A cosa servono i maestri


Ieri, complice l’aria autunnale e l’età che avanza, mentre assistevo alla crisi esistenziale di un mio allievo, ad un certo punto ho avuto un blackout.

Tutto è partito perché volevo trovare le parole giuste per infondergli il coraggio necessario a lottare, ma queste parole giuste non mi venivano.

Allora ho ripensato a me alla sua età. Effettivamente quasi vent’anni fa ero più o meno nella sua stessa condizione. Sentivo che la mia strada era l’arte ma tutto mi remava contro: famiglia, soldi, persone. Ho cercato di visualizzarmi a vent’anni provando a riportare alla memoria ciò che mi ha dato la forza di andare avanti nonostante tutto. E penso di aver capito cosa mi ha aiutato: penso di essermi fidato di alcune persone. Pochi maestri. Tutta quella fiducia che non provavo nei confronti di me stesso l’ho riversata su di loro. L’ho fatto dando valore alle loro parole e alle loro azioni. Un valore totale. Non mi ha salvato il talento (che ancora oggi cerco di decifrare), non mi ha salvato neanche l’intelligenza (spesso è stata un limite). Mi ha salvato la capacità di provare gratitudine. Io sono certo di questo.

Ogni santo giorno per anni ho pensato di mollare tutto per mille motivi (alcuni reali, altri immaginari). Ricordo quelle mattine con due mani alla sbarra in cui avevo un muro di fronte che mi ha permesso di nascondere le lacrime che scendevano ininterrotte (per il dolore fisico, per l’umiliazione di non riuscire, per un senso di inadeguatezza). Ma ricordo anche che mentre scendevano le lacrime le riasciugavo immediatamente. Pensavo che se in quel momento fossero passati quei tre maestri che amavo e mi avessero visto piangere li avrei delusi. Perché loro mi dedicavano del tempo. E il tempo è un offerta preziosa. Di loro mi fidavo.

La prima in assoluto non era solo una maestra ma anche una direttrice, si chiama Susanna. Con un’acrobazia del pensiero, che ancora non mi spiego, ha intravisto in quel Davide qualcosa. E’ stata la prima a usare la parola danza nel riferirsi a me. Come si fa a dimenticarlo! Questa donna è stata impietosa difronte ad alcune mie scelte mediocri, incenerendomi con lo sguardo, massacrandomi con il suo commento. E oggi penso a quanto quell’analisi spietata mi abbia permesso di crescere e darmi una possibilità. Mi abbia caricato di quella rabbia necessaria a dare il meglio per crescere, studiare e non rompere i coglioni (come la mia indole mi porterebbe a fare). Sono grato a quei ceffoni in piena faccia (in senso metaforico) e a quelle gentilezze quasi materne che arrivavano inaspettatamente sotto forma di gesti e di rispetto per la mia persona. Ovviamente mollare mi sembrava una mancanza di rispetto nei suoi confronti.

L’altra figura fondamentale fu Valeria, l’insegnate di recitazione. Oggi ho ancora la fortuna di averla nella mia vita. Non potevo deluderla. Fu perentoria: “dovete rispettare il dono che avete ricevuto!” – ci disse. Più chiaro di così… Non avere rispetto dei doni ricevuti (dalla natura, dalla vita, dalla fortuna, dalle persone) è un’offesa alla vita. Lei ha un vero talento nel motivare le persone con il calore e il colore della sua voce. – “Regalate al mondo la migliore versione di voi!”- ovviamente si riferiva soprattutto alle cacofonie regionali e agli strafalcioni delle nostra parlate… ma c’era qualcosa di più profondo in quella frase (che ho capito da adulto). Ogni maestro mette in conto che in una classe di venti allievi, se tutto va bene, solo la metà di questi un giorno diventerà un artista. Ma passare il messaggio che, qualunque fosse stata la nostra strada, sarebbe stato fondamentale dare la migliore versione di noi è stato il più grande insegnamento. Nel raccontare una favola a nostro figlio, nel vendere un paio di scarpe in negozio, nel rispondere a un call-center, nel traffico, a casa, in amore… cosa conta davvero? Cosa produce i migliori effetti? Cosa genera luce?

La migliore versione di noi.

Non mollare, era un atto di pura fiducia. E di amore verso queste due donne e non solo. Avevo un maestro che si chiama come me, che non aveva certamente una propensione all’affettività, un uomo agli antipodi del motivatore, avulso ad ogni forma di smancerie e tagliente come un coltello di ceramica. Anche per lui non ho mollato. Prima di tutto perché ne ero totalmente innamorato, totalmente. Poi perché aveva la capacità di attivare quella zona del mio emisfero destro dove c’è profondità. E questa capacità mi ha dato la prova concreta che quello che sostenevano le donne citate prima era supportato dalla realtà. C’era in me una profondità (che io non vedevo o non sapevo gestire) che, se attivata nel modo giusto, avrebbe un giorno dato i suoi frutti. Questi frutti si sono visti molto dopo, ma fidarmi di loro mi è servito ad allenare la pazienza.

Avevano ragione. Il mio merito è stato dare valore alle loro parole e provare gratitudine. Questo mi ha portato a concludere gli studi, avviare nuovi studi, tentare mille strade, affinare gli strumenti per diventare un buon maestro, fare errori e cazzate come tutti ma comunque vivere del mestiere dell’artista.

A cosa servono i maestri? A provocare reazioni, a innescare meccanismi generativi, a fare luce, a mettere ordine e disordine con un solo obiettivo: lo sviluppo umano e professionale di un allievo. Il maestro non è un guru seduttivo in cerca di discepoli, né l’infallibile superuomo che ti dice cosa e come fare, non semplifica la realtà, non la banalizza abusando della parola giusto e della parola sbagliato. Il maestro è uno stecco per rendere resistenti i fiori nuovi, il potassio per gli sfiniti, lo spintone che ti fa avanzare di dieci passi, l’ossigeno che passa da finestre sempre aperte, il navigatore satellitare che ti segnala la grande verità: ci sono mille strade e mille tempi per arrivare ad un obiettivo.

Chissà se sono queste le parole giuste.

e poi tornare?

Non so se ho voglia di tornare.

Mi impongo di fare attività fisica. La mia voglia di sudare è pari a zero. Non amo il fitness, lo trovo volgare. Non amo saltellare, non amo seguire trainers ipertrofici che parlano del corpo umano come se fosse un oggetto qualsiasi da mettere nel carrello di Amazon. Il mio corpo è complesso. La gente non ama la complessità. Non amo essere toccato, amo essere attraversato. Non ammetto pacche sulle spalle, nemmeno se bonarie. Schivo le mani degli altri, preferisco essere avvicinato dagli avambracci. Non sono un’acquasantiera, sono una cartina geografica.

Mi impongo di fare attività fisica perché ho paura di morire di colesterolo e per abuso di carboidrati. Sono passato da una media di 24 mila passi al giorno a 70. Sedia, bagno, sedia, divano, bagno, divano, letto. Questo è il mio wellness. Non va bene.

Mi dico muovi il culo e fai qualcosa! Un pò di stretching, pilates, una sbarra di danza classica improvvisata tra un comodino e una sedia… Scelgo lo Yoga. Pensare che quando ero giovanissimo lo odiavo. Lo odiavo perché il dolore che mi provocava mi distraeva dalla pratica. Poi ho trovato i maestri giusti e ho cambiato opinione.

Mi preparo a fare una lezione di Yoga. Forse è la cosa migliore da fare. Tre anni fa quando ho riscoperto il piacere di questa pratica ho provato un immediato beneficio. Ho ricominciato a dormire. Mi bastano e avanzano sei ore di sonno per stare bene. Eppure quando sono particolarmente sotto stress, da buon iper-efficiente, smetto di dormire. La notte diviene un tempo per macinare pensieri, progetti, vendette, conquiste e paure. Lo Yoga mi ha suggerito una memoria del respiro, una sorta di meccanica che sul mio corpo è infallibile. Un’onda di ossigeno che attraversa il sistema muscolare e nervoso e mi restituisce a me stesso, mi ripulisce dal lavoro fuori controllo del mio emisfero destro. Fino alla quiete, fino al sonno. Questo svuotamento non è un abbandono, non lo percepisco come un annullamento. E’ comunque uno stato di presenza. ma è una presenza mutata, profonda. Una presenza che non si manifesta con il solo movimento ma anche con lo standby dei sensi.

Inizio la pratica, mi collego via web, oggi la maestra ci da dentro con i passaggi sulle braccia. E’ faticoso ma mi concentro solo ed esclusivamente sul respiro. tutto il corpo è caldo. Inizio subito a stare bene. La schiena prende mobilità e le vertebre il loro ossigeno Il volto diventa un petalo posato sulle ossa del cranio. La pratica si conclude con il solito Shavasana. La dimensione del non spazio e del non tempo. Il corpo registra ogni informazione e dona gli effetti di questa pratica millenaria.

Ed è in questo momento che mi succede per la prima volta qualcosa di strano. Quando ad un certo punto la voce della guida mi suggerisce con dolcezza di riattivare le mani, aprire gli occhi e portarmi gradualmente seduto provo qualcosa di inaspettato.

Non so se ho voglia di tornare. Non sto dormendo, sento che la guida sta dando nuove istruzioni, ma non mi muovo. Sento la vita intorno a me. I passi di Greta, la bimba del piano di sopra, sento la ventola in bagno che smette di tirare aria improvvisamente, sento il giro del sangue nel mio cuore, come un nuotatore che va su e giù da una piscina olimpionica rossa. Sento tutto, non sto dormendo. Ma non mi muovo comunque. Non ho voglia di tornare. Penso solo a questo. Sono immobile. Il corpo è semplicemente un solido appoggiato a terra, aziono il pensiero senza azionare la macchina. Non provo nessun dolore, nessuna paura, nessun tipo di ansia. Solo pensiero di quiete e pura forma. Si sentirà così una scheggia di smeraldo caduta da un orecchino sull’asfalto? Si sentirà così il corallo in fondo al mare? Si sentirà così un filo d’erba? Si sentirà così una nuvola quando non c’è vento? Non so se voglio tornare. Non so se me la sento di riaprire gli occhi. Potrei restare in questo luogo per sempre. Potrei vivere per sempre senza paura. In questo luogo non bisogna essere preparati, efficienti, performanti. In questo luogo si sta bene. Essere o non essere… dormire, forse sognare, forse vivere come dovrei vivere… Con il tempo delle pietre, dei minerali, del vapore, delle gocce. Semplicemente.

Per questo non so se ho voglia di tornare. Urtare contro gli altri, pietrificarmi davanti all’ingiustizia, ri-orientando di ora in ora la violenza delle parole, o la loro assenza, mortificarmi per l’assenza di empatia, tormentarmi di ricordi che vorrei solo disegnare su un foglio A4, da piegare, imbustare, spedire a chi di dovere.

Esito ancora, esito nella minestra dello stare. La mia stanza dello scirocco. La stanza dove stare e aspettare che il vento dell’Africa passi. E riprendere la vita. Come i pomeriggi d’estate a casa quando il mondo era in standby. Finisce la pratica. Il video si blocca. Lo percepisco. Non sto dormendo. Ma non mi muovo. Forse è questo la morte? Il desiderio di non tornare? Il cambio di residenza del pensiero? Dormire, forse sognare.

Un attimo di silenzio. Poi provo un pò di paura. E se stessi davvero lasciando tutto? E se perdessi la strada del ritorno? E se fosse troppo tardi per tornare? Visualizzo le mie mani, penso di aver capito dove si trovano. Ai lati del corpo. Devono essere quelle due zattere rosa con i nodi delle nocche color peonia poggiati sul pavimento. penso di averle trovate. Devo solo muoverle. Mi sembra l’atto più faticoso della mia vita. Che strano, sono un danzatore, so come muovere il mio corpo. Come ho fatto a dimenticare un principio così elementare? Ma persino questa paura di non tornare ha qualcosa di piacevole.

Poi con uno strappo violento sparpaglio le falangi sul pavimento, ribalto le mani… come a galleggiare. Poi rompo la linea retta delle braccia e i gomiti tornano rotondi.

Tra le ciglia intravedo una luce color verde azzurro.

Sono tornato, mio malgrado. Ma non so se sono pronto.

Danza e Omofobia

(dal film GIRL)

C’è più omofobia nella danza di quanto si creda.

Sembra paradossale perché nell’immaginario comune il mondo della danza è attiguo al pianeta degli unicorni. Ballerini e parrucchieri si sa…

Eppure, chi ne fa parte, se è davvero sincero, sa di cosa sto parlando.

Mi riferisco ad un ricco vocabolario omofobico e transfobico che nasce dai cattivi docenti, si trasmette tra danzatori e danzatrici e si sviluppa nel mondo del lavoro.

Proprio quando un ragazzo o una ragazza pensano di aver quasi superato il pushing sociale che li vedrebbe incasellati nel sistema binario maschio=calcio e femmina=bambola, proprio quando scelgono l’arte come linguaggio d’espressione e come vita, proprio quando dovrebbero sentirsi liberi, ecco proprio allora, inizia un nuovo incubo.

