parlane apertamente_mine vaganti

parlane apertamente
parlane apertamente

Chiudo il rubinetto del bidet e mi siedo. Da un paio d’ore mi frulla una domanda nella testa e, sinceramente, mi auguro di dimenticarla al termine di questa operazione detergente. Ma non molla la maledetta. In cucina, sulla mensola, tra i quaderni delle ricette c’è il libro blu: il piccolo libro delle risposte. Sfioro col pollice la superficie zigrinata dello spessore in cerca della pagina d’’aprire. Chissà in base a quale criterio logico sono da tempo convinto che le pagine della prima metà del libricino hanno risposte come dire, più positive, rispetto a quelle della seconda metà. Quindi per caso, il mio pollice si ferma quasi al bordo della copertina. Apro. Leggo:

Parlane apertamente.

Ecco. Mi sveglio scoprendo un marzo a cui scappa da ridere. Ancora in pigiama, completo l’’ennesimo paragrafo del terzo capitolo della tesi solo a patto di riprogrammare per ben due volte la centrifuga della lavatrice. Perché col rumore della centrifuga che a sua volta mi ricorda quello del phon scrivo più velocemente, riesco a concentrarmi e distolgo l’attenzione dal mondo che è fuori. Distolgo lo sguardo dallo schermo del pc quando Marco ha già impiattato piccole forme rettangolari di cous cous. Mi chiede se mi va d’i invitare a pranzo mia mamma e mia sorella. Mi rende felice invitare a casa mia quelle due. Ridiventare tre. Più uno. Mi fa piacere che sia stato lui ad avere quest’’idea. E chiaramente non faccio in tempo a disconnettere il pc che mia mamma è già in cucina con le dita nel barattolo di nutella a fare un cerimoniale di complimenti al cuoco mentre si lecca sonoramente le dita. Dopo la nutella chiaramente il cous cous. Ci si siede a tavola simmetrici, mentre si pianifica un’’impossibile biciclettata sulla pista ciclabile per giungere in Brera. Mia mamma spiega che l’ultima volta che ha guidato la bicicletta in paese c’’erano ancora poche macchine, ora con tutto il traffico di Monteroni nella provincia di Lecce, le viene l’ansia! A tavola siamo come le persone normali, composti: io, mia sorella, mia mamma e suo nuoro! Si esce perché il sole di marzo è prezioso, perché al Pac si entra gratis e perché, come dice mia sorella, oggi il vento ci vuole dire qualcosa. Appena entrati all’’esposizione, si avvicina una vecchietta e mi chiede se io avessi compreso il significato dell’’opera d’arte che entrambi stavamo osservando.

Ecco il titolo: mezzobusto di Napoleone.

Ecco l’’opera: in ordine, un iris, una calla, un ibisco attaccati alla parete con una strisciata di nastro adesivo. Tre fiori recisi con all’’estremità inferiore del gambo un’ampolla d’’acqua per tenerli in vita. Rispondo alla vecchietta e le dico con poca convinzione, che a volte il significato sta nelle domande alle quali non si trova risposta. Marco è attratto da un’’opera su una parete che dipinta con della vernice fluorescente si illumina solo al buio, quindi quando si spengono le luci, quindi durante la chiusura notturna e quindi quando il pubblico non potrà mai vederla. Mia sorella è colpita da una testolina di gesso senza bocca con solo dei grandissimi occhi fatti di sacchetti di plastica colmi d’acqua. È uno sguardo straziante. Dopo aver sorriso vedendo la testa di Nietzsche compressa in cinque metri quadri di fogli di compensato mi premio con un gelato al pistacchio e cioccolato fondente. Mentre lo butto giù, così come fanno i russi con la vodka, mia sorella mi dice che non è vero. Non è vero che il mio amore per lei è maggiore se confrontato col suo amore per me. E’ stato lei a dirlo un annetto fa. Io le dico che in quest’ultimo anno mi ha fatto male ripensarci. Ma solo più tardi le dirò che pensare a una cosa non sempre vuol dire credere a quella cosa. Come i russi, butto via la coppetta vuota alle mie spalle. Due ore dopo, durante i titoli di coda, al cinema, fila H posto 11, non smetto di piangere. Piango e piango e fanculo. Mi godo questo pianto ora che posso. Prima che un cancro mi prenda la gola e con lei le parole. So che un giorno accadrà, spero tardi. So anche che non morirò, perderò solo la parola. Come la statuina di gesso con i sacchetti d’’acqua inesplosi negli occhi. Piango per le stimmate sul collo. Per il vento lasciato a casa. Per aver tradito la mia città, il mio sole di pasta di mandorle. Piango perché dovrò scontare questo peccato per chissà quanto tempo ancora. Piango per i temporali estivi. Per il vestito rosso della mamma, per le mezze punte bianche che ho desiderato, per i pastelli blu di mia sorella. Per i tre fiori recisi. Piango e mi scoppia la gola. Sento deflagrare la laringe. Con tutti i fiotti di rosso colorerò il ciglio delle strade provinciali a primavera. Penso che basta poco per riavere tutto. Basta perdere tutto. E tornare.

