Esaudire i sogni

Sogni, eterna salita.
Foto mia, Milano, casa di zia Fausta.

Marco è un mio compagno del 2 anno della Scuola Holden. Un pomeriggio del mese scorso passa da Milano e mi regala un libro. In realtà me ne regala tre ma per ora ne ho letto solo uno.

Mi dice che questo libro ha a che fare con me. Penso che tutti i libri che ci capitano hanno a che fare con noi. Sia quelli belli, sia quelli brutti.

Lo leggo e a un certo punto: “…e penso che puttana miseria, e ora basta sognare, Pasquale, perché a non esaudirli mai i sogni invecchiano e muoiono, e quando muoiono i sogni, poi muori anche te!” (L’estate infinita, #edoardonesi )

SBAM! Colpito e affondato, quanto è vertiginosa la strada per arrivare a realizzare un sogno? I sogni che si realizzano sono davvero sogni o semplicemente progetti? È solo questione di determinazione, carattere, impegno o c’è una bella componente di Karma o Kulo? Forse c’è chi realizza inanellando vittorie e chi collezionando sconfitte. Io realizzo con le sconfitte.

Da bambino sognavo di danzare. Fino a 15 anni è stato un NO. Non puoi, non sei capace, non c’è scuola in paese, è una cosa da femmine. E quando tutto sembrava ormai perduto, quando tutti i No avevano fatto a pezzi la fiducia in me stesso, allora si è aperto uno spiraglio.

E a pensarci bene è stato così per tutto il resto che ho sognato. Tutto è passato attraverso il gorgo dei NO e tramite una salita lunghissima e faticosissima.

Ad oggi, i miei sogni si sono realizzati un secondo prima di invecchiare. Si sono realizzati in ammollo nella sfiducia attraverso colpi di stato, o di reni. Hanno quasi sempre schivato la morte, per un soffio… questo toglie qualcosa alla loro bellezza? Inizio a pensare, ma è difficilissimo ammetterlo, che forse tutte queste difficoltà ne hanno intensificato la bellezza, l’autenticità. Sono i miei sogni. E funzionano così “puttana miseria”!

Ieri, dopo quasi due mesi di blocco, ho ripreso a scrivere. Sono alla quinta riscrittura. Riscrittura non correzione. Riscrittura proprio riscrittura. Quando un giorno SCIMMIA il mio primo romanzo sarà finito (perché un giorno questo accadrà) capirò forse il senso di questa indescrivibile fatica ad esaudire.

Il senso di questo interminabile salire.

Talea

(Non trovo l’autore della foto)

Conto i passi con la stessa trepidazione di chi sta per raggiungere un luogo preciso su una mappa. Solo che non solo non ho segnato nessun luogo, non ho neppure una mappa.

Avanzo con fiducia. Come se ad aspettarmi ci sia il più grande tesoro mai scoperto.

Mi espando con la pazienza di una talea. Una talea di potos messa in acqua a fare radici. Dagli snodi del mio corpo, dalle asperità più fastidiose, dai tagli, proprio da lì, nascono nuove arterie.

Dai nodi nascono radici. E anche dalle cesure, non tutte però. Bisogna imparare ad abbandonare la pianta madre. Staccarsi, recidersi ma stando attenti ad includere almeno un grande nodo. Senza nodo non si cresce.

Spuntano radici, radici delle radici, radici delle radici delle radici. L’acqua le fa fluttuare e fluttuando crescono. Mi radico nella sostanza fluida, nella trasparenza.

Ci siamo già passati tutti. Quando rinascerò, avrò la premura di iniziare la nuova vita facendo esplodere una risata? Nascere ridendo, chissà cosa penserebbe un’ostetrica nel vedere un neonato che viene al mondo ridendo a crepapelle.

Sono talea coraggiosa e arrabbiata. Sono quello che sono. Espongo tutto alla luce del sole. Dentro e fuori, sotto e sopra. Senza distrarmi.

La distrazione, in ogni su forma, non è mai innocente. Conto i passi. Passano i giorni. Mi commuovo se vedo una fotografia della terra da un satellite. Mi commuove pensare che ho due gambe. Mi commuovo pensando che si può provare gratitudine per un bicchiere d’acqua.

Tendo le mani verso il soffitto i piedi nell’acqua. Posso vivere anche senza terriccio.

Si può vivere in condizioni inimmaginabili.

Ospitalità

Milano, casa della Memoria

Ieri sera, uscendo dalla Casa della Memoria, mi è sembrato di vedere Milano con una lente nuova. Come se avessi tolto dagli occhi uno strato di pellicola sottilissima per vedere in modo più nitido.

Su un lato, dietro le torri del bosco verticale, il cielo si era fatto dello stesso colore dell’imbarazzo e, dall’altro la luna, di un rosa caldo, era perfettamente al centro dei due grattacieli. Calamitata all’indaco della sera. Un profumo di rosmarino o qualcosa di simile mi ha fatto fermare.

Dov’è finito l’odore di piscio? Mi sono chiesto. È l’effetto di due ore di meditazione o sono semplicemente morto?

Ho fatto un giro su me stesso alla ricerca di una prova di non essere trapassato. Ero vivo. L’ho capito dalla voglia di uccidere che ho provato nel vedere una ragazza sudamericana che si trascinava le sue ciabatte senza alzare i talloni da terra. Non ho ucciso nessuno anzi, ho provato compassione per tutte le ciabatte del mondo. Wow, funziona la meditazione!

Per qualche ora ho ospitato in me tutto quello che ho incontrato, o meglio, quello che sono riuscito a riconoscere. Nel bene e nel male. Ho fatto casa. Mi sono fatto ospitale.

Si arreda anche il cuore, se provi a fare spazio. Una volta aver fatto entrare tutto quello che stavo provando, fastidio, rabbia, paura ecc, mi è sembrato che ognuna di queste sensazioni andasse a prendere un posticino riparato e caldo dentro di me.

Si deve stare davvero bene dentro di me… ho pensato. Le cose che provavo hanno abbassato la voce e, in alcuni momenti, si sono addirittura stancate di bisbigliare.

Ho attraversato Gae Aulenti resistendo alla voglia di affondare i piedi nella pozzanghera della piazza. Ho preso la metropolitana e non ho indossato le cuffie del silenzio. Me ne sono reso conto quando stavo per arrivare a casa.

C’è tutto. Tutto si muove con me. Peso 80 chili. Alcune parti pesano più di altre. L’errore più grande che stavo facendo era quello di scacciare il mio sentire confondendo l’accoglienza con l’attaccamento. Le parti più pesanti mi servono a non perdere l’equilibrio. Pensavo fossero quelle a farlo vacillare. Assurdo!

E invece la prospettiva più adatta a me potrebbe essere un’altra: non si butta via niente. Piuttosto potrei imparare a zippare questo dolore e depotenziarlo. Mi serve, non posso buttarlo via. Devo finire il mio primo romanzo e mi servirà per quelli che verranno. Mi servirà a provare compassione per gli altri, per gli alberi abbattuti, i fiori strappati, gli animali messi in gabbia.

Ieri sera ho provato la tenerezza per Milano che negli ultimi mesi avevo messo in discussione. Milano ha bisogno della mia lentezza, delle mie tane, dei miei silenzi. Milano ha bisogno di chi non vuole vincere niente, di chi non vuole essere il migliore, di chi sa fermarsi, di chi sa dire grazie. Se non ci fossero quelli come me cosa sarebbe questa città? Sarebbe solo un susseguirsi di spintoni, di sguardi evitati, di muoviti cazzo non vedi che è verde, di fotografiamo noi che fotografiamo la fotografia di uno che sta inquadrando con il suo cellulare una ciotola di olive denocciolate. Sarebbe un appuntamento mancato con la bellezza.

Dimmi grazie, Milano! Ho lasciato una delle città più belle d’Italia per stare da te…Sii grata a chi ti sa vedere davvero!

Ho provato a farmi sguardo trasparente per amare i tuoi ottobre.

Lembi

Dal mio iPhone

Sull’agenda ho scritto una cosa come “esci, incontra, non evitare”. È una promessa (o un compito) che sto rispettando con obbedienza. Senza esagerare. Lo sforzo sta tutto nel porre un limite al mio istinto che mi suggerisce di fare il contrario. Ho sempre amato stare in casa. Mamma ci ha educato a mettere il pigiama alle 19:30. Poi chiudeva tutte le finestre di casa e spegneva le luci. Il coprifuoco non era un modo per limitare la nostra libertà, tutt’altro. Da quel momento iniziava la festa. Da quel momento noi eravamo solo noi e nessun altro. Si leggeva, si ballava, si cantava. Fino agli sbadigli. La casa è uno spazio sul quale ho il potere di decidere chi e cosa far entrare. Chi e cosa voglio lasciar andare. E poi posso fare silenzio, ora che finalmente sto capendo cosa vuol dire fare silenzio.

Posso ritagliarmi un angolo per vedere l’alba, per salutare un cane che passa, per veder scomparire un aereo dietro un palazzo. A volte le cornacchie fanno un gran baccano, i piccioni si lasciano scivolare sul tetto spiovente. Sembra che si divertano e ho l’impressione che anche la signora piccola piccola del palazzo di fronte, certi giorni, ne invidi la leggerezza. Dalla mia finestra riesco a scorgere il correre delle nuvole di settembre, i sussulti di un temporale, l’arancio dei passaggi del sole. A volte danzo benissimo a casa. A volte mi sento bellissimo a casa. Mi sento riparato. Aggiustato, riassemblato.

A un certo punto mi sono accorto di non soffrire più come prima. Mentre ieri ha cominciato a piovere, forse è stato lì che ho capito che i lembi di pelle si sono uniti, finalmente. È un bene che sia rimasto un segno. A ricordarmi quanto amore sono in grado di dare. Le cicatrici sono post-it. Mi sono concesso il lusso di perdere. A volte l’unica alternativa che abbiamo davanti alla banalità del comportamento umano, davanti al ritardo emotivo o alla prepotenza è arrendersi. È scappare a gambe levate. Tornare a casa. Ripartire da dentro per riavere occhi nuovi per il fuori. Tutto è impermanente, anche il dolore.

