa, se non rischiamo qualcosa, se non ci lanciamo nelle braccia di qualcuno, se non doniamo qualcosa alla persona sbagliata, cosa ci resta da fare? Se non usiamo i mobili di casa per non rovinarli allora cosa o chi stiamo abitando. Se non mettiamo l’anima nelle cose che facciamo, cosa le facciamo a fare? Se un artista passa più tempo a raccogliere scontrini, giustificativi e fatture risparmiando sulla sua opera, e togliendo tempo alla sua ricerca, che artista è? Se si continua a togliere, togliere, togliere e togliere, perché less is more!, perchè il minimalismo fa comodo, cosa resterà del nostro passaggio? Se non corro per paura di cadere, scorderò cosa vuol dire sentirmi libero.

C’è chi dice che mi butto a capofitto nelle cose. E che poi rimango scottato. C’è chi mi dice di stare attento. Di non prendere a cuore tutto, di mettere distanza. Le Distanze. C’è chi mi consiglia di non essere così focoso nei giudizi, così radicale nelle posizioni, così fragile se qualcuno mi fa una osservazione. Per risparmiare inutili sofferenze, per non rimanere nuovamente deluso. Di mettere un diaframma tra me e gli altri, una quarta parete tra me e la prepotenza delle sensibilità grattate a scaglie grosse di chi mi circonda.

Ma che cazzo di vita sarebbe questa? Che vita è una vita in cui ogni rapporto è basato sulla logica della distanza. Senza sperpero di emozioni. Senza dilapidare lacrime, senza sprecare energie. Che cazzo di vita sarebbe?

Risparmiare vuol dire mettere da parte. Io non so mettere da parte nulla. Non metto da parte l’orgoglio, la fatica, i ricordi, la famiglia, le offese, le umiliazioni, le parole sperperate e le frasi non dette. Non metto da parte nulla, col rischio di dare importanza a molte, troppe cose. Col rischio di dare importanza a persone grette, a gente invidiosa della mia luce, del mio entusiasmo. Col rischio di dare importanza addirittura al gesto scortese di uno sconosciuto sul treno. E ferirmi.

Se ho deciso di non buttarmi sotto il convoglio della linea 1 nell’ora di punta, se ho deciso di non dare in pasto la mia vita a droghe sintetiche e alcool, se ho semplicemente deciso di vivere senza che qualcuno lo abbia deciso per me, non ho altra scelta. Non posso vivere a risparmio, non posso amare, creare, soffrire, immaginare e sognare a risparmio. Non posso.

E per chi vive a risparmio: fatemi almeno la cortesia di smetterla di farci sentire sbagliati.