Sulla parete del museo c’è un fiore rosso, uno bianco e uno blu. La bandiera della Francia, ecco lo stupido nesso tra l’installazione e il titolo dell’opera. Tre fiori recisi.

Tre mine vaganti.

Mi soffio il naso. Sono una mina vagante e da domani ne parlerò apertamente.

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errore di calcolo_i pipponi del coreografo (al mattino)

le idee sono anarchiche
le idee sono anarchiche

Flauto traverso, violini, viole vaporizzati come nebbiolina per irrigare il prato inglese dei condomini di periferia. La nebbiolina oltrepassa, per errore di calcolo, i cancelli delle recinzioni inumidendo i marciapiedi. Così la musica oltrepassa chissà quale finestra sino a vibrare, per errore di calcolo, ai lati di qualche nuca.

Mi interrogo: come è stato possibile maturare un odio così profondo per la materia di cui dispongo per lavorare? Che tradotto vuol dire: ho sbagliato direzione? Eppure non mi sono dato una direzione, me ne sono date almeno 60, tutte differenti. Ci vuole un sano delirio di onnipotenza per fare il mio lavoro.

Se fa caldo il marciapiede si asciuga in un attimo come se dall’’asfalto soffiassero milioni e milioni di phon accesi tutti contemporaneamente. Se ha piovuto allora piove sul bagnato…, se pioverà chissà.

Qualcuno potrebbe fraintendere. Non è il mio lavoro che odio, nemmeno l’’oggetto finale del mio operato (seppur esso sia volatile). È lo strumento che odio. Il corpo di un essere umano che non sia il mio. Questo odio. Cioè questo amo, forse.

L’’usanza meridionale di schizzare l’’asfalto davanti i portoni di casa per abbassare la polvere è un ottimo esercizio per le narici. Allena il corpo ai temporali estivi in cui ad un tratto si è travolti da un odore esagerato che contiene, in sé, tutte le componenti di un ricordo: la velocità, la sintesi, le palpitazioni.

Il pittore odia i pennelli? Odia i colori? Lo scrittore odia i tasti del pc? Forse odia il disordine delle sue idee? Lo scultore odia il marmo? Non lo so. Io gradualmente detesto il corpo di colui che faccio danzare. Perché esso può fare tanto e anche più di quello che gli chiedo di fare ma, non sarà mai obbediente come un colore, come un tasto, come uno scalpello (non sono sicuro di quello che scrivo!). Avrà un supplemento di anima che forzerà il mio territorio, che violerà l’’intimo motivo della mia opera. Si ribellerà quando avrò lo slancio creativo, si stancherà quando sarà solo all’’inizio, si sazierà di snak ipocalorici anche quando l’’opera avrà come oggetto la fame e il desiderio, percorrerà il mondo per fare audizioni mentre sarò a metà di un trittico. E dunque ciò che odio combacia perfettamente con ciò che ho amato, per cui più che colpevolizzarmi per quello che sono giunto a detestare, dovrei domandarmi se è naturale la portata di questo amore spropositato che c’è alla base.

Se la musica tempera il rigore scientifico di un bucato steso più per presunzione che per necessità, allora è possibile ipotizzare che, come un detersivo Dixan liquido, essa entri nelle fibre della pelle, nella trama e nell’’ordito delle vene per sciogliere imperfettamente residui di unto, aloni di delusioni passate presenti e future. Ma imperfettamente ripeto.

Quindi amando meno in partenza, forse odierei meno alla fine. Questo è impossibile. La diplomazia, l’’opacità intellettuale, l’’equilibrio lo risparmio per i conoscenti, per i lavori di provincia, per le cene di classe e per i parenti lontani. Non per ciò che amo e creo.

Un tir percorre la strada trascinando via con sé il suono di un allegro. Poi di nuovo un silenzio imperfetto, un’alone sull’’asfalto che vuole convincermi di essere stato una pozzanghera, un tempo. Ed io ci credo nuovamente, per un errore di calcolo.