Buttare

Scattata da me, capanno degli attrezzi.

Nel capanno degli attrezzi, in fila ad attendere la “scorniciazione”, si dice così? Come è successo che mia madre abbia declassato i miei quadri preferiti nel tugurio dove tiene la legna? Il primo da sinistra lo ha dipinto lei.

Da piccolo ero convinto fosse un ritratto delle piccole donne della Alcott in una giornata di tramontana. Il secondo lo dipinse un compagno di collegio di mio padre. Il conte Ugolino fitomorfico in un inferno rosso spettrale. Le teste dei suoi figli sono i nodi del suo tronco. Perché uno pensa di essersi liberato delle sue vittime e invece sti cazzi.

Chi hai fatto fuori senza pietà, nel migliore dei casi, ti torna a trovare sotto forma di incubo. Ah si! Ti torna tutto su come un bruciore di stomaco dopo una peperonata, come una macchia d’olio che non va via dalla t-shirt. Bisogna stare attenti al male che si fa! Lo dice Dante, mica lo dico io….

Considerando il fatto che nelle cornici vuote c’erano altri quadri (vai a capire quali!) che mia madre ha coperto o ha fatto fuori nel bidone dell’indifferenziata… mi sembra di capire che i prossimi a essere distrutti sono proprio loro. I miei preferiti. Attendono pazienti il loro turno. Almeno attendono su un muro. Certo non è la parete del salotto ma vabbè…

Adoro la spietata capacità di buttare tutto di mia madre. Vorrei esserne capace anche io. 

Distacco

autore non trovato

Contro-risalendo il cordone ombelicale, da sud-est a Milano, ho scelto le rotaie. Ho sempre avuto paura di volare. Sulle giostre da piccolo chiudevo gli occhi e urlavo fino a perdere la voce. Ora guardo oltre il finestrino del treno, fronte contro il vetro. Nel primo tratto di strada un cimitero di ulivi morti. Mi domando come mai non abbiano deciso di sradicarli, non abbiano deciso di farne legna da ardere. Quest’anno il prezzo del gas è alle stelle. Dovremmo imparare a bruciare.

C’è una pericolosa propensione all’accanimento (o all’attaccamento) nella terra in cui sono nato. Ci tratteniamo ai morti impedendo loro di raccontare cosa sono diventati. A dirla tutta, non ci importa neppure di cosa sono stati, della loro vita. Amiamo le cornici d’argento da spolverare, i fiori di seta, i lumini. Non lasciamo andare. Ci piace rimuginare sulla sconfitta come se questa fosse la più grande prova della nostra esistenza. Ci piace piangere i morti per distrarci dai vivi.

La xylella è un batterio che vive e si riproduce là dove dovrebbe scorrere la linfa. L’ulivo diventa rosso. Come a vergognarsi di essere malato, poi muore. Molti contadini hanno potato i rami morti lasciando solo il tronco centrale e due o tre rami grossi. Sembrano mani di mostri che sbucano dalla terra. Fanno paura. Ho distolto lo guardo da quell’orrore. Perché non ne fanno legna da ardere? Mi ripeto.

Chi si attacca al passato impigrisce il pensiero. I pensieri diventano sempre più piccoli e secchi fino ad atrofizzarsi.

Mentre ero in viaggio pensavo a cosa avrei fatto io del mio uliveto stecchito dal batterio. Forse avrei dipinto gli ulivi di bianco. Forse avrei sradicato gli alberi come i dentisti fanno con i molari. Ma senza anestesia. Forse avrei capovolto le piante così da interrare il tronco e le fronde ed esporre alla luce del sole le radici ripulite dalla terra a cui si aggrappavano.

Non bisogna aver paura di lasciare andare, questo continuo a dirmi. È così difficile lasciare andare il dolore, l’amore tradito, la meschinità. Non sembra umano ma lo è. Sono tornato a Milano con questo obiettivo ben chiaro. Lascia andare. Alza la testa e dichiarati meravigliosamente sconfitto. Bisogna saper perdere. Perdere vuol dire lasciarsi dietro. Seminare e dimenticare. Aspettare l’inverno con la pazienza delle radici, quelle vive. Quelle generose.

Ecco cosa avrei fatto di quegli ulivi: testiere di letti nella campagna. Un materasso, una lampadina appesa a un ramo. Un laboratorio dello sguardo aperto. Per invertire la prospettiva. Svegliarsi vista cielo. Per imparare a pensare pensieri grandi, elastici, cangianti come le nuvole.

Rallentare

Peter Keetman

Frenare o frenarsi? Rallentare o rallentarsi? Questo aver abbassato di colpo i giri del mio motore mi rende fragile. Forse vale la pena farci un pensiero. Porre un freno, diminuire la velocità, rallentare. Cosa ci rallenta?

Un freno, qualcosa che ci blocca. Fuori o dentro di noi? Un crociato da operare rallenta la carriera di una danzatrice o di un danzatore. La rallenta non la blocca. Una bocciatura rallenta la carriera scolastica di uno studente, un guasto tecnico (scegliete voi di che tipo) rallenta il raggiungimento di un obiettivo. Contenere, porre un frena alla dispersione. Quindi concentro. Beh non è sempre qualcosa di negativo. Qualcuno, ad esempio, farebbe bene a frenare la lingua.

Cercare di impedire un moto. Scoraggiare rallenta. E scoraggiarsi anche. L’insicurezza se assume la forma di un costante dubbio su chi siamo e su quanto valiamo, eccome se rallenta. Oppure ci evolve?

La paura (che a volte fa correre) spesso rallenta e in certi casi blocca. La paura di non farcela. “Cazzo, ho 43 anni, non posso ricominciare da zero!”, “Sono troppo vecchia per…”, “troppo solo per…”, “troppo squattrinato per…” La paura di non meritare qualcosa di meglio che se ci pensate è subdola, strisciante (ama travestirsi da altre paure). La lamentela rallenta. In ogni sua forma resta un flagello per chi la pratica e per chi la ascolta. Un ostacolo sul mio cammino mi rallenta ma se mi impegno lo sposto, oppure ci passo a lato schivandolo o, nel caso fosse qualcosa di rimbalzante, mi ci schianto a bomba per generare energia ancora più vitale e magari nuove rotte di gran lunga più avvincenti di quelle tracciate all’inizio del viaggio.

Rallentare per prepararsi alla stasi. Che poi la voce del verbo stare non è così male. Slow motion. Per chi danza è la cosa più difficile, provateci se siete bravi! Prendete un movimento che prima facevate in tre secondi e fatelo in tre minuti. Vi scoprirete vivi. Trovare una misura. Moderare gli animi furiosi. Arginare il flusso. Dire alla mente “taci una buona volta!” Arginare l’ego… Questo mi piace.

Non è poi così male rallentare. Fare il morto a galla se il mare è calmo, chiudi gli occhi e ti puoi allenare alla cosa più difficile al mondo. L’affidamento. L’azione del fidarsi. Rallento. Se sono in auto posso scattare foto più nitide dal finestrino ad esempio. Catturare immagini, accorgermi di altro. Sarà per questo che il fatto di rallentare inquieta così tanto?

Ra ll en to. Ok. Sono pronto a fermarmi, bloccarmi, ad accelerare, a ripartire?

Riparo

foto di Jose Morraja

Non sono mai stato così in disordine. Non sono mai stato così in ordine. In questo ultimo anno ho fatto silenzio. Ho scelto un tipo di silenzio. Sono andato a riparami. Tuttora mi riparo. Mi riparo dalle parole cattive, prima le mie poi quelle degli altri. Mi riparo dai colpi che riconosco. Colpi duri, legnate in piena faccia. Mi riparo dalla stupidità umana. Cerco riparo. Nel silenzio. Nel respiro. Nelle parole della mia analista, di un’amica, di un amico. Riparato sotto la tettoia della compassione. Ho imparato a rivolgermi parole gentili. Ciao Davide, come stai? Non aver paura, mi prenderò cura di te. Mi sono accorto che al riparo di una grotta, vedere la tempesta è una figata. La tempesta è bella.

E poi mi riparo nel senso che mi aggiusto. Mi raccolgo, mi risano. Attraverso il parlare, il sentire, attraverso un’altra scrittura. Quella segreta. Ho scritto quasi cento pagine. Tutte da riscrivere, ovviamente. Ma anche questo vuol dire ripararmi. Togliere il gesso dal cuore. Farlo leggero. Spiegarlo come un lenzuolo. Agitarlo al vento.

Ho addirittura mandato un sms a mio padre. Mi ha anche risposto. Non conta. Conta che io abbia capito la cosa più importante. Esisto, sono luminoso, ho senso anche senza un nemico. Esisto comunque, anche senza nessuno da odiare. E mi piaccio così.

Riparo, riparo questo cuore. Faccio spazio.

A cosa servono i maestri


Ieri, complice l’aria autunnale e l’età che avanza, mentre assistevo alla crisi esistenziale di un mio allievo, ad un certo punto ho avuto un blackout.

Tutto è partito perché volevo trovare le parole giuste per infondergli il coraggio necessario a lottare, ma queste parole giuste non mi venivano.

Allora ho ripensato a me alla sua età. Effettivamente quasi vent’anni fa ero più o meno nella sua stessa condizione. Sentivo che la mia strada era l’arte ma tutto mi remava contro: famiglia, soldi, persone. Ho cercato di visualizzarmi a vent’anni provando a riportare alla memoria ciò che mi ha dato la forza di andare avanti nonostante tutto. E penso di aver capito cosa mi ha aiutato: penso di essermi fidato di alcune persone. Pochi maestri. Tutta quella fiducia che non provavo nei confronti di me stesso l’ho riversata su di loro. L’ho fatto dando valore alle loro parole e alle loro azioni. Un valore totale. Non mi ha salvato il talento (che ancora oggi cerco di decifrare), non mi ha salvato neanche l’intelligenza (spesso è stata un limite). Mi ha salvato la capacità di provare gratitudine. Io sono certo di questo.

