riflessioni sotto una nuvola fantozziana

sola sola lei
sola sola lei

Aveva ragione il caro vecchio Oscar ( Wilde non Lady) sul fatto che sia più facile essere amici nel dolore che nella felicità! Con questo non intendo dire che non ci si debba aiutare nei momenti di crisi. Intendo dire che è più complesso, richiede più maturità, maggiore centramento emotivo il fatto di dimostrare empatia quando si sta semplicemente bene o, quando si sta particolarmente bene. Quando ti ritrovi a provare un immotivato senso di colpa per il fatto di essere felice vuol dire che qualcuno intorno a te sta interpretando male il suo ruolo. Perché io penso sia mio dovere alimentare la felicità di chi mi sta vicino anche e soprattutto quando per me non c’è tanto da gioire. Ritengo sia questa una delle più alte manifestazioni dell’evoluzione umana. Ma è anche una questione di rispetto nei confronti di chi è felice. E se in un primo momento ti stai sforzando ( di sorridere, di provare gioia), se resisti, l’eco di quella felicità messa in circolo prima o poi ti ritorna indietro come una medicina.


Il problema e’ sempre uno: il GIGA-EGO. La depressione e’ una delle peggiori forme di egocentrismo!
A quanto “IO ” siamo disposti a rinunciare per ascoltare qualcuno e per provare piacere per le sue vittorie?
Ribaltando il punto di vista il concetto non cambia. Sono davvero in grado di condividere la mia felicità con gli altri?

Mi rivolgo ai miei “amici” soprattutto quando sto male? ( o quando sono single triste o sono stato mollato con un sms?) In che misura temo la pubblica espressione della mia felicità ? Quanta impopolarità rischio dichiarandomi felice?


Alla domanda “come stai?” … faccio un bel respiro, deglutisco e comincio a raschiare il fondo del mio barile alla ricerca di bellezza anche nei momenti peggiori. Rispondo “Bene” ovviamente con lo stesso incomprensibile trasporto di Beth ( di Piccole donne) un momento prima di schiattare di tubercolosi!

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