Non mi voglio soffermare sulla violenza psicologica di un’arte, quella della danza, diventata schiava di uno specchio preso in prestito dalla moda e di un virtuosismo preso in prestito dallo sport. Deformazione appunto, non danza. Lo specchio nella danza è un orpello novecentesco occidentale. E lo sport non è danza.

Non mi voglio soffermare sulla crudeltà nel poter escludere chi non è ritenuto fisicamente idoneo. Diritto di quest’arte, che proprio in quanto arte non dovrebbe escludere nessuno.

Mi soffermo su questioni più banali. Ad esempio, ci siamo mai posti il problema dei body delle ballerine? Il body umilia tutte coloro che non hanno ancora fatto un percorso di accettazione di sé. Distrugge l’autostima. È una lente d’ingrandimento sui difetti, sulle

imperfezioni. È uno veicolo di fallimento. È un simbolo, un’arma che può escludere dalla danza classica le adolescenti transgender. Chi lo ha stabilito?

Mi soffermo sulle frasi pronunciate dai maestri di danza ai ballerini adolescenti: “Mentre danzi devi sembrare maschio! Devi sembrare uomo a prescindere dal tuo orientamento sessuale!”

Chi lo ha stabilito? Che io sappia un corpo che danza, se danza bene, può bastare!

Te lo dicono tutti giorni. “Non svolazzare, non sculettare, pompa bene i muscoli per le prese …” perché si sa che l’uomo solleva, la donna viene sollevata. Che novità! Un po’ di patriarcato anche tra i tutù non guasta mai! Te lo dicono per il tuo bene. “Sai, potresti non lavorare se quando danzi sembri gay!”

Mi riferisco al mondo hip hop italiano. Pare infatti non esistano gay nel mondo hip hop. Non esiste l’omosessualità maschile nella cultura hip hop italiana. Che strano! Ai gay non piace l’hip hop?

Mi riferisco ai maestri che dicono alle ragazze di ballare da femmine. Come balla una femmina scusate? Mi sono perso qualcosa? Deve diventare un veicolo per il piacere visivo di un pubblico maschile? Quindi una donna non può che ballare da donna?

Mi riferisco a chi sostiene che la cultura voguing sia solo per i gay e per le donne queer. Perché questo vorrebbe dire che la danza classica è solo per nobildonne e cavalieri. Che paura!

La letteratura per anni ha assimilato la parola ballerina alla professione della puttana. Come se fosse un disonore fare la ballerina, o la puttana.

Il mondo della danza è incredibilmente ammuffito. Noi non siamo pronti per le nuove generazioni di ragazzi. Il futuro ha bisogno di classi inclusive, di progetti formativi che oltrepassino i vecchi concetti di genere. Ha bisogno di corpi pensanti, liberi, coraggiosi e imperfetti. Il futuro ha bisogno di cultura, di docenti qualificati e di strutture capaci di superare decenni di torture psicologiche. La danza merita il sorriso, l’orgoglio, il piacere. La danza ha bisogno di classi arcobaleno che sappiano riconoscersi in quanto terra franca, zona libera per creare e generare valore. Generare valore unendo e proteggendo le identità di ognuno.

Fimminaru

Prima di guardare i miei genitali riconoscendoli come genitali, c’è stato un’arco di vita relativamente lungo.

Si sa che il tempo dei bambini non è mai coincidente con il tempo degli orologi.

In quel tempo haribo, gelatinoso, appiccicoso, colorato, fluorescente i miei genitali avevano la stessa importanza delle mani, dei piedini, degli angoli della bocca, dell’incavo paffuto delle ginocchia. Era il tempo in cui tutto ciò che stava intorno era “le americhe” di Cristoforo Colombo. Niente di più di un territorio in cui lasciare un mattonino Lego per marcare il territorio. Scoperta. Una porta che sbatte al segreto gioco di correnti, un sifone dell’acqua piovana al quale avvicinare l’occhio destro, il fondo di un bicchiere usato come lente per guardare i grandi (per scoprirli realmente piccoli). Era il tempo in cui le desinenze nei nomi erano un di più che se c’erano bene, altrimenti pace… In quel tempo un asciugamano in testa bastava a farmi sentire fluttuante, importante, “vellutante” come Romina Power. Del resto a cosa mai può servire un asciugamano di spugna se non a inclinare la testa come solo la regina del ballo del qua qua sapeva fare.

In quel tempo cercavo tessuti leggeri da mettere sulle tute di flanella, sui pigiami che facevano i pallini. Dallo strofinaccio da cucina al babydoll era un attimo. Mettevo una cosa sull’altra come un venditore di tappeti nel mercato di Marrakech. Oggi parlerebbero di sovrapposizioni, vestirsi a cipolla, una deformazione dello street style. Per me quattrenne era quel poco che bastava per sentirmi giusto. Attribuito a me stesso.

Nel cortile al quale si affacciavano tutte le finestre delle case popolari mi bastava fare un cenno alla bambina della casa infondo, Paola. Lei si avvicinava. Un minuto per giocare sugli scalini di casa. Poi sparire.

“Signora, ho visto la Paola con una bambina vicino la chiesa della Santissima Ausiliatrice!” – rispondevano i passanti a mia mamma che disperatamente mi cercava per tutto il quartiere. (Non esisteva Chi l’ha visto?) E mia madre piangendo rispondeva: “Quella bambina è mio figlio!”

Ci ritrovarono a passeggiare, come Thelma e Louise delle case popolari, senza alcun peso. Senza alcun dubbio di essere sbagliati. Lei con gli zoccoli di legno e le calze bucate io con i completini sexy di mia madre sul pigiama.

Se hai il pisellino ti devi comportare da maschio. Se hai la patatina ti devi comportare da femmina!

E se non sai di avere né l’uno e nell’altro?

Non accadde mai più. Fine del mio mini Pride.

“Fimminaru!” – si dice dalle mie parti. Per indicare il maschio a cui piace stare in compagnia delle femmine. Sospetto gay, persona da riordinare. Detto da nonna però sembrava un complimento dolce. Come se dietro ci fosse un orgoglio, non troppo urlato, nell’avere un nipote che con le “fimmine” sapeva addirittura parlare.

Detto dai compagni di classe era già diverso. Alle elementari quella frase era un bisbiglio, forse una piccola macchia su una tovaglia, niente di più. Alle medie il peso era ormai insostenibile. Un secchio di cemento indurito attaccato con lo spago sulle zampe di un pettirosso.

“Lu Fimminaru” – diventò un insulto soprattutto quando arrivò l’articolo lu. L’articolo maschile associato all’aggettivo derivato dalla parola Fimmina creava distonia. Qualcosa da evitare, da scongiurare. Nella sostanza non cambiava di molto la mia vita. Ma nel mondo intorno qualcosa del mio semplice “stare” era percepito come disturbante. Eppure nei miei look di undicenne dei babydoll di mamma non vi era più traccia.

Qualcosa di quell’espressione alludeva ai miei presunti caratteri sessuali. Ed è strano, ma pareva che chiunque, nel paese, a scuola, al catechismo si sentisse autorizzato a definirmi sessualmente. Tutti tranne me.

Chi può definire chi, sessualmente?

Il mondo haribo si divise nettamente in due: io e le bambine, gli altri.

Io, fimminaru, con le bimbe ci parlavo, ci giocavo, mi confidavo. Come facevo con mamma e con mia sorella. Come la cosa più naturale del mondo.

Nessuna di queste bambine mi ha mai chiesto un certificato di attribuzione sessuale. Sono sopravvissuto comunque e bene.

La mia coscienza genitale è venuta un pò più tardi rispetto ai miei compagni di scuola. Quando ho capito che i miei genitali erano uno strumento di potere sugli altri tutto ha cominciato a prendere un senso. Quindi a spegnersi. Potevo farmi desiderare, potevo sottomettere, potevo promettere, potevo avere un prezzo di mercato differente. Potevo addirittura disporre di due mercati. Potevo finalmente sentirmi superiore alle femmine, potevo alludere alla caccia, potevo accedere agli spogliatoi maschili e avere “vivaiddio” un argomento di scambio con loro. (Certi gay possono essere i peggiori maschilisti e detentori del potere patriarcale. A volte peggio dei loro nemici amici etero.)

Proprio in quel momento in cui finalmente con il pene in una mano, e la pinzetta delle sopracciglia nell’altra, potevo sentirmi padrone del mondo. Come Miss Italia con il suo scettro da reginetta, ho provato un urto di vomito tale da dire, no. Non mi va. Resto fimminaru ma stavolta sono io a deciderlo.

Non mi interessa il maschile. Mi annoia. Preferisco gli animali. A volte mi fanno sorridere ma come mi fanno sorridere i piccioni in Duomo. Mi attraggono sessualmente solo in foto. Già se parlano, mi viene difficile l’erezione. Mi basta e avanza l’uomo con cui vivo da 18 anni. Che peraltro è molto simile a me. Ma questo è amore. Un capitolo a parte.

Non amo indagare sui loro pensieri. Orgogliosamente fimminaru oggi mi ritrovo a parlare con le mie allieve. Bellissime. Parliamo di femminismi. Parliamo di potere alle donne. Loro hanno coniato un neologismo: PAURO. Per indicare la paura di molti maschi. Certi maschi hanno una paura diversa. Genitale. E come un paguro (da qui l’assonanza), come un pene che torna molle, si chiudono, si ritirano e non trovano con il femminile (dentro e fuori di loro) una sincera relazione umana basata sulla coesistenza.

Geniali le mie allieve…Con loro sto così bene…

E mi viene in mente Paola.

Chissà se si è sposata, se ha avuto figli, se è chiusa in casa come me durante la pandemia.

Chissà se ha trovato un’amica con cui parlare. Chissà se si ricorda di me… Chissà come ha educato i suoi figli maschi. A cinque anni mi sono trasferito in un’altro quartiere. Ogni trasloco da allora in poi è stato un susseguirsi di Lego disseminati qua e là.

Lei, mai più vista.

Attaccamento

Tre urti e torno indietro –

Non conto i giorni della quarantena.

Attaccamento. Mi dicono di trovare una routine durante l’isolamento. Di restare incollato all’agenda e al planning settimanale. Cazzate! L’isolamento non è un problema per me e non lo è mai stato. Questo non è un isolamento. Questo è uno schivarsi per paura del contagio. È un mettersi al riparo da un mostro che ti fa tossire e poi ti toglie l’ossigeno e ti fa soffocare. È un tentativo di salvarsi stando immobili. Fingendoci già morti. Devo dire che in questo molti dei miei colleghi sono veri talenti. Sembravano morti da prima del virus.

Dal livello di istamina del mio sangue capisco che è Aprile inoltrato. La primavera provvede puntualmente alla congestione del naso. Il cocktail letale di pollini non mi farà dormire fino ad Ottobre.

Molti miei colleghi del luccicante mondo dello spettacolo non hanno mai parlato di politica, di diritti, di etica professionale e adesso, come d’incanto, hanno affittato a ore il costume di Martin Luther King. I have a dream urlato dall’ennesima IG-Story con il filtro contouring. Si ribellano al sistema, promuovono video-campagne di protesta, challenge dì 24 ore che scadono alla stessa velocità di un insalata in sacchetto. Hanno semplicemente paura. E mi spiace dirlo, però io spero che la maggior parte di loro la conosca veramente un po’ di sana e autentica paura. Perché questo significherebbe avere rispetto e premura, ascolto ed empatia, non solo nei momenti di emergenza, ma sempre. È come fare gli auguri a una donna solo l’8 di Marzo. Poi dimenticare il resto dell’anno che una ragazza non può prendere i mezzi pubblici di sera, che il suo stipendio è più basso dei suoi colleghi uomini e che se resta incinta è una cazzo di problema. Come ricordarci che siamo una repubblica solo quando vinciamo i mondiali di calcio. Non funziona così.

Capisco che è domenica dal fatto che non suona la sveglia. Ho

sempre freddo anche in estate e dal mio balcone non vedo alberi di pesco, per cui è il mio naso a raccontare il mutare delle stagioni.

Riconoscere la storia di un popolo dalla sua paura. La paura è necessaria. Il dubbio di regredire, di perdere i diritti umani, di dimenticare le regole dell’educazione civica è necessaria a quello stato di allerta che fa evolvere una democrazia. Non puoi ricordartelo solo ora che la tragedia ha sfiorato il tuo culetto scolpito al Club Virgin in Corso Como… non funziona così!

Come faccio a sapere dove sono rimasto? Sono maschio o femmina? Sono vivo ma non sono sicuro di poter dare un orario preciso. Ora del decesso? Non ho mai portato l’orologio nella mia vita. Mi so orientare anche al buio. Era un gioco che adoravo fare da piccolo. Girare per casa senza accendere la luce. Al terzo urto contro qualcosa dovevo ricominciare da capo. Senza attaccamenti. Divertentissimo questo gioco. Titolo: Anna dei Miracoli. A che ora ho iniziato a vivere?