Ogni santo giorno per anni ho pensato di mollare tutto per mille motivi (alcuni reali, altri immaginari). Ricordo quelle mattine con due mani alla sbarra in cui avevo un muro di fronte che mi ha permesso di nascondere le lacrime che scendevano ininterrotte (per il dolore fisico, per l’umiliazione di non riuscire, per un senso di inadeguatezza). Ma ricordo anche che mentre scendevano le lacrime le riasciugavo immediatamente. Pensavo che se in quel momento fossero passati quei tre maestri che amavo e mi avessero visto piangere li avrei delusi. Perché loro mi dedicavano del tempo. E il tempo è un offerta preziosa. Di loro mi fidavo.

La prima in assoluto non era solo una maestra ma anche una direttrice, si chiama Susanna. Con un’acrobazia del pensiero, che ancora non mi spiego, ha intravisto in quel Davide qualcosa. E’ stata la prima a usare la parola danza nel riferirsi a me. Come si fa a dimenticarlo! Questa donna è stata impietosa difronte ad alcune mie scelte mediocri, incenerendomi con lo sguardo, massacrandomi con il suo commento. E oggi penso a quanto quell’analisi spietata mi abbia permesso di crescere e darmi una possibilità. Mi abbia caricato di quella rabbia necessaria a dare il meglio per crescere, studiare e non rompere i coglioni (come la mia indole mi porterebbe a fare). Sono grato a quei ceffoni in piena faccia (in senso metaforico) e a quelle gentilezze quasi materne che arrivavano inaspettatamente sotto forma di gesti e di rispetto per la mia persona. Ovviamente mollare mi sembrava una mancanza di rispetto nei suoi confronti.

L’altra figura fondamentale fu Valeria, l’insegnate di recitazione. Oggi ho ancora la fortuna di averla nella mia vita. Non potevo deluderla. Fu perentoria: “dovete rispettare il dono che avete ricevuto!” – ci disse. Più chiaro di così… Non avere rispetto dei doni ricevuti (dalla natura, dalla vita, dalla fortuna, dalle persone) è un’offesa alla vita. Lei ha un vero talento nel motivare le persone con il calore e il colore della sua voce. – “Regalate al mondo la migliore versione di voi!”- ovviamente si riferiva soprattutto alle cacofonie regionali e agli strafalcioni delle nostra parlate… ma c’era qualcosa di più profondo in quella frase (che ho capito da adulto). Ogni maestro mette in conto che in una classe di venti allievi, se tutto va bene, solo la metà di questi un giorno diventerà un artista. Ma passare il messaggio che, qualunque fosse stata la nostra strada, sarebbe stato fondamentale dare la migliore versione di noi è stato il più grande insegnamento. Nel raccontare una favola a nostro figlio, nel vendere un paio di scarpe in negozio, nel rispondere a un call-center, nel traffico, a casa, in amore… cosa conta davvero? Cosa produce i migliori effetti? Cosa genera luce?

La migliore versione di noi.

Non mollare, era un atto di pura fiducia. E di amore verso queste due donne e non solo. Avevo un maestro che si chiama come me, che non aveva certamente una propensione all’affettività, un uomo agli antipodi del motivatore, avulso ad ogni forma di smancerie e tagliente come un coltello di ceramica. Anche per lui non ho mollato. Prima di tutto perché ne ero totalmente innamorato, totalmente. Poi perché aveva la capacità di attivare quella zona del mio emisfero destro dove c’è profondità. E questa capacità mi ha dato la prova concreta che quello che sostenevano le donne citate prima era supportato dalla realtà. C’era in me una profondità (che io non vedevo o non sapevo gestire) che, se attivata nel modo giusto, avrebbe un giorno dato i suoi frutti. Questi frutti si sono visti molto dopo, ma fidarmi di loro mi è servito ad allenare la pazienza.

Avevano ragione. Il mio merito è stato dare valore alle loro parole e provare gratitudine. Questo mi ha portato a concludere gli studi, avviare nuovi studi, tentare mille strade, affinare gli strumenti per diventare un buon maestro, fare errori e cazzate come tutti ma comunque vivere del mestiere dell’artista.

A cosa servono i maestri? A provocare reazioni, a innescare meccanismi generativi, a fare luce, a mettere ordine e disordine con un solo obiettivo: lo sviluppo umano e professionale di un allievo. Il maestro non è un guru seduttivo in cerca di discepoli, né l’infallibile superuomo che ti dice cosa e come fare, non semplifica la realtà, non la banalizza abusando della parola giusto e della parola sbagliato. Il maestro è uno stecco per rendere resistenti i fiori nuovi, il potassio per gli sfiniti, lo spintone che ti fa avanzare di dieci passi, l’ossigeno che passa da finestre sempre aperte, il navigatore satellitare che ti segnala la grande verità: ci sono mille strade e mille tempi per arrivare ad un obiettivo.

Chissà se sono queste le parole giuste.

e poi tornare?

Non so se ho voglia di tornare.

Mi impongo di fare attività fisica. La mia voglia di sudare è pari a zero. Non amo il fitness, lo trovo volgare. Non amo saltellare, non amo seguire trainers ipertrofici che parlano del corpo umano come se fosse un oggetto qualsiasi da mettere nel carrello di Amazon. Il mio corpo è complesso. La gente non ama la complessità. Non amo essere toccato, amo essere attraversato. Non ammetto pacche sulle spalle, nemmeno se bonarie. Schivo le mani degli altri, preferisco essere avvicinato dagli avambracci. Non sono un’acquasantiera, sono una cartina geografica.

Mi impongo di fare attività fisica perché ho paura di morire di colesterolo e per abuso di carboidrati. Sono passato da una media di 24 mila passi al giorno a 70. Sedia, bagno, sedia, divano, bagno, divano, letto. Questo è il mio wellness. Non va bene.

Mi dico muovi il culo e fai qualcosa! Un pò di stretching, pilates, una sbarra di danza classica improvvisata tra un comodino e una sedia… Scelgo lo Yoga. Pensare che quando ero giovanissimo lo odiavo. Lo odiavo perché il dolore che mi provocava mi distraeva dalla pratica. Poi ho trovato i maestri giusti e ho cambiato opinione.

Mi preparo a fare una lezione di Yoga. Forse è la cosa migliore da fare. Tre anni fa quando ho riscoperto il piacere di questa pratica ho provato un immediato beneficio. Ho ricominciato a dormire. Mi bastano e avanzano sei ore di sonno per stare bene. Eppure quando sono particolarmente sotto stress, da buon iper-efficiente, smetto di dormire. La notte diviene un tempo per macinare pensieri, progetti, vendette, conquiste e paure. Lo Yoga mi ha suggerito una memoria del respiro, una sorta di meccanica che sul mio corpo è infallibile. Un’onda di ossigeno che attraversa il sistema muscolare e nervoso e mi restituisce a me stesso, mi ripulisce dal lavoro fuori controllo del mio emisfero destro. Fino alla quiete, fino al sonno. Questo svuotamento non è un abbandono, non lo percepisco come un annullamento. E’ comunque uno stato di presenza. ma è una presenza mutata, profonda. Una presenza che non si manifesta con il solo movimento ma anche con lo standby dei sensi.

Inizio la pratica, mi collego via web, oggi la maestra ci da dentro con i passaggi sulle braccia. E’ faticoso ma mi concentro solo ed esclusivamente sul respiro. tutto il corpo è caldo. Inizio subito a stare bene. La schiena prende mobilità e le vertebre il loro ossigeno Il volto diventa un petalo posato sulle ossa del cranio. La pratica si conclude con il solito Shavasana. La dimensione del non spazio e del non tempo. Il corpo registra ogni informazione e dona gli effetti di questa pratica millenaria.

Ed è in questo momento che mi succede per la prima volta qualcosa di strano. Quando ad un certo punto la voce della guida mi suggerisce con dolcezza di riattivare le mani, aprire gli occhi e portarmi gradualmente seduto provo qualcosa di inaspettato.

Non so se ho voglia di tornare. Non sto dormendo, sento che la guida sta dando nuove istruzioni, ma non mi muovo. Sento la vita intorno a me. I passi di Greta, la bimba del piano di sopra, sento la ventola in bagno che smette di tirare aria improvvisamente, sento il giro del sangue nel mio cuore, come un nuotatore che va su e giù da una piscina olimpionica rossa. Sento tutto, non sto dormendo. Ma non mi muovo comunque. Non ho voglia di tornare. Penso solo a questo. Sono immobile. Il corpo è semplicemente un solido appoggiato a terra, aziono il pensiero senza azionare la macchina. Non provo nessun dolore, nessuna paura, nessun tipo di ansia. Solo pensiero di quiete e pura forma. Si sentirà così una scheggia di smeraldo caduta da un orecchino sull’asfalto? Si sentirà così il corallo in fondo al mare? Si sentirà così un filo d’erba? Si sentirà così una nuvola quando non c’è vento? Non so se voglio tornare. Non so se me la sento di riaprire gli occhi. Potrei restare in questo luogo per sempre. Potrei vivere per sempre senza paura. In questo luogo non bisogna essere preparati, efficienti, performanti. In questo luogo si sta bene. Essere o non essere… dormire, forse sognare, forse vivere come dovrei vivere… Con il tempo delle pietre, dei minerali, del vapore, delle gocce. Semplicemente.

Per questo non so se ho voglia di tornare. Urtare contro gli altri, pietrificarmi davanti all’ingiustizia, ri-orientando di ora in ora la violenza delle parole, o la loro assenza, mortificarmi per l’assenza di empatia, tormentarmi di ricordi che vorrei solo disegnare su un foglio A4, da piegare, imbustare, spedire a chi di dovere.

