100% puro zombie italiano

zombie italiano doc \ ph. Kyle Thompson
zombie italiano doc \ ph. Kyle Thompson

Amo le tradizioni, soprattutto quando non sono le mie. Quando sono radicate nel tempo, quando hanno un valore estetico ed estatico, quando sono sedimentate nel reale tessuto umano. Quando sono legate alla partenza, al distacco, al timore del futuro.

Non amo le tradizioni studiate a tavolino per fini commerciali di bassa lega. Dunque odio Halloween quanto odio la Notte della Taranta. Odio la festa del papà quanto Ferragosto.

Tuttavia questo sempre crescente entusiasmo italiano per Halloween ha una spiegazione antropologica esatta. Gli italiani sono dei perfetti zombie. Deambulano per le strade, fanno shopping, bevono mojto, vanno al Frida o al Mono, ti consigliano diete e SerieTv cool, emettono i loro versi sollevando pesi alla GetFit, si lamentano della crisi e dei profughi, hanno un incarnato sinistro, oltrepassano altri zombie in cerca di carcasse ancora calde.

Lo zombie italiano educa i suoi figli maschi al virilità calcistica e le figlie femmine alla ricostruzione unghiale. Gli zombie genitori dicono ai figli di avergli dato tutto, e i figli sono zombini infelici come gli zombie del terzo mondo. Gli zombie italiani sanno che solo un vero zombie maschio e femmina possono formare una solida famiglia zombie italiana cristiana costituzionale. Perchè i bambini, a scanso d’equivoci, hanno bisogno della figura bi-zombiale del padre e della madre.

Due zombie dello stesso sesso in italia non possono fare famiglia. Perchè sono zombie di serie B. E gli zombie di serie B non si lamentano, non fanno la rivoluzione, ignorano chi sia Martin Luther King, pensano che Stonewall sia un locale di incontri con darkroom al piano -1.

Poi ci sono gli zombie politici che hanno infettato tutti. Hanno contagiato prima i loro amici e portaborse e poi il popolo con la loro disumana noncuranza. Il popolo italiano contagiato dalla zombiezza coltiva il suo orticello di zucche e reclama con forza il suo orgoglio di cittadino zombie ma se, mettiamo il caso,  qualche zombie tedesco viene a pisciare nelle fontane del Bernini, nessun zombie italiano si sente autorizzato a intervenire. Tutti hanno fiducia in una italiana giustizia zombie. Lo zombie italiano fa volontariato tramite donazione di marshmallows ma non conosce il nome del suo vicino di pianerottolo.

Halloween è la festa degli italiani. Buona notte lume della ragione!

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l’halloween dentro di me

dolcetto o scherzetto \ ph. E. Brisson
dolcetto o scherzetto \ ph. E. Brisson

Se provo tutta questa paura è perchè ho ancora qualcosa da perdere? Sono giorni ormai che mi ripeto con il ritmo cadenzato di una preghiera antica che posso farcela! che cadrò in piedi! che troverò la mia strada! Sono giorni che questo vuoto rosario mi calma come se fosse un sedativo, come una camomilla, come (paradossale!) una puntata di Grey’s Anatomy.

L’anatomia del mio livido è sempre più chiara: ho il dubbio di non essere pronto ad un’altro fallimento. Eppure, nonostante io veda all’orizzonte un nuovo uragano, non dimostro grossi segni di cedimento. Due sono le cose: o sto maturando un mio modo di affrontare le emergenze o sto insabbiando. Mi altero, questo si. Sono focoso, sanguigno. Ho un’energia pazzesca che mi galoppa dentro. Non sono apatico o sconfitto. Sono arrabbiato ma non al punto da logorarmi. Penso che non ne valga la pena. Penso che non c’è nulla che valga quanto un mio battito del cuore, una mia lacrima, un mio sospiro. Nulla.

