Ecografia di un’esclusione

Riconosco perfettamente l’espressione del volto di chi, in autobus, per paura che tu possa sederti affianco, occupa il posto con qualsiasi tipo di oggetto (reale o immaginario) andando in panico vedendoti sopraggiungere.

Una volta un tipino magrolino sulla corriera che dalla città portava al paese si sdraiò in obliquo sui sedili pur di non lasciarmi il posto. Ne apprezzai l’onestà.

Del resto l’esclusione si manifesta sotto forma di mille sguardi obliqui: è un ampio catalogo di strade secondarie prese per evitare di fare incontri e poi abbassamenti di voce, e muri, muri alti.

Da piccolo avevo l’incubo della divisione in squadre. Quelli come me spesso erano gli ultimi ad essere scelti. Questi giochi non cambiano da adulti.

Non ho mai vissuto come un problema l’esclusione. L’imbarazzo che genera l’esclusione, quello si. Quello è insostenibile. Durante i giochi, ad esempio, avrei voluto evitare a certi bambini l’imbarazzo di dovermi scegliere. Il loro provare a giustificarsi era molto più crudele dell’esclusione in sé.

Per questo motivo, ad un certo punto, si impara la nobile arte della ritirata. A volte è molto meglio simulare un mal di pancia o un impegno improvviso e fare un passo indietro. Dissolversi. È un modo come un’altro per risparmiare a certe persone quell’imbarazzo che non ha nulla ma proprio nulla di letterario.

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A proposito di certe primavere


Mi accoglie una primavera che sembra più una craniata contro uno spigolo che una mite stagione disneyana…

A volte l’ingratitudine della natura mi sorprende e mi incanta, come un certo disordine, soprattutto quello che smonta la logica e ne fa un gioco leggero. Una caccia al tesoro, ma senza tesoro.

A pensarci bene non sono fatto per le giornate perfette. Quelle le lascio agli uomini che hanno certezze, ai frequentatori di serate cool e ai grafomani di Facebook. Preferisco le giornate di vento, quelle in cui devi contenere l’eccesso che sfugge, quelle in cui le lenti a contatto bruciano, quelle in cui hai commesso un piccolo errore.

Uno pensa che la primavera sia un diritto, un coupon, la scheda di punti fragola completata dopo il lungo tempo del freddo e invece non è così.

Bisogna stare attenti! È un bluff la primavera! È una luce verticale che illumina si, ma fa ombre violente sul viso.

In questi giorni ho sfidato me stesso a una partita a Tetris. Un Tetris di aggiustamenti, disarmonie, possibili scenari e dismisure.

Il mio corpo pare sussurrarmi la parola: dimentica! Io amo rispondergli con una poesia che ha un solo verso, una sola rima e una sola parola: ostinazione.

L’arroganza dei fiori è la primavera. La loro puntualità ne definisce i tempi. Noi siamo solo spettatori senza biglietto.

Bisogna imparare a lasciare in tasca lo smartphone per essere pronti all’applauso. Le mani libere per la gratitudine. Per il disgelo. A scena aperta.

Acqua di Marzo


Nei giorni di Marzo rialzati da solo!

Nei giorni di pioggia non andare in giro con i sacchetti di carta… la pioggia sfibra ogni molecola e apre botole segrete… allarga la trama dei tessuti, le stelle ti cadono per strada come spiccioli ma senza far rumore. Non puoi permettertelo! Ti diranno che sei stato troppo assente per lo stesso identico motivo per il quale il giorno dopo ti contesteranno di essere stato troppo presente. Proveranno a insinuarti il dubbio che quello per cui tu credevi di dover andare orgoglioso sia esattamente ciò che gli altri reputano disdicevole, inappropriato, sbagliato.

Lo stesso giorno qualcuno ti troverà splendido e in perfetta forma e qualcun altro ti chiederà se stai bene, preoccupandosi del tuo pessimo aspetto. La tua generosità verrà scambiata per tracotanza e la tua riluttanza confusa con l’accidia e, mentre frugherai nelle tue tasche alla ricerca di una bussola, di un termometro o qualsivoglia unità di misura alla quale fare riferimento per parlare la stessa lingua degli altri, ti accorgerai che non hai strumenti.

Sei solo. Solo con le tue ipotesi a proposito del Bene e le tue intuizioni riguardo al Male. Solo ad alzarti. Solo a recuperare le tue cianfrusaglie cadute da un sacchetto di carta zuppo d’acqua di Marzo.