Esito ancora, esito nella minestra dello stare. La mia stanza dello scirocco. La stanza dove stare e aspettare che il vento dell’Africa passi. E riprendere la vita. Come i pomeriggi d’estate a casa quando il mondo era in standby. Finisce la pratica. Il video si blocca. Lo percepisco. Non sto dormendo. Ma non mi muovo. Forse è questo la morte? Il desiderio di non tornare? Il cambio di residenza del pensiero? Dormire, forse sognare.

Un attimo di silenzio. Poi provo un pò di paura. E se stessi davvero lasciando tutto? E se perdessi la strada del ritorno? E se fosse troppo tardi per tornare? Visualizzo le mie mani, penso di aver capito dove si trovano. Ai lati del corpo. Devono essere quelle due zattere rosa con i nodi delle nocche color peonia poggiati sul pavimento. penso di averle trovate. Devo solo muoverle. Mi sembra l’atto più faticoso della mia vita. Che strano, sono un danzatore, so come muovere il mio corpo. Come ho fatto a dimenticare un principio così elementare? Ma persino questa paura di non tornare ha qualcosa di piacevole.

Poi con uno strappo violento sparpaglio le falangi sul pavimento, ribalto le mani… come a galleggiare. Poi rompo la linea retta delle braccia e i gomiti tornano rotondi.

Tra le ciglia intravedo una luce color verde azzurro.

Sono tornato, mio malgrado. Ma non so se sono pronto.

Danza e Omofobia

(dal film GIRL)

C’è più omofobia nella danza di quanto si creda.

Sembra paradossale perché nell’immaginario comune il mondo della danza è attiguo al pianeta degli unicorni. Ballerini e parrucchieri si sa…

Eppure, chi ne fa parte, se è davvero sincero, sa di cosa sto parlando.

Mi riferisco ad un ricco vocabolario omofobico e transfobico che nasce dai cattivi docenti, si trasmette tra danzatori e danzatrici e si sviluppa nel mondo del lavoro.

Proprio quando un ragazzo o una ragazza pensano di aver quasi superato il pushing sociale che li vedrebbe incasellati nel sistema binario maschio=calcio e femmina=bambola, proprio quando scelgono l’arte come linguaggio d’espressione e come vita, proprio quando dovrebbero sentirsi liberi, ecco proprio allora, inizia un nuovo incubo.

Non mi voglio soffermare sulla violenza psicologica di un’arte, quella della danza, diventata schiava di uno specchio preso in prestito dalla moda e di un virtuosismo preso in prestito dallo sport. Deformazione appunto, non danza. Lo specchio nella danza è un orpello novecentesco occidentale. E lo sport non è danza.

Non mi voglio soffermare sulla crudeltà nel poter escludere chi non è ritenuto fisicamente idoneo. Diritto di quest’arte, che proprio in quanto arte non dovrebbe escludere nessuno.

Mi soffermo su questioni più banali. Ad esempio, ci siamo mai posti il problema dei body delle ballerine? Il body umilia tutte coloro che non hanno ancora fatto un percorso di accettazione di sé. Distrugge l’autostima. È una lente d’ingrandimento sui difetti, sulle

imperfezioni. È uno veicolo di fallimento. È un simbolo, un’arma che può escludere dalla danza classica le adolescenti transgender. Chi lo ha stabilito?

Mi soffermo sulle frasi pronunciate dai maestri di danza ai ballerini adolescenti: “Mentre danzi devi sembrare maschio! Devi sembrare uomo a prescindere dal tuo orientamento sessuale!”

Chi lo ha stabilito? Che io sappia un corpo che danza, se danza bene, può bastare!

Te lo dicono tutti giorni. “Non svolazzare, non sculettare, pompa bene i muscoli per le prese …” perché si sa che l’uomo solleva, la donna viene sollevata. Che novità! Un po’ di patriarcato anche tra i tutù non guasta mai! Te lo dicono per il tuo bene. “Sai, potresti non lavorare se quando danzi sembri gay!”

Mi riferisco al mondo hip hop italiano. Pare infatti non esistano gay nel mondo hip hop. Non esiste l’omosessualità maschile nella cultura hip hop italiana. Che strano! Ai gay non piace l’hip hop?

Mi riferisco ai maestri che dicono alle ragazze di ballare da femmine. Come balla una femmina scusate? Mi sono perso qualcosa? Deve diventare un veicolo per il piacere visivo di un pubblico maschile? Quindi una donna non può che ballare da donna?

Mi riferisco a chi sostiene che la cultura voguing sia solo per i gay e per le donne queer. Perché questo vorrebbe dire che la danza classica è solo per nobildonne e cavalieri. Che paura!

La letteratura per anni ha assimilato la parola ballerina alla professione della puttana. Come se fosse un disonore fare la ballerina, o la puttana.

Il mondo della danza è incredibilmente ammuffito. Noi non siamo pronti per le nuove generazioni di ragazzi. Il futuro ha bisogno di classi inclusive, di progetti formativi che oltrepassino i vecchi concetti di genere. Ha bisogno di corpi pensanti, liberi, coraggiosi e imperfetti. Il futuro ha bisogno di cultura, di docenti qualificati e di strutture capaci di superare decenni di torture psicologiche. La danza merita il sorriso, l’orgoglio, il piacere. La danza ha bisogno di classi arcobaleno che sappiano riconoscersi in quanto terra franca, zona libera per creare e generare valore. Generare valore unendo e proteggendo le identità di ognuno.

Fimminaru

Prima di guardare i miei genitali riconoscendoli come genitali, c’è stato un’arco di vita relativamente lungo.

Si sa che il tempo dei bambini non è mai coincidente con il tempo degli orologi.

In quel tempo haribo, gelatinoso, appiccicoso, colorato, fluorescente i miei genitali avevano la stessa importanza delle mani, dei piedini, degli angoli della bocca, dell’incavo paffuto delle ginocchia. Era il tempo in cui tutto ciò che stava intorno era “le americhe” di Cristoforo Colombo. Niente di più di un territorio in cui lasciare un mattonino Lego per marcare il territorio. Scoperta. Una porta che sbatte al segreto gioco di correnti, un sifone dell’acqua piovana al quale avvicinare l’occhio destro, il fondo di un bicchiere usato come lente per guardare i grandi (per scoprirli realmente piccoli). Era il tempo in cui le desinenze nei nomi erano un di più che se c’erano bene, altrimenti pace… In quel tempo un asciugamano in testa bastava a farmi sentire fluttuante, importante, “vellutante” come Romina Power. Del resto a cosa mai può servire un asciugamano di spugna se non a inclinare la testa come solo la regina del ballo del qua qua sapeva fare.

In quel tempo cercavo tessuti leggeri da mettere sulle tute di flanella, sui pigiami che facevano i pallini. Dallo strofinaccio da cucina al babydoll era un attimo. Mettevo una cosa sull’altra come un venditore di tappeti nel mercato di Marrakech. Oggi parlerebbero di sovrapposizioni, vestirsi a cipolla, una deformazione dello street style. Per me quattrenne era quel poco che bastava per sentirmi giusto. Attribuito a me stesso.

Nel cortile al quale si affacciavano tutte le finestre delle case popolari mi bastava fare un cenno alla bambina della casa infondo, Paola. Lei si avvicinava. Un minuto per giocare sugli scalini di casa. Poi sparire.

“Signora, ho visto la Paola con una bambina vicino la chiesa della Santissima Ausiliatrice!” – rispondevano i passanti a mia mamma che disperatamente mi cercava per tutto il quartiere. (Non esisteva Chi l’ha visto?) E mia madre piangendo rispondeva: “Quella bambina è mio figlio!”

Ci ritrovarono a passeggiare, come Thelma e Louise delle case popolari, senza alcun peso. Senza alcun dubbio di essere sbagliati. Lei con gli zoccoli di legno e le calze bucate io con i completini sexy di mia madre sul pigiama.

Se hai il pisellino ti devi comportare da maschio. Se hai la patatina ti devi comportare da femmina!

E se non sai di avere né l’uno e nell’altro?

Non accadde mai più. Fine del mio mini Pride.

“Fimminaru!” – si dice dalle mie parti. Per indicare il maschio a cui piace stare in compagnia delle femmine. Sospetto gay, persona da riordinare. Detto da nonna però sembrava un complimento dolce. Come se dietro ci fosse un orgoglio, non troppo urlato, nell’avere un nipote che con le “fimmine” sapeva addirittura parlare.

Detto dai compagni di classe era già diverso. Alle elementari quella frase era un bisbiglio, forse una piccola macchia su una tovaglia, niente di più. Alle medie il peso era ormai insostenibile. Un secchio di cemento indurito attaccato con lo spago sulle zampe di un pettirosso.

“Lu Fimminaru” – diventò un insulto soprattutto quando arrivò l’articolo lu. L’articolo maschile associato all’aggettivo derivato dalla parola Fimmina creava distonia. Qualcosa da evitare, da scongiurare. Nella sostanza non cambiava di molto la mia vita. Ma nel mondo intorno qualcosa del mio semplice “stare” era percepito come disturbante. Eppure nei miei look di undicenne dei babydoll di mamma non vi era più traccia.

Qualcosa di quell’espressione alludeva ai miei presunti caratteri sessuali. Ed è strano, ma pareva che chiunque, nel paese, a scuola, al catechismo si sentisse autorizzato a definirmi sessualmente. Tutti tranne me.

Chi può definire chi, sessualmente?

Il mondo haribo si divise nettamente in due: io e le bambine, gli altri.

Io, fimminaru, con le bimbe ci parlavo, ci giocavo, mi confidavo. Come facevo con mamma e con mia sorella. Come la cosa più naturale del mondo.

Nessuna di queste bambine mi ha mai chiesto un certificato di attribuzione sessuale. Sono sopravvissuto comunque e bene.