Portare l’orologio mi innervosisce. L’orologio a lancette è fuori discussione: sento esageratamente ogni movimento degli ingranaggi e non mi sento sincronico. Non mi sento andare a tempo. Mi deconcentro e provo a velocizzare o rallentare il mio battito. Con risultati fallimentari. È fuori dalla mia portata. Ho provato l’orologio anni ‘80, quello a cristalli liquidi. Trovo sia un oggetto cool! Ma come ogni braccialetto dopo cinque minuti finisce nella tasca di un cappotto. Mi pesa. E comunque controllo l’ora dal telefono. Tempo inutile.

Attaccamento inutile. Non sei credibile se ti arrabbi ora che tarda ad arrivare il tuo sussidio di 600€ dello Stato. Quel sussidio è come un ciuccio per un bebè. Ti farà stare zitto per dieci giorni poi ti sembrerà inutile! Duro. Come la paura.

Mio padre, quando era un perito elettronico di successo e lavorava in Africa, tornava in Italia con un carico di orologi pregiati da regalare ai famigliari. Con quel gesto allontanava dagli altri e per un tempo sufficiente alla sua ripartenza, il sospetto di essere un pessimo padre e un irrisolvibile uomo. Forse per questo motivo diffido da chi ama fare troppo regali. Penso che, libera dal dovere di commento del dono fatto e ricevuto, la mia conversazione regga ugualmente.

Prendere o perdere tempo?

Come avete fatto a vivere fino ad oggi? Siete terrorizzati dal dover ricominciare da capo. È ovvio che sarà così. Siete spaventosamente attaccati alla vostra vera o millantata carriera. Vi sottovalutate fino a questo punto? Avete bisogno di regalare un orologio per dare sostegno alla vostra esistenza? Avete bisogno del vostro corpo turgido, delle foto esotiche, del food porn, delle frasi in inglese e del pensiero di provincia per sentirvi vivi?

Attaccare per attaccamento ad una vita che non c’è più.

Per anni ho provato rabbia, invidia e rancore. Generalizzato. Per il solo fatto di non essere cresciuto in una famiglia normale ed equilibrata. Mai avrei pensato che quel sentore di baratro costante, quella rassegnata predisposizione alla precarietà, quella montagna russa emotiva fosse una preziosa eredità. Il migliore lascito.

La mia paura basale ha reso possibile il cambiamento continuo. Il cambiamento è inevitabile e sotto alcuni punti di vista è delizioso! L’attaccamento è agli antipodi dell’evoluzione.

Sono certo di potermela cavare anche senza il mio status di direttore creativo di una piccola azienda o di coreografo part-time o dì docente tra milioni di docenti. So lavare i piatti e mi piace farlo. Le mani in ammollo sono un piacere se l’acqua è fresca. So cucinare, mettere in ordine un magazzino, so parlare al telefono, so vendere un prodotto, so creare un foglio di calcolo. Son sicuro che con la mia ambizione, la pazienza, la resistenza agli insulti che ho maturato grazie ai bulli delle medie prima e grazie ai creativi delle agenzie di moda e pubblicità dopo, saprò crearmi una nicchia ovunque e portare a casa i soldi necessari.

Saprò cavarmela con o senza soldi. Con o senza sussidio. Con o senza cassaintegraziome.

Soffro di attaccamenti ben peggiori. Il gioco è sempre lo stesso… tre urti e si ricomincia da capo.

Così si allena il futuro.

26 Marzo


Ore 16:30. Mi preparo per andare a fare la spesa. Non esco da 15 giorni. Dall’ultima spesa.

Fuori fa freddo, nonostante sia già primavera. Il meteo dice che porta neve. Mi preparo senza trascurare nessun dettaglio. La lista è stata compilata un giorno fa. Divisa per scaffali, priorità ed extra. Una lista per noi, una per i parenti. Marco scende nel box a prendere la macchina, io faccio tappa nel locale della raccolta differenziata. I guanti di lattice mi fanno sudare le dita. Ho una mascherina che mi stringe sulle orecchie, mi sembra di soffocare.

Faccio i primi due passi oltre la porta di casa e già mi rendo conto che è tutto molto difficile. Mi si appannano gli occhiali. Il respiro si fa corto.

Nero. umido, verde, bianco, giallo. Faccio due viaggi. Guardo la maniglia del locale spazzatura, quando apro e quando chiudo. Arriva Marco. salgo in macchina guardo dove poso le mani. Il viaggio, appena 4 minuti di strada, sembra eterno. Se ci ferma la Polizia diremo che stiamo facendo la spesa per due diversi nuclei familiari. La verità. Non ci ferma nessuno. Il cielo è bianco. Stento a ricordare. Com’è che non ricordo più Milano con le persone? Non ricordo. Negli ultimi 30 giorni nell’angolo di via sul quale danno le finestre di casa non si vede nessuno. Non c’è più nessuno. Non vedo nulla anche per via degli occhiali appannati. Che fastidio gli elastici dietro le orecchie! La mascherina appoggia sul naso e sembra corrodere. Chiedo a Marco se prova lo stesso fastidio. Mi dice che è normale.

Parcheggio, monetine, due carrelli, 45 minuti di fila al gelo. Ci dicono che dentro misureranno la febbre. La febbre ci verrà comunque, per il freddo. Facciamo la fila distanziati, silenziosi, come ad una fiaccolata ma senza fiaccole.

È già un mese che Emanuele è morto. Un mese. Se avesse rimandato il suicidio di almeno un giorno avrebbe assistito al blocco delle prime zone rosse e forse avrebbe aspettato. Avrebbe capito che il gesto violento che stava per fare sarebbe stato ancora più inutile. Perché non solo nessuno lo avrebbe accompagnato a un funerale o pseudo tale, ma anche perché nessuno lo avrebbe minimamente ricordato. Nessuno avrebbe provato i sensi di colpa. Abbiamo tutti così tanta paura del contagio che ricordiamo a stenti ciò che è avvenuto un attimo prima del blocco. Un attimo prima. Se solo avesse rimandato di un giorno. Emanuele e il suo tempismo del cazzo.

Il freddo taglia all’altezza dei reni. Non esistono più i giubbotti di pile di una volta. 17:45. Entriamo. Niente febbre. Via con la spesa. Frutta. Verdura. Ho caldo, ma come? Prima si gelava. Formaggi, latte vegetale, hamburger di barbabietola. Via la sciarpa. Uova. Scatolame. Ho i brividi, sudo freddo. Via gli occhiali. Non vedo comunque. Ritorno sui miei passi. Ah già, ero già passato da qui! Mi tremano le mani. Mi trema il palato. Troppo alto il volume degli annunci. Casse vuote, casse piene. Mi trema il mento. Pesce. Detersivo. Ammorbidente. Insopportabile la mascherina, il caldo, il freddo, il sudore, la pelle, gli odori oggi sono esagerati. Chi ha spruzzato tutto questo profumo!? Perché le persone mi guardano con occhi strani? Ah no, sono io che guardo gli altri in modo sospetto. Che ore sono? Chissà se sotto la mascherina sorridono! Sotto la mascherina forse sorridono. Gli occhi non danno indizi. Quanto manca? Non toccare il cellulare Davide! Hai guanti di lattice sporchi. Contaminati. Tutto è contaminato. Mi gratto la fronte poi il naso, poi il petto, mi prude il cuore, di nuovo la fronte, le orecchie, via un elastico, che prurito assurdo. Mi fanno male i capelli. Marco mi si avvicina con il suo carrello. Mi chiede se va tutto bene. Gli dico che non sopporto la mascherina mi manca l’aria. Mi dice che è normale. e poi mi dice “Smettila di toccarti la faccia!” Mi allontano, devo toccarmi e non farmi vedere che mi tocco. Ok, il volume del supermercato è altissimo. Ma il cuore? Non sento il battito. Non dovrebbe essere il contrario?

Emanuele si era organizzato. Quanto tempo ci ha messo per fare il nodo? Un sabato sera. Solo in casa.

Ho la nausea c’è troppo profumo. Strappo via la mascherina un secondo prima di vedere buio. Le dita sono lesse nei guanti di lattice. Respira Davide! Non vorrai mica inaugurare questo nuovo ciclo di attacchi di panico proprio qui, nella quarta corsia dell’Esselunga di via Adriano? Ne mancano ancora 10 di corsie prima di finire la spesa. Fanculo. Apro le porte! Spalanco me stesso e benvenuta paura, eccoti! Ho un attacco di panico. So come gestirlo. E allora comincio a gestirlo. Organizzo un tour per il mio corpo. Un metro e ottantacinque centimetri per settantacinque chili di Davide. La paura si diluisce. E piano piano, così come è entrata, così è uscita.

Ho percepito il rumore della caduta di Emanuele. Era alto come me, pesava quanto me. Quanto tempo ci è voluto prima che il cuore si fermasse?

Dopo un attacco di panico ho male all’umore per almeno 48 ore. Indolenzito come dopo una lezione di cross-fit. E’ l’acido lattico della mente. Si aspetta che passi.

Funziona così.

Funziono così.

PARIGI


Dalla piega nascosta del marciapiede vedo sgorgare acqua che con la stessa indole di chi sa la strada, trascina un esercito con impavida arroganza. (Alla vittoria?) Precipitevolissimevolmente.

Parigi è la parola della settimana. L’ho usata una sessantina di volte in pochi giorni. Uso la parola Parigi come la tachipirina. Senza sentirmi in colpa.

Provo un senso di benessere facendo due volte il giro dell’isolato solo per essere sicuro di aver visto ogni portone, ogni maniglia, ogni targa sul muro, ogni manifesto pubblicitario. Il lavaggio delle strade, il mercato della mattina, in naso dei librai, i soprabiti appoggiati sulle spalle, il polverone che si alza quando qualcuno fa jogging ai giardini di Lussemburgo. Ingoierei chili di quella polvere.

Pronuncio Parigi mentre dall’ufficio mi alzo per andare al bagno. Mentre sto ingoiando merda di altri. Parigi per non provare nausea e mandare giù tutto in una sola deglutizione. Per anni ho biasimato i quarantenni irrisolti che mollano tutto e vanno in Brasile a ritrovare se stessi. Eccomi. Anch’io con la Sindrome di Fabio Volo (un altrove qualsiasi è meglio del mio). Mi ritrovo a pensare tutto ciò che negli altri mi ripugna: la fuga.

L’acqua sgorga e trascina con sé sporco, cartacce… e corre. Non ho bisogno di entrare alla Shakespeare &Co per sentire le branchie dilatarsi sotto la mia t-shirt bianca. Mi basta passare e sapere che c’è.

Parigi. Perché sia efficiente il mio pensiero ramificato ha bisogno che le cose siano complicate. Ok. Parigi. Ha bisogno di una certa soglia di stimolazione per prendere il via. D’accordo, però Parigi. Non ho più bisogno di piacere a tutti per restare in vita, sono adulto. Tutto chiaro Davide, ma Parigi. Cazzo. Sono sfinito. Dalla mediocrità.

I miei occhi reclamano immensità. Il mio naso un fiume che sposti masse d’aria. La mia pelle impara dai parigini l’orgoglio nazionale. La loro indole rivoluzionaria. Come si fa a manifestare? Rendere manifesto … ogni volta che mi rendo manifesto il risultato è disastroso.

Mi sono autorizzato alla tristezza. Alla malinconia. Perché è tutto ciò che provo dopo un rifiuto, una parola sbagliata, una leggerezza, un giudizio affrettato, quando l’umanità e l’empatia lasciano il posto al lurido atto di egoismo.

Dietro di me ho un esercito di “me” che scende giù dai dossi a tutta birra. Parigi. Che bello allontanarsi da ciò che ci inquina. Che bello saperlo fare con le parole! Senza far male a nessuno…

Mortificazioni


Di piccole mortificazioni si muore ogni giorno.

Ed effettivamente qualche anno fa sarei potuto morire davvero per colpa di una frase infelice.

Prima di scoprire di essere un HSP pensavo che la sofferenza che provavo fosse frutto di una mia incapacità di stare al mondo. Mi sentivo solo. Mortific-Azione. Azione che porta una morte. Quando la sento arrivare è come una lente blu su tutte le cose. Arriva il blu. Prima di capire il mio funzionamento, non avevo mai incontrato sulla mia strada persone capaci di sentire la totale assenza di membrane tra se stessi e il mondo. Quel filo diretto con le emozioni, quella mancanza di pelle in grado di proteggere la carne viva.

Scoprire di non essere solo, di non essere malato ma semplicemente di essere diverso mi ha reso in grado di assimilare gli urti e drenare il dolore con dei tempi di recupero 10 volte più veloci. La mia amigdala è anarchica. Saperlo mi sta aiutando a migliorare.

Ad esempio, qualche giorno fa durante una teleconferenza, una tipa di un’agenzia di comunicazione mi ha chiesto aggressivamente quale valore avessero le mie proposte creative.

Sono passati sette giorni e ci sto ancora pensando.Sono molto migliorato.

Un tempo avrei messo in discussione la mia stessa esistenza. Oggi, avverto un certo dolore ma è un dolore che scorre velocemente. Sette giorni non sono niente.

Il mio valore non si mette in discussione nella misura in cui io non lo metto in discussione. Non va condannata nemmeno la libertà degli altri nel non riconoscerlo.