Ho ripreso a mangiare cioccolata. Fondente. Il ginocchio sinistro mi fa male, pare voglia dirmi: qui liquidiamo tutto per rinnovo locali! Il mio orecchio destro è tappato dal 15 di agosto nonostante gli antibiotici, l’areosol, il cortisone e la carbocisteina. Sono state asportate le corde vocali a mio padre per un tumore, ora finalmente potrà risparmiarsi di dire stronzate! La vita gli ha dato una seconda possibilità. Penso che gliela darò anche io una possibilità. L’ho data a cani e porci e colleghi coreografi (l’isis dell’arte), posso darla anche a lui. Ho saputo del suo tumore tre settimane fa mentre un cameriere nordafricano mi serviva al tavolo una pizza margherita da 4.50 euro. Ho ringraziato il cameriere, ho tagliato la pizza, ho aspettato che l’elastico della mozzarella calda si staccasse dalla parte tagliata e ho mandato giù il boccone senza masticare. Non ho avuto pena, non ho versato una lacrima, non ho fatto una piega. Ho pensato ad una sola cosa. Sono anni che una parte di me, nascosta e segreta teme di ammalarsi alla gola. E’ la parte del mio corpo che mi spaventa di più. Quando qualcosa o qualcuno mi fa del male, io provo un dolore secco e soffocante alla gola. Ho sempre pensato che se un giorno morirò, morirò di mal di gola.

Dalla sera della pizza margherita non faccio altro che pensare alla predisposizione genetica a certi mali incurabili. Penso al mio rischio di ammalarmi. penso al mio livello di predisposizione alla morte. Penso al mio potenziale annientamento e so che dovrei pensare ad altro. E non ho rimorsi. Anzi, sono preoccupato per me ma allo stesso tempo sollevato dall’idea di poter dare a mio padre una possibilità. La vita lo ha punito abbastanza. Io posso trovare la forza di dimostrare umanità. Avrò bisogno di tempo, questo si, ma sono fortissimo.

Ho paura perchè ho tanto da perdere. Il tempo, l’entusiasmo, la fiducia e soprattutto l’umanità. Alla mia parte nera rispondo sorridendo, abbracciando l’uomo che amo, dicendo ti amo. Non è una cazzata. Questo fa bene. Crea un vento di leggerezza, una danza, un canto libero, un contagio positivo. Tutto questo non guarisce ma salva a suo modo. Mi salva per un’ora, un minuto, anche mezza giornata! Ma non è poco!

Per la cronaca: non ho avuto ancora nessun attacco di panico dopo il n°46, nemmeno un sintomo! Ho una paura cosciente e tutt’altro che cieca.

torno a studiare danza classica, wow!

si danzi chi può
si danzi chi può! ph. Travis Magee

Ho deciso di riprendere a studiare danza classica. Sono 3 anni che non la studio più. Quest’anno sono motivato a tornare a studiare. Per il mio piacere! Sembrerà una scelta banale ma non lo è! E’ a suo modo una mia piccola conquista. Scegliere di mettermi alla sbarra e godermi una lezione è una conquista dopo anni di rifiuto, di paura del giudizio, di stupide paranoie ma non solo…

Una delle sensazioni che ricordo maggiormente del periodo dell’accademia è la Disperazione. Un senso totale di fallimento, frustrazione, annientamento dovuto alla totale assenza di apporto umano, di calore affettivo e consolatorio da parte dei docenti di danza. Chissà perchè molti docenti sono così freddi, così distruttivi, così accaniti, così refrattari al rinforzo positivo…

Da alcuni giorni mi sveglio di soprassalto durante la notte. Ho mal di collo. Sto bevendo troppo caffè, forse. Quando mi sveglio durante la notte la prima cosa a cui penso è ricordare cosa stavo sognando. Ieri per ben tre volte ho sognato di insegnare. Spiegavo le cose più disparate con pazienza e semplicità per farmi capire. In due dei sogni spiegavo cose alla mia mamma. Come si accende un I-phone, come si raggiunge piazzale Loreto, come si cucina la quinoa.