La mia coscienza genitale è venuta un pò più tardi rispetto ai miei compagni di scuola. Quando ho capito che i miei genitali erano uno strumento di potere sugli altri tutto ha cominciato a prendere un senso. Quindi a spegnersi. Potevo farmi desiderare, potevo sottomettere, potevo promettere, potevo avere un prezzo di mercato differente. Potevo addirittura disporre di due mercati. Potevo finalmente sentirmi superiore alle femmine, potevo alludere alla caccia, potevo accedere agli spogliatoi maschili e avere “vivaiddio” un argomento di scambio con loro. (Certi gay possono essere i peggiori maschilisti e detentori del potere patriarcale. A volte peggio dei loro nemici amici etero.)

Proprio in quel momento in cui finalmente con il pene in una mano, e la pinzetta delle sopracciglia nell’altra, potevo sentirmi padrone del mondo. Come Miss Italia con il suo scettro da reginetta, ho provato un urto di vomito tale da dire, no. Non mi va. Resto fimminaru ma stavolta sono io a deciderlo.

Non mi interessa il maschile. Mi annoia. Preferisco gli animali. A volte mi fanno sorridere ma come mi fanno sorridere i piccioni in Duomo. Mi attraggono sessualmente solo in foto. Già se parlano, mi viene difficile l’erezione. Mi basta e avanza l’uomo con cui vivo da 18 anni. Che peraltro è molto simile a me. Ma questo è amore. Un capitolo a parte.

Non amo indagare sui loro pensieri. Orgogliosamente fimminaru oggi mi ritrovo a parlare con le mie allieve. Bellissime. Parliamo di femminismi. Parliamo di potere alle donne. Loro hanno coniato un neologismo: PAURO. Per indicare la paura di molti maschi. Certi maschi hanno una paura diversa. Genitale. E come un paguro (da qui l’assonanza), come un pene che torna molle, si chiudono, si ritirano e non trovano con il femminile (dentro e fuori di loro) una sincera relazione umana basata sulla coesistenza.

Geniali le mie allieve…Con loro sto così bene…

E mi viene in mente Paola.

Chissà se si è sposata, se ha avuto figli, se è chiusa in casa come me durante la pandemia.

Chissà se ha trovato un’amica con cui parlare. Chissà se si ricorda di me… Chissà come ha educato i suoi figli maschi. A cinque anni mi sono trasferito in un’altro quartiere. Ogni trasloco da allora in poi è stato un susseguirsi di Lego disseminati qua e là.

Lei, mai più vista.

Attaccamento

Tre urti e torno indietro –

Non conto i giorni della quarantena.

Attaccamento. Mi dicono di trovare una routine durante l’isolamento. Di restare incollato all’agenda e al planning settimanale. Cazzate! L’isolamento non è un problema per me e non lo è mai stato. Questo non è un isolamento. Questo è uno schivarsi per paura del contagio. È un mettersi al riparo da un mostro che ti fa tossire e poi ti toglie l’ossigeno e ti fa soffocare. È un tentativo di salvarsi stando immobili. Fingendoci già morti. Devo dire che in questo molti dei miei colleghi sono veri talenti. Sembravano morti da prima del virus.

Dal livello di istamina del mio sangue capisco che è Aprile inoltrato. La primavera provvede puntualmente alla congestione del naso. Il cocktail letale di pollini non mi farà dormire fino ad Ottobre.

Molti miei colleghi del luccicante mondo dello spettacolo non hanno mai parlato di politica, di diritti, di etica professionale e adesso, come d’incanto, hanno affittato a ore il costume di Martin Luther King. I have a dream urlato dall’ennesima IG-Story con il filtro contouring. Si ribellano al sistema, promuovono video-campagne di protesta, challenge dì 24 ore che scadono alla stessa velocità di un insalata in sacchetto. Hanno semplicemente paura. E mi spiace dirlo, però io spero che la maggior parte di loro la conosca veramente un po’ di sana e autentica paura. Perché questo significherebbe avere rispetto e premura, ascolto ed empatia, non solo nei momenti di emergenza, ma sempre. È come fare gli auguri a una donna solo l’8 di Marzo. Poi dimenticare il resto dell’anno che una ragazza non può prendere i mezzi pubblici di sera, che il suo stipendio è più basso dei suoi colleghi uomini e che se resta incinta è una cazzo di problema. Come ricordarci che siamo una repubblica solo quando vinciamo i mondiali di calcio. Non funziona così.

Capisco che è domenica dal fatto che non suona la sveglia. Ho

sempre freddo anche in estate e dal mio balcone non vedo alberi di pesco, per cui è il mio naso a raccontare il mutare delle stagioni.

Riconoscere la storia di un popolo dalla sua paura. La paura è necessaria. Il dubbio di regredire, di perdere i diritti umani, di dimenticare le regole dell’educazione civica è necessaria a quello stato di allerta che fa evolvere una democrazia. Non puoi ricordartelo solo ora che la tragedia ha sfiorato il tuo culetto scolpito al Club Virgin in Corso Como… non funziona così!

Come faccio a sapere dove sono rimasto? Sono maschio o femmina? Sono vivo ma non sono sicuro di poter dare un orario preciso. Ora del decesso? Non ho mai portato l’orologio nella mia vita. Mi so orientare anche al buio. Era un gioco che adoravo fare da piccolo. Girare per casa senza accendere la luce. Al terzo urto contro qualcosa dovevo ricominciare da capo. Senza attaccamenti. Divertentissimo questo gioco. Titolo: Anna dei Miracoli. A che ora ho iniziato a vivere?

Portare l’orologio mi innervosisce. L’orologio a lancette è fuori discussione: sento esageratamente ogni movimento degli ingranaggi e non mi sento sincronico. Non mi sento andare a tempo. Mi deconcentro e provo a velocizzare o rallentare il mio battito. Con risultati fallimentari. È fuori dalla mia portata. Ho provato l’orologio anni ‘80, quello a cristalli liquidi. Trovo sia un oggetto cool! Ma come ogni braccialetto dopo cinque minuti finisce nella tasca di un cappotto. Mi pesa. E comunque controllo l’ora dal telefono. Tempo inutile.

Attaccamento inutile. Non sei credibile se ti arrabbi ora che tarda ad arrivare il tuo sussidio di 600€ dello Stato. Quel sussidio è come un ciuccio per un bebè. Ti farà stare zitto per dieci giorni poi ti sembrerà inutile! Duro. Come la paura.

Mio padre, quando era un perito elettronico di successo e lavorava in Africa, tornava in Italia con un carico di orologi pregiati da regalare ai famigliari. Con quel gesto allontanava dagli altri e per un tempo sufficiente alla sua ripartenza, il sospetto di essere un pessimo padre e un irrisolvibile uomo. Forse per questo motivo diffido da chi ama fare troppo regali. Penso che, libera dal dovere di commento del dono fatto e ricevuto, la mia conversazione regga ugualmente.

Prendere o perdere tempo?

Come avete fatto a vivere fino ad oggi? Siete terrorizzati dal dover ricominciare da capo. È ovvio che sarà così. Siete spaventosamente attaccati alla vostra vera o millantata carriera. Vi sottovalutate fino a questo punto? Avete bisogno di regalare un orologio per dare sostegno alla vostra esistenza? Avete bisogno del vostro corpo turgido, delle foto esotiche, del food porn, delle frasi in inglese e del pensiero di provincia per sentirvi vivi?

Attaccare per attaccamento ad una vita che non c’è più.

Per anni ho provato rabbia, invidia e rancore. Generalizzato. Per il solo fatto di non essere cresciuto in una famiglia normale ed equilibrata. Mai avrei pensato che quel sentore di baratro costante, quella rassegnata predisposizione alla precarietà, quella montagna russa emotiva fosse una preziosa eredità. Il migliore lascito.

La mia paura basale ha reso possibile il cambiamento continuo. Il cambiamento è inevitabile e sotto alcuni punti di vista è delizioso! L’attaccamento è agli antipodi dell’evoluzione.

Sono certo di potermela cavare anche senza il mio status di direttore creativo di una piccola azienda o di coreografo part-time o dì docente tra milioni di docenti. So lavare i piatti e mi piace farlo. Le mani in ammollo sono un piacere se l’acqua è fresca. So cucinare, mettere in ordine un magazzino, so parlare al telefono, so vendere un prodotto, so creare un foglio di calcolo. Son sicuro che con la mia ambizione, la pazienza, la resistenza agli insulti che ho maturato grazie ai bulli delle medie prima e grazie ai creativi delle agenzie di moda e pubblicità dopo, saprò crearmi una nicchia ovunque e portare a casa i soldi necessari.

Saprò cavarmela con o senza soldi. Con o senza sussidio. Con o senza cassaintegraziome.

Soffro di attaccamenti ben peggiori. Il gioco è sempre lo stesso… tre urti e si ricomincia da capo.

Così si allena il futuro.

26 Marzo


Ore 16:30. Mi preparo per andare a fare la spesa. Non esco da 15 giorni. Dall’ultima spesa.

Fuori fa freddo, nonostante sia già primavera. Il meteo dice che porta neve. Mi preparo senza trascurare nessun dettaglio. La lista è stata compilata un giorno fa. Divisa per scaffali, priorità ed extra. Una lista per noi, una per i parenti. Marco scende nel box a prendere la macchina, io faccio tappa nel locale della raccolta differenziata. I guanti di lattice mi fanno sudare le dita. Ho una mascherina che mi stringe sulle orecchie, mi sembra di soffocare.

Faccio i primi due passi oltre la porta di casa e già mi rendo conto che è tutto molto difficile. Mi si appannano gli occhiali. Il respiro si fa corto.