I tempi di attenzione dei “comunicatori” si è drasticamente ridotto. Quelli come me hanno bisogno di persone che amano leggere, farlo lentamente.

Lavoro in un ambiente poco avvezzo all’ascolto. Forse l’ho scelto per sfidare la mia resistenza. Per diventare un uomo coraggioso.

E tutto sommato dei comunicatori milanesi che poi non sono nemmeno milanesi penso che è meglio non pensare, depotenziare semmai il carico emotivo dei loro brillanti tweet decorati di inglesismi. E se proprio devo pensare, allora penso quello che pensò Busi in suo libro: “La loro fragilità e provvisorietà è l’unico pensiero che me li rende sopportabili“.

Disarmo


Disarmo.

Correggermi. Disfarmi di ogni strumento di attacco e difesa. Patto di non belligeranza. Non posso pensare di trascorrere più della metà della mia esistenza a lottare contro la stupidità di menti invecchiate precocemente da droghe e alcool, contro l’egoismo di chi si crede l’unico al mondo a soffrire, contro la violenza verbale di chi ha imparato a parlare solo per soddisfare i bisogni base e scrivere per firmare acquisti con carta di credito, contro il pregiudizio di chi ti ha dato un tag per ammortizzare il peso del suo non comprendere velocizzando i suoi tempi di recupero a scapito dei tuoi, contro l’ignoranza volgare di chi paga per divertirsi, contro l’assenza di concentrazione anche minima di chi manda messaggi mentre tu gli stai parlando, il piccolo IO tronfio di chi non ammette altro valore al mondo al di fuori del proprio culo. Non mi va. E non me lo posso permettere. È come sprecare vita. Vita regalata agli stolti. Tempo ed energia che nessuno mai mi restituirà. Non ho tutto questo tempo. E anche se disarmarmi è così difficile, assurdo, impensabile e disumano, ho deciso di provarci. Gettare le armi. Contraddicendo i cromosomi di famiglia. Avevo 5 anni e mia madre mi disse che dovevo fidarmi solo di me stesso e dubitare persino di lei. Mia nonna, temperamento da generale in una coltre di dolcezza (almeno prima che la demenza senile indurisse i suoi tratti), mi insegnò a lanciare le ciabatte contro il nemico (d’estate erano zoccoli di legno). Invadetemi pure, sventolate la vostra bandiera su di me come i conquistadores! Radetemi pure al suolo! Proverò ad alzare le mani. Io non lotto con voi! La mia terra resta feconda. Il mio fardello di armi e piani tattici accumulati negli anni si farà d’un tratto leggero. Correrò molto più velocemente di voi. Non ho tempo per fare la guerra, giocare ai soldatini con voi, auto promuovermi assecondando la vostra pigrizia. Ho troppo rispetto per la mia vita. Forse è questo il più spietato urlo di guerra: rendere me stesso un territorio inattraversabile solo costruendo un solido stato vitale. Si potrebbe cominciare a vincere senza armi. E vincere davvero.

L’ultimo giorno dell’anno.


Sono ore di leggerezza. Sono piume in dono in grado di prendere i pensieri e portarli verso l’alto come lanuggine. Sei sei un vero uomo le sai acchiappare! A bordo di mongolfiere color malva, cestini di vimini che pare dicano al cuore: “palpita, fallo liberamente!” Il sorriso fa il giro e contagia come una catena di sbadigli. Un lago riflette anche ciò che non vediamo, e l’ultimo giorno dell’anno, pare riflettere di più. Un albero di noci, una foto bianconero di un ponte di legno e un treno che attraversa l’Oriente. Una gatta nera si appoggia alle mie mani e accende la caffettiera. Il legno ha l’odore di mille anni. Gli anelli di un tronco sono le mani nodose di un alpino novantatreenne (ai tempi fu un partigiano) che incontriamo nella direzione opposta al nostro sentiero. La luce degrada sino a togliere i contorni delle montagne, dei tetti e della pietra di un lavatoio eppure ci restituisce la cintura di Orione. La notte è nitida come la gentilezza quando sbava la definizione di famiglia e imbratta tutto. E pervade. Una famiglia ti abbraccia nella propria casa color biscotto e non capisco quale bene io abbia fatto per meritarmi tutto questo.

Torno presto!


Quando un lunedì di fine luglio chiami un agente immobiliare per testare il valore di mercato del tuo appartamentino di 60 mq, l’ultima cosa che immagini è la possibilità di averlo venduto il venerdì della stessa settimana.

Forse dovevamo sospettare qualcosa quando Gianluca, l’agente immobiliare sosia di Michael J. Fox, ci mandò una mail con il planning orario delle visite dei possibili acquirenti. Per quattro giorni la nostra casa si sarebbe trasformata in un mini padiglione Expo. Mancava solo il led con l’indicazione delle ore d’attesa per chi si metteva in fila.

Forse dovevamo sospettare del piglio volpino di Gianluca: uno showman in grado di dosare dal suo scattante metro e cinquanta di statura un mix di sorrisini seduttivi, strizzatine d’occhio e strette di mano al limite della frattura del metacarpo. La prima cosa che si raccomandó di dirci fu: “quando entrerò in casa per gli appuntamenti, vi ordino di non proferire una sola parola!” È così è stato in quei fatidici quattro giorni.

Forse dovevamo sospettare delle sue doti di affabulatore. Tra le fandonie pronunciate in quattro giorni cito solo quella in risposta ad un visitatore che obiettava la mancanza di verde nella zona d’affaccio dei balconi. Gianluca non esitò un solo secondo spiegando che l’ombra e l’ossigeno degli alberi del palazzo di fronte erano tanti e tali da poterne usufruire dal balcone di casa nostra senza pesare sulle spese condominiali. Forse avevamo sottovalutato le sue capacità di stupire con la risoluzione di piccoli (e grandi) problemi, la sua maestria nel far roteare su se stessi gli acquirenti per stordirli, la sua velocità negli appuntamenti e la sua arte nel mettere fretta alla gente. Ogni appuntamento aveva una durata massima di 8 minuti e nonostante io e Marco cercavamo di creare un’atmosfera morbida con una playlist di Spotify dal titolo “casa dolce casa” i tempi erano serratissimi.

Tra gli appuntamenti di quei giorni ne cito solo alcuni. Tra questi si nasconde il nuovo proprietario (indovina chi?):

Vedova 68enne, in cerca di casa più piccola e facile da pulire.

La nostra vicina di casa che chiedeva se poteva comprare solo il salotto. Così con un buco nel muro ingrandiva il suo.

Uomo 42enne dagli occhi buoni, un po’ acciaccato, da poco divorziato, cerca casa che possa contenere i figli nel weekend. Chiede se è possibile aprire il divano letto per testarne la capienza e di visitare il solaio magari un lettino ci sta anche lì (Gianluca non batte ciglio). Viene accompagnato dall’aitante fratello: un trentenne che pareva uscito dall’ultima copertina di Vogue Uomo.

Una ventenne cinese in ciabatte e bermuda. Fa un giro in casa in meno di 60 secondi. Chiede solo di poter fare una foto al frigo. Le rispondiamo in coro io Marco e Gianluca: No!

Un barese, gay, unto. Viene il martedì e i suoi occhi si posano più volte sulle nostre foto, sui post-it e sugli oggetti accumulati in 15 anni di convivenza. Chiede a Gianluca di rivederla due giorni dopo in compagnia dei genitori. Sono loro che dovranno sganciare i soldini. Gianluca sa che deve dare il massimo. Per questo indossa la sua cravatta portafortuna, quella con i frutti di mare stampati in 3d. Deve scontrarsi con gente del sud. Lui, uomo nordico sa che i tranelli di una massaia del Gargano sono più insidiosi di una puntata di “Nudi e crudi”. Sottovaluta una sola cosa. Il peso. In ascensore resta schiacciato tra le tette della madre, la pancia del padre, l’ascella depilata del figlio gay unto e il doppio mento della zia venuta per un consiglio da esterna. Non arriveranno mai al quarto piano. Tra il secondo e il terzo l’ascensore va in stallo per sovrappeso. Segue una scena raccapricciante: dopo aver sentito l’allarme vediamo spuntare le dita di Gianluca dalle porte scorrevoli. Con tutta la sua forza di un nano da giardino schizofrenico riesce ad aprire le porte forzandole con sovrumano dispendio di energie e a far uscire (a carponi) tutti i membri della famiglia (compreso il fondoschiena della zia pari a un frigo Smeg) e infine, come un capitano degno di questo nome, ad abbondonare l’abitacolo prima di morire asfissiato.

Il venerdì sera, lo aspettavamo per l’ennesimo appuntamento ma si presenta solo. Sospettosi, lo accogliamo e lui ci fa un discorsetto. Ha con sé un assegno, e ci dice: “Se rifiutate siete pazzi!”

La sensazione di smarrimento si fonde con il dubbio di commettere una enorme cazzata e il panico di non avere un tetto sulla testa.

Firmiamo. Gianluca ne esce vincitore. Noi crolliamo. Un pianto misto di incertezza e ragionevole paura.

Seguono giorni deliranti per riuscire a trovare una casa nuova e chiudere un accordo prima delle imminenti vacanze estive.

Non so come, ma ce la facciamo.

E fu così che al rientro dalle vacanze ci siamo via via organizzati per arrivare pronti al giorno del trasloco. Ma non si arriva mai pronti al giorno del trasloco.

Lasciare la nostra prima casa, comprata a 26 anni, con sacrifici incredibili, più che come atto in sé, è stato più difficile da digerire come pensiero, come idea. Significava fare una selezione di cosa portare con noi, cosa lasciare, cosa buttare (parlo anche di ricordi).

I ritmi frenetici di quei giorni si sono poi rivelati la nostra salvezza.

Ad un certo punto avviene una cosa strana. Chi ha fatto molti traslochi o molto viaggi lo potrà confermare.

Avete presente quella sensazione di quando stai per tornare da un viaggio, le valige sono pronte, l’aereo è tra tre ore ed è ancora troppo presto per chiamare un taxi? Tutto è pronto, il tuo corpo è lì ma il resto è già altrove. Non c’è niente da fare se non aspettare che sia ora. Ti trovi in una tasca spazio temporale. Hai fatto la pipì, controlli se hai tutto con te, metti like a cazzo su Instagram.

Poi, ad un tratto, realizzi che è ora. Ti ritrovi a salutare Juan il portinaio del Perù che si commuove mentre ti dice che gli mancherai. Gli rispondo che sarei tornato a trovarlo. E allora capisci che qualcosa di bello è accaduto. La casa non è un luogo chiuso, un recinto disegnato da muri. Tantomeno un campionario di cose messe in ordine da un architetto. Casa è tutte le volte che pronunciamo la frase: “torno presto!”

Come paguri lasciamo il guscio perché altri possano abitarlo.

Il nostro nuovo guscio è un po’ più grande e, come tutte le cose nuove, è bellissimo. Ancor prima di mettere i piedi nella nuova casa, ci inseriscono nella chat di condominio su whatsapp. E qui che i nostri nuovi vicini di casa si scambiano favori e imprecazioni. Annichiliamo. Dinamiche umane tipiche di chi non si guarda negli occhi. Presto troverò una scusa per uscire dal gruppo.

Il nuovo portinaio è nord africano ed è gentile. Ma Juan resterà il nostro preferito. Ora che siamo andati via, a chi farà vedere le foto e i video di Cuzco, il suo bellissimo villaggio a 3400 metri di altitudine? A chi parlerà dei suoi quattro figli lasciati con la moglie sulle Ande? Chi si prenderà cura della sua nostalgia?

Rivediamo Gianluca dopo 40 giorni, durante l’atto di vendita. È il suo ultimo atto. Si licenzia e lascia Milano per trasferirsi a Verona. Lo fa per amore. Insospettabile romantico.

La nostra ex casa è divenuta un dormitorio per studentesse cinesi. Dico solo che non si può comprare casa in meno di un minuto.

Non aggiungo altro.

Berlino, 20 aprile 2019

“Io ho ancora una valigia a Berlino…” (Marlene Dietrich)

Le probabilità di trovare 25 gradi a Berlino ad Aprile era la stessa di trovare un evento culturale in Italia durante la finale dei mondiali di calcio.

Prima del mio arrivo mi ero fatto un’idea di Berlino che era il risultato dei racconti di una vita.

Alle elementari avevo in classe una compagna, Cristina, appena trasferitasi dalla Germania, che mi raccontava dello zio ventenne al di là del muro, nella Berlino est. Diceva che sparavano, sparavano senza fare distinzioni di sesso o età. La maestra allora ci raccontò del muro e delle germanie, unite e divise come i due emisferi di una noce. Pensavo a Berlino come ad una città lontanissima, pericolosa ed ostile in cui c’era uno zoo gremito di eroinomani. Poi passarono gli anni e, nel mio immaginario, divenne la città della caduta del muro. Ricordo il colore giallastro del servizio al telegiornale, i giovani sui pilastri in parte distrutti, una città in macerie. Dopo gli anni del liceo, la mia amica fece una fuga d’amore segretissima ma di Berlino mi raccontò solo di un bacio impossibile, lieve seppure già saturo dell’addio. Alcuni dei miei compagni di accademia ci si trasferirono per fare gli artisti perché, a loro dire l’Italia era culturalmente asfittica, salvo poi scoprire che a Berlino avevano messo su famiglia e avviato qualche non specificata attività New Age.