Non ho voluto fare la carriera del danzatore. Se penso a cosa sarebbe stata la mia vita se a quel famoso bivio avessi detto si, provo un senso di desolazione. Ho sempre avuto ben chiari i miei limiti. E se da una parte penso che aver iniziato a danzare a 14 anni sia stata, tutto sommato, la mia fortuna, dall’altra il fatto di avere un corpo non adatto ai virtuosismi della danza, avere altezza e viso non adatti a certi ruoli e a certi stili credo sia stato causa di dolore fisico e non solo fisico. In più, la mia estrema propensione all’autocritica mi ha dato il colpo di grazia.

Oggi io so di saper danzare. Non ho dubbi. So danzare ma non ho scelto di danzare. Lo so perchè l’ho dimostrato a me stesso. Perchè a 36 anni so che danzare è un dono innato che non è strettamente correlato alle doti fisiche e ai virtuosismi della danza classica. Perchè danzare è una luce che hai e che si deve vedere, è una vibrazione che ti muove e ti rende Bello e Comunicativo al punto da creare altra luce intorno a te. Questo ora mi è chiaro, ed è quello che cerco di comunicare ai miei allievi.

Eppure in quegli anni di formazione, negli anni in cui molta gente aveva la responsabilità di formare giovanissimi talenti, tutto questo non era chiaro. Il dolore che ho provato ogni mattina alla sbarra, quando il maestro non mi salutava, non mi correggeva, spegneva la musica quando arrivava il mio turno nella diagonale e ti diceva che è sbagliato chiedere, fare domande perchè i veri ballerini agiscono senza chiedere…bhè tutto quel dolore poteva portare a due cose. A una rabbia costruttiva o ad una rabbia distruttiva.

Nel mio caso ha vinto la rabbia costruttiva supportata dalla mia presunzione. Diciamo la verità. Ero circondato da ignoranti e coglioni. Da gente che non aveva un bagaglio culturale (e non parlo di lauree) parlo di curiosità per l’arte o di senso del bello. Gente che non aveva mai letto un libro o che veniva da regimi comunisti repressivi e fondati sull’ordine apparente. Gente che ha avuto la sfortuna di essere della stessa generazione di Nureyev. Che ha vissuto troppi anni nell’ombra della sua sua totale, globale, esagerata armonia tra intelligenza e bravura. Gente che ha stappato le bottiglie di Tavernello quando quel “pervertito” di Rudy morì di Aids a soli 54 anni (dopo aver fatto la storia). Ecco. Siccome ne ho conosciuti tanti di coglioni e ignoranti ho sviluppato gli anticorpi. La mia rabbiosa vivacità cerebrale mi ha salvato. Quando ho dato ad ognuno il suo valore (nella scala dei coglioni e ignoranti) ho cominciato a studiare con la giusta modalità.

Là dove il corpo non mi aiutava ho usato la testa. Spesso infrangendo le regole. Perchè se la regola mi metteva nelle condizioni di non danzare, di non sentire il flusso vitale, l’energia musicale, il ritmo dei miei sentimenti voleva dire che sul mio corpo quella regola andava infranta e sfanculata. Se ad esempio, una quinta posizione serrata attraverso un inutile dispendio di energia muscolare stava diventando un ostacolo rispetto alla percezione del mio centro, l’unica cosa da fare era stare comodo. Mettere il mio corpo in condizioni di essere uno strumento vivo, percettivo, pronto all’azione e felice.

Perchè, un’altra grande cagata che ti dicono i maestri di danza (soprattutto di danza classica) è che la danza è sacrificio, dolore e resistenza. Questo è una ennesima prova del disturbo mentale che affligge molta gente che fa questo mestiere. Un disturbo correlato alla freddezza, al masochismo e alla psicorigidità. Vi do una notizia in anteprima: chi danza è felice! Chi danza sta bene! Chi danza davvero tromba da dio! Prova piacere, è avviluppato dal piacere e vuole averne sempre di più. L’esatto contrario di quello che ci vogliono far credere i dinosauri della danza e i loro adepti. La danza è piacere! Chi non lo prova (questo piacere) ha un problema: forse si sta facendo del male fisico, non sta ascoltando il suo corpo o ha modelli di riferimento sbagliati.