Nero. umido, verde, bianco, giallo. Faccio due viaggi. Guardo la maniglia del locale spazzatura, quando apro e quando chiudo. Arriva Marco. salgo in macchina guardo dove poso le mani. Il viaggio, appena 4 minuti di strada, sembra eterno. Se ci ferma la Polizia diremo che stiamo facendo la spesa per due diversi nuclei familiari. La verità. Non ci ferma nessuno. Il cielo è bianco. Stento a ricordare. Com’è che non ricordo più Milano con le persone? Non ricordo. Negli ultimi 30 giorni nell’angolo di via sul quale danno le finestre di casa non si vede nessuno. Non c’è più nessuno. Non vedo nulla anche per via degli occhiali appannati. Che fastidio gli elastici dietro le orecchie! La mascherina appoggia sul naso e sembra corrodere. Chiedo a Marco se prova lo stesso fastidio. Mi dice che è normale.

Parcheggio, monetine, due carrelli, 45 minuti di fila al gelo. Ci dicono che dentro misureranno la febbre. La febbre ci verrà comunque, per il freddo. Facciamo la fila distanziati, silenziosi, come ad una fiaccolata ma senza fiaccole.

È già un mese che Emanuele è morto. Un mese. Se avesse rimandato il suicidio di almeno un giorno avrebbe assistito al blocco delle prime zone rosse e forse avrebbe aspettato. Avrebbe capito che il gesto violento che stava per fare sarebbe stato ancora più inutile. Perché non solo nessuno lo avrebbe accompagnato a un funerale o pseudo tale, ma anche perché nessuno lo avrebbe minimamente ricordato. Nessuno avrebbe provato i sensi di colpa. Abbiamo tutti così tanta paura del contagio che ricordiamo a stenti ciò che è avvenuto un attimo prima del blocco. Un attimo prima. Se solo avesse rimandato di un giorno. Emanuele e il suo tempismo del cazzo.

Il freddo taglia all’altezza dei reni. Non esistono più i giubbotti di pile di una volta. 17:45. Entriamo. Niente febbre. Via con la spesa. Frutta. Verdura. Ho caldo, ma come? Prima si gelava. Formaggi, latte vegetale, hamburger di barbabietola. Via la sciarpa. Uova. Scatolame. Ho i brividi, sudo freddo. Via gli occhiali. Non vedo comunque. Ritorno sui miei passi. Ah già, ero già passato da qui! Mi tremano le mani. Mi trema il palato. Troppo alto il volume degli annunci. Casse vuote, casse piene. Mi trema il mento. Pesce. Detersivo. Ammorbidente. Insopportabile la mascherina, il caldo, il freddo, il sudore, la pelle, gli odori oggi sono esagerati. Chi ha spruzzato tutto questo profumo!? Perché le persone mi guardano con occhi strani? Ah no, sono io che guardo gli altri in modo sospetto. Che ore sono? Chissà se sotto la mascherina sorridono! Sotto la mascherina forse sorridono. Gli occhi non danno indizi. Quanto manca? Non toccare il cellulare Davide! Hai guanti di lattice sporchi. Contaminati. Tutto è contaminato. Mi gratto la fronte poi il naso, poi il petto, mi prude il cuore, di nuovo la fronte, le orecchie, via un elastico, che prurito assurdo. Mi fanno male i capelli. Marco mi si avvicina con il suo carrello. Mi chiede se va tutto bene. Gli dico che non sopporto la mascherina mi manca l’aria. Mi dice che è normale. e poi mi dice “Smettila di toccarti la faccia!” Mi allontano, devo toccarmi e non farmi vedere che mi tocco. Ok, il volume del supermercato è altissimo. Ma il cuore? Non sento il battito. Non dovrebbe essere il contrario?

Emanuele si era organizzato. Quanto tempo ci ha messo per fare il nodo? Un sabato sera. Solo in casa.

Ho la nausea c’è troppo profumo. Strappo via la mascherina un secondo prima di vedere buio. Le dita sono lesse nei guanti di lattice. Respira Davide! Non vorrai mica inaugurare questo nuovo ciclo di attacchi di panico proprio qui, nella quarta corsia dell’Esselunga di via Adriano? Ne mancano ancora 10 di corsie prima di finire la spesa. Fanculo. Apro le porte! Spalanco me stesso e benvenuta paura, eccoti! Ho un attacco di panico. So come gestirlo. E allora comincio a gestirlo. Organizzo un tour per il mio corpo. Un metro e ottantacinque centimetri per settantacinque chili di Davide. La paura si diluisce. E piano piano, così come è entrata, così è uscita.

Ho percepito il rumore della caduta di Emanuele. Era alto come me, pesava quanto me. Quanto tempo ci è voluto prima che il cuore si fermasse?

Dopo un attacco di panico ho male all’umore per almeno 48 ore. Indolenzito come dopo una lezione di cross-fit. E’ l’acido lattico della mente. Si aspetta che passi.

Funziona così.

Funziono così.

PARIGI


Dalla piega nascosta del marciapiede vedo sgorgare acqua che con la stessa indole di chi sa la strada, trascina un esercito con impavida arroganza. (Alla vittoria?) Precipitevolissimevolmente.

Parigi è la parola della settimana. L’ho usata una sessantina di volte in pochi giorni. Uso la parola Parigi come la tachipirina. Senza sentirmi in colpa.

Provo un senso di benessere facendo due volte il giro dell’isolato solo per essere sicuro di aver visto ogni portone, ogni maniglia, ogni targa sul muro, ogni manifesto pubblicitario. Il lavaggio delle strade, il mercato della mattina, in naso dei librai, i soprabiti appoggiati sulle spalle, il polverone che si alza quando qualcuno fa jogging ai giardini di Lussemburgo. Ingoierei chili di quella polvere.

Pronuncio Parigi mentre dall’ufficio mi alzo per andare al bagno. Mentre sto ingoiando merda di altri. Parigi per non provare nausea e mandare giù tutto in una sola deglutizione. Per anni ho biasimato i quarantenni irrisolti che mollano tutto e vanno in Brasile a ritrovare se stessi. Eccomi. Anch’io con la Sindrome di Fabio Volo (un altrove qualsiasi è meglio del mio). Mi ritrovo a pensare tutto ciò che negli altri mi ripugna: la fuga.

L’acqua sgorga e trascina con sé sporco, cartacce… e corre. Non ho bisogno di entrare alla Shakespeare &Co per sentire le branchie dilatarsi sotto la mia t-shirt bianca. Mi basta passare e sapere che c’è.

Parigi. Perché sia efficiente il mio pensiero ramificato ha bisogno che le cose siano complicate. Ok. Parigi. Ha bisogno di una certa soglia di stimolazione per prendere il via. D’accordo, però Parigi. Non ho più bisogno di piacere a tutti per restare in vita, sono adulto. Tutto chiaro Davide, ma Parigi. Cazzo. Sono sfinito. Dalla mediocrità.

I miei occhi reclamano immensità. Il mio naso un fiume che sposti masse d’aria. La mia pelle impara dai parigini l’orgoglio nazionale. La loro indole rivoluzionaria. Come si fa a manifestare? Rendere manifesto … ogni volta che mi rendo manifesto il risultato è disastroso.

Mi sono autorizzato alla tristezza. Alla malinconia. Perché è tutto ciò che provo dopo un rifiuto, una parola sbagliata, una leggerezza, un giudizio affrettato, quando l’umanità e l’empatia lasciano il posto al lurido atto di egoismo.

Dietro di me ho un esercito di “me” che scende giù dai dossi a tutta birra. Parigi. Che bello allontanarsi da ciò che ci inquina. Che bello saperlo fare con le parole! Senza far male a nessuno…

Mortificazioni


Di piccole mortificazioni si muore ogni giorno.

Ed effettivamente qualche anno fa sarei potuto morire davvero per colpa di una frase infelice.

Prima di scoprire di essere un HSP pensavo che la sofferenza che provavo fosse frutto di una mia incapacità di stare al mondo. Mi sentivo solo. Mortific-Azione. Azione che porta una morte. Quando la sento arrivare è come una lente blu su tutte le cose. Arriva il blu. Prima di capire il mio funzionamento, non avevo mai incontrato sulla mia strada persone capaci di sentire la totale assenza di membrane tra se stessi e il mondo. Quel filo diretto con le emozioni, quella mancanza di pelle in grado di proteggere la carne viva.

Scoprire di non essere solo, di non essere malato ma semplicemente di essere diverso mi ha reso in grado di assimilare gli urti e drenare il dolore con dei tempi di recupero 10 volte più veloci. La mia amigdala è anarchica. Saperlo mi sta aiutando a migliorare.

Ad esempio, qualche giorno fa durante una teleconferenza, una tipa di un’agenzia di comunicazione mi ha chiesto aggressivamente quale valore avessero le mie proposte creative.

Sono passati sette giorni e ci sto ancora pensando.Sono molto migliorato.

Un tempo avrei messo in discussione la mia stessa esistenza. Oggi, avverto un certo dolore ma è un dolore che scorre velocemente. Sette giorni non sono niente.

Il mio valore non si mette in discussione nella misura in cui io non lo metto in discussione. Non va condannata nemmeno la libertà degli altri nel non riconoscerlo.

I tempi di attenzione dei “comunicatori” si è drasticamente ridotto. Quelli come me hanno bisogno di persone che amano leggere, farlo lentamente.

Lavoro in un ambiente poco avvezzo all’ascolto. Forse l’ho scelto per sfidare la mia resistenza. Per diventare un uomo coraggioso.

E tutto sommato dei comunicatori milanesi che poi non sono nemmeno milanesi penso che è meglio non pensare, depotenziare semmai il carico emotivo dei loro brillanti tweet decorati di inglesismi. E se proprio devo pensare, allora penso quello che pensò Busi in suo libro: “La loro fragilità e provvisorietà è l’unico pensiero che me li rende sopportabili“.

Disarmo


Disarmo.