La immaginavo piovosa, un set bianconero come un fotogramma di Wim Wenders. Viscerale come una canzone di Bertolt Brecht e piena di persone vestite color caki.

Il nostro albergo è un’imponente struttura sulla Otto-Braun-Straße a nord di Alexanderplatz alle spalle del Volks park. Sembra una gigantesca ex-fabbrica di scatolame riconvertita ad uso turistico. Il risultato per quanto coraggioso non è niente male. Luci a led ovunque, ascensori con video proiezioni, lounge con giganteschi schermi al plasma verticali che trasmettevano musica no stop con tanto di orchestrine swing in proporzioni reali (al punto da farci venire il dubbio che dietro lo schermo ci fossero davvero i musicisti). Piscina, giardino, stanze luminosissime, la palestra e perfino una spa. Un posto talmente confortevole da scoraggiare l’idea di uscire per la città. A Parigi per lo stesso prezzo avremmo trovato una bettola 3 stelle senza piano d’evacuazione. Il tempo di appoggiare i trolley in stanza e di alleggerirci delle felpe usciamo e cominciamo a percorrere a piedi la Karl-Liebknecht-Straße, la colonna vertebrale che da Alexanderplatz porta all’isola dei Musei e proseguiamo sino alla porta di Brandeburgo.

Sotto un sole decisamente italiano percorro il viale, slargo dopo slargo, piazza dopo piazza. Agli incroci mi sporgo curiosamente sulle arterie laterali alla ricerca di storia e colori ma non mi colpisce nulla. Non sono abituato. Solitamente in una città per me nuova sono attratto da tutto. È come se passeggiando, cercando e pretendendo non capissi Berlino. Ho provato un senso di inafferrabiltà, di fluidità difficile da definire. In alcuni momenti mi è sembrata troppo ordinata, disponibile e familiare. In altri la percezione opposta. Di un luogo dove passare, fare poche domande e andare oltre. Oltrepassiamo la porta di Brandeburgo e ci riposiamo per qualche minuto all’ombra degli alberi del parco. Prendiamo un gelato da un ambulante. Un chiosco gelato identico a quello che negli anni 80 passava su un’Ape Cross per le vie del paese del sud in cui sono nato. Il gelato aveva lo stesso colore alieno e solo quattro opzioni: cioccolato, vaniglia, fragola, limone. Ci è stato servito persino con la stessa paletta d’acciaio per fare le palline di gelato piccole e perfettamente tonde. Lo

mangiamo ridendo del fatto che a Milano non ci saremmo mai fidati di una gelateria non artigianale e soprattutto non biologica. Mentre mangio il gelato stremato dal caldo, uno scoiattolo scende dal tronco di un albero e si avvicina al cestino della spazzatura. Guarda calmo. Sembra non accorgersi di noi. Poi si perde tra i colori del fogliame e diviene nuovamente invisibile.

Torniamo in albergo. Dopo una doccia decidiamo di cercare un ristorante in zona perché siamo stanchi. Google Map dice che a tre isolati c’è un ristorantino thai davvero delizioso. Giriamo l’angolo su Am Friedrichshain dietro il nostro hotel e voila. Ecco Berlino. Senza cercare, senza pretendere un itinerario dalla nostra lonely planet ecco che la città si manifesta nella sua trasparenza.

Ogni palazzo degrada sull’altro attraverso architetture contemporanee dai concetti diversi eppure armonici. È bello sbirciare dalle grandi porte-finestre degli appartenenti che danno sulla strada. Ti sembra di sentire le voci, i bisbigli, il suono della Tv oltre il muro, la cappa della cucina ancora accesa, il riavvio della lavastoviglie. Ogni finestra una scena diversa. Ho l’impressione di avvertire ogni attesa, ogni tempo di recupero, ogni voltare pagina di un libro. Presto qualcuno cercherà i suoi appuntamenti segnati in agenda per il giorno dopo, qualcuno si toglierà le scarpe dopo una lunga giornata passata fuori, qualcuno attraverserà le stanze dell sua casa vuota il giorno prima di un trasloco. Salotti lineari ambrati da abat-jour arancio. Stampe astratte sui muri e balconi minimal. La strada come un canale navigabile riflette l’oro dei citofoni, il verde oliva dei tappeti e il nero della notte ad aprile.

Mi sembra finalmente di capire qualcosa di questa città.

Questo è un quartiere della ex Berlino est rimesso a nuovo per farci credere che quel caos creativo sia frutto della modernità. Ci vogliono far credere che il recupero urbanistico abbia trasformato questo luogo in un complesso residenziale. Ma non è così. Nessun caos creativo è davvero risultato di un programma. La nuova Berlino non è una città numerata costruita nell’hinterland da Berlusconi. Non è un progetto. Tutt’altro. È una reazione. Un effetto forse ancora più chiaro la notte. Come se il calare del giorno avesse il potere di invertire le formule matematiche alla base di una legge fisica non dimostrabile alla luce del sole. La notte ridisegna Berlino rendendola umana e accessibile.

Durante il giorno ogni metro quadro di strada a Berlino ricorda una punizione. Cambiano i protagonisti ma per troppi anni questa città ha inscenato punizioni. La guerra, il nazismo, i comunisti infine gli hipster. Pietre d’inciampo.

Di giorno tutto sembra portarti verso quella parete invisibile che è peggio di ogni muro: la sconfitta.

Nei giorni successivi ho vagato per la città senza guida, senza mappe. Facendo attenzione a non mettere i piedi sulle piste ciclabili. I ciclisti berlinesi sono isterici.

In attesa della notte, nei giorni successivi mi sono affidato al caso. Nessuno sa descrivere meglio

Berlino del caso. Non consiglierei a nessuno di andare a visitare monumenti, piazze, ex-muri, check point e patetici mausolei.

Piuttosto osserverei il più rigoroso ammutinamento nei confronti dei programmi e inviterei a trovare il modo più facile per aspettare l’arrivo della notte.

Perché Berlino possiede un ritmo tutto suo comprensibile di notte. Una corrente elettrica invisibile dall’effetto straniante.

Al Görlitze Park i bambini giocano su giganteschi scivoli sorvegliati da giovani spacciatori sorridenti che familiarizzano con gli anziani e le babysitter. Nello splendido mercatino vicino Mayer park un giovane stylist coreano vende il suo armadio. Tutto il suo armadio. Dove pensa di andare? Perché vendere tutto? Giacche, kimono, pantaloni dai colori pastello e velluto sofficissimo. Avrei comprato ogni pezzo, anche le chiavi del suo armadio ma la sua biancheria è così minuta da sembrare quella di una bambola. Forse ha finito di studiare e si prepara a tornare in Corea. Forse restituisce alla città ciò che non gli è mai appartenuto. Forse sono tutti di passaggio gli abitanti di Berlino…

Sembra uno di quei luoghi in cui non va disfatta la valigia.

La città sembra svilupparsi su una pianura eppure camminando si ha la vaga sensazione che la pendenza porti verso il muro fantasma. Come in un piatto doccia in cui l’acqua scivola in direzione del tombino. Così qualunque sia la tua direzione, gira e rigira ti ritrovi a scolare di fronte ad una delle due facce del muro. Forse il muro è stato solo un pretesto per tenere i berlinesi ancorati per un po’ ai margini della Sprea, un folle tentativo di invertire la sua corrente, un crudele lucchetto per non farli scivolare via come da una lastra piena di sapone.

A come Boh

Non è solo amore.

Perché se così fosse tutto il sistema creato intorno alle nostre vite sarebbe collassato sui nostri cambiamenti, i nostri naturali mutamenti di gusto, le nostre fisiologiche deviazioni sulla lista delle priorità.

Invece la sensazione è che ad unirci sia stata proprio la totale libertà di far passare il tempo e con essa la volontà di accettare il cambiamento, attraversandolo, andandogli incontro. E tutto questo senza farci vincere dalla paura del fallimento, ma al contrario, metterlo in conto sempre. Per questo non è solo questione di amare accettando ciecamente l’atrofia delle attenzioni,

l’invecchiamento del corpo, l’evoluzione del desiderio. È scegliere. È questione di instancabile volontà di costruire. Insieme. Questa forma di unione modifica il Dna.

Dicono che ci somigliamo anche fisicamente. Non è così, eppure sono in tanti a dirlo.

Quel pomeriggio di 20 anni fa in cui ti ho conosciuto c’era il sole. Scesi le scale e ci presentarono. Provai subito qualcosa di strano. Non riuscivo più a distogliere il pensiero da te. Andammo al cinema, ma continuavo ad osservarti. All’inizio pensai fosse la solita attrazione ma oggi so che non era amore. Quello che ho provato quel giorno è molto simile a quello che mi è successo con la danza, con l’arte e con il buddismo. Un senso di completezza. Un senso di ritrovamento. Come aver ritrovato le chiavi, improvvisamente, dopo una lunga ricerca. Solo al tuo arrivo è divenuto chiaro quanto fosse diversa, arida, accennata la mia esistenza. Il tuo arrivo ha determinato un prima e un dopo.

Viviamo insieme da 14 anni. Lotto ogni giorno contro la tua sindrome da accumulatore compulsivo di suppellettili Tiger. Abbiamo due guardaroba diversissimi. Due metodi inconciliabili di piegare i calzini, conservare i cibi e fare il bidet. Abbiamo imparato a viaggiare, a non competere tra di noi, a fare meno i permalosi. Abbiamo conosciuto persone bellissime e anche tante teste di cazzo, meteore, nomi scritti a matita. Non ci siamo sposati perché abbiamo due concetti opposti di cerimonia nuziale ma le nostre fedi sono parte di noi. Abbiamo fatto credere a tutti che nella coppia io sono quello forte e tu quello delicato. Abbiamo imparato a ritagliarci del tempo per stare da soli, lontani da noi. Sono passati 14 anni e ancora provo stupore quando mi lasci poetici post-it sulla tazza della colazione. Sono felice di essere cresciuto con te. Di essere cambiato con te. Di aver tratto ispirazione da te. Non è solo amore. La parola giusta non l’ho ancora trovata. Quindi Boh, non lo so.

Buon quarantesimo Bibi.

Tutti a fanculo.


“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!” – disse mia sorella alzando il calice di vino.

Aveva quattro anni e mezzo. Gridò con tutto il fiato che aveva facendo esplodere la P sulle labbra e le T in mezzo ai minuscoli dentini. Brindò sulle ginocchia di mamma. La sua rivoluzione. Era il pranzo di Natale del 1988. Tutti a fanculo.

Una tavola imbandita. Mai viste tutte quelle posate e addirittura il cucchiaino messo di traverso sopra il piatto di porcellana. “Mamma a che serve il cucchiaino messo così?” – chiesi non camprendendo tutto quel lusso per noi che a stenti apparecchiavamo la tavola e che mangiavamo sui tappeti o sul divano. “È il servizio buono, amore! È del mio corredo, si mette giù così!”

Un via vai iniziato nelle prime ore del mattino quando nonna sfondò la porta della nostra casa di via Tagliamento con il suo proverbiale tatto. – “Luigí! – disse battendo sul portoncino di casa – apri che devo impastare le pittule!”

Nonna aveva il potere di trasformare ogni ricorrenza in tanti piccoli stress distribuiti equamente a tutti i membri della famiglia. Poco importava se si trattasse di un pranzo, o dell’imbottigliamento della salsa di pomodoro, o della preparazione delle conserve sott’olio (per parenti, amici, vicine di casa, dottori e commercialisti), o che si trattasse dei preparativi dei posti letto per l’arrivo dei cugini esotici. Se venivi sorpreso dal suo radar era finita: dovevi lavorare! E se ti sottraevi allo stress come faceva mia cugina o mia mamma allora erano guai… perché se c’era una cosa che a nonna non potevi fare era dirle di no. In caso contrario tutte le anziane matrone del rione delle case popolari del paese ti avrebbe riconosciuto come il lavativo.

Il terrore dello stigma lavativo di nonna mi ha perseguitato per anni.

A Natale la tradizione leccese (come in ogni parte d’Italia) vuole che si mangi tutto ciò che è commestibile. Ma la festa non era festa senza le pittule. Il tipico impasto fritto.

Nonna faceva diversi impasti differenziando la proposta: le pittule al baccalà per lei, quelle al cavolfiore per la mamma, quelle nere alle olive nere per i gusti sofisticati, quelle al peperoncino per i palati coraggiosi e infine le mie preferite, quelle al nulla, solo pasta bianca e sale! Le pittule erano un sorriso dorato. Il buonumore in pastella.

La consuetudine familiare prevedeva che il Natale si passasse dagli zii materni. Era la tradizione. Una celebrazione impeccabile. Un protocollo messo a punto negli anni che aveva portato ad un formula perfetta, come il Sanremo di Pippo Baudo. Menù dalla scaletta parossistica che partiva dagli antipasti in cui la regina indiscussa era la maionese e culminava sei ore dopo con la frutta secca lanciata sul tavolo direttamente dal sacco di iuta e i mandarini coi noccioli del giardino di zia le cui scorze erano poi usate per giocare a tombola.