Per me è stato importante capire quanto la danza fosse correlata alla dimensione del piacere. Stare nel piacere senza rinunciare alle nuove sfide e dare un senso al mio studiare. In questo caso scegliere ancora una volta mi ha aiutato. Sono uno che ama scegliere e, al contrario, non amo attendere di essere scelto. Le audizioni sono una perdita di tempo per uno come me. Sono io che scelgo nella mia vita. Ho scelto di non fare il mestiere del danzatore. Anche questa scelta mi ha chiarito le idee. Proprio per il fatto di non voler fare il danzatore ho cominciato a studiare meglio e di più e, soprattutto, a farlo con una nuova progettualità. Studiare per capire le possibili strade da percorrere, per potere scegliere la più umana e fisiologica, per immedesimarmi nei bisogni di altri danzatori, per sviluppare una sensibilità creativa e una metodologia didattica basata sui rinforzo positivo e non sulla mortificazione.

Insomma ho deciso di darmi un’altra possibilità. Io e la danza classica avevamo un conto in sospeso! … quindi mi riavvicinerò con calma, con un pensiero nuovo, con un pensiero non giudicante ma accogliente, con un entusiasmo direzionato alla fiducia e al piacere.

Forse sto crescendo.

Sull’inutilità e le sue forme complesse

di inutili necessari

La mia giornata di lavoro comincia con un tizio (sulla trentina beigiolino, occhiale stiloso, ai piedi le camper e i pantaloni col risvoltino, una maglia da Bocconiano piazzato male sul mercato del lavoro per chissà quale errore), che mentre parla auricolarizzato con qualcuno che non si sa chi sia, mi si avvicina e mi chiede senza nemmeno presentarsi:” ma tu sei Pinco Pallo?” Ed io :” no non sono Pinco Pallo perché Pinco Pallo non poteva essere qui, mentre io sono io!” E lui, voltandomi le spalle ma non al punto da non farsi sentire, continuando a parlare con qualcuno al di là dei suoi auricolari fa :”guarda che non abbiamo quello utile!”

Dunque la mia giornata inizia con un perfetto sconosciuto, uno che quando è nato, io avevo già finito le medie, che mi dà dell’inutile alle 9 del mattino con la stessa docile noncuranza con cui chiudi un cassetto con i piedi, o con cui butti giù la tavoletta del wc dopo aver pisciato, o con cui prepari le chiavi sei sette passi prima di arrivare al portone di casa. Così. Come se lo avesse letto su un gobbo. Su un copione, su un bigino del Geffer effervescente, su un cartello stradale con su scritto: davanti a te c’è l’ inutile.

La cosa peggiore in questi casi è la mia reazione. Anzi, la mia non reazione. Sì perché quando qualcuno mi appoggia addosso, o mi vaporizza con un ciuff ciuff, quasi mi videoproietta la sua generosa vagonata di merda e lo fa con tale fulminea spontaneità e senza la benché minima preparazione, io non reagisco. Io in questi casi sto. Sto. Nel senso di stare come sta una gondola sul televisore a casa della zia, un tappo sulla bottiglia, un sandalo birkenstock su una radical chic vegana che posta su Facebook i suoi 10 motivi per i quali ha deciso di non vaccinare suo figlio. Sto e basta. Come un oggetto nel suo luogo. D’un tratto divento un temperino, anzi no il temperino è utile. Divento un regolo. Una bomboniera di acciaio inossidabile. Divento un soprammobile della Thun, un centrino, uno sbucciamela a manovella, un politico di centrosinistra. Insomma inutile. Non dico nulla, taccio, subisco in uno stato di vaghezza sorridente in cui passo i primi minuti ad accertarmi di non essere vittima di uno scherzo. Ed è esattamente questo che mi fa imbestialire di me. Perché la rabbia, il senso di frustrazione e di umiliazione miste ad un desiderio di violenza sopraggiungono dopo, non subito, ma dopo accidenti! Perché, diciamolo, infondo la risposta perfetta a quello sgradevole incontro doveva essere una sola: una sonora sberla in faccia…sbammmm! Con aggiunta un appellativo come cretino! O maleducato superficiale finto nerd di merda! Un’ insulto ci voleva, altro che! Come nota a piè di pagina o a piè di sberla. Perché le cose apparentemente inutili sono spesso inaspettatamente necessarie! Sarò pure inutile caro il mio 50 sfumature di ecrù della pianura padana, ma sappi che alla mia inutilità soggiace la stessa ermetica incomprensibile complessità del tuo maglione coi rombi.