Correggermi. Disfarmi di ogni strumento di attacco e difesa. Patto di non belligeranza. Non posso pensare di trascorrere più della metà della mia esistenza a lottare contro la stupidità di menti invecchiate precocemente da droghe e alcool, contro l’egoismo di chi si crede l’unico al mondo a soffrire, contro la violenza verbale di chi ha imparato a parlare solo per soddisfare i bisogni base e scrivere per firmare acquisti con carta di credito, contro il pregiudizio di chi ti ha dato un tag per ammortizzare il peso del suo non comprendere velocizzando i suoi tempi di recupero a scapito dei tuoi, contro l’ignoranza volgare di chi paga per divertirsi, contro l’assenza di concentrazione anche minima di chi manda messaggi mentre tu gli stai parlando, il piccolo IO tronfio di chi non ammette altro valore al mondo al di fuori del proprio culo. Non mi va. E non me lo posso permettere. È come sprecare vita. Vita regalata agli stolti. Tempo ed energia che nessuno mai mi restituirà. Non ho tutto questo tempo. E anche se disarmarmi è così difficile, assurdo, impensabile e disumano, ho deciso di provarci. Gettare le armi. Contraddicendo i cromosomi di famiglia. Avevo 5 anni e mia madre mi disse che dovevo fidarmi solo di me stesso e dubitare persino di lei. Mia nonna, temperamento da generale in una coltre di dolcezza (almeno prima che la demenza senile indurisse i suoi tratti), mi insegnò a lanciare le ciabatte contro il nemico (d’estate erano zoccoli di legno). Invadetemi pure, sventolate la vostra bandiera su di me come i conquistadores! Radetemi pure al suolo! Proverò ad alzare le mani. Io non lotto con voi! La mia terra resta feconda. Il mio fardello di armi e piani tattici accumulati negli anni si farà d’un tratto leggero. Correrò molto più velocemente di voi. Non ho tempo per fare la guerra, giocare ai soldatini con voi, auto promuovermi assecondando la vostra pigrizia. Ho troppo rispetto per la mia vita. Forse è questo il più spietato urlo di guerra: rendere me stesso un territorio inattraversabile solo costruendo un solido stato vitale. Si potrebbe cominciare a vincere senza armi. E vincere davvero.

L’ultimo giorno dell’anno.


Sono ore di leggerezza. Sono piume in dono in grado di prendere i pensieri e portarli verso l’alto come lanuggine. Sei sei un vero uomo le sai acchiappare! A bordo di mongolfiere color malva, cestini di vimini che pare dicano al cuore: “palpita, fallo liberamente!” Il sorriso fa il giro e contagia come una catena di sbadigli. Un lago riflette anche ciò che non vediamo, e l’ultimo giorno dell’anno, pare riflettere di più. Un albero di noci, una foto bianconero di un ponte di legno e un treno che attraversa l’Oriente. Una gatta nera si appoggia alle mie mani e accende la caffettiera. Il legno ha l’odore di mille anni. Gli anelli di un tronco sono le mani nodose di un alpino novantatreenne (ai tempi fu un partigiano) che incontriamo nella direzione opposta al nostro sentiero. La luce degrada sino a togliere i contorni delle montagne, dei tetti e della pietra di un lavatoio eppure ci restituisce la cintura di Orione. La notte è nitida come la gentilezza quando sbava la definizione di famiglia e imbratta tutto. E pervade. Una famiglia ti abbraccia nella propria casa color biscotto e non capisco quale bene io abbia fatto per meritarmi tutto questo.

Torno presto!


Quando un lunedì di fine luglio chiami un agente immobiliare per testare il valore di mercato del tuo appartamentino di 60 mq, l’ultima cosa che immagini è la possibilità di averlo venduto il venerdì della stessa settimana.

Forse dovevamo sospettare qualcosa quando Gianluca, l’agente immobiliare sosia di Michael J. Fox, ci mandò una mail con il planning orario delle visite dei possibili acquirenti. Per quattro giorni la nostra casa si sarebbe trasformata in un mini padiglione Expo. Mancava solo il led con l’indicazione delle ore d’attesa per chi si metteva in fila.

Forse dovevamo sospettare del piglio volpino di Gianluca: uno showman in grado di dosare dal suo scattante metro e cinquanta di statura un mix di sorrisini seduttivi, strizzatine d’occhio e strette di mano al limite della frattura del metacarpo. La prima cosa che si raccomandó di dirci fu: “quando entrerò in casa per gli appuntamenti, vi ordino di non proferire una sola parola!” È così è stato in quei fatidici quattro giorni.

Forse dovevamo sospettare delle sue doti di affabulatore. Tra le fandonie pronunciate in quattro giorni cito solo quella in risposta ad un visitatore che obiettava la mancanza di verde nella zona d’affaccio dei balconi. Gianluca non esitò un solo secondo spiegando che l’ombra e l’ossigeno degli alberi del palazzo di fronte erano tanti e tali da poterne usufruire dal balcone di casa nostra senza pesare sulle spese condominiali. Forse avevamo sottovalutato le sue capacità di stupire con la risoluzione di piccoli (e grandi) problemi, la sua maestria nel far roteare su se stessi gli acquirenti per stordirli, la sua velocità negli appuntamenti e la sua arte nel mettere fretta alla gente. Ogni appuntamento aveva una durata massima di 8 minuti e nonostante io e Marco cercavamo di creare un’atmosfera morbida con una playlist di Spotify dal titolo “casa dolce casa” i tempi erano serratissimi.

Tra gli appuntamenti di quei giorni ne cito solo alcuni. Tra questi si nasconde il nuovo proprietario (indovina chi?):

Vedova 68enne, in cerca di casa più piccola e facile da pulire.

La nostra vicina di casa che chiedeva se poteva comprare solo il salotto. Così con un buco nel muro ingrandiva il suo.

Uomo 42enne dagli occhi buoni, un po’ acciaccato, da poco divorziato, cerca casa che possa contenere i figli nel weekend. Chiede se è possibile aprire il divano letto per testarne la capienza e di visitare il solaio magari un lettino ci sta anche lì (Gianluca non batte ciglio). Viene accompagnato dall’aitante fratello: un trentenne che pareva uscito dall’ultima copertina di Vogue Uomo.

Una ventenne cinese in ciabatte e bermuda. Fa un giro in casa in meno di 60 secondi. Chiede solo di poter fare una foto al frigo. Le rispondiamo in coro io Marco e Gianluca: No!

Un barese, gay, unto. Viene il martedì e i suoi occhi si posano più volte sulle nostre foto, sui post-it e sugli oggetti accumulati in 15 anni di convivenza. Chiede a Gianluca di rivederla due giorni dopo in compagnia dei genitori. Sono loro che dovranno sganciare i soldini. Gianluca sa che deve dare il massimo. Per questo indossa la sua cravatta portafortuna, quella con i frutti di mare stampati in 3d. Deve scontrarsi con gente del sud. Lui, uomo nordico sa che i tranelli di una massaia del Gargano sono più insidiosi di una puntata di “Nudi e crudi”. Sottovaluta una sola cosa. Il peso. In ascensore resta schiacciato tra le tette della madre, la pancia del padre, l’ascella depilata del figlio gay unto e il doppio mento della zia venuta per un consiglio da esterna. Non arriveranno mai al quarto piano. Tra il secondo e il terzo l’ascensore va in stallo per sovrappeso. Segue una scena raccapricciante: dopo aver sentito l’allarme vediamo spuntare le dita di Gianluca dalle porte scorrevoli. Con tutta la sua forza di un nano da giardino schizofrenico riesce ad aprire le porte forzandole con sovrumano dispendio di energie e a far uscire (a carponi) tutti i membri della famiglia (compreso il fondoschiena della zia pari a un frigo Smeg) e infine, come un capitano degno di questo nome, ad abbondonare l’abitacolo prima di morire asfissiato.

Il venerdì sera, lo aspettavamo per l’ennesimo appuntamento ma si presenta solo. Sospettosi, lo accogliamo e lui ci fa un discorsetto. Ha con sé un assegno, e ci dice: “Se rifiutate siete pazzi!”

La sensazione di smarrimento si fonde con il dubbio di commettere una enorme cazzata e il panico di non avere un tetto sulla testa.

Firmiamo. Gianluca ne esce vincitore. Noi crolliamo. Un pianto misto di incertezza e ragionevole paura.

Seguono giorni deliranti per riuscire a trovare una casa nuova e chiudere un accordo prima delle imminenti vacanze estive.

Non so come, ma ce la facciamo.

E fu così che al rientro dalle vacanze ci siamo via via organizzati per arrivare pronti al giorno del trasloco. Ma non si arriva mai pronti al giorno del trasloco.

Lasciare la nostra prima casa, comprata a 26 anni, con sacrifici incredibili, più che come atto in sé, è stato più difficile da digerire come pensiero, come idea. Significava fare una selezione di cosa portare con noi, cosa lasciare, cosa buttare (parlo anche di ricordi).

I ritmi frenetici di quei giorni si sono poi rivelati la nostra salvezza.

Ad un certo punto avviene una cosa strana. Chi ha fatto molti traslochi o molto viaggi lo potrà confermare.

Avete presente quella sensazione di quando stai per tornare da un viaggio, le valige sono pronte, l’aereo è tra tre ore ed è ancora troppo presto per chiamare un taxi? Tutto è pronto, il tuo corpo è lì ma il resto è già altrove. Non c’è niente da fare se non aspettare che sia ora. Ti trovi in una tasca spazio temporale. Hai fatto la pipì, controlli se hai tutto con te, metti like a cazzo su Instagram.

Poi, ad un tratto, realizzi che è ora. Ti ritrovi a salutare Juan il portinaio del Perù che si commuove mentre ti dice che gli mancherai. Gli rispondo che sarei tornato a trovarlo. E allora capisci che qualcosa di bello è accaduto. La casa non è un luogo chiuso, un recinto disegnato da muri. Tantomeno un campionario di cose messe in ordine da un architetto. Casa è tutte le volte che pronunciamo la frase: “torno presto!”

Come paguri lasciamo il guscio perché altri possano abitarlo.