Ti piegherai a raccogliere tutto. Raccoglierai ogni sogno, ogni perché, ogni carezza, sino all’ultimo biglietto tariffa urbana timbrato e dimenticato tra gli intercapedini trasparenti dei giorni. Trova un posto sicuro per i tuoi sorrisi, tienili in mano, regalali a te stesso e poi rialzati da solo. Ce la farai!

L’acqua avrà rotto il contenitore, confuso l’ordine del contenuto ma avrà pulito ogni cosa restituendogli il colore originale.

Rialzati con stile, come farebbe Gene Kelly e poi fai spazio a quell’eccesso di vita che gli altri chiamano “te” e nel farlo perdonati tutto. Perdonati sempre.

Aspettami

“Aspettami!” Dico a Sara, mentre raccolgo i miei arnesi e cianfrusaglie e li butto nello zaino… “mando due mail e poi usciamo insieme!” Le due mail corrispondono a quasi due ore di lavoro accumulato nell’arco della settimana… di fatto Sara mi aspetta nel suo tubino di lana e cappotto che le danno un’aria da berlinese festaiola degli anni 30! Mi aspetta. Abbiamo deciso di passare insieme il nostro San Valentino. Insieme ad Elisa e Marco. Siamo andati nella trattoria più meridionale di NOLO e abbiamo ordinato tutto. Come al solito, per poi tornare a casa con una doggie bag utile a sfamare una comunità intera di bambini somali. Siamo felici. Insieme. Da anni. Ridiamo, bulimici di racconti e gossip artisticosindacalienonsense fino a sfiorare la molestia nei confronti del resto del mondo. È una felicità nostra. Che ci siamo guadagnati a suon di dolore e tempo e paura. Ora è nostra. Ora è chiara e non fa più paura. Siamo persone oltre che un collettivo di artisti. Abbiamo affermato con convinzione il nostro integrale disallineamento, la nostra totale diversità nel modo di pensare e agire eppure, ci siamo aspettati. Abbiamo aspettato che passasse il dolore, che sbollisse la rabbia, che snebbiasse l’apatia, che si raffreddasse la gelosia… abbiamo aspettato che passasse l’amore sbagliato, il momento sbagliato, il posto sbagliato. Noi non siamo scappati, non abbiamo evitato lo scontro, non abbiamo mai finto di essere quello che non siamo. Ci siamo semplicemente aspettati attraversandolo questo cazzo di disallineamento fino a dargli il suo probabile nome: famiglia.

10 gennaio 2018

dm0351

Se avessi un figlio, e se mio figlio mi chiedesse cos’è la felicità, gli parlerei di quel giorno di gennaio in cui mi svegliai 2 minuti prima del suono della sveglia. Quel giorno come tanti in cui feci colazione, doccia e solito check sull’agenda per valutare cosa indossare e cosa mettere nello zaino sempre troppo pesante. Quel giorno in cui, già sulla soglia di casa, già con il cappotto e le chiavi in mano, fui assalito da un dubbio… e che proprio allora tornai sui miei passi e feci qualcosa di insensato. Quando indossai la mia fedina per la prima volta, due settimane dopo aver detto si. Il giorno in cui mandai un messaggio e nel frattempo qualcuno mi rubo’ l’ascensore. Quel giorno in cui questo fatto mi fece sorridere. Il giorno in cui affrontai il primo problema poi il secondo poi il terzo senza perdere la fiducia in me stesso, senza aggredire… senza mancare di rispetto a nessuno! Gli racconterò di quel giorno normale in cui pensai che il mio unico compito sarebbe stato quello di arrivare a casa la sera, un po’ stanco e un po’ pensieroso come sempre e invece andò diversamente. Quel giorno che stetti al telefono un’ora con la persona che avrei visto dopo pochi minuti. Il giorno in cui immaginai il mio primo viaggio a Londra, un giorno in cui persino l’ansia di fare i biglietti si trasformò in poesia… e poi di quel giorno in cui un pazzo mi dedico’ una canzone, scritta per me, su una tastiera bianca e nera come una radiografia… e poi di quando scoprì di aver abbastanza spazio nel cuore al punto da poter amare non una singola ma una dozzina di sorelle belle come la mia. Come il giorno in cui mi dissi bravo per la prima volta tradendo una dismisura di gioia negli occhi! Questo gli direi. Di non pianificare nulla ma di lavorare incessantemente all’eventualità di doverla riconoscere. Lei, una qualsivoglia felicità.