Perfettamente fuori posto

sentirmi a tuo agio

Quella di stasera sembra una notte perfetta. Un ottobre mite, le foglie degli alberi che cominciano a cadere. Sembrano rosse anche quando è la luce dei lampioni ad illuminarle. Sembrano essere loro stesse tante ghirlande di luce giallo cromo che si stagliano nel buio dei viali intorno all’Arco della Pace. Milano stasera pare dire in una lingua tutta sua che la bellezza e’ qua. In notti come questa non mi basta migrare nelle pagine di Michael Cunningam. Sono le notti in cui vai a letto e il tuo libro lo lasci chiuso. E guardi la parete.

Quando intorno tutto pare montato ad arte da un regista, e ogni filtro sembra perfetto, e pare vi sia addirittura musica tra i passi che separano me dalla vita degli altri…mi rendo conto di quanto io sia perfettamente fuori posto.

Sempre e solo seduto su un cuscino zuppo d’acqua. Su un cactus di disagio. Come un sovraddosaggio di profumo nell’abitacolo di un’utilitaria. Come un regalo sbagliato. Così: un collant smagliato nel bel mezzo di un colloquio. Una vampata di calore sulla metropolitana affollata. Esattamente sbagliato. Nel punto esatto in cui non dovrei stare.

C’è dell’arte anche in questo. Non ne faccio più una tragedia. Da piccolo ci soffrivo. Ora no. Durante le mie giornate mi ritaglio sempre del tempo per l’assoluzione. Infondo non faccio del male a nessuno. Sono solo dissonante.

l’errore di non amarmi.

amatissimo e dispotico

Trovo inconcepibile non amarmi.
Qualche paradossale moto interiore imbottito di autostima mi porta a pensare che amare una persona come me sia scontato come i riflessi involontari del ginocchio quando lo picchi su uno spigolo. Perché trovo doveroso amarmi e farlo con impeto. È fisica. Scienza.

Eppure quando capita che, a dispetto delle mie convinzioni, qualcuno non prova la benché minima empatia verso di me provo un senso di cieco sconforto misto ad eccitazione. L’eccitazione dei cagnolini quando scodinzolano al loro padrone completamente distratto da altro ( ammetto che con i miei cani lo facevo di proposito per vedere la loro reazione ).
Lo trovo impossibile. Come si fa a non amarmi?
Ad esempio, una settimana fa per lavoro, ho avuto a che fare con una persona molto importante del mondo della moda milanese. Ho passato ore a suo stretto contatto per coordinare delle performers che lavoravano con me. In due giorni di contatto forzato, in cui la mia presenza era si, di importanza relativa ma non così relativa da rendermi invisibile, questa donna ( stimata, importante, artistoide di quelle che se fanno un “pirito” tutti pensano sia una performance per il Peggy Guggenheim ) non mi ha rivolto, non dico la parola, ma neanche lo sguardo. Nemmeno per errore. Mi ha ignorato così bene che per poco non pensavo che lo stesse facendo appositamente. Inizialmente ho pensato che fosse troppo imbarazzata dalla mia presenza al punto da non osare parlarmi. E invece la millimetrica esattezza con cui mi ha oltrepassato alla maniera del film Ghost, mi ha fatto capire, senza se e senza ma, che non si è nemmeno accorta che c’ero, che ero lì, che ero nato, che ero cresciuto, che avevo fatto la prima comunione, che avevo mosso i miei primi passi di danza da piccolo, che avevo perso il mio primo dentino, poi messo l’apparecchio, che alle medie ero cicciobombo e alle superiori disadattato e così via….niente. Mi ha ignorato come l’ONU ignora la Siria. Come un bolzanese ignora l’esistenza del Molise. Mi ha bypassato talmente bene che ho addirittura avuto il dubbio di averle fatto un torto in passato. Di averla tradita, offesa, umiliata e abbandonata. Ho fatto uno sforzo di concentrazione per ricordare eventuali mie malefatte ma, niente. E mentre le tentavo tutte facendo in ordine…