Tradizione, innovazione e interattività: mancava solo la giuria demoscopica e il maestro Peppe Vessicchio. Era il pranzo di Natale perfetto. C’erano anche gli ospiti stranieri, gli zii esotici della Svizzera. Tutta questa nazional-popolarità mi dava sicurezza, protezione e calore. Era come se sapessi cosa desiderare. E che ogni desiderio fosse chiaro.

Ma quell’anno le cose andarono diversamente. Gli zii esotici portarono con loro parenti esotici dalla Martinica. Inoltre 4 dei miei cugini appena maggiorenni presentarono le loro fidanzate, e infine si palesarono i parenti di mio padre: nonna e i tre fratelli minori di mio padre ancora scapoli. Eravamo in troppi. Fu così che i miei zii chiesero a mia madre di usare il nostro gigantesco salone della casa di via Tagliamento come nuova location. Come nuovo temporary store del colesterolo. Mia madre accettó a patto di non cucinare.

Fu così che quello del 1988 fu l’unico Natale passato a casa nostra. Fu anche l’ultimo. E fu un Natale che tutti ma proprio tutti ricordano ancora oggi per tre motivi.

1. La pantera delle Antille.

Una cugina francese dello zio esotico fu puntata indistintamente da 3 generazioni di maschi per i suoi occhi da panterona delle Antille. Era di una bellezza imbarazzante. Tutti le offrivano da bere e le parlavano in dialetto pugliese. Lei rispondeva ridendo: “uì, bhuff, giolííí” – talvolta cambiando l’ordine.

2. La barzelletta.

Per farsi accettare dai maschi alfa, il fratello minore di mio padre (che era anche il mio zio preferito) decise di raccontare una barzelletta. Ma mentre la raccontava tutti fecero improvvisamente silenzio e, siccome lui era timidissimo, perse il filo del discorso e si dimenticò il finale. Provo’ invano a inventarsi una chiusa tirandola per le lunghe (con la speranza forse di ricordarsi magicamente il finale) ma niente. I tempi canonici della barzelletta avevano ormai ceduto il posto a un’esegesi epica oltremisura. Era ormai troppo tardi: il branco riconobbe la preda facile. L’implacabile uditorio da lì in poi lo prese atrocemente in giro e lui stesso divenne la barzelletta non finita. In realtà mi piace pensare che quello dello zio fosse un monologo di teatro dell’assurdo. Un premio Ubu mai consegnato. Il finale è ancora oggi un mistero.

3. La cinepresa.

Una camera registrò su un nastro VHS 180 minuti di quel giorno. Registrò tutto. E siccome fu lasciata su un cavalletto in un angolo del salone, quasi tutti gli invitati, per tre ore, se ne dimenticarono. Il risultato fu straordinario. L’occhio e l’orecchio di un grande fratello ante litteram fissò ineluttabilmente tutto. Ogni dinamica. Ogni sguardo. Ogni gioco di potere, ogni tensione, ogni disattenzione, ogni silenzio. Ho riguardato più volte quella videocassetta. L’ultima volta ho riconosciuto una voce. A dire il vero ho riconosciuto un tono di voce captato dal microfono della videocamera. La voce di mio padre. Un saggio del suo vasto repertorio fraseologico per allontanarmi. La camera riprende: una nuvola di fumo nel salone, il passaggio fulmineo di nonna con il Pandoro Melegatti, il mio gelo, poi il brindisi di mia sorella.

“Questo è vino, vino puro, mando tutti a fanculo!”

Da lì in poi andammo tutti veramente a fanculo. Pochi mesi dopo un brutto litigio divise la famiglia in due fazioni: noi tre (io, mia sorella e mamma) dagli altri. Nonna ebbe una serie di infarti che le tolsero la creatività ma non le forze per tiranneggiare. Gli zii esotici passarono i loro Natali in Svizzera a fondere formaggi e la pantera delle Antille si laureò a Parigi poi fu rapita dagli alieni. Lo zio della barzelletta subì un trapianto di fegato dopo aver contratto l’epatite in Nigeria dove si trovava per lavoro. Noi lasciammo la bellissima casa di via Tagliamento per trasferirci nella nuova casa di Viale Trieste, una casa meno ospitale ma terribilmente poetica. Di lì a poco i miei si separarono definitivamente e per chi non lo avesse capito gli anni 90 furono uno schifo. Carestie, pioggia di fuoco e cavallette. Ma non è questo il punto. Andò a fanculo il calore, il nido, la sicurezza. La chiarezza sui desideri fu sostituita da un languore indistinto, generico. Un indifferente voglio tutto o forse niente bho non so. Andò a fanculo l’attesa del Natale, i suoi colori, il suo incanto. Andò praticamente a fanculo l’infanzia.

Il Natale è un detonatore di emozioni, è chiaro a tutti. Chiederci cosa sarebbe stato di noi se le cose fossero andate diversamente è sciocco. Non è sciocco però prendersi il tempo di costruire l’incanto. Di progettarne i dettagli e le forme e farlo in nome di quell’ inno allo stupore che è l’infanzia. Il mondo ha bisogno di racconti, di immaginazione e di variazioni sul tema della magia. Questo è l’antidoto al gelo. Se avessi un figlio forse partirei da una storia qualunque e arriverei al Natale scivolando sull’importanza di credere nelle favole. Parlerei di quanto è folle il viaggio verso la terra, di una stella che indica la strada, della carta roccia per fare il presepe, del paesaggio elfico del nord, della corteccia umida, del muschio, del mistero del camino, della bellezza dello scrivere e rendere inchiostro i desideri. Dei desideri. Dell’importanza di desiderare le cose giuste. Perché poi in un modo o nell’altro si avverano. Questo dev’essere. Questo è il Natale che racconterei a mio figlio. Un giorno di scrittura.

A quattro mani.

Il resto è feccia. Il resto a fanculo.

066 – giallo di Napoli rossastro


«Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore.» (P. Klee)

Nella grande casa di via Tagliamento c’era un’entrata di servizio dalla quale si accedeva in una stanza stretta e lunga che chiamavamo il sottoscala. Era infatti l’accesso al terrazzo. I vecchi inquilini ne avevamo ricavato un grande ripostiglio. Un tempio di cose rotte, addobbi di Natale, vecchi giochi, attrezzi da giardinaggio e polvere. Mamma lo trasformò nel suo laboratorio di pittura. Era infatti l’unica zona della casa in cui si poteva stare in santa pace ma anche l’unica stanza davvero isolata in cui far asciugare le tele, e pulire i pennelli nell’acqua ragia.

L’odore nel sottoscala era pungente. Una pozione segreta ottenuta dai solventi, colori a olio, olio di lino, vecchi giornali, immaginazione e silenzio. E questo silenzio ogni tanto era rotto dal fischiettare inconsapevole di mamma. Fischiettava motivetti irriconoscibili mentre dava lo sfondo o correggeva la luce. Fischiettava felice come per un giorno di festa. Il sottoscala era il giorno di festa della Mamma. La sua rivincita nei confronti della vita.

Iniziò a dipingere mentre crescevo nella sua pancia. In quel periodo lo zio si appassionò alla pittura per hobby e mia madre lo sfidò. Gli chiese: “cosa mi serve per iniziare?” . Conoscendo lo zio, deduco che il giorno dopo si presentò da mia madre con uno scatolone di colori e diluenti, e una tela bianca. E così mia madre iniziò a dipingere mentre io le davo la nausea.

Chi dipinge a olio sa quanto sia invasivo e nauseante l’odore di questa tecnica. Mia madre non fece una piega. Smise di fumare per nove mesi e cominciò a dipingere. Non si fermò più. Fu il suo aspettarmi. Un sedativo per l’impazienza di diventare madre per la prima volta. Aveva 29 anni e non aveva mai preso una matita in mano. Del resto ad oggi, non l’ha mai presa in mano. Non ha mai disegnato sulla tela prima di dipingere. Non ha mai fatto un corso di pittura. Non ha mai studiato i pigmenti, le proporzioni, la prospettiva, la sezione aurea. Non ha mai disegnato dal vero. I suoi pensieri diventavano magicamente contatto con la tela. Direttamente. Come fosse guidata da un navigatore emotivo che le fa affluire i ricordi sotto forma di fiori, radici, terra, nuvole e mare.

I miei primi ricordi sono legati all’odore dei colori che mamma catalogava e conservava in vecchie scatole di scarpe. C’era la scatola dei gialli: i preferiti dalla mamma, la scatola di stivali conteneva un’impressionante varietà di gialli. Nel suo vocabolario giallo vuol dire urlare! C’era la scatola dei blu con dentro il mare di Frigole e il cielo della Svizzera. C’era la scatola dei verdi: i colori ribelli, pigmenti cattivi che odiano la tavolozza. Ma soprattutto c’era la scatola dei bianchi. “Mamma perché nella scatola dei bianchi c’è solo il bianco?” Capì molto presto la relatività del bianco. Mamma racconta che quando, ancora in gravidanza, terminò il suo primo quadro chiamò lo zio e gli chiese cosa ne pensasse. “Firmalo!” Disse lo zio incredulo. E fu allora che mamma decise di chiamarsi Anigiul. Inzuppò un pennello numero 7 a punta con un blu oltremare mischiato con una goccia di nero e in basso a destra comparve ANIGIUL 1978. La mamma nacque così, per la seconda volta. “Se il quadro piace dirò che l’ho fatto io e mi sono firmata al contrario, se il quadro non piace dirò che lo ha fatto un pittore persiano.”

Nessuno ha mai osato dire che i quadri di mia madre sono brutti. Sono sgangherati, monotematici, sproporzionati ma mai brutti. La dismisura si fa colore e forma. E produce qualcosa di innegabile, qualcosa di molto ma molto vicino alla parola bellezza. Nel sottoscala di via Tagliamento ho respirato acqua ragia per anni.

Sono cresciuto così. La voglia di giocare con i colori si sovrapponeva al bisogno di stare a contatto con una mamma inspiegabilmente felice. Mi posizionavo affianco a lei, con una piccola tavolozza di compensato e una tela più piccola. Seduto su uno sgabello altissimo per arrivare al livello del piano di lavoro. Ore e ore. Io e lei. Io che copiavo lei. Lei che copiava male Segantini. Per poi coprire tutto e dire: “Qui ci vuole il mare!”. Se penso ad un albero non penso ad una albero vero. Ma a quelli che dipingeva mamma nel sottoscala di via Tagliamento. Quelli con i tronchi blu. “Mamma ma i tronchi non dovrebbero essere marroni?” era la mia domanda ricorrente. “No amore, gli ulivi hanno i tronchi blu, guardali bene!”.

Solo da grande ho capito che l’arte non è riproduzione. L’arte è visione. Più questa visione è filtrata dalla personalità di un artista e più questa si avvicina al reale. Il realismo vero non ha nulla a che fare con la fotografia. “Di che colore faresti il cielo di Porto Cesareo alle 16:45 a Ottobre?” Mi interrogò mamma. “Blu?” risposi. “No amore è lo 066 giallo di Napoli rossastro! Fidati di me!”

Effettivamente il cielo è color carne in certe ore del giorno. Il cielo è carne. La natura è una figura umana più evoluta.

Mamma si è sempre vergognata del fatto di dipingere. “Non ho mai studiato, non merito di essere chiamata pittrice, e poi non so disegnare il corpo umano…” Per questo mi convinse a fare il Liceo Artistico. Mentre un genitore normale rabbrividisce alla sola idea di mandare il proprio figlio nella scuola più pericolosa che c’è, mia madre mi iscrisse con un senso di orgoglio e rivalsa che anche io facevo fatica a spiegarmi. Ma nelle interminabili ore di tecnica dal vero, nelle fredde aule del Liceo Artistico statale di Lecce mi domandavo perché tutto ad un tratto stava morendo in me la voglia di dipingere. Cosa mi mancava?

Ci sono voluti quattro anni e l’impegno di un corpo docenti dal livore senza misura (professori che volevano fare gli artisti e invece avevano vinto un concorso ministeriale in grado di uccidere e dare degna sepoltura alle loro aspirazioni) per capire che non era arte ciò che si faceva al liceo. Era merda. I professori erano merda. Bitume. Terra di Siena: la cacca malata dei barboncini. Ho scoperto il marrone. Mi fecero dipingere con le tempere, ad acqua. Con una color palette di 5 colori. Ripeto: ad acqua. Da mille a cinque. Un l’oltraggio alla parola arte. Gli anni più tristi della mia vita. Apparve il nero. Sui muri. Inchiostro di China. Nei miei vestiti. Nelle pieghe dei tagli che mi facevo sugli avambracci. Negli occhi. Ci sono voluti quattro anni e la professionalità di un corpo docenti che mi insegnò a ricalcare, a riprodurre in scala, ad azzerare il cervello e usare il giallo limone.

