ciao ciao faust

amen
amen

Muovo le labbra come in un play-back svogliato, occhi fissi in un punto: l’angolo tagliente di un legno sbiadito. Tra i bisbigli e i segnali di fumo qualcosa mi riporta in luogo lontano nel tempo. Circa venti minuti fa il braccio della zia Platy aveva chiesto in prestito il mio avambraccio per una passerella lungo la quale non potevo distogliere lo sguardo dalle sue scarpe. Scarpe che farebbero invidia ad una qualsiasi quarantenne di periferia. Nere, vellutate, delicatamente a punta, tacco alto e fiocco di vernice. Zia Platy mi sussurra qualcosa in longobardo, qualcosa che io non comprendo, un suono misterioso al quale io rispondo “Non lo so” tanto per usare una risposta che sarebbe infondo andata bene per qualsiasi domanda: Poi camminando continua a parlare e questa volta in italiano…capisco dall’imprecazione che si sta riferendo a mio padre e, con stupore e orgoglio le dico che non lo vedo da mesi … ma non è vero …lo dico per dissociarmi da quel qualcosa detto in longobardo che non ho capito ma che deve essere qualcosa di non buono.

Mio padre non lo vedo da 20 giorni ma mi ha appena mandato un sms: \come stai?io sempre un po’ di tosse ma nulla di grave, sono a Lissone per un lavoro, se hai bisogno di qualcosa dimmelo. Ho saputo del papà di Marco ma non ho il suo numero di telefono, porgi le mie condoglianze, ti voglio bene, papà.\

La domenica mattina il vapore velava lo specchio del bagno. Una nebbia dal profumo di Felce Azzurra faceva lacrimare le mattonelle e nella vasca mia sorella rideva a crepapelle mentre il mio naso da clown fatto di schiuma rivelava un futuro da saltimbanco! La mamma col maglione a righe disperatamente ripiegato fin sui gomiti tentava invano di sedare la nostra adrenalina strofinando un po’ l’una un po’ l’altra schiena, minacciando ritorsioni se avremmo perseverato nel non collaborare alla delicata operazione detergente.

Maggie mi guarda sconvolta, ha negli occhi qualcosa che la terrorizza e che vuole esorcizzare preoccupandosi per l’equilibrio di Marco. Ho come la sensazione che non è solo Marco a preoccuparla ma anche la velocità con la quale all’essere umano viene posto il problema della perdita.

“Lana fuori, cotone dentro!” ripeteva la mamma mentre ci infilava la famosa maglia della salute. I polpastrelli lessati dal brodo profumato e i piedini che lasciavano le orme sul tappeto di spugna rosa…

La cognata di Marco mi vuole accanto a sé per tutto il tempo, me lo dice appena mi vede arrivare. Io non la conosco, so che le voglio bene da quando l’ho vista la prima volta, mi guarda con complicità, mi fa sentire a casa. Mi chiede di starle vicino legittimando un patto non verbale. Standomi vicino sarai vicino a Marco. Da questo momento sono parte della famiglia. Mi sento sposo per un’ora. Davanti all’altare penso a quanto sarebbe stato bello credere in un dio capace di accettare un matrimonio imperfetto. Un matrimonio sterile.  Un albero senza frutti eppure ombroso e possente…

Calzini di spugna e pantaloni da uomo adulto accorciati, giubbino beige e 500 lire per l’offerta dovrebbero bastare ad accompagnarmi sino alla terza fila di sedute della chiesa del sacro cuore di Gesù. Don Edmondo era un dislessico beota Trimalcione che puzzava di incenzo e bubusettete e che per obbligarci ad andare alla messa della domenica si era ingegnato in questo modo. La domenica mattina dopo la funzione dovevamo ritirare un tagliandino col timbro della parrocchia. Questo tagliandino lo avremmo poi riconsegnato il martedì pomeriggio al catechismo come prova dell’avvenuta partecipazione alla messa. Diabolico don Edmondo che tutti chiamavano dondondondonedemondondon per via delle campane e per il sua predica totalmente cantata!

Il rito del sedersi e rialzarsi mi rianima ma l’inutilità e la vuotezza delle parole del sacerdote, l’arroganza dell’incenso, l’odore  di troppi fiori in un metro quadro mi provoca una sorta di smarrimento da eroinomane…penso allo zoo di berlino durante la lettura interrotta di Giovanni 11. Penso a quanto sarebbe stato più bello proiettare un montaggio con tutte le foto più belle della famiglia di Marco!!! Allora fissando quell’angolo tagliente di legno sbiadito della bara immagino il giorno in cui Faust vinse la gara di mazurca, il giorno in cui vide arrivare i tedeschi ed ebbe paura di morire, il giorno in cui conobbe sua moglie, il giorno in cui si sposò indossando un cappotto di pelle marrone con il quale suo figlio anni dopo avrebbe fatto strage di cuori…e ancora immagino Faust con la vespa e sua moglie seduta dietro con le gambe accavallate, lo immagino in una foto ingiallita mentre riempie le bottiglie di vino per far star buoni i tedeschi, lo vedo stupito di essere padre per la seconda volta non più giovanissimo, lo rivedo seguire devoto tutti i passaggi del discorso di laurea in economia in cui suo figlio parla un linguaggio sconosciuto a tratti esotico.

Il rito di sedersi e rialzarsi mi dava l’impressione che un altro movimento avrebbe fatto saltare il bottone dei miei pantaloni da uomo adulto accorciati. Sentivo un freddo terrore di essere solo e incompreso. Circondato da vecchie perpetue e vogliose casalinghe le quali zittivano noi bambini, mi sentivo in gabbia ed ero certo che se ci fosse stata mia mamma il tempo sarebbe volato. E invece proprio come quando zia Oriana mi costrinse a vedere un film di Bud Spencer, il tempo non passava mai! Ed io ebbi per la prima volta la percezione dell’immobilità delle ore.

Marco posa ancora il suo sguardo su di me, delicato come solo lui può. Il sacerdote si avvicina per stringere le mani dei parenti in prima fila ma…come in quei giochi della settimana enigmistica dal titolo: “INDOVINA L’INTRUSO!” si accorge della mia presenza. Con uno scatto della testa che solo la Parisi in DISCOBAMBINA avrebbe potuto così bene interpretare, chiede al fratello di Maiko: “E lui, chi è?”…ma non si fanno domande caro pretino! mai mai fare domande personali caro pretino! Cosa le viene in mente caro pretino?… …“Sono il promesso sposo padre!”…penso…poi penso che Faust si sentisse orgoglioso di avere 2 figli come i suoi!

Andate in pace…e tutti si correva per le strade come i pazzi…liberi e leggeri come Lazzaro in quel Giovanni 11:44 che è l’unico versetto che oggi avrei voluto sentire e invece…

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