Il simpatico cabarettista.

Il tenebroso delle riviste.

Il brillante della Bocconi.

Il preparato “tutto io so”.

Il finto maldestro con caduta su buccia di banana.

Ho alla fine pensato di indossare qualcosa di sbagliato, di avere qualcosa tra i denti o una manica della camicia zuppa di sudore. Nemmeno questo. Che fare quando qualcuno si ostina a non amarti? In questi così vale la pena accettare la momentanea sconfitta. Tanto la vita è sorprendente! Prima o poi i ruoli si invertiranno.

Un giorno magari la troverò alla Esselunga e mi chiederà dove trovare lo zafferano, o il lievito di birra, o il bicarbonato ( solitamente per trovarli scatta la caccia al tesoro ), e allora io la oltrepasserò con il mio carrello della spesa. Oppure mi implorerà di aiutarla a cambiare la ruota della sua macchina sul ciglio della desertica nuova autostrada Brebemi (Milano- Bergamo- Brescia) ed io non mi fermerò e dallo specchietto retrovisore mi godrò l’incombere su di lei degli avvoltoi e dei condor famelici che popolano quella zona della pianura padana. Basta aspettare.

Capirà da sola che non amarmi è stato un grave errore.

vertigini

funambolico senza fune

Provo una forte sensazione di vertigine.

Sarebbe più semplice definirla nausea ma non è solo nausea. C’è il senso di mancamento, la percezione del vuoto sotto i piedi, l’assenza di corrimano a cui tenersi forte.

Più passano i giorni e più l’opinione che ho di me muta di stato come fanno i disegni del caffè nel latte. Ho stondato ogni mia angolatura sino a diventare un cerchio innocuo ma chiuso. Nel vedermi sopportare, sorridere, intrattenere, assistere, lavorare, essere quasi perfetto (se non fosse per la caduta dei capelli) provo un senso di sospensione nella bocca dello stomaco. Nel punto esatto in cui i bambini provano piacere nello spingersi oltre la linea dell’orizzonte seduti sulle altalene. Il vuoto prima della ricaduta. Quello che dovrebbe durare un istante ma che nel mio caso sta durando troppo.

Sette forse otto persone a cui ho rivolto la parola negli ultimi giorni hanno detto qualcosa di sbagliato. Parole che, al posto di precipitare nel cuscino di gomma dell’indifferenza, sono rimbalzate sul mio stomaco per ostruire, soffocare e generare nausea. Non si dicono certe cose. La gente deve stare attenta. Certe parole sono come quando apri il forno mentre una torta sta lievitando: smontano. Io penso che nel dubbio, prima di fare del male a qualcuno, forse vale la pena tacere. Discorsi pericolosi come l’avanzare dei funamboli.

Nel tragitto di sole 5 fermate di metropolitana ho pensato 3 volte al suicidio ma ho avuto pena dei pendolari ed ero troppo stanco per attirare così tanto l’attenzione su di me. Non sono così egocentrico. Per questo non mi ammazzerei mai. Per questo provo così forte le vertigini.

E’ comunque la mia forma di mancamento.