Cosa mi mancava? La visione forse. Quello che mi dava mamma nel sottoscala di via Tagliamento e che anni dopo ho ritrovato nella danza.

Cos’è l’arte? Si può imparare a scuola? Io credo di si. Ma con i maestri giusti. Quelli che sanno aprire dei ponti nell’immaginazione! I maestri che sanno riconoscere un pensiero divergente e lo sanno valorizzare. I maestri che sanno apprezzare l’indecisione, l’esitazione, l’entusiasmo. I maestri che ti danno più strumenti per cavartela da solo. Tavolozze cosmiche. Pantoni galattici. Un arsenale di mezzi e input. I maestri che ti vogliono accanto a loro fischiettando in un sottoscala umido e polveroso.

Mamma ha dipinto negli anni un numero spropositato di tele. Dipinge ancora oggi. Molto meno. Le fa male la schiena “Sai, tutte quelle ore in piedi!”. E poi i solventi le provocano forti irritazioni alle mucose di occhi e gola. In quarant’anni ha dipinto centinaia di sentieri di campagna seguendo i quali ha ritrovato una bambina seduta sugli scalini della casa dei nonni a Frigole. La casa con i muri di calce bianca. Ha dipinto litri e litri di Mare Ionio. Dal giallo cromo al blu di Prussia. Milioni di petali di fiori, un numero che basta a far arrivare la primavera su Plutone. E boschi di ulivi a perdita d’occhio.

Cobalto.

Come nella realtà.

La repubblica delle fanfaluche

“Mi contraddico? Benissimo, allora mi contraddico, (sono immenso, contengo moltitudini).” – W. Whitman

Mi riabilito all’armonia soprattutto nei giorni di attesa. Quando si è seminato già da tempo ma non appare del germoglio neanche l’ombra. E ti giri più volte verso la stessa direzione per vedere se qualcosa è cambiato, se il bus ha svoltato da dietro la via, se i fiori sono stati restituiti dalla risacca porosa del tempo. Non c’è risposta alcuna. E anche il corpo ti chiede l’immobilita, nonostante la danza sia il tuo mestiere. Ho sorriso per i movimenti dell’avambraccio, per l’ombra che trascino, per lo scrocchiare delle ossa in un concerto di percussioni. Sfugge il sorriso come un colpo di tosse su un cumulo di piume bianche. Si disperde in mille punti di domanda, bianchi, leggerissimi. Vorrei sentirmi più vicino all’idea che mi ero fatto di me. Invece sorrido del fatto di allontanarmi diligentemente dal mio progetto. Scegliendo di fottermene totalmente. Scegliendo la mia unità di misura nella lista delle priorità:

⁃ umanità;

⁃ vita;

⁃ la ragione sugli altri.

Sono mesi che lascio parlare il mio sorriso, anche quando vorrei scegliere a caso tra la folla qualcuno a cui dare la colpa di tutti i mali del mondo. Armato di fossette. A fare spalluccia se qualcuno si è scordato di dirmi ciao. Sbattendomene il cazzo. Leggendo poesie di Walt Whitman. Sillabando la parola amore. Che tutto spiega, tutto permea, risolve e riabilita appunto. Mi prendo tutto il tempo di cui ho bisogno per creare una nuova costituzione: la repubblica dei ripensamenti, gli stati generali delle fanfaluche, la contea dei disordinati. Digitando la località “ a ramengo” sul navigatore. L’armonia è una sorta di reflusso gastrico. Ti sale da dentro quando vuole lei è ti cambia la giornata. E mentre pensi di averla spiegata come fosse un’espressione matematica, lei ha già trovato una prova reale per smentirti. E dimostrarti il contrario.

A proposito di Verticalità – (diario di New York)

(tempo di lettura 13 minuti)

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dal film The Walk – Joseph Gordon-Levitt

Mastico più forte il chewing-gum  quando avverto il primo segno di un abbassamento di quota. I voli low coast possono rivelarsi un vero e proprio tormento per i miei timpani geneticamente sul punto di rompersi. Rumino un sassolino di gomma ormai quando il bimbo della fila dietro inizia il gioco del dare calci al mio schienale. Ma non mi difendo. Lascio che continui.

Sto leggendo un bel libro, Questo bacio vada al mondo intero di Colum Mc Cann. Sono a pagina 217, interrompo la lettura esattamente sulla frase nessuno cade a metà, esattamente quando il bimbo dietro di me emette il grido Cadiamoooo!

Questo è troppo.

Io ho molta paura di volare. Cosa diceva il training? Fare un bel respiro e attivare le dita dei piedi. I miei sono ormai origami rosa nelle Nike. Come devo codificare questa coincidenza? Ogni volta che prendo un volo faccio un breve testamento che invio via whatsapp a mia madre. Comunque vada festeggiate! – conclude il messaggio.

Poi invio, metto in modalità aereo infine spengo. Prima di volare mi batte il cuore in modo diverso. Sento il suo capovolgimento e lo seguo con attenzione sino alla resa. Si chiudono i portelloni. A quel punto sono in trappola. Le alternative sono due:

  1. Urlare aiuto!
  2. Arrendermi.

Scelgo la seconda e torno a leggere.

Il protagonista del romanzo è il funambolo francese Philippe Petit che il 7 agosto 1974 compì la straordinaria impresa di attraversare le torri gemelle utilizzando una fune. Ho incontrato questo libro per caso, come quando incontri un amico in una città immensa e sconosciuta  a entrambi. È successo mentre curiosavo i blog sulla città di New York. Ho pensato che potesse sostituire la cartina. Così è stato. Come una bussola un po’ arrugginita il libro mi ha guidato per i quartieri dell’East Village e della periferia newyorkese degli anni 70. È stato come visitare l’Europa con uno stradario del 1981 e imbattermi nella parola Iugoslavia o Berlino est. Tra un crumble muffin e un veggie bagel, ho lasciato fosse l’errore, questa involontaria smagliatura del tempo a guidarmi. Ho sbagliato più volte strada. È stato allora che ho capito che stavo cominciando a viaggiare.

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Agosto 1974 – Philippe Petit fotografato da un passante

Andremo a New York! – Aveva esultato Elisa lo scorso Novembre.

Berlino? – Rispondo.

No, New York! – Fa lei.

Lione? Vienna? – Rilancio.

New York! – Risponde con tono sempre più sicuro.

Matera? Hai mai visto i sassi? Vi prego non fatemi volare! – Imploro io, invano.

Andremo a New York! Andremo ad Agosto! – Con questa sentenza Elisa, prima di Natale, distribuì i seguenti compiti: Tu cercherai dove dormire, tu cosa fare, tu ti occuperai dei visti, io mi assicurerò che i timing vengano rispettati!

Ed è per questo motivo che, malgrado la mia resistenza, il mio stop ai voli durato 3 anni per la paura di perforare i timpani, ora sono a migliaia di metri dal suolo.

Non sono per nulla triste che sia finita la vacanza. Torno a casa con la voglia di tornare, sazio di stupore. Appena toccherò terra, quando sarò davvero sicuro di essere vivo mi sforzerò di fare due cose:

  1. Apprezzare incondizionatamente l’Italia.
  2. Praticare la gentilezza senza pormi limiti.

Il libro racconta il 7 agosto del ‘74 attraverso lo sguardo di personaggi che quel giorno si trovavano a New York. Più vado avanti con la lettura e più ho l’impressione che chi rischia davvero la vita non sia il funambolo! Sono esseri umani in bilico tra la rabbia e l’impotenza, tra il desiderio e la disperazione. Tutti precipitati nel loro inferno tranne uno: il funambolo. Colui che passo dopo passo attraversò il World Trade Center da una torre all’altra senza protezioni.  Questo a dimostrazione del fatto che l’equilibrio non ha nulla a che vedere con la distanza da terra, la fortuna, la posizione di rilievo che occupi nel mondo, il numero di followers, l’indice di fighezza che hai. L’equilibrio è nulla di tutto ciò.

Mi giro verso il bimbo che tira calci e con un’occhiata ci capiamo. Ammutolisce. Il comandante annuncia l’inizio della fase di atterraggio. Tra 15 minuti circa toccherò terra.

Sul taxi che dal JFK porta al Lower East Side, attraverso il Williamsburg Bridge, a sinistra c’è un immenso cimitero, scarno e con le lapidi interrate a perdita d’occhio. Sulla destra, improvvisamente scorgi Manhattan. Aveva ragione Céline, penso. Nel suo Voyage au bout de la nuit, quando vide per la prima volta New York scrisse di una città verticale, affetta da una rara forma di priapismo architettonico, sempre in erezione. È proprio un senso di vertigine quello che ho provato alla vista di quell’eccesso di verticalità e di cemento armato. Un sussulto per la violenza di troppo grigio all’orizzonte.

Arrivati nel nostro appartamento in Eldridge St. ho subito capito che non sarei riuscito a dare una definizione al quartiere. Il Lower East Side è una spugna di mare sfuggita all’East River. Sul più bello che ti sembra di averne disegnato i contorni, lui ha già cambiato forma. È meraviglioso. Sembra parlare di me, delle mie inesattezze. Case basse, scale anti incendio, sinagoghe, puzza di piscio, botteghe di rigattieri, caffè, campi di basket condominiali, eroinomani immobili a fissare una panchina, turisti in Birkenstock, coworking, gallerie d’arte, polizia, fashion victim e addirittura una ragazza accaldata in topless, folate di cannabis, vintage shop e graffiti, graffiti ovunque. Dai minuscoli tag ai muri di cinta colorati dei parchi passando dalle monumentali pareti divenute storia dell’arte. La Sistina dei newyorkesi, ecco cos’è. Imponenti, verticali fotografie a colori della realtà mediata dalle bombolette spray. Regali di sconosciuti all’unanimità. Capolavori di una notte, risultato di un gioco di squadra che sfida i più sofisticati sistemi manageriali, oltre ogni fottuto organigramma aziendale, oltre la legge, la dove inizia l’arte, appunto.

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Eldridge St.

Una delle impressioni più chiare provate a New York è quella che tutto può accadere nel trascorrere di una notte. La velocità della creazione speculare alla velocità della distruzione. Non a caso, in questa città, una mattina ti svegli e appare una bambina spocchiosa e minuscola, una faccia di bronzo oltre che di culo, che guarda dritto negli occhi il toro di Wall Street quasi a dire: noi donne siamo più forti del vostro capitalismo di merda! Una mattina ti svegli e non hai più il tuo visto. Fuori!! Tornatene al tuo paese! Una mattina ti svegli e le due torri sono venute giù, e con loro, milioni di sogni. Per questo motivo piango. Contro ogni mio volere, bypassando ogni mio cinico sforzo. Piango appena scorgo le cascate d’acqua del memorial. Lo stomaco mi chiede di piangere. Non la testa. La testa mi dice che gli americani sono furbi. Sanno speculare sulla morte, sanno trasformare un cimitero in un parco dei divertimenti. La testa mi dice che in Europa ci sono state molte più vittime o in Giappone o in Siria o in Vietnam. Eppure lo stomaco mi dice piangi! Fallo ora! Così è. Piango il crollo dei sogni in un ora. Piango perché non vedo il fondo delle vasche. Piango per il silenzio di quella sera, piango per chi restò attaccato all’altro capo del telefono, per l’albero sopravvissuto al disastro, per le rose bianche, per i nomi incisi, per la perfezione del cielo a Settembre, per la cieca sofferenza dell’uomo disposto a morire per far morire. Ogni crosta di cinismo va a farsi benedire. In fondo a quale tombino sono finiti quei sogni? Dove ci porta l’acqua quando cade nel buco?

Il funambolo è un fuorilegge. Elude i controlli, si posiziona sul tetto della torre e aspetta l’alba su Manhattan. Sono le 5:40 circa del mattino. A oltre 400 metri dal suolo. Dalla torre Sud alla Nord e viceversa per 8 volte. Fluttuando nella profondità delle nuvole. Yes you can!

Tra pochi minuti atterrerò all’aeroporto di Malpensa. Sento il mio orecchio destro contrarsi da dentro come un elastico. Ho paura che di colpo il gancio che tende questo elastico molli la presa improvvisamente così da far saltare ciò che la testa contiene, sino al midollo, pensieri compresi.

Sul ponte Marco mi da un colpetto sulla spalla e mi dice baciami adesso. Il ponte di Brooklyn è la risposta americana al Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, è la Tour Eiffel senza la spocchia francese, la Piramide di Cheope a stelle e strisce, forse la più riuscita dichiarazione di modernità oltreoceano. Secondo me, il vero simbolo della città è lui, il ponte, non la statua della libertà. Siamo sullo sfondo di migliaia di selfie di sconosciuti da tutto il mondo. Il ponte è oggettivamente bello. È il frutto della fatica umana. Della sua tensione. Del suo ottimismo. Questo ottimismo ci contagia al punto di decidere di attraversarlo a piedi sotto il sole di agosto alle 14:00 nella direzione contraria alla massa, ovvero puntando a Brooklyn.

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Antonio, Elisa, Marco ed io.

Siamo quattro pazzi! – Ci ripetiamo.

Decidiamo di voltarci solo alla fine del terzo pilone. Come quattro mogli di Lot versione hipster o come quattro cloni di Orfeo risaliti dagli inferi della Downtown, cerchiamo di resistere alla tentazione di voltarci, quasi fosse la condizione necessaria alla buona riuscita di un incantesimo chiamato Skyline! Ed è così.

Siamo stati proprio bravi ragazzi! Ci meritiamo un bagel a Brooklyn!

Altra coincidenza: una notifica sull’I-phone mi avvisa che è appena crollato un ponte a Genova. Non ci faccio caso. Sai che novità? In Italia crolla tutto! Dopo qualche minuto, mi rendo conto della gravità. Verticale come un crollo, come una doccia fredda. Con il ponte crolla molto altro. Mi sento schiacciare il petto per un attimo. Come può essere possibile? Non era un ponte di funi e legno, era cemento. Era un ponte di cemento. Chi ha permesso tutto questo?

Con i miei compagni di viaggio ci accertiamo che nessuno dei nostri amici in Italia sia coinvolto nella tragedia, come se questo rendesse meno tragedia la tragedia. Poi, diamo un ultimo sguardo al ponte di Brooklyn mentre all’orizzonte il cielo si gonfia di nero, quasi a pretendere un tramonto alle 3 del pomeriggio. Giusto il tempo di contattare un Driver dall’app VIA e salire a bordo. Poi si scatena un temporale estivo, violento, oceanico.

Quando decido di partire con qualcuno, il mio terrore più grande è quello di disintegrare i rapporti. Del resto non c’è detonatore emotivo più pericoloso della vacanza. Penso sia un timore diffuso. La convivenza forzata può rivelarsi una prigione! Ogni scelta, ogni timing, ogni alternativa va cooperata. I miei tre compagni di viaggio si sono confermati Best Friends in un crescendo di empatia. Ecco una breve lista di cose che li riguardano che ha aumentato il livello del mio affetto per loro:

  • Elisa mi stringe la mano solo nei decolli, durante gli atterraggi si dimentica che ho paura e si addormenta: adoro.
  • Antonio ride come un matto quando dico la frase siamo dei duri: adoro.
  • Marco mi ha più volte detto ti amo per la felicità: adoro.

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Williamsburg e il cielo.

Un passo dopo l’altro abbiamo camminato lungo traiettorie dettate da fili invisibili, corde tese che vedevamo solo noi quattro. Come funamboli tra le nuvole. C’è qualcosa di misterioso sui marciapiedi di Brooklyn, un dubbio di non essere a New York osservando i pali della luce in legno a Williamsburg, c’è insolita bellezza nei locali Jazz del West Side. Sarà che siamo in agosto, eppure ho trovato la High Line a Meatpacking un luogo dove fermarsi e scrivere favole per bambini e che dire di Chelsie?

Questo è il posto in cui vorrei vivere, anche solo per qualche mese! – sbotto io.

È la quarta volta in due giorni che lo dici! – Mi ricorda Elisa.

In effetti ho detto la stessa cosa per altri tre quartieri. Eppure Chelsie mi ha dato davvero qualcosa in più.

Giochiamo ad immaginare di vivere qui? – Le faccio.

E giù a fantasticare sulle nostre giornate tipo, sul budget, su cosa vorrebbe dire la routine nella grande mela e cazzate di questo tipo. Cazzate che comunque mettono di buonumore. A noi quattro si aggiunge la piccola Giò: 21 anni, italiana, diplomata all’AMDA, il suo sogno è Broadway ovviamente. Alle 9 del mattino è già in Time Square a cantare le canzoni del musical del quale sta sbigliettando le riduzioni.

Mi pagano bene ed è divertente! – ci dice mentre si sistema gli accessori del costume da cameriera! Le chiedo di cantare per me, canta molto bene. Le luccica lo sguardo dietro gli occhiali. Non è sicuramente il tipo di ragazza che in Italia può sperare di avere successo. In America il corpo perfetto è sicuramente importante ma non essenziale. Questo spiraglio mi fa trasalire. Esiste davvero il sogno americano? Vado a vedere il musical Waitress al Brooks Atkinson Theatre di Broadway e penso che si, esiste. Attori e danzatori non convenzionali di rara bravura tecnica ed espressività. Visito le grandi scuole di Performing Arts di New York e penso si. C’è spazio per la diversità se c’è talento. Faccio due chiacchiere con la commessa della Public Library e penso si, gli studi umanistici e artistici hanno pari valore degli studi economici, medici o ingegneristici. Si esiste il sogno americano. Lo penso. Si tratta della capacità di darsi una seconda possibilità, di inventarsi da zero, di non buttarsi merda addosso. Noi Italiani siamo maestri in questo. Ci lamentiamo di Salvini, che è oggettivamente un ignorante e intanto gli americani stanno sopravvivendo a Trump, il dio del pressappochismo.

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New York Public Library

Atterraggio perfetto: non ci sento da un orecchio.

Un giorno intero ad Harlem è stato la svolta, la linea di demarcazione tra ciò che ci si aspetta dalla grande mela e un nuovo capitolo scritto da noi. Da quel giorno abbiamo cominciato a vedere New York in modo diverso. Entrati nella Caanan Baptist Church of Christ, una congregazione battista sulla 132 West, abbiamo perso il controllo della nostra emotività. Ci sediamo sulle panche in legno del vecchio cinema che dal 1932 è divenuto un centro di culto… dalla fiction a dio è un attimo. Ho avuto la stessa confusione quando ho visto il cimitero dietro la Trinity Church. Prima di tutto perché non mi aspettavo di vedere un cimitero nel traffico di New York e poi perché tra i defunti veri c’erano anche personaggi di fantasia, morti in quel luogo si, ma attraverso le pagine di un romanzo. Come vedere in un cimitero europeo, tra le lapidi di marmo, anche quella di Biancaneve.  Questo a sostegno dell’idea che l’arte determina la realtà e non viceversa. Stessa vertigine. Ad Harlem, durante la funzione, un’anziana donna di colore piccola piccola sta cantando con il cuore nelle mani e il rossetto rosso pomodoro. Smetto di piangere dopo un ora. non sto esagerando. Il reverendo Travis sembra uscito da un convegno alla Bocconi. E’ così aitante che sembra photoshoppato. Sono nel colore. Sono nelle forme che amo. L’ambra, il turchese, il colore viola, i fiocchi, i piegoni delle gonne, i cappelli eccentrici, i calzini, i colletti con le iniziali, il glamour afroamericano, il bianco del sorriso, la musica, il coro che danza o la danza che canta, l’organista, il pianoforte a coda, il matto della congregazione, la zitella, le parrucche, i colori complementari. Giuro di aver visto gli stessi colori sulla tavolozza di legno della mia mamma quando dipingeva nel sottoscala della nostra casa in Via Tagliamento: sepolta dalle tele, tra i ritagli di giornale, l’olio di lino, l’acquaragia… mi sembra di sentire il suo fischiettio. Forse è l’unico ricordo che ho di mia mamma veramente felice. Felice in una prigione di colore dove era impossibile perdere l’orientamento. Al sicuro tra i colori a olio, tra gli ulivi blu sulla tela.

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due signore ad Harlem

Sono vivo! – mi dico. Segue quel margine di non tempo e non spazio in cui si è seduti in attesa dell’ok da parte del comandante, prima di poter slacciare le cinture e scorgere la luce che filtra all’apertura dei portelloni. Si aspetta. Il bimbo esulta. anche io a l’idea di non rivederlo mai più.

See you never! – è il tormentone della vacanza! Ci divertiamo a dirlo un pò a tutti, sfatando la recondita possibilità di non tornare più. Io invece son sicuro che tornerò. Ho voglia di sentire il respiro della città di notte dall’ottantesimo piano dell’Empire. Ritornerò in cima a quel suono indistinto: il nero di Central Park, la folla, l’oceano, il traffico, aspettando di guardare King Kong dritto negli occhi.

See you never guys! – e scoppiamo a ridere scendendo dall’aereo. Funambolici.

Sputo il chewing-gum in un fazzoletto di carta, nelle tasche trovo uno scontrino di Starbucks.

Ragazzi colazione?

Ecografia di un’esclusione

Riconosco perfettamente l’espressione del volto di chi, in autobus, per paura che tu possa sederti affianco, occupa il posto con qualsiasi tipo di oggetto (reale o immaginario) andando in panico vedendoti sopraggiungere.

Una volta un tipino magrolino sulla corriera che dalla città portava al paese si sdraiò in obliquo sui sedili pur di non lasciarmi il posto. Ne apprezzai l’onestà.

Del resto l’esclusione si manifesta sotto forma di mille sguardi obliqui: è un ampio catalogo di strade secondarie prese per evitare di fare incontri e poi abbassamenti di voce, e muri, muri alti.

Da piccolo avevo l’incubo della divisione in squadre. Quelli come me spesso erano gli ultimi ad essere scelti. Questi giochi non cambiano da adulti.

Non ho mai vissuto come un problema l’esclusione. L’imbarazzo che genera l’esclusione, quello si. Quello è insostenibile. Durante i giochi, ad esempio, avrei voluto evitare a certi bambini l’imbarazzo di dovermi scegliere. Il loro provare a giustificarsi era molto più crudele dell’esclusione in sé.

Per questo motivo, ad un certo punto, si impara la nobile arte della ritirata. A volte è molto meglio simulare un mal di pancia o un impegno improvviso e fare un passo indietro. Dissolversi. È un modo come un’altro per risparmiare a certe persone quell’imbarazzo che non ha nulla ma proprio nulla di letterario.

A proposito di certe primavere


Mi accoglie una primavera che sembra più una craniata contro uno spigolo che una mite stagione disneyana…

A volte l’ingratitudine della natura mi sorprende e mi incanta, come un certo disordine, soprattutto quello che smonta la logica e ne fa un gioco leggero. Una caccia al tesoro, ma senza tesoro.

A pensarci bene non sono fatto per le giornate perfette. Quelle le lascio agli uomini che hanno certezze, ai frequentatori di serate cool e ai grafomani di Facebook. Preferisco le giornate di vento, quelle in cui devi contenere l’eccesso che sfugge, quelle in cui le lenti a contatto bruciano, quelle in cui hai commesso un piccolo errore.

Uno pensa che la primavera sia un diritto, un coupon, la scheda di punti fragola completata dopo il lungo tempo del freddo e invece non è così.

Bisogna stare attenti! È un bluff la primavera! È una luce verticale che illumina si, ma fa ombre violente sul viso.

In questi giorni ho sfidato me stesso a una partita a Tetris. Un Tetris di aggiustamenti, disarmonie, possibili scenari e dismisure.

Il mio corpo pare sussurrarmi la parola: dimentica! Io amo rispondergli con una poesia che ha un solo verso, una sola rima e una sola parola: ostinazione.

L’arroganza dei fiori è la primavera. La loro puntualità ne definisce i tempi. Noi siamo solo spettatori senza biglietto.

Bisogna imparare a lasciare in tasca lo smartphone per essere pronti all’applauso. Le mani libere per la gratitudine. Per il disgelo. A scena aperta.

Acqua di Marzo


Nei giorni di Marzo rialzati da solo!

Nei giorni di pioggia non andare in giro con i sacchetti di carta… la pioggia sfibra ogni molecola e apre botole segrete… allarga la trama dei tessuti, le stelle ti cadono per strada come spiccioli ma senza far rumore. Non puoi permettertelo! Ti diranno che sei stato troppo assente per lo stesso identico motivo per il quale il giorno dopo ti contesteranno di essere stato troppo presente. Proveranno a insinuarti il dubbio che quello per cui tu credevi di dover andare orgoglioso sia esattamente ciò che gli altri reputano disdicevole, inappropriato, sbagliato.

Lo stesso giorno qualcuno ti troverà splendido e in perfetta forma e qualcun altro ti chiederà se stai bene, preoccupandosi del tuo pessimo aspetto. La tua generosità verrà scambiata per tracotanza e la tua riluttanza confusa con l’accidia e, mentre frugherai nelle tue tasche alla ricerca di una bussola, di un termometro o qualsivoglia unità di misura alla quale fare riferimento per parlare la stessa lingua degli altri, ti accorgerai che non hai strumenti.

Sei solo. Solo con le tue ipotesi a proposito del Bene e le tue intuizioni riguardo al Male. Solo ad alzarti. Solo a recuperare le tue cianfrusaglie cadute da un sacchetto di carta zuppo d’acqua di Marzo.

Ti piegherai a raccogliere tutto. Raccoglierai ogni sogno, ogni perché, ogni carezza, sino all’ultimo biglietto tariffa urbana timbrato e dimenticato tra gli intercapedini trasparenti dei giorni. Trova un posto sicuro per i tuoi sorrisi, tienili in mano, regalali a te stesso e poi rialzati da solo. Ce la farai!

L’acqua avrà rotto il contenitore, confuso l’ordine del contenuto ma avrà pulito ogni cosa restituendogli il colore originale.

Rialzati con stile, come farebbe Gene Kelly e poi fai spazio a quell’eccesso di vita che gli altri chiamano “te” e nel farlo perdonati tutto. Perdonati sempre.