Il nostro nuovo guscio è un po’ più grande e, come tutte le cose nuove, è bellissimo. Ancor prima di mettere i piedi nella nuova casa, ci inseriscono nella chat di condominio su whatsapp. E qui che i nostri nuovi vicini di casa si scambiano favori e imprecazioni. Annichiliamo. Dinamiche umane tipiche di chi non si guarda negli occhi. Presto troverò una scusa per uscire dal gruppo.

Il nuovo portinaio è nord africano ed è gentile. Ma Juan resterà il nostro preferito. Ora che siamo andati via, a chi farà vedere le foto e i video di Cuzco, il suo bellissimo villaggio a 3400 metri di altitudine? A chi parlerà dei suoi quattro figli lasciati con la moglie sulle Ande? Chi si prenderà cura della sua nostalgia?

Rivediamo Gianluca dopo 40 giorni, durante l’atto di vendita. È il suo ultimo atto. Si licenzia e lascia Milano per trasferirsi a Verona. Lo fa per amore. Insospettabile romantico.

La nostra ex casa è divenuta un dormitorio per studentesse cinesi. Dico solo che non si può comprare casa in meno di un minuto.

Non aggiungo altro.

Berlino, 20 aprile 2019

“Io ho ancora una valigia a Berlino…” (Marlene Dietrich)

Le probabilità di trovare 25 gradi a Berlino ad Aprile era la stessa di trovare un evento culturale in Italia durante la finale dei mondiali di calcio.

Prima del mio arrivo mi ero fatto un’idea di Berlino che era il risultato dei racconti di una vita.

Alle elementari avevo in classe una compagna, Cristina, appena trasferitasi dalla Germania, che mi raccontava dello zio ventenne al di là del muro, nella Berlino est. Diceva che sparavano, sparavano senza fare distinzioni di sesso o età. La maestra allora ci raccontò del muro e delle germanie, unite e divise come i due emisferi di una noce. Pensavo a Berlino come ad una città lontanissima, pericolosa ed ostile in cui c’era uno zoo gremito di eroinomani. Poi passarono gli anni e, nel mio immaginario, divenne la città della caduta del muro. Ricordo il colore giallastro del servizio al telegiornale, i giovani sui pilastri in parte distrutti, una città in macerie. Dopo gli anni del liceo, la mia amica fece una fuga d’amore segretissima ma di Berlino mi raccontò solo di un bacio impossibile, lieve seppure già saturo dell’addio. Alcuni dei miei compagni di accademia ci si trasferirono per fare gli artisti perché, a loro dire l’Italia era culturalmente asfittica, salvo poi scoprire che a Berlino avevano messo su famiglia e avviato qualche non specificata attività New Age.

La immaginavo piovosa, un set bianconero come un fotogramma di Wim Wenders. Viscerale come una canzone di Bertolt Brecht e piena di persone vestite color caki.

Il nostro albergo è un’imponente struttura sulla Otto-Braun-Straße a nord di Alexanderplatz alle spalle del Volks park. Sembra una gigantesca ex-fabbrica di scatolame riconvertita ad uso turistico. Il risultato per quanto coraggioso non è niente male. Luci a led ovunque, ascensori con video proiezioni, lounge con giganteschi schermi al plasma verticali che trasmettevano musica no stop con tanto di orchestrine swing in proporzioni reali (al punto da farci venire il dubbio che dietro lo schermo ci fossero davvero i musicisti). Piscina, giardino, stanze luminosissime, la palestra e perfino una spa. Un posto talmente confortevole da scoraggiare l’idea di uscire per la città. A Parigi per lo stesso prezzo avremmo trovato una bettola 3 stelle senza piano d’evacuazione. Il tempo di appoggiare i trolley in stanza e di alleggerirci delle felpe usciamo e cominciamo a percorrere a piedi la Karl-Liebknecht-Straße, la colonna vertebrale che da Alexanderplatz porta all’isola dei Musei e proseguiamo sino alla porta di Brandeburgo.

Sotto un sole decisamente italiano percorro il viale, slargo dopo slargo, piazza dopo piazza. Agli incroci mi sporgo curiosamente sulle arterie laterali alla ricerca di storia e colori ma non mi colpisce nulla. Non sono abituato. Solitamente in una città per me nuova sono attratto da tutto. È come se passeggiando, cercando e pretendendo non capissi Berlino. Ho provato un senso di inafferrabiltà, di fluidità difficile da definire. In alcuni momenti mi è sembrata troppo ordinata, disponibile e familiare. In altri la percezione opposta. Di un luogo dove passare, fare poche domande e andare oltre. Oltrepassiamo la porta di Brandeburgo e ci riposiamo per qualche minuto all’ombra degli alberi del parco. Prendiamo un gelato da un ambulante. Un chiosco gelato identico a quello che negli anni 80 passava su un’Ape Cross per le vie del paese del sud in cui sono nato. Il gelato aveva lo stesso colore alieno e solo quattro opzioni: cioccolato, vaniglia, fragola, limone. Ci è stato servito persino con la stessa paletta d’acciaio per fare le palline di gelato piccole e perfettamente tonde. Lo

mangiamo ridendo del fatto che a Milano non ci saremmo mai fidati di una gelateria non artigianale e soprattutto non biologica. Mentre mangio il gelato stremato dal caldo, uno scoiattolo scende dal tronco di un albero e si avvicina al cestino della spazzatura. Guarda calmo. Sembra non accorgersi di noi. Poi si perde tra i colori del fogliame e diviene nuovamente invisibile.

Torniamo in albergo. Dopo una doccia decidiamo di cercare un ristorante in zona perché siamo stanchi. Google Map dice che a tre isolati c’è un ristorantino thai davvero delizioso. Giriamo l’angolo su Am Friedrichshain dietro il nostro hotel e voila. Ecco Berlino. Senza cercare, senza pretendere un itinerario dalla nostra lonely planet ecco che la città si manifesta nella sua trasparenza.

Ogni palazzo degrada sull’altro attraverso architetture contemporanee dai concetti diversi eppure armonici. È bello sbirciare dalle grandi porte-finestre degli appartenenti che danno sulla strada. Ti sembra di sentire le voci, i bisbigli, il suono della Tv oltre il muro, la cappa della cucina ancora accesa, il riavvio della lavastoviglie. Ogni finestra una scena diversa. Ho l’impressione di avvertire ogni attesa, ogni tempo di recupero, ogni voltare pagina di un libro. Presto qualcuno cercherà i suoi appuntamenti segnati in agenda per il giorno dopo, qualcuno si toglierà le scarpe dopo una lunga giornata passata fuori, qualcuno attraverserà le stanze dell sua casa vuota il giorno prima di un trasloco. Salotti lineari ambrati da abat-jour arancio. Stampe astratte sui muri e balconi minimal. La strada come un canale navigabile riflette l’oro dei citofoni, il verde oliva dei tappeti e il nero della notte ad aprile.

Mi sembra finalmente di capire qualcosa di questa città.

Questo è un quartiere della ex Berlino est rimesso a nuovo per farci credere che quel caos creativo sia frutto della modernità. Ci vogliono far credere che il recupero urbanistico abbia trasformato questo luogo in un complesso residenziale. Ma non è così. Nessun caos creativo è davvero risultato di un programma. La nuova Berlino non è una città numerata costruita nell’hinterland da Berlusconi. Non è un progetto. Tutt’altro. È una reazione. Un effetto forse ancora più chiaro la notte. Come se il calare del giorno avesse il potere di invertire le formule matematiche alla base di una legge fisica non dimostrabile alla luce del sole. La notte ridisegna Berlino rendendola umana e accessibile.

Durante il giorno ogni metro quadro di strada a Berlino ricorda una punizione. Cambiano i protagonisti ma per troppi anni questa città ha inscenato punizioni. La guerra, il nazismo, i comunisti infine gli hipster. Pietre d’inciampo.

Di giorno tutto sembra portarti verso quella parete invisibile che è peggio di ogni muro: la sconfitta.

Nei giorni successivi ho vagato per la città senza guida, senza mappe. Facendo attenzione a non mettere i piedi sulle piste ciclabili. I ciclisti berlinesi sono isterici.

In attesa della notte, nei giorni successivi mi sono affidato al caso. Nessuno sa descrivere meglio

Berlino del caso. Non consiglierei a nessuno di andare a visitare monumenti, piazze, ex-muri, check point e patetici mausolei.

Piuttosto osserverei il più rigoroso ammutinamento nei confronti dei programmi e inviterei a trovare il modo più facile per aspettare l’arrivo della notte.

Perché Berlino possiede un ritmo tutto suo comprensibile di notte. Una corrente elettrica invisibile dall’effetto straniante.

Al Görlitze Park i bambini giocano su giganteschi scivoli sorvegliati da giovani spacciatori sorridenti che familiarizzano con gli anziani e le babysitter. Nello splendido mercatino vicino Mayer park un giovane stylist coreano vende il suo armadio. Tutto il suo armadio. Dove pensa di andare? Perché vendere tutto? Giacche, kimono, pantaloni dai colori pastello e velluto sofficissimo. Avrei comprato ogni pezzo, anche le chiavi del suo armadio ma la sua biancheria è così minuta da sembrare quella di una bambola. Forse ha finito di studiare e si prepara a tornare in Corea. Forse restituisce alla città ciò che non gli è mai appartenuto. Forse sono tutti di passaggio gli abitanti di Berlino…

Sembra uno di quei luoghi in cui non va disfatta la valigia.

La città sembra svilupparsi su una pianura eppure camminando si ha la vaga sensazione che la pendenza porti verso il muro fantasma. Come in un piatto doccia in cui l’acqua scivola in direzione del tombino. Così qualunque sia la tua direzione, gira e rigira ti ritrovi a scolare di fronte ad una delle due facce del muro. Forse il muro è stato solo un pretesto per tenere i berlinesi ancorati per un po’ ai margini della Sprea, un folle tentativo di invertire la sua corrente, un crudele lucchetto per non farli scivolare via come da una lastra piena di sapone.