Case


Casa è il luogo in cui sono cresciuto. Dove sono nato e dove so di poter tornare come e quando voglio. E’ la città della risacca, quando giri l’angolo per andare via, la malinconia ti tradisce come un onda sugli scogli appuntiti. È buffo il fatto che la casa della mia infanzia e adolescenza sia l’unica ad apparirmi nei sogni. Come se in quel luogo della mente non fosse mai trascorso il tempo. Come se il dizionario emotivo avesse scelto per me nonostante le mie scelte reali. Casa è anche il luogo che scegli. Quindi io ne ho due. Quella che ho scelto per me e che mi ha accolto 19 anni fa, ho dovuto imparare ad amarla piano piano. Milano non è una città per chi ha un cuore pigro. Non ti serve nulla, non ti regala nulla e anche la sua bellezza la devi conquistare urtando un turista, inciampando su un dissuasore, saltando distrattamente una fermata. Poi d’un tratto si manifesta nella sua interezza e diventa indispensabile. Non mi appare in sogno eppure mi permette di sognare.

I miei primi passi


Il 13 dicembre 1979 allentai la presa dalle dita della mamma: non me lo ricordo ovviamente, mi è stato riferito.

Abitavamo dalla nonna, nelle case popolari, dove in giardino l’inverno sputava limoni dalla scorza profumata. La stessa scorza che veniva grattata nell’impasto delle crostate e che rimaneva sotto le unghie corte delle mani della nonna per giorni. 

Questo me lo ricordo bene, quando pochi anni dopo l’avrei accompagnata all’alimentari e mi avrebbe tenuto stretto per mano per attraversare la strada. Nei giorni precedenti al 13 dicembre, mamma mi sosteneva cercando di dare una forma a quel goffo tentativo di stare in equilibrio e cercando di plasmare nella memoria del mio corpo qualcosa di simile a un percorso, a un obiettivo. Sempre lo stesso. Per evitare che mi perdessi. Che mi perdessi anche io. Ed io quel giorno esitai solo un attimo poi lasciai le sue mani. E cominciai a camminare. Solo. Come se sapessi benissimo dove andare. Feci infatti un “prodigioso” giro intorno al tavolo. “E Senza perdersi !” Avrà esultato mia mamma gongolando con la vicina di casa.
Non feci un percorso dritto ma un giro. 

Tornai esattamente nel punto da cui ero partito. La prima di una lunga serie di volte. Insomma niente di straordinario se non il fatto che ora con queste gambe danzo, giro, salto, corro per professione! Sono pagato per farlo. Sono passati 37 anni da quel 13 dicembre posso dire che in un certo senso mia madre aveva ragione… ancora oggi riesco a fare il giro di un tavolo senza perdermi. 

Luca

Conosco un ragazzo dagli occhi grandi. Una di quelle persone che, solo ad entrare in una stanza, hanno il potere di far cambiare l’umore, di mutare i bronci in sorrisi, di creare le storie dai finali col botto. Conosco un ragazzo, che prende e va, fottendosene delle conseguenze, e va davvero. Va lontano. Conosco un ragazzo che non ha mai avuto paura di mettersi in discussione, di sporcarsi le mani, con l’arte, con la danza, con i fiori.

Conosco un talento silenzioso, un buffone mite, un inguaribile romantico. Conosco un allievo preciso, meticoloso e onesto. Non ho mai fatto mistero della verità: è stato uno dei miei preferiti dal primo giorno di scuola.
Conosco un ragazzo che per descriverlo bisogna trovare le parole giuste, inventare un lessico nuovo, perché le parole usate fino ad oggi non so se bastano, rischierei di farlo diventare uno dei tanti. Conosco un ragazzo che non sarà mai uno dei tanti, perché ha in sé tutto quello che basta per fare POESIA.
Conosco un ragazzo che quando nel cielo non ci sono stelle, le disegna sul pavimento.
Conosco un ragazzo che si chiama Luca e quando penso al Piccolo Principe, io penso a lui.
La sua PAGINA FB: https://www.facebook.com/7Eotto/?fref=ts

Colpi di grazia

Vi è mai capitato di legarvi ad una persona in modo profondo al punto da credere di conoscerla davvero? Vi è mai capitato di vedere in questa persona una luce tale da restarne abbagliati? Eppure, siate sinceri, quanta di quella luce vi ha permesso di vedere veramente? Di soppesarne il reale peso umano? Di percepirne la forma autentica?Ma soprattutto, una volta che avete capito che tutta quella luce era un film di cui voi eravate registi e direttori della fotografia, una volta capito che quella luce era in voi, che quella luce eravate voi, cosa avete scelto di fare? Franare nel reale ammettendo a voi stessi di essere degli inguaribili coglioni? O siete andati avanti per la vostra strada – con una amarezza indescrivibile – consapevoli del fatto che a volte la grazia e la bellezza che abbiamo visto negli altri c’è, esiste veramente ( non ci siamo sbagliati) ma non ci appartiene, non è nostra?

#